Indonesia 1965: Esercito e Jihad massacrano i Comunisti (o presunti tali)
Indonesia 1965: Esercito e Jihad massacrano i Comunisti (o presunti tali). Argomento spinoso, maledettamente spinoso. Tra il 1959 e il 1965 l’Indonesia vive la “Democrazia Guidata” di Sukarno, un fragile equilibrio tra nazionalisti–islamici–comunisti tenuto insieme dal carisma del presidente. Tuttavia, il Partito Comunista Indonesiamo (PKI) cresce fino a milioni di iscritti e decine di milioni nelle organizzazioni di massa e fa girare le palle letteralmente a tutti: proprietari terrieri, esercito e milizie islamiche. La congiuntura peggiora: inflazione a tre cifre, crisi alimentare ed energetica, la questione aperta con la Malesia, la salute incerta di Sukarno e strane voci su un consiglio di generali nemici del presidente.
In questo clima di sospetto reciproco, nella notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965 un gruppo che si presenta come Gerakan 30 September rapisce e uccide sei generali a Giacarta. All’alba, il buon generale Suharto (che ha nel cv anche il comando di un battaglione filo-giapponese nella Seconda Guerra Mondiale) assume il controllo dei nodi militari, attribuisce l’azione al PKI e inaugura una campagna nazionale di arresti e “bonifica” che, nel giro di settimane, verrà capillarmente delegata a comandi territoriali e reti locali, trasformandosi in uccisioni di massa.

Qui è bene precisare che non fu una guerra civile spontanea, ma un massacro deliberato, un “politicidio” tremendamente vicino al genocidio. In pochi mesi furono uccisi centinaia di migliaia di civili e oltre un milione incarcerati, spesso senza armi né capi d’accusa, in una campagna organizzata “dall’alto” e poi delegata “verso il basso” a reti locali. L’interesse dei media occidentali fu relativamente basso, nonostante la magnetudine complessiva (con cifre conservative che si aggirano intorno al milione di morti) sia stata mostruosa. La storiografia più solida (perdonatemi, ma mi limito a Robinson e Melvin, che trovate anche nella bibliografia qui sotto) mostra che i comandi territoriali dell’esercito incoraggiarono arresti e omicidi, variando da provincia a provincia l’equilibrio tra detenzione e strage a seconda degli obiettivi e delle risorse disponibili.
Il meccanismo di cooperazione fu duplice. Da un lato, l’esercito armò, addestrò e autorizzò gruppi giovanili e religiosi di stampo islamico e anticomunisti, fornendo liste di militanti da “prelevare” e coordinando la custodia dei detenuto. Dall’altro, mobilitò organizzazioni civili già radicate: in Giava Orientale e Centrale militanti di Nahdlatul Ulama operarono spesso congiuntamente ai distretti militari; a Medan documenti d’epoca registrano prediche e circolari di Muhammadiyah che presentavano l’uccisione dei PKI come jihad o dovere religioso; a Sumatra settentrionale e a Bali entrarono in azione fronti giovanili nazionalisti. Insomma, con tutte le variazioni del caso, si riesce a vedere un pattern: liste di proscrizione capaci di far scendere una lacrima di commozione a Silla, arresto notturno, trasferimento in siti di raccolta e detenzione o esecuzione da parte di squadre miste (islamici e nazionalisti fecero meno prigionieri di tutti).
A rendere “accettabile” la violenza contribuì una guerra psicologica condotta da media militari e alleati. In particolar modo, funzionarono i richiami alla Jihad e le accusa al Gerwani (movimento femminista poi legatosi al PKI) di torture, violenze e depravazioni di ogni sorta.
Vari attori esterni approvarono o agevolarono: carte declassificate mostrano che l’Ambasciata USA seguì in tempo reale le esecuzioni e sostenne economicamente lo sforzo dell’esercito e lo stessa dicasi per gli emissari UK. Nel complesso, l’appoggio occidentale era motivato dalla funzione anticomunista della purga.
Come al solito ho scritto troppo quindi alla fine almeno una sistematina in articolo la faccio (giusto per evitare di perderlo in caso di purghe zukkiane). Tornando alla purga del 1965–66 ridisegnò l’Indonesia: il PKI fu messo fuori legge, un milione di persone perse la vita e la prigione-isola di Buru si riempiù come un uovo e stesso dicasi per i campi di lavoro forzati. Su questa tabula rasa, il buon Suharto costruì il Nuovo Ordine: l’esercito divenne architrave dello Stato e l’imprese estere rientrarono con la legge sugli investimenti del 1967, riallineando l’economia al blocco occidentale. Il regime di Suharto diventò bem presto uno dei più corrotti del continente.
Lato media, date un’occhiata ai film dell’epoca, perché trasformarono le stragi in “salvezza nazionale”. Solo dopo il 1998, dopo il ritiro dalla scena di Suharto, si aprirono spazi per testimonianze, ricerche e memoriali, ma senza giustizia penale sistemica.
BIBLIOGRAFIA
- Geoffrey B. Robinson, The Killing Season (Princeton, 2018);
- Geoffrey Robinson, “Down to the Very Roots,” Journal of Genocide Research (2017);
- Jess Melvin, The Army and the Indonesian Genocide (Routledge, 2018);
Sul nostro sito non troverai mai banner pubblicitari. Puoi supportare l’attività del Centro Studi Zhistorica acquistando le nostre pubblicazioni:
▶ spedizione gratuita con pacco tracciato e assicurato.
▶ copie firmate, con segnalibro e card HD in omaggio
Puoi acquistare dal nostro portale:
👉 bit.ly/ZhistoricaStore
o su Amazon:
👉 Zodd. Alba di Sangue
👉 Zodd 2. Inferno di Sangue
👉 I Padroni dell’Acciaio
👉 Gotz von Berlichingen
👉 Ascanio della Corgna





