corsari musulmani

Catture di Corsari Musulmani sulle Coste Italiane

Le incursioni corsare dal nordafrica e dalle coste dell’Impero Ottomano hanno flagellato la nostra penisola per lungo tempo. Nel corso di queste razzie o di battaglie navali, capitava che marinai e corsari (specie nordafricani) finissero nelle mani di soldati, capitani e anche pescatori cristiani.

L’argomento, poco conosciuto, trova spazio in un bell’articolo di Salvatore Bono per Africa: Rivista Trimestrale Di Studi e Documentazione Dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente di oltre 40 anni fa.

Ve lo riporto qui sotto, sperando di fare cosa gradita e di dare il giusto merito al Prof. Bono, nato 91 anni fa in Libia e capace di scrivere ancora quest’anno un libro straordinario come Guerre corsare nel Mediterraneo. Una storia di incursioni, arrembaggi, razzie, edito da Il Mulino.

Bono, Salvatore. “CATTURE DI MUSULMANI SULLE COSTE ITALIANE (XVI-XIX Sec).” Africa: Rivista Trimestrale Di Studi e Documentazione Dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, vol. 35, no. 2, 1980, pp. 281–86. 

Le catture in mare, in occasione degli scontri, sono le più note anche se è stata appena iniziata l’analisi per darne una valutazione quantitativa. Meno evidenziate ci sembrano restino, invece, le catture derivate dalle incursioni europee sulle coste dei Paesi Musulmani, in particolare maghrebini, e più ancora le catture, di rilevanza senza dubbio proporzionalmente minore ma forse non trascurabile, avvenute sulle stesse coste italiane. Ne ho fatto brevissimo accenno precedentemente e qui riporto alcuni dati ed esemplificazioni ulteriori, nel tentativo di richiamare ancora l’attenzione sul tema generale, quello della presenza di “schiavi orientali” in Italia, che offre vasto campo di ricerche.

La cattura di arabi o turchi (o più raramente negro-africani) e la loro immediata riduzione nello stato di schiavi avveniva a seguito di sbarchi degli stessi sui lidi italiani, nell’esercizio dell’attività corsara, per tentare assalti e prede o anche soltanto per procurarsi, come di tanto in tanto era necessario, provviste di acqua dolce o per cercare di sottrarsi alla cattura in mare, in caso di imminente rischio, nascondendosi in qualche modo e tentando di far perdere le proprie tracce. Altre volte ancora erano sospinti o gettati a terra, loro malgrado, a causa di tempeste o imperizia nella navigazione.

In linea di principio, i musulmani catturati sul suolo italiano dovevano essere consegnati alle autorità; per spronare però gli abitanti delle località costiere ad affrontare coraggiosamente i Turchi sbarcati a terra, era spesso concesso a coloro che li catturassero di trattenerli in legittima proprietà o, quanto meno, vigeva la consuetudine di concedere una congrua ricompensa.

In una lettera del viceré di Sicilia, conte di Monteleone, si concedeva appunto nel marzo 1527, agli abitanti della città di Noto di conservare in proprietà i Turchi catturati. “Et pigliando alcuni di ipsi mori et turchi oy roba di quelli sia di la pirsuna che li prendra et quilli poza aplicari ad soy utilitati.”

In Sardegna nel Settecento un viceré decretò la corresponsione di diciotto scudi per ogni musulmano catturato vivo (il valore era stimato in media intorno ai cento scudi) e di sei per ogni ucciso del quale si “presentasse il capo” alle competenti autorità “che dovevano rilasciare un certificato”; secondo le circostanze il premio poteva essere aumentato.

Della attività corsara contro la Sardegna – fra le parti d’Italia più esposte alle minacce dei corsari – Pietro Martini ha rintracciato con cura le memorie nella sua Storia delle invasioni e delle piraterie degli Arabi in Sardegna.

Fra le notizie degli sbarchi vi sono menzioni di catture di musulmani: nel 1552 i Turchi “fecero molti sbarchi nelle marine del Sarrabus, d’Iglesias e Pula, sempre senza frutto; anzi molti di loro caddero in forza dei Sardi e furono venduti a Cagliari” . Talvolta si tratta di piccoli episodi, persino di scontri individuali: nel 1561 un musulmano è preso sulle spiagge di Teulada; qualche anno dopo (1564) un altro, il moro Ali di Fez, è catturato nei boschi del Flumentorgiu ed un altro ancora resta preda d’un tal Francesco Valente che aveva coraggiosamente affrontato, con l’aiuto di un suo vaccaro, cinque Turchi sbarcati da una galera a Porto Conte, sulla costa nord-occidentale dell’isola.

Uno storico pugliese ci riferisce che gli abitanti di Gallipoli nel 1551 catturarono due dei Turchi sbarcati sulla costa; in quel di Lanciano, sulla costa abruzzese, un certo Giandomenico si guadagnò il soprannome di Pigliaturchi per averne catturati ben tredici nell’estate 1566. Analoghe catture è verosimile accadessero nelