Il Massacro degli Ebrei di Granada (1066)

Il Massacro degli Ebrei di Granada, che ebbe luogo il 30 dicembre 1066, rimane uno dei pogrom più sanguinosi della storia europea. E anche il meno conosciuto.

Nessun altro luogo come Granada ha la capacità di evocare in maniera così diretta e vivida l’immagine di al-Andalus. Granada e non Cordoba, la grande capitale degli emiri, dei califfi Omayyadi e del potente Almansur, ne è diventato il simbolo supremo ed universalmente riconosciuto.

Questo articolo è stato redatto da Gabriele Oliviero, che lo ha inviato a Zhistorica per essere condiviso nel Giorno della Memoria.

La città che conserva l’Alahmbra, esempio maestoso dell’arte andalusí dell’epoca tarda; l’Albaicin o l’Alcaiceria con i suoi palazzi moreschi, funge da catalizzatore e richiamo per milioni di turisti alla ricerca di un esotismo così tangibile eppure così evanescente a due passi da casa.  Profumo d’Oriente in questo lembo estremo dell’Occidente.

Granada o Garnata Al-Yahud (Granada dei giudei) all’inizio della sua storia non era altro che un piccolo sobborgo della più grande e famosa città di Elvira ai piedi della Sierra Nevada. Cominciò ad espandersi durante le varie fasi dei regni di taifas e acquistò di fatto l’indipendenza sin dal 1013 sotto la dinastia Zirì, la perse durante l’espansione degli imperi Almoravide e Almohade, riconquistandola nel 1238 sotto la dinastia Nazarì che terrà la città fino alla fine del Quindicesimo secolo.

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Reinos de Taifas nel 1031

Una storia relativamente lunga e variegata; ultimo baluardo islamico in Europa occidentale fino al ‘canto del cigno’: la rendición della città ai Re Cattolici il 2 gennaio 1492.

Granada “città degli ebrei” lascia poco spazio all’immaginazione su quale fosse la provenienza etnica di gran parte dei suoi abitanti. Vi era infatti una nutrita e prospera comunità ebraica installata in quella zona da tempi immemorabili.

Non è questa la sede per percorrere per intero il lungo cammino della sua storia; il nostro scopo è un altro quello cioè di raccontare cosa avvenne in città il 30 settembre del 1066.

In quella data le case degli ebrei granadini vennero assaltate da una folla in tumulto che dopo averle depredate e distrutte si scagliò con ferocia sugli occupanti uccidendone un numero variabile tra le 4000 e le 5000 unità. Tra questi vi era il visir della città Yhusuf Ben Nagrela assassinato nella sua residenza.

In quel giorno si verificò la prima persecuzione di massa di ebrei in al-Andalus e al contempo una delle più efferate della storia europea. Cosa era successo? Perchè improvvisamente la popolazione musulmana di Granada si era brutalmente scagliata contro i loro concittadini di fede ebraica uccidendone migliaia?

Per fare un po’ di chiarezza è necessario delineare meglio la figura di colui che attirò su di sé e la sua comunità, il risentimento e la ferocia della moltitudine. Yusuf era il figlio di Samuel Negrela, che circa trenta anni prima era riuscito ad entrare nei favori dell’emiro Badis, della dinastia Zirì, fino a diventarne il più stretto e fidato consigliere. La sua figura è stata ampiamente indagata e la sua ascesa fino ai vertiti del potere statale fu propiziata da una fortunata serie di cause. La più significativa fu la sfiducia e l’avversione che il sovrano nutriva nei confronti del suo stesso clan, i berberi Sinaya. Gli intrighi orditi da questo clan costrinsero Badis a diffidare delle cerchia di notabili musulmani che lo circondavano e a fidarsi sempre di più di Samuel, personaggio di viva intelligenza e capacità che da semplice scrivano di strada era riuscito a trasformarsi in braccio destro dell’emiro.

Taifas e divisioni etniche

L’XI secolo, per la penisola iberica, è sinonimo di taifa. Con questo termine si identificano le entità territoriali indipendenti sorte dopo il collasso del Califfato di Córdoba in 1031. Il periodo successivo alla fine del dominio Omayyade è un lungo susseguirsi di lotte intestine, guerre civili ed etniche in cui ogni signore locale cerca di ritagliarsi una porzione di territorio ove esercitare il proprio potere. Le taifas arrivano a essere più di trenta.

