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Corsari Barbareschi in Islanda: l’Incursione del 1627

Nel 1627, un gruppo di Corsari Barbareschi portò a termine una devastante incursione in territorio islandese. In quel periodo, l’Islanda contava circa 50.000 abitanti. Le navi nordafricane tornarono in patria con oltre 400 schiavi.

Dopo aver passato dieci anni al servizio di padroni arabi, berberi e turchi, 27 islandesi riuscirono a tornare a casa. Qui sotto troverete porzioni della narrazione fatta da uno di loro a tre anni dalla sua riduzione in catene.

La cattura, il viaggio e la schiavitù attraverso gli occhi di chi la stava sperimentando in prima persona.

Lettera scritta da Guttormur Hallsson in terra barbaresca e arrivata in Islanda nell’anno 1631

Vorrei farvi capire, in poche righe, come ce la siamo cavata io e i miei concittadini fino ad oggi.

Come ben sapete, sono stato catturato e strappato dalla mia terra il 6 luglio 1627. I pirati turchi radunarono tutte le persone catturate e fecero rotta verso sud, in direzione delle Isole Westman (Vestmannaeyjar), dove si avventarono sugli abitanti come lupi affamati di sangue su una carogna.

L’Incursione del 1627 fu probabilmente organizzata da Murat Reis il Giovane, al secolo Jan Janszoon van Haarlem. Jan era un corsaro olandese cui era stato affidato l’incarico di attaccare le navi spagnole durante la Guerra degli Ottanta Anni. La sua idea era però quella di lavorare in modo autonomo, arrembando navi provenienti da ogni paese (facendosi passare ora per spagnolo, ora per olandese o anche per turco). Il destino volle che, mentre batteva le coste delle Canarie (1618), fosse proprio un bastimento turco a catturarlo assieme al suo equipaggio. Alcuni narrano che Jan si convertì all’Islam di sua sponte, altri che fu costretto, ma il punto fondamentale rimane quello che Murat Reis divenne un corsaro di tutto rispetto. In quel periodo, Algeri viveva prevalentemente di pirateria (che rimase la prima fonte di guadagno della città fino all’inizio del XIX secolo) e contava parecchi avventurieri olandesi (convertiti all’islam) al comando di imbarcazioni corsare, fra cui il comandante e il primo ufficiale dell’imbarcazione su cui serviva Murat Reis. Ben presto però, Algeri concluse diversi trattati con le potenze europee, perdendo la sua posizione privilegiata per il traffico di schiavi bianchi e merci rubate. Murat passò quindi a Salè, una vera e propria capitale corsara e, nel 1627, prese possesso per ben 5 anni dell’isola inglese (costa occidentale) di Lundy, che utilizzò come base per le sue scorrerie nei paesi nordici. Fu proprio un prigioniero danese a rivelargli la rotta per l’Islanda.

Bruciarono gli edifici, torturarono e uccisero molte persone e imbarcarono tutti quelli avevano catturato come crudeli segugi da caccia. Ma di sicuro conoscerete bene tutti questi fatti, che oggi immagino siano di dominio pubblico in tutta l’Islanda.

islanda 1590

Mappa dell’Islanda di fine XVI secolo

I Pirati Turchi ripartirono dalle Westman Islands, il 20 luglio. Sia l’Islanda che queste ultime sparirono dietro di noi.

In tutto c’erano tre navi, con a bordo un totale di 400 islandesi. Seguimmo i venti notte e giorno per tre settimane, finché non arrivammo in questa terra straniera. Era il 12 agosto. Il nome di questa terra è Arabia. Quello della zona in cui ci portarono è Barbaria (costa barbaresca). La città dove sono in questo momento è chiamata Arigiel o Arsiel (Algeri).

Durante il viaggio, soffrimmo momenti miserabili e disgraziati. Noi Islandesi eravamo sballottati da un posto all’altro, e dovevamo stare sdraiati quasi l’uno sull’altro nella stiva. La nave su cui ero imbarcato io trasportava circa cento persone, giovani e vecchi. Le grida e i lamenti di quelle povere anime vi avrebbero stupito. Sulla nave morirono due donne: la moglie di Rafn e una donna di Gautavík.

