La distruzione di Safed nel 1660 e la lunga crisi della Galilea ottomana

Nel 1635 il sultano Murad IV ordina l’esecuzione a Costantinopoli di Fakhr al-Dīn II, conosciuto nelle fonti italiane come Faccardino, emiro druso della dinastia Maʿn e protagonista, per quasi quarant’anni, di uno dei più ambiziosi tentativi di costruire un dominio autonomo all’interno dell’Impero ottomano. Faccardino ha saputo approfittare delle rivalità tra i governatori provinciali, delle difficoltà incontrate dalla Sublime Porta nell’amministrazione delle regioni montuose e della crescente importanza economica dei porti levantini, estendendo la propria influenza dal Monte Libano verso la Galilea. Ha inoltre stabilito rapporti diplomatici con il Granducato di Toscana, dove soggiorna tra il 1613 e il 1615, entrando in contatto con Cosimo II de’ Medici e con un ambiente politico e militare dal quale spera di ottenere sostegno, armamenti e conoscenze utili al rafforzamento dei propri territori.

Le sue ambizioni sono considerevoli, benché sia opportuno distinguere l’effettiva amministrazione dei distretti sottoposti alla sua autorità dalle rivendicazioni, dalle alleanze e dalle temporanee occupazioni che le fonti attribuiscono all’emiro. Se lo presentassi come il sovrano di uno Stato compatto esteso da Aleppo ai confini dell’Egitto direi qualcosa di fuorviante, perché la sua potenza dipende soprattutto da una combinazione di incarichi conferiti dagli stessi Ottomani, accordi con famiglie locali, controllo delle entrate fiscali e capacità di mobilitare uomini armati. Dopo una serie di campagne nelle quali Istanbul tenta di ridimensionarne l’autorità, Faccardino viene definitivamente sconfitto nel 1633, catturato e condotto nella capitale, dove due anni più tardi trova la morte. Il suo progetto politico finisce sicuramente con lui, ma le strutture di potere che lo avevano reso possibile sopravvivono alla sua esecuzione, continuando a condizionare per decenni i rapporti tra il governo imperiale e le popolazioni della Siria meridionale.

Sul Monte Libano (che qui intendo nella sua interezza geografica e istituzionale) le famiglie druse, i notabili cristiani, i proprietari terrieri e gli appaltatori delle imposte mantengono una notevole capacità di iniziativa, mentre nella Galilea settentrionale l’autorità effettiva cambia spesso secondo la forza militare dei singoli governatori e la convenienza delle alleanze locali. La contrapposizione tra le due grandi coalizioni tradizionalmente indicate come Qays e Yaman attraversa queste rivalità, pur senza esaurirne le cause, perché i rapporti tra le famiglie sono determinati anche dall’accesso agli incarichi amministrativi, dalle entrate dei villaggi e dalla possibilità di ottenere il riconoscimento della Porta. Per comprendere la crisi del 1660 bisogna inoltre ricordare il funzionamento dell’iltizam, il sistema attraverso il quale la riscossione di determinate entrate veniva affidata, dietro pagamento, a concessionari fiscali che potevano disporre di propri uomini e di una considerevole autonomia operativa.

L’enorme territorio controllato da Fraccardino nel 1630

In breve, un governatore nominato a Costantinopoli possiede dunque un’autorità formalmente superiore a quella dei capi locali, ma per esercitarla deve spesso negoziare proprio con coloro che dovrebbe controllare. Quando nel 1658 muore l’emiro Mulhim Man, nipote di Faccardino e principale erede della sua influenza regionale, questo equilibrio già precario comincia a disgregarsi. La successione apre una durissima competizione che coinvolge i figli Ahmad e Qurqumaz, altri capi drusi, funzionari ottomani e potentati intenzionati a sottrarre ai Man le rendite e le prerogative accumulate nel corso del secolo. Il casino piantato dai contendenti non piace affatto a Istanbul, che decide di riorganizzare l’amministrazione della regione, istituendo l’eyalet di Sidone e riunendo sotto un nuovo governatore territori precedentemente legati alla provincia di Damasco, fra i quali Sidone-Beirut e Safed. L’obiettivo è recuperare il controllo delle entrate, rafforzare l’autorità imperiale lungo la costa e, soprattutto, impedire che un’altra famiglia possa concentrare nelle proprie mani un potere paragonabile a quello esercitato da Faccardino.

