Il Massacro dei Cinesi in Perù
Introduzione
La Guerra del Pacifico (1879-1884) è ricordata soprattutto come il conflitto che oppose Cile, Perù e Bolivia per il controllo delle ricchissime province di Antofagasta e Tarapacá, fonte di nitrati e guano, risorse strategiche per l’agricoltura e l’industria chimica del XIX secolo. La vittoria cilena segnò la sconfitta militare e politica di Perù e Bolivia, privando quest’ultima dell’accesso al mare e inaugurando una lunga stagione di tensioni regionali.
Tuttavia, dietro le grandi battaglie, le campagne militari e le annessioni territoriali, si consumò anche un conflitto sociale e razziale che esplose con violenza inaudita contro una comunità particolare: quella cinese. Tra il 1849 e il 1874 oltre 110.000 uomini provenienti dalla Cina meridionale erano stati introdotti in Perù come lavoratori a contratto, i cosiddetti culíes, in un sistema che riproduceva molte delle caratteristiche della schiavitù abolita pochi decenni prima. Impiegati nelle piantagioni di zucchero e cotone, nelle miniere di guano e nelle ferrovie, i cinesi costituivano la colonna vertebrale della manodopera costiera.
Quando nel gennaio 1881 le truppe cilene occuparono Lima, la capitale del Perù precipitò nel caos. In quei giorni e nei mesi successivi, decine – se non centinaia – di cinesi vennero massacrati, le loro botteghe saccheggiate e i quartieri incendiati. Episodi ancora più cruenti si verificarono poco dopo nella valle di Cañete, a sud della capitale, dove migliaia di lavoratori cinesi delle piantagioni furono uccisi in modo indiscriminato.
Questi massacri non furono eventi isolati né semplici esplosioni di violenza spontanea: riflettevano tensioni sociali e razziali radicate, il peso del sistema schiavistico trasformato in contratti di lavoro forzato, e il ruolo ambiguo che la comunità cinese giocò durante l’occupazione cilena. Le fonti disponibili – cronache cilene, memorie peruviane, rapporti diplomatici, lettere dei commercianti cinesi – offrono versioni divergenti e spesso contraddittorie, rendendo complesso stabilire una verità univoca.
Eppure, al di là delle discrepanze, una cosa è certa: nel 1881 i cinesi del Perù divennero bersaglio di massacri che rappresentano uno degli episodi più drammatici di violenza razziale nelle Americhe del XIX secolo.
Il Massacro
Lima, gennaio 1881
Il 15 gennaio 1881, dopo la sanguinosa battaglia di Miraflores, l’esercito peruviano era allo sbando. Migliaia di soldati sconfitti e civili terrorizzati si riversarono a Lima, privi di comando e di sostentamento. In questo clima di panico e fame, la comunità cinese della capitale – circa 6.000 persone, concentrate nel barrio chino vicino al Palazzo Nazionale – divenne bersaglio di una violenza improvvisa.

Secondo i giornali dell’epoca, i soldati e le folle urbane si lanciarono contro le botteghe cinesi, accusando i commercianti di rifiutare la nuova moneta cartacea (inca) emessa dal governo di Nicolás de Piérola e, soprattutto, di simpatizzare con i cileni. Molti testimoni raccontano di negozi dati alle fiamme, saccheggi generalizzati e omicidi brutali. Alcune cronache cilene parlarono di 200-300 cinesi uccisi in un solo giorno, una cifra probabilmente gonfiata, ma indicativa della percezione del massacro.
La storiografia individua come momento fondamentale della rottura tra peruviani e cinesi l’11 gennaio 1881. In quel giorno, a Lurín, tra 400 e 1.000 cinesi guidati da Quintin Quintana si radunarono davanti a un santuario dedicato a Guan Yu, il dio cinese della guerra. Qui, dopo aver bevuto il sangue di un gallo, prestarono giuramento di fedeltà al Cile, promettendo di seguire Quintana e di lottare per la liberazione degli schiavi cinesi. Molti di questi uomini erano veterani delle Guerre dell’Oppio e della Ribellione dei Taiping, portatori dunque di un’esperienza militare significativa.