I Pirati gettarono in acqua, ancora viva, una donna anziana di Búlandsness. Altri due uomini morirono all’arrivo in Barbaria. E anche il Reverendo Jon e Katrìn, che erano stati catturati con me, morirono. Di tutti gli altri di cui sono a conoscenza (eccezion fatta per Jón Egilsson e Jón il falegname) solo pochi di quelli catturati nella parte orientale dell’Islanda sono già morti. Ma Dio solo sa quanto hanno sofferto.

Dopo il nostro arrivo ad Algeri, passammo una settimana imprigionati lì. Una grande folla veniva ad osservarci, perché avevamo delle caratteristiche fisiche molto rare per loro. Molte delle donne pagane (ossia islamiche), sia bianche che nere, avevano pietà di noi e scuotevano la testa piangendo. Qualcuna di loro diede monete o del pane ai bambini. Poco dopo, fummo portati a gruppi al mercato degli schiavi, per essere venduti come pecore.

Il primo a scegliere fu il re. In base alla tradizione, egli aveva diritto a 1/8 del bottino. In seguito, i prigionieri rimanenti furono portati al mercato dove si vendevano gli schiavi Cristiani.

Nessuno voleva comprarci. Pensavano fossimo gente stupida, debole e ignorante. Inoltre, non avevamo le abilità richieste per il duro lavoro richiesto in queste terre. Sapevano anche, ed era la verità, che dalla nostra umile isola non avrebbero ricevuto alcun pagamento in argento per il nostro riscatto, quindi nessuno si faceva il problema di comprarci. Alla fine capimmo che ormai eravamo destinati a vivere qui, come schiavi, fino alla morte.

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Mercato degli Schiavi ad Algeri

Alla fine riuscirono a venderci, separandoci così gli uni dagli altri, provocando pianti di dispiacere e urla di dolore. Nessuno di noi poteva più sapere cosa stesse accadendo agli altri. Solo con il trascorrere del tempo le persone vennero a conoscenza di ciò che era accaduto e dove si trovavano gli altri.

C’è un’enorme differenza fra i diversi padroni. Alcuni prigionieri hanno padroni buoni e gentili, ma alcuni sfortunati si trovano a servire tiranni con il cuore di pietra, selvaggi e crudeli, che li trattano sempre malissimo e li costringono al lavoro e alla fatica con abiti miseri e poco cibo; li tengono inoltre in catene dalla mattina alla sera.

Molti hanno dovuto sopportare percosse ingiuste. Solo Dio in Cielo sa cosa abbiamo dovuto soffrire noi Cristiani, in questo terribile luogo, per mano di questi crudeli criminali. Ora non dirò più nulla in proposito. Nostro Signore conosce la malvagità che trasuda da questa città. Non c’è nulla qui, a parte orrore e paura, lamenti e liti, morti e omicidi, superbia e arroganza e possessione demoniaca, giorno dopo giorno. Posso davvero affermare che qui noi viviamo dei tormenti terreni, ma che Dio, nella sua infinita grazia, ci aiuta ad andare avanti.

Il mio padrone oggi è un Turco piuttosto anziano, ma sua moglie è giovanissima e hanno quattro figli piccoli. Sono sempre stati gentili con me, specialmente la moglie, e non mi hanno mai insultato o colpito. Quando il padrone mi rimprovera urlando – e i Turchi si arrabbiano con estrema facilità – la sua rabbia scende velocemente grazie agli interventi pacati della moglie. Lode a Dio! Egli si è dimostrato clemente nei miei confronti, supportandomi quotidianamente in questa terra straniera.

Molti uomini dicono di aver sofferto qui, ma forse per le donne la sofferenza è ancora maggiore, perché questi diavoli spingono le donne e le forzano a rinunciare al loro Signore e Creatore. Ma Dio ha supportato molte donne in questa battaglia gloriosa, e queste sono riuscite a preservare la loro fede fino ad oggi, cosa per cui dobbiamo ringraziare Dio.

Le donne costano più degli uomini, e più sono giovani, più sale il loro prezzo. Il mio padrone mi ha pagato 60 dalers; altri costano 10, alcuni 200, altri 400 o 150 o 40 ecc. Molti dei Cristiani provenienti dagli altri paesi costano fra i 50 e i 70 dalers (moneta svedese e norvegese, da thaler, la moneta d’argento introdotta nel Regno di Boemia nel 1518 e divenuta di grande diffusione in tutta Europa. La parola dollar deriva proprio da thaler).