Le coste del Levante sono ormai inserite in circuiti commerciali che collegano l’entroterra siriano ai mercanti francesi, inglesi e italiani, quindi chi controlla le strade, i villaggi produttori, i mercati e i punti d’imbarco può ricavare somme considerevoli, ed è precisamente intorno a queste risorse che si sviluppano molte delle rivalità locali. La decisione di creare una nuova provincia, tuttavia, non comporta l’immediata sottomissione dei territori che dovrebbero farne parte. Negli anni successivi il confronto tra la dinastia Man, le autorità provinciali e i loro rispettivi alleati assume un carattere apertamente militare, coinvolgendo comunità che fino a quel momento avevano cercato di sopravvivere attraverso la fedeltà al governatore di turno, il pagamento delle imposte e la protezione dei notabili locali.

Fra le città maggiormente esposte alla crisi c’è Safed, situata sulle alture della Galilea e conosciuta nel mondo ebraico con il nome di Tzfat, uno dei centri culturali e religiosi più importanti dell’intero Levante ottomano. Per comprendere la gravità degli avvenimenti del Seicento bisogna risalire almeno al secolo precedente, quando la comunità ebraica locale aveva visto l’arrivo di numerosi ebrei da altre regioni del Mediterraneo (soprattutto dalla Spagna dopo la cacciata del 1492), cosa che aveva contribuito alla crescita economica e intellettuale della città. Nel Cinquecento Safed aveva ospitato figure come Joseph Caro, autore dello Shulchan Aruch, Moses Cordovero e Isaac Luria, protagonisti di una stagione di straordinaria elaborazione religiosa, durante la quale gli studi cabalistici avevano attirato allievi da molte comunità della diaspora. Accanto alle scuole rabbiniche erano sorte una miriade di attività manifatturiere e commerciali legate soprattutto alla lavorazione della lana e dei tessuti, e per alcuni decenni Safed sembrava sul punto di diventare il centro di gravità del mondo ebraico. Anche la presenza di una tipografia ebraica, attiva nella seconda metà del XVI secolo, testimonia il livello raggiunto da quella comunità. Nel Seicento, tuttavia, parte di questa prosperità appartiene già al passato. La concorrenza commerciale e la crescente pressione fiscale hanno cominciato a ridurre la ricchezza cittadina, mentre Gerusalemme sta progressivamente attirando una quota crescente della vita religiosa ebraica della regione. Safed conserva comunque una popolazione ebraica importante, e continua a ospitare botteghe, sinagoghe, istituzioni di studio e famiglie che mantengono rapporti con le comunità di Damasco, Sidone e delle altre città ottomane. Quando le lotte per il controllo della Galilea si intensificano, questo patrimonio si trova esposto alla violenza di uomini armati che considerano i centri urbani una fonte immediata di denaro e beni da requisire.

Le cronache e le tradizioni posteriori ricordano gravi devastazioni a Safed e Tiberiade, collocandole generalmente tra il 1660 e il 1662 e attribuendole a incursioni di contingenti drusi provenienti dal Libano. Gli abitanti di Safed subiscono saccheggi, perdite economiche e una profonda insicurezza, mentre una parte della popolazione cerca rifugio nei villaggi vicini o raggiunge centri più protetti, fra i quali Gerusalemme e Sidone. Alcuni ebrei rimangono, e lo testimonia il fatto che il movimento messianico di Sabbatai Zevi vi trova sostenitori nel 1665, e il mercante e viaggiatore francese Laurent d’Arvieux, che visita la regione attorno al 1660, fornisce a sua volta testimonianze preziose sulla popolazione locale e sul significato religioso che Safed continua a rivestire. Per Tiberiade la situazione appare ancora più grave, perché la città, che nel Cinquecento aveva conosciuto un tentativo di rilancio legato ai progetti di Joseph Nasi e della sua famiglia, entra in una lunga fase di decadenza e spopolamento. Anche in questo caso, però, la cronologia esatta e le cause del declino non sono del tutto pacifiche, poiché alle guerre locali si sovrappongono difficoltà economiche e, secondo alcune ricostruzioni, danni provocati da eventi naturali. L’identificazione di una singola incursione come causa esclusiva dell’abbandono rischia pertanto di semplificare un processo più lungo. Rimane il fatto che le violenze degli anni Sessanta colpiscono duramente la popolazione ebraica e rendono manifesta la fragilità della protezione garantita dalle autorità imperiali. Il governo ottomano può nominare un pascià, trasferire un distretto da una provincia all’altra e ordinare una spedizione militare, ma dispone di strumenti assai meno efficaci per proteggere stabilmente ogni strada e ogni centro abitato.

