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La Rivolta degli Schiavi Neri contro i padroni Cherokee (1842)

Introduzione

Nel novembre del 1842, nel cuore del Territorio Indiano – quell’ampia regione che oggi è l’Oklahoma – un gruppo di uomini e donne ridotti in schiavitù insorse contro i propri proprietari Cherokee. Non si trattò di trattò proprio di una rivolta sanguinosa dentro una piantagione, ma di grande fuga organizzata, armata, con un obiettivo chiaro: raggiungere il Messico. Lì, infatti, la schiavitù era stata abolita. La fuga prevedeva una lunghissima marcia e l’attraversamento di giurisdizioni tribali (Cherokee, Creek, Choctaw) e confini di Stati (l’allora Repubblica del Texas e, più a sud, il Messico). Per estensione, decisione e portata simbolica, è una delle azioni antischiaviste più eclatante mai avvenuta nei giovanissimi Stati Uniti d’America.

Per comprendere il contesto bisogna guardare ai decenni precedenti. I Cherokee e la maggior parte delle nazione indigene utilizzavano la schiavitù, in tal casi in forma molto violenta, già molti secoli prima dell’arrivo degli Europei. La differenza era che, in precedenza, lo schiavo non veniva percepito come forza produttiva, ma come oggetto (nei casi migliori, soggetto) di una punizione. La maggior parte degli schiavi erano infatti prigionieri di guerra, a volte mutilati (es. amputazione avampiede) per impedire la fuga. Fatto sta che una parte dell’élite Cherokee ricostruì in Territorio Indiano un’economia agricola di piantagione, modellata su quella schiavista dei vicini bianchi. Famiglie come i Vann possedevano decine di persone, talvolta più di cento, lavorando terreni, segherie e perfino battelli fluviali. Non era un fenomeno marginale: già dalle prime decadi dell’Ottocento, la Nazione Cherokee si era dotata di codici sulla schiavitù, regolando acquisto, vendita, punizioni e rapporti con i neri liberi. Questa cornice legale – che distingueva nettamente tra “cittadini” e “proprietà” – rende più chiaro perché la fuga di schiavi del 1842 fu davvero traumatica per la società cherokee.

Una cosa va detta con franchezza: la storia dei nativi proprietari di schiavi africani destabilizza narrazioni troppo nette (oppressi vs. oppressori) ma è essenziale per capire l’America prebellica (pre Guerra Civile per intenderci). Gli stessi Cherokee, protagonisti della propria tragedia nazionale, furono al tempo stesso attori di un sistema schiavista.

La Fuga

La scintilla scocca all’alba del 15 novembre 1842. Nella zona di Webbers Falls, numerosi schiavi – in gran parte della piantagione di Joseph “Rich Joe” Vann – si muovono in coordinamento: chiudono a chiave in casa padroni e sorveglianti, recuperano cavalli, muli, fucili, munizioni, cibo, e si mettono in marcia. Non sono solo uomini in età militare: tra loro donne e bambini; e non sono un gruppetto improvvisato, ma più di venticinque persone, con una rotta definita verso sud-ovest. L’obiettivo, come abbiamo anticipato, è chiaro: il Messico, dove la schiavitù è illegale e il governo rifiuta accordi di restituzione dei fuggitivi.

Attraversando la Nazione Creek, la colonna riceve rinforzi: altri schiavi, appartenenti a ricchi proprietari Creek (tra cui i Bruner e i Marshall), si uniscono, portando il gruppo a oltre trentacinque. La fuga è già insubordinazione collettiva; la trasformazione in rivolta armata arriva poco dopo. Nei pressi della frontiera Choctaw, i fuggitivi incontrano due cacciatori di schiavi – James Edwards (bianco) e Billy Wilson (Lenape/Delaware) – che stanno riportando una famiglia di otto (tre adulti e cinque bambini) alla Nazione Choctaw: i fuggitivi li uccidono e liberano la famiglia, che si unisce alla colonna.

La Rivolta degli Schiavi Neri contro i padroni Cherokee (1842)
mappa della fuga

È un passaggio (come direbbe qualsiasi AI) cruciale: la fuga diventa atto politico violento, e la reazione delle autorità tribali si irrigidisce. I Cherokee utorizzano il capitano John Drew a radunare un centinaio di uomini per «inseguire, arrestare e consegnare gli schiavi africani a Fort Gibson», e il comandante dell’avamposto federale fornisce polvere da sparo alla compagnia. Si mobilitano anche reparti Choctaw e bande di “Light Horse” (la polizia a cavallo). Inizia una caccia all’uomo su larga scala verso la Red River, soglia tra Nazioni e Texas. I fuggitivi – stremati dalla marcia, affamati, con bambini al seguito – resistono a tratti, ma la pressione si fa insostenibile: il 28 novembre, a circa 11 km (7 miglia) a nord del fiume, la colonna viene raggiunta e catturata quasi senza combattere.