Si organizzarono nella cosiddetta Legione Vulcano (Legión Vulcano), che si pose sotto il comando del generale cileno Manuel Baquedano, allora impegnato nei preparativi per la campagna di Lima. Il loro ruolo principale fu quello di facchini e infermieri, ma la loro abilità con la dinamite li rese preziosi per aprire passaggi, bonificare campi minati e scavare pozzi d’acqua. Combatterono anche in prima linea, distinguendosi durante le battaglie di Chorrillos e Miraflores (13-15 gennaio 1881), dove abbatterono barricate e affrontarono i soldati peruviani con armi catturate.
Particolare enfasi venne posta, nelle narrazioni cilene, sul ruolo delle donne nere e delle popolazioni meticce (cholos), descritte come protagoniste efferate dei linciaggi. Nel gennaio 1981, ne La Estrella de Panamá, leggiamo:
Dichiarando di avere fame, [gli afro-peruviani] si gettarono sui piccoli negozi degli Asiatici inermi: sfondevano le porte con colpi di fucile o le riducevano a pezzi, poi saccheggiavano e incendiavano le botteghe. […] Si stima che non meno di trecento Asiatici siano stati immolati nelle strade della città e nelle fattorie vicine.
La realtà era più complessa. Un documento redatto da mercanti cinesi e inviato al rappresentante britannico Spencer St. John parlava di otto morti cinesi a Lima e quindici a Cañete, ma oltre 300 negozi devastati. In questa versione, l’enfasi cadeva sulle perdite economiche e sulla responsabilità delle autorità peruviane che non avevano garantito protezione, più che sulla carneficina di massa. I commercianti sottolineavano inoltre come molti cinesi avessero partecipato attivamente alla difesa della città, arruolandosi nella guardia urbana insieme agli italiani e ad altri gruppi stranieri. Non a caso, c’è una lettera dei mercanti cinesi di Lima all’ambasciatore britannico Spencer St. John, 1 luglio 1881 (Archivio del Foreign Office, FO 61/334), che recita:
I seguenti fatti sono, a nostro avviso, tanto notori da non richiedere alcuna prova: 1) Che l’attacco della folla fu del tutto immotivato; e 2) Che la città, al momento, era sotto la responsabilità delle autorità peruviane, e che da parte loro non venne fatto alcun tentativo di mantenere l’ordine né di prestare soccorso ai Cinesi assaliti.
Il massacro di Lima fu dunque una miscela di saccheggio, violenza razziale e ritorsione politica. Non si trattò solo di “odio spontaneo”, ma di un episodio in cui il crollo dello Stato e le tensioni sociali esplosero simultaneamente.
Cañete, febbraio-giugno 1881
Ancora più devastante fu ciò che avvenne nella valle di Cañete, a circa 80 km a sud di Lima, cuore delle grandi piantagioni di zucchero. Qui la popolazione era divisa quasi equamente tra afro-peruviani e cinesi, con una minoranza di indigeni e bianchi.
Durante i festeggiamenti del Carnevale, il 27 febbraio 1881, una lite banale tra una donna nera e un lavoratore cinese a Hacienda Casa Blanca degenerò in una spirale di violenza. Armati di fucili e machete, gruppi di contadini attaccarono i quartieri cinesi, incendiando case, devastando i campi di canna da zucchero e massacrando intere comunità. Secondo le testimonianze cinesi raccolte negli anni successivi, furono uccise oltre 1.400 persone in un periodo di quattro mesi, in quello che rimane il più grande eccidio anti-cinese mai documentato nelle Americhe.

Gli assalti non furono però unilaterali. Molti cinesi riuscirono a organizzare una resistenza armata, barricandosi nelle haciendas e utilizzando armi improvvisate: bombe artigianali, catapulte, cannoni presi dai depositi delle piantagioni. Alcuni gruppi paramilitari cinesi riuscirono persino a respingere gli assalitori e a salvare centinaia di connazionali.
