Gli Ultimi Schiavi arrivati in USA
Un storia lunga, quella della tratta atlantica, e tremendamente dolorosa. Ma quali furono gli ultimi schiavi e quale l’ultima nave a portarli negli attuali USA? Parliamo della Clotilda, arrivata di nascosto nella baia di Mobile (Alabama) nell’estate 1860, più di cinquant’anni dopo che l’importazione di schiavi era stata messa fuorilegge (1808). Finanziata dall’armatore Timothy Meaher (figlio di un immigrato irlandese) e comandata dal capitano William Foster, la Clotilda impiegò 126 giorni a trasportare da un lato all’altro dell’atlantico 110 africani (2 morirono durante il viaggio). Per cancellare le prove, appena sbarcati i prigionieri su chiatte fluviali, l’equipaggio incendiò e affondò l’imbarcazione nel delta del Mobile. Il relitto è stato identificato solo pochi anni fa, nel 2019. Meaher si è sempre vantato di aver portato a termine questa ultimo episodio della tratta anche per scommessa: dimostrare di poter eludere la legge federale e i pattugliamenti della US Navy. Il viaggio infatti fu organizzato con una nave piccola, senza stive adatte al trasporto di un gran numero di schiavi, per passare inosservata. Dopo lo sbarco notturno nei canneti, i prigionieri vennero smistati tra piantagioni della famiglia Meaher e soci, spezzando deliberatamente legami di parentela per evitare ribellioni. Per anni, a Mobile, tutti “sapevano” ma nessuno testimoniò: l’assenza di un relitto e di registri rese impossibile perseguire i responsabili.
Gli schiavi erano stati acquistati a Ouidah (oggi Benin) dopo spedizioni di razzia dell’esercito del regno del Dahomey, che catturava abitanti di villaggi dell’entroterra (soprattutto yoruba e fon) e li vendeva al grande mercato costiero. Abbiamo parlato proprio del Dahomey in un post di ieri. Molti racconti dei sopravvissuti, come quello di Cudjo Lewis (Oluale Kossola), parlano di villaggi assaltati all’alba, marce forzate verso la costa, e della compravendita sulla spiaggia di Ouidah prima dell’imbarco su scialuppe e poi sulla Clotilda per la traversata.

Quelle razzie rifornivano un mercato illegale da decenni ma ancora discretamente redditizio per mercanti locali e intermediari atlantici. Nei barracoon (i recinti in riva al mare dove si tenevano i prigionieri prima dell’acquisto) i prigionieri venivano marchiati, selezionati e scambiati contro tessuti, armi, alcool e polvere da sparo. Il capitano Foster caricò la nave in fretta, travestendo il carico umano con false dichiarazioni e scegliendo una rotta che evitasse le stazioni navali britanniche e americane.
Dopo la Guerra Civile e l’Emancipazione (1865), i sopravvissuti della Clotilda, impossibilitati a tornare in Africa, acquistarono terreni a nord di Mobile e fondarono Africatown, una comunità autonoma dove conservarono lingua, usi e memoria della cattura. Lì ricrearono reti parentali spezzate, costruirono chiese e scuole, e negoziarono lavoro salariato in un Sud che restava ostile ai neri liberi. La loro storia fu trasmessa oralmente per decenni, ha trovato una eco mondiale con la pubblicazione dello strepitoso Barracoon (rislanete al 1927 ma pubblicato nel 2018, cercate per quale motivo che è curioso).
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