La situazione si presenta particolarmente frastagliata dal punto di vista etnico, poiché la popolazione dei regni iberici musulmani è composta da arabi, berberi (spesso in lotta con i primi), ebrei, cristiani convertiti e saqaliba (ossia schiavi slavi, presenti in gran numero).

Tra le altre funzioni politiche a Samuel Negrela venne affidata la responsabilità della gestione finanziaria dello stato e della riscossione dei tributi, carica gli permise di nominare tra i suoi correligionari molti agenti del fisco – figure da sempre invise ai contribuenti di tutte le nazioni e di tutte le epoche. Venne così a crearsi un vero ceto di funzionari ebrei molto influente e facoltoso.

Abbiamo dunque visto, seppur senza troppa dovizia di particolari, alcuni fattori che portarono un “infedele” ai vertici di uno stato islamico; cosa affatto inedita nel mondo musulmano – altri ebrei e cristiani avevano ricoperto cariche statali, soprattutto durante i regni di taifa – ma di portata del tutto rivoluzionaria se osserviamo potenza e durata.

Secondo lo statuto dei dhimmi era proibito ad un non musulmano esercitare il potere sui veri credenti e mai prima d’ora si era visto un infedele influente e potente come il visir Samuel Negrela. Se a ciò aggiungiamo che alla sua morte (fu assassinato), il suo ruolo venne trasmesso al figlio Yusuf, possiamo facilmente immaginare quale potesse essere il risentimento negli ambienti musulmani più tradizionalisti.

Alajandro Garcia Sanjuàn nel suo volume “Coexistencia y conflictos” cita le numerose fonti che descrivono il pogrom. Entrambe le parti hanno relazionato sull’accaduto e il più importante tra questi autori fu il nipote dell’emiro Badis, Abd Allah, acerrimo avversario di Yusuf. Sono scritti, quelle di parte musulmana, da cui traspare una feroce avversione verso la figura di Yusuf, il “porco” ebreo indegno di ricoprire un ruolo così importante.

E’ possibile rintracciare la presenza di un odio antigiudaico crescente nella città, aizzato oltre che dagli ambienti di corte ostili al visir, dagli imam e da alcuni intellettuali come il poeta e giurista Abu Ishaq di Elvira.

Queste le sue parole:

Non credere (Badis n.d.a.) che sia una perfidia ucciderli, no; la vera perfidia sarebbe lasciarli regnare. Hanno rotto il patto (la dhimma n.d.a.) che avevano stipulato con noi; Chi oserebbe, dunque, rimproverarti per castigare gli spergiuri? Come potremmo noi aspirare a distinguerci vivendo nell’oscurità, quando i giudei ci abbagliano con il luccichio della loro grandezza? In comparazione a loro noi siamo oggetto di scherno e si direbbe, in verità, che noi siamo malvagie che questi uomini sono gente onorabile.”

E aggiunge:

“Il vostro signore (Badis n.d.a.) ha commesso un errore di cui i malevoli esultano: potendo scegliere il suo segretario tra i credenti, lo ha preso tra gli infedeli. Grazie a questo segretario, gliebrei, dal fondo del loro vilipendio si sono convertiti in grandi signori, fino all’estremo in cui già in orgoglio e arroganza passano ogni limite.”

Il testo prosegue con altre invettive dimostrando in modo evidente l’esistenza di un risentimento crescente verso gli ebrei, accompagnato da un forte senso di disagio per essergli, nei fatti, sottomessi.

Riassumendo possiamo individuare due fattori all’origine del massacro, uno politico e uno religioso. Come abbiamo detto, un personaggio come Yusuf Nagrela era inviso a molti per l’enorme influenza che esercitava sull’emiro.

Lo status di Dhimmi

Un fattore congiunto politico-religioso che contribuì al massacro fu l’idea che gli ebrei avessero sovvertito il loro status di dhimmi, ossia di infedeli residenti in territori amministrati dai musulmani. Per quanto la situazione generale degli ebrei fosse quella di cittadini di serie B, era comunque leggermente migliore rispetto a quella dei cristiani. Le proibizioni per i dhimmi, ebrei e cristiani erano queste:

  • portare armi;
  • andare a cavallo;
  • utilizzare selle per montare asini o muli;
  • costruire case che pareggiassero o superassero in altezza quelle dei Musulmani;
  • bere vino in pubblico;
  • piangere i morti durante le processione che portava al cimitero;
  • (per le donne) entrare nei bagni pubblici quando ci fossero donne musulmane o rimanervi all’ingresso di queste ultime.
  • portare un segno distintivo sulla porta di casa, sui vestiti (compresa una cintura di cuoio o lana) e utilizzare copricapo di diversa foggia e colore;
  • cedere il passo ai Musulmani incontrati sulla medesima strada;
    quando ci si trova in gruppo, alzarsi all’entrata o uscita di un Musulmano
  • costruire nuove chiese o monasteri (sul restauro di quelle più antiche, solitamente vietata, sembra che invece siciliani avessero un’esenzione);
  • suonare le campane;
  • leggere il vangelo a voce alta (non potevano esserci canti o processioni);
  • portare croci in pubblico;
  • parlare di Gesù Cristo con i Musulmani;
  • fare proseliti.

Avevano inoltre l’obbligo di pagare due tasse, quella sulla persona, la Jizya, e quella sui beni immobili, la Kharaj. La prima è sancita addirittura dal Corano:

Combatti coloro che non credono in Dio né nel Giorno del Giudizio, né ritengono vietato ciò che è stato proibito da Dio e dal suo Messaggero, né riconoscono la religione della Verità, (anche se sono) del Popolo del Libro, finché non paghino la jizya accettando di sottomettersi, e si sentono sottomessi (Arabo: صاغرون ‘ṣāghirūn’).”»

(Corano, IX, 29)

Venne accusato di tutta una serie di misfatti tra cui quello di essere il mandante dell’assassinio del figlio di Badis, Buluggin. Vi era anche il timore che si verificasse una perdita di legittimità della dinastia Zirì a causa del ruolo che il circolo degli ebrei aveva nella corte, in grado di destare molti appetiti nei regni confinanti. In effetti Yusuf si avvantaggiava del disimpegno politico dell’anziano emiro, sempre più dedito all’ozio e al vino che agli affari di stato; una disaffezione che anche in questo caso i detrattori attribuivano esclusivamente agli intrighi del visir. Fu addirittura accusato di cospirare con l’emiro di Almeria, Ibn Sumadih.

Sul versante religioso, la popolazione musulmana si sentiva in qualche modo oltraggiata dal doversi sottomettere al comando di un ebreo, affronto reso ancor più insopportabile in quanto violava i codici che disciplinavano la condotta di vita dei dhimmi. Ibn Bassam non nasconde il suo sconcerto misto a vergogna, nel riferire alcune voci giunte da Cordoba. Secondo il racconto, durante una visita di Badis alla città, gli astanti riferirono che era stato praticamente impossibile distinguere chi fosse l’emiro e chi il visir.

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L’Alhambra di Granada

L’incendio, abilmente preparato attraverso un sapiente uso della propaganda si appiccò e si diffuse rapidamente. Yusuf Ben Nagrela venne raggiunto nelle sue stanze, catturato e crocifisso sui bastioni dell’Alhambra, mentre la folla inferocita si scagliò sugli ebrei inermi provocando una carneficina. Donne stuprate e uccise, bambini dilaniati, uomini fatti a pezzi senza pietà. Non furono pochi, e tra questi lo stesso Ibn Bassam, a manifestare immensa soddisfazione nel veder ristabilito l’autentico ordine islamico e gli ebrei ricondotti alla loro bassezza.

In questo breve articolo abbiamo affrontato un tema sempre molto delicato, quello della convivenza delle tre culture in al-Andalus. Una questione che la storiografia moderna cerca di affrontare in modo scientifico; alleggerendola dalle sovrastrutture sedimentate nei secoli che ne hanno in qualche modo distorto la sostanza. Il 1066 è un anno ormai troppo distante e il massacro che ebbe luogo ai danni degli ebrei è quasi totalmente caduto nell’oblio. Oggi siamo costretti nostro malgrado a ricordare altre immani tragedie, più vicine nel tempo ed in grado di far sanguinare ancora le coscienze degli europei, ma vogliamo ostinarci a considerare la storia come maestra di vita, non dobbiamo dimenticare neppure ciò  che avvenne quel 30 di settembre di molti secoli fa.

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