Molti Cristiani prigionieri hanno ottenuto la libertà grazie al riscatto pagato da amici o parenti. I soldi necessari passano attraverso le navi mercantili che arrivano qui dall’Italia, perché a queste è permesso navigare e commerciare qui e i Corsari non le attaccano.

Ma tutte le altre imbarcazioni che riescono a trovare, le prendono. Da quando sono qui, ossia due anni e mezzo, i Corsari hanno catturato più di 120 navi cariche di beni e persone (Tedesche, Inglesi, Olandesi, Francesi, Spagnole) e infatti hanno a disposizione un enorme numero di barche e schiavi. E quanto più guadagnano con la pirateria, più diventano più feroci e affamati.

I Turchi pensano che schiavizzare i Cristiani, rubare, uccidere, distruggere e indebolire la Cristianità siano parte del loro destino, un destino nobile ed eccelso.

Ci chiamano “diavoli” o “cani Cristiani”. Miei cari amici, è davvero dura qui! Sopportiamo un enorme peso e un grave dolore. I Turchi sono maledetti e senza Dio ogni giorno. Lo sono nel loro comportamento, nella loro arroganza altezzosa e fastidiosa. I capi Turchi pensano di essere le mani di Allah, e che nessun uomo sulla terra possa valere abbastanza per loro da togliersi il cappello al suo passaggio o esprimere riverenza nei suoi confronti.

sale marocco

Il porto corsaro di Salè a inizio XVII secolo. La “Repubblica di Salè”, gestita dai corsari, ebbe una vita breve (1627-1668) ma intensa.

Nelle loro moschee sono molto sfacciati. Se un Cristiano entra in una moschea, egli viene immediatamente preso e bruciato vivo. Se un Cristiano parla a un Turco, viene subito arrestato, legato a un cavallo e portato al luogo dell’esecuzione, dove viene bruciato o messo sul cavalletto. Da quando sono arrivato qui, molti Cristiani sono stati torturati e giustiziati in modo orribile.

Ci sono persone di ogni nazione qui nella Barbaria. Innanzitutto i Turchi, poi i Mori del Nord Africa e i Neri, ognuno dei quali ha una propria lingua. Poi ci sono gli Ebrei e quelli che hanno abbandonato il Cristianesimo per l’Islam. Gli schiavi Cristiani provengono da paesi diversi, in particolare ce ne sono a centinaia arrivati da Spagna, Francia, Germania, Inghilterra, Olanda, Danimarca, Italia, Grecia e India, oltre a quelli catturati in paesi più piccoli, isole e luoghi remoti. Si parlano talmente tante lingue differenti che non saprei da quale iniziare.


Gli Islandesi catturati nella parte orientale dell’isola furono messi in vendita, dopo aver separato gli uomini dalle donne, per primi. Le aste andarono avanti fino al 28 Agosto, giorno in cui quasi tutti gli Islandesi orientali erano stati venduti.

Nel secolo precedente a quello dell’Incursione, l’Islanda aveva passato un periodo molto movimentato. Cristiano III, Re di Danimarca dal 1535, introdusse il Protestantesimo nel suo regno, che comprendeva anche l’Islanda. A parte alcune infiltrazioni però, la dottrina di Lutero fu resa obbligatoria anche nell’isola solo nel 1538. I due vescovi cattolici islandesi, Ögmundur Pálsson e Jón Arason, si opposero con violenza alla decisione reale. Pur essendo spesso in lotta fra loro per il predominio temporale e spirituale sugli isolani, i due si allearono contro il nemico comune. Ögmundur fu il primo a cedere,  soprattutto a causa del suo protetto Gissur Einarsson (destinato ad assumere la sede vescovile dopo di lui), che manifestò ben presto simpatie luterane. Il vecchio vescovo si accorse troppo tardi dell’errore commesso, visto che nel 1541 fu catturato dai soldati danesi e portato in Danimarca, dove morì l’anno seguente. Per qualche tempo l’Islanda rimase “divisa” fra un vescovo Cattolico, Arason, e uno Luterano, Einarsson, ma alla fine prevalsero il Luterani…

Subito dopo, furono condotti al mercato degli schiavi gli Isolani delle Westman. Il mercato era un quadrato fatto di pietre circondato da posti a sedere. Il terreno era lastricato di pietre che sembravano scintillanti. Erano così perché venivano pulite ogni giorno, così come le case, e talvolta anche tre.