Di fatto, per le popolazioni della Galilea gli ottomani sono un padrone lontano e avido che vorrebbero ascoltare il meno possibile. Le loro fortune dipendono ancora in larga misura dagli accordi conclusi con le famiglie dominanti, dalla disponibilità di uomini armati e dalla possibilità di pagare il prezzo della sicurezza. Le milizie coinvolte nelle lotte dinastiche non agiscono sempre secondo una netta distinzione tra combattenti e non combattenti, mentre gli abitanti delle città, privi di una forza sufficiente a difendere autonomamente quartieri e attività, sono costretti a scegliere tra il pagamento di nuove imposizioni, la ricerca di un protettore e la fuga. Le appartenenze religiose incidono naturalmente sulle solidarietà e sulla posizione delle diverse comunità, ma la crisi nasce da un sistema politico nel quale la coercizione rimane distribuita fra numerosi soggetti e la capacità di riscuotere denaro dipende spesso dalla disponibilità di uomini disposti a impugnare le armi.

Nazareth, al centro di un’area fortemente spopolata nel 1839

La ripresa della Galilea richiede molti decenni e procede in maniera diseguale, perché il ritorno della sicurezza non dipende da un’unica decisione presa a Istanbul e neppure coincide con la definitiva scomparsa delle rivalità locali. Dopo la crisi degli anni Sessanta del Seicento, Safed mantiene una presenza ebraica che attraversa ulteriori difficoltà economiche e demografiche, mentre Tiberiade fatica a recuperare una popolazione stabile e attività sufficienti a sostenerla. La svolta si produce nel corso della prima metà del Settecento, quando nella Palestina settentrionale emerge progressivamente l’autorità di Zāhir al-ʿUmar, destinato a esercitare, per diversi decenni, un potere molto esteso sulla Galilea e su parte della costa. La sua ascesa avviene all’interno dello stesso sistema di concessioni fiscali, alleanze familiari e riconoscimenti ottomani che aveva favorito i Maʿn un secolo prima, benché le condizioni economiche e politiche siano ormai profondamente cambiate.

Zāhir comprende il valore di una regione attraversata dalle vie commerciali fra la Siria interna e il Mediterraneo, ricca di terreni agricoli e sempre più importante per la produzione del cotone destinato ai mercati europei. Il suo potere si consolida attraverso la conquista o l’assoggettamento di centri strategici, la costruzione di fortificazioni, l’organizzazione di forze militari fedeli e la capacità di offrire ai mercanti condizioni relativamente favorevoli. Per i produttori agricoli e per gli abitanti delle città la stabilità costituisce una necessità immediata, perché permette di coltivare i campi senza il timore di requisizioni continue, di trasportare merci lungo le strade e di riaprire attività che richiedono investimenti e una clientela regolare. Intorno al 1740 la politica di Zāhir assume un significato particolarmente importante per Tiberiade, dove il governante favorisce il ritorno di una comunità ebraica organizzata e invita il rabbino Ḥayyim Abulafia, allora residente a Smirne, a trasferirsi nella città sul lago. Abulafia accetta e diviene una delle figure centrali della rinascita religiosa locale, contribuendo al ripristino delle istituzioni comunitarie e alla ricostituzione di una presenza ebraica più consistente.