Le interpretazioni differiscono. Juan de Arona, scrittore e proprietario terriero peruviano, descrisse gli eventi come una rivolta razziale di neri e meticci “contro la civiltà”, con immagini iperboliche di mutilazioni e barbarie. Per lui, il massacro era la prova che gli afro-peruviani erano incapaci di essere veri cittadini. Al contrario, fonti cinesi attribuivano la responsabilità a “criminali” afro-peruviani e al sostegno dato loro dalle autorità fedeli a Piérola, sottolineando il tradimento delle istituzioni più che un conflitto razziale insuperabile.
Quel che è certo è che il Cile, pur conoscendo gli eccidi, lasciò che la situazione degenerasse: solo a giugno le truppe cilene intervennero, non per proteggere i cinesi, ma per reinsediarli come forza lavoro a Pisco, redistribuendoli alle piantagioni sotto il controllo di capi cinesi (subappaltatori). Il massacro di Cañete si intrecciava quindi non solo con la guerra, ma con la ristrutturazione del sistema del lavoro servile.
Le Conseguenze
Gli eccidi del 1881 ebbero conseguenze profonde su più livelli: sociale, politico e simbolico. Per la comunità cinese del Perù, i massacri rappresentarono una tragedia, ma anche un punto di svolta. Molti persero la vita, altri videro svanire i risparmi accumulati in anni di duro lavoro. Eppure, paradossalmente, proprio in seguito a quegli eventi i cinesi rafforzarono la loro presenza economica: l’occupazione cilena, infatti, favorì il sistema dell’enganche, ossia il subappalto della manodopera gestito da capi cinesi, che sostituì gradualmente i vecchi contratti di schiavitù. In pochi decenni emerse una nuova élite commerciale sino-peruviana.
Dal punto di vista politico, le narrazioni dei massacri furono usate come strumenti di propaganda. I cileni li descrissero come prova della barbarie peruviana e della necessità di un’occupazione civilizzatrice. Le élite peruviane li usarono per screditare Piérola e i suoi sostenitori popolari, attribuendo la colpa a “orde nere e indigene”. In entrambi i casi, la violenza contro i cinesi servì da capro espiatorio per occultare altre responsabilità: i massacri commessi dai cileni stessi contro i civili peruviani, la complicità delle élite con l’invasore, l’inefficienza dello Stato.
A differenza del coevo Chinese Exclusion Act promulgato negli USA nel 1882(che impediva ai cinesi di acquisire la cittadinanza statunitense) per molto tempo questi eventi furono rimossi dalla memoria collettiva e dalla storiografia. Solo negli ultimi decenni gli studiosi hanno iniziato a considerarli parte integrante della Guerra del Pacifico e della storia dell’immigrazione asiatica nelle Americhe. La loro rimozione rifletteva l’imbarazzo delle élite peruviane e la marginalizzazione degli asiatici nelle narrazioni nazionali, che privilegiavano lo scontro tra “bianchi” e “indigeni” come fondamento dell’identità nazionale.
Bibliografia
- Stewart, Watt. Chinese Bondage in Peru: A History of the Chinese Coolie in Peru, 1849–1874. Durham, NC: Duke University Press, 1951.
- Gonzáles, Michael J. Plantation Agriculture and Social Control in Northern Peru, 1875–1933. Austin: University of Texas Press, 1985.
- Rodríguez Pastor, Humberto. Hijos del Celeste Imperio en el Perú. Lima: SUR Casa de Estudios del Socialismo, 1989.
- Tinsman, Heidi. Narrating Chinese Massacre in the South American War of the Pacific. Journal of Asian American Studies, 22(3), 2019.
- Peloso, Vincent C. Peasants on Plantations: Subaltern Strategies of Labor and Resistance in the Pisco Valley, Peru. Durham, NC: Duke University Press, 1999.
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