Questo mercato era nei pressi del palazzo dove risiedeva il Re locale, in modo che questi potesse raggiungerlo nel più breve tempo possibile. Alcuni prigionieri che sono qui da molto tempo (quelli rimasti Cristiani), mi hanno infatti raccontato che le leggi del luogo sulla divisione dei prigionieri sono le seguenti.

Innanzitutto, il comandante del vascello sceglieva due prigionieri per sé stesso. Poi il Re (se possiamo definirlo così) prendeva 1/8 degli uomini, 1/8 delle donne e 1/8 dei bambini rapiti durante l’incursione. Solo successivamente, gli schiavi rimasti venivano divisi in due gruppi, uno per i proprietari della nave e gli altri per i pirati (coloro che avevano portato a termine la razzia).

Noi, poveri Isolani delle Westman, fummo condotti al mercato degli sciavi in due gruppi da trenta. I Turchi controllavano il capo e la coda dei gruppi e contavano le teste dopo ogni angolo, perché gli abitanti della città non si facevano problemi a rubare gli schiavi quando ne avevano la possibilità.

Arrivati al mercato, ci sistemarono in circolo e ispezionarono le mani e il viso di ciascuno di noi. Poi il Re scelse da questo gruppo quelli che voleva per sé (1/8 del totale, come abbiamo già detto). La sua prima scelta fra i bambini fu il mio povero figlio undicenne, che non dimenticherò mai finché vivo anche per la grande profondità del suo intelletto. Quando me lo strapparono dalle mani, gli chiesi, in nome di Dio, di non rinnegare la sua fede e non dimenticare gli insegnamenti cristiani. Mi rispose, con grande dispiacere: “Non lo farò, padre mio! Possono usare il mio corpo come vogliono, ma terrò la mia anima fedele al mio buon Dio.”

Gli altri Islandesi furono spostati da un posto all’altro, e uno dei Turchi condusse due gruppi di dieci persone intorno a una colonna di pietra, dove urlò qualcosa che non riuscii a comprendere. Portarono mia moglie e me, assieme ai nostri due figli più piccoli (1 anno il primo, solo 1 mese il secondo),  nel palazzo del Re, e lì rimanemmo seduti, con i nostri figli in braccio, per oltre due ore. Passammo la notte seguente nelle prigioni del Re. Da quel momento, non ho più saputo nulla del destino occorso agli altri Islandesi. Ah! vorrei tranquillizzare e incoraggiare le persone con le mie parole, ma non ce la faccio.

E anche che io parli o meno di queste cose, la mia sofferenza rimane la stessa.


Il tema delle razzie barbaresche della schiavitù bianca è stato lasciato ai margini della storiografia per molti decenni.

Pochi sono a conoscenza del fatto che il termine razzia deriva proprio dall’arabo ghaziyya, una declinazione magrebina di ghazwa, e vuol direincursione”.

Ad oggi però, diversi storici si stanno interessando all’argomento. “I Viaggi del Reverendo Olafur Egilsson” sono ad esempio disponibili in una eccellente traduzione inglese stampata solo un paio di mesi fa.

BIBLIOGRAFIA:
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2 commenti

  1. Ishamael Ishamael
    novembre 21, 2016    

    Grande articolo Zwei.
    Ho solo una piccola curiosità:

    Se un Cristiano parla a un Turco, viene subito arrestato, legato a un cavallo e portato al luogo dell’esecuzione, dove viene bruciato o messo sul cavalletto

    “Cavalletto”? In cosa consisteva?

    • novembre 21, 2016    

      Il testo inglese di riferisce al “rack”, quindi ho tradotto “cavalletto”, ossia lo strumento di tortura e/o morte con cui si dislocavano le articolazioni del reo tirando i polsi e le caviglie o solo i polsi (in questo caso, mettendo un peso dall’altra parte).

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