La tradizione attribuisce a Zāhir il sostegno alla ricostruzione di sinagoghe, abitazioni e infrastrutture, inserendo queste iniziative in un più ampio progetto di ripopolamento e sviluppo economico. La scelta possiede una sua logica politica, perché il governante ha interesse ad attirare famiglie capaci di esercitare mestieri, mantenere contatti commerciali e partecipare alla vita economica della città. La protezione accordata agli immigrati ebrei non richiede necessariamente di attribuirgli una concezione moderna della tolleranza religiosa, categoria che rischierebbe di risultare anacronistica, ma dimostra la sua capacità di utilizzare l’insediamento di comunità diverse come uno strumento di rafforzamento del territorio. Negli stessi decenni il suo sistema di potere si estende verso la costa e trova in Acri il proprio centro commerciale più importante, grazie ai traffici del cotone e ai rapporti con gli operatori europei. Safed partecipa in misura diversa a questa fase di riassetto e conserva una comunità ebraica che, pur attraversando notevoli oscillazioni demografiche, mantiene vive alcune istituzioni religiose e commerciali. Non recupera tuttavia il primato intellettuale che aveva esercitato nel Cinquecento, quando le scuole rabbiniche e cabalistiche avevano fatto della città un riferimento per comunità disperse lungo tutto il Mediterraneo.

Del resto, la ripresa della Galilea settecentesca non deve essere immaginata come un periodo ininterrotto di pace. Anche Zāhir al-ʿUmar deve affrontare spedizioni militari, oppositori locali, pressioni dei governatori ottomani e nuove lotte per il controllo delle rendite, fino alla morte nel 1775, quando l’intervento delle forze imperiali mette fine alla sua lunga esperienza di autonomia.

Il fenomeno, naturalmente, non appartiene soltanto al Medio Oriente. Nell’Europa del Cinquecento, per esempio, le guerre private condotte da cavalieri come Götz von Berlichingen, le rivalità fra principati e città imperiali e la difficoltà di applicare in modo uniforme le decisioni dell’autorità centrale offrono esempi differenti di un problema in parte simile. I contesti istituzionali sono molto diversi e sarebbe sbagliato sovrapporli, ma in entrambi i casi la pace dei mercati e la sicurezza delle strade dipendono dalla concreta distribuzione del potere militare più che dalla sola esistenza di un’autorità sovrana.

Nella Galilea ottomana questa condizione appare con particolare evidenza attraverso le vicende di Safed e Tiberiade, due città la cui storia attraversa il passaggio dalla prosperità cinquecentesca alla crisi del Seicento e, infine, ai tentativi di rinascita promossi dai governanti locali nel secolo successivo. La morte di Faccardino nel 1635 non determina direttamente le devastazioni di venticinque anni dopo, ma segna una tappa nella trasformazione degli equilibri regionali che avrebbe contribuito a produrle. Allo stesso modo, la rinascita di Tiberiade sotto Zāhir al-ʿUmar non rappresenta una semplice restaurazione del passato, soprattutto perché crea, almeno in parte, il germe di quel “nazionalismo” arabo (che è più un sentimento anti-ottomano che un nazionalismo vero e proprio) che verrà corroborato dall’ondata dei nazionalismi europei e dall’arrivo di inglesi e francesi nella regione.

Bibliografia essenziale

1. Abdul-Rahim Abu-Husayn, The View from Istanbul. Lebanon and the Druze Emirate in the Ottoman Chancery Documents, 1546–1711, I.B. Tauris, 2004. Fondamentale per ricostruire i rapporti fra la dinastia Maʿn e il governo ottomano, attraverso la documentazione della cancelleria imperiale.

2. Kais M. Firro, A History of the Druzes, vol. I, Brill, 1992. Uno dei riferimenti principali per la storia politica delle comunità druse, delle loro famiglie dominanti e delle rivalità che interessano il Monte Libano e la Galilea.

4. Jacob Barnai, The Jews in Palestine in the Eighteenth Century. Under the Patronage of the Istanbul Committee of Officials for Palestine, University of Alabama Press, 1992. Utile per ricostruire la condizione delle comunità ebraiche nella Palestina ottomana, i processi migratori e la ricostituzione degli insediamenti nel Settecento.

5. Thomas Philipp, Acre. The Rise and Fall of a Palestinian City, 1730–1831, Columbia University Press, 2001. Uno studio di riferimento per la formazione del potere di Zāhir al-ʿUmar, lo sviluppo del commercio del cotone e i rapporti fra governanti locali, autorità ottomane e mercanti europei.

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