Il rientro è una sfilata di punizione attraverso giurisdizioni tribali: i Creek restituiscono i propri fuggitivi, i Choctaw fanno lo stesso, i Cherokee riportano gli schiavi ai Vann. Il processo ai presunti “capi della rivolta” è rapido e mirato. In realtà, di processo ha ben poco, si tratta più che altro di una lettura di capi di accusa e, vi assicuro, che leggere “ricerca della libertà” tra questi ultimi è quasi grottesco. Insomma, i Vann giustiziano cinque uomini per gli omicidi di Edwards e Wilson. Molti altri sono redistribuiti a lavori durissimi (ad esempio, come fuochisti sui battelli dei Vann), con sorveglianza rafforzata e esempi punitivi per spezzare la volontà di fuga. La notizia corre nel Territorio Indiano e oltre: tra 1842 e 1851 quasi trecento neri in Territorio tenteranno la via del Messico o – verso nord – delle future regioni libere, segno che la rivolta non reprime, ma incoraggia le aspirazioni di libertà. Sinceramente non sono riuscito a trovare fonti certe di schiavi che “ce l’hanno fatta”, ma se devo lasciare le vesti di storico mi piace immaginare che alcuni di loro siano riusciti a vivere liberi in Messico.

Ritorno su un punto, anzi, su vari punti, ossia la famiglia di otto liberata, i bambini che rallentano la colonna, la scelta di armarsi per sottrarli alla ricattura. C’è qualcosa che sposta il baricentro morale: non è fuga individuale, è cura collettiva che accetta il rischio massimo. Ogni volta che rileggo questo passaggio, penso che la miglior definizione di politica sia «decidere con chi vuoi correre il pericolo».

Le Conseguenze

La conseguenza immediata, sul piano legale, è una stretta normativa. Il 2 dicembre 1842 la Nazione Cherokee approva l’“Act in Regard to Free Negroes”: i neri liberi che entrino o risiedano senza autorizzazione devono essere espulsi; chiunque (nero libero o no) aiuti una fuga rischia 100 frustate sulla schiena e l’immediata rimozione dal territorio. A latere, vengono rafforzati gli strumenti di polizia e “rescue companies” per intercettare fuggitivi e prevenire nuove partenze. È un salto di qualità nella statualità schiavista Cherokee, mutuata da quella degli europei.

Sul piano politico-sociale, la rivolta esaspera tensioni già presenti. L’eco della fuga rafforza reti clandestine verso il Messico: in Texas – allora repubblica indipendente, ma schiavista – i piantatori sanno che a sud di Matamoros l’aria è diversa e chiedono invano a Città del Messico accordi di riconsegna; il governo messicano rifiuta. L’idea che si possa fuggire a sud, non solo a nord, si consolida, e gli atti di resistenza degli anni Quaranta e Cinquanta portano spesso il sigillo di quella prima colonna partita da Webbers Falls.

Nel medio periodo, la rivolta del 1842 si intreccia con la storia dei Freedmen Cherokee (gli ex schiavi e i loro discendenti). Dopo la Guerra Civile e i trattati del 1866, i Freedmen ottengono cittadinanza nella Nazione Cherokee; ma dal tardo Ottocento in avanti e soprattutto in epoca recente, quella cittadinanza è contestata e talvolta negata.

Un altro effetto, più sottile, riguarda la storiografia. Per lungo tempo, i manuali hanno sorvolato sulla schiavitù in ambito nativo, o l’hanno trattata come parentesi marginale. Gli studi più recenti – da Theda Perdue a Christina Snyder, da Celia Naylor a Tiya Miles – hanno invece ricostruito con pazienza archivi tribali, vendite, testamenti, cronache missionarie, metten­do al centro famiglie afro-cherokee e la loro capacità di azione: matrimoni, conversioni, fughe, comunità.

Secondo Alaina E .Roberts, Assistant Professor of History alla University of Pittsburgh:

“Ancora nel 1860… i cittadini della Nazione Cherokee possedevano 2.511 schiavi (il 15% della loro popolazione totale), i cittadini Choctaw possedevano 2.349 schiavi (il 14% della loro popolazione totale) e i cittadini Creek possedevano 1.532 schiavi (il 10% della loro popolazione totale). I cittadini Chickasaw possedevano 975 schiavi, pari al 18% della loro popolazione totale, una proporzione equivalente a quella dei proprietari di schiavi bianchi nel Tennessee, un ex vicino della Nazione Chickasaw e un grande Stato schiavista”

Memoria pubblica e nodo morale

Oggi la rivolta è sempre più ricordata—in musei locali, documentari, articoli divulgativi—come “parte scomoda” della storia Cherokee, ma anche come pagina di resistenza nera troppo a lungo invisibile. Non si tratta di scaricare colpe a posteriori: piuttosto di tenere insieme due verità. La prima: i Cherokee furono vittime di una politica coloniale spietata; la seconda: settori delle élite Cherokee furono parte attiva di un ordine schiavista che rese possibile il 1842. Come ho scritto più volte qui su Zhistorica, la maturità di una memoria sta nel sopportare queste doppie luci senza cercare scorciatoie.

Bibliografia essenziale (5 volumi)

  1. Theda Perdue, Slavery and the Evolution of Cherokee Society, 1540–1866, University of Tennessee Press, 1979.
  2. Christina Snyder, Slavery in Indian Country: The Changing Face of Captivity in Early America, Harvard University Press, 2010.
  3. Celia E. Naylor, African Cherokees in Indian Territory: From Chattel to Citizens, University of North Carolina Press, 2008.
  4. Daniel F. Littlefield Jr., The Cherokee Freedmen: From Emancipation to American Citizenship, Greenwood Press, 1978.
  5. Tiya Miles, Ties That Bind: The Story of an Afro-Cherokee Family in Slavery and Freedom, University of California Press, 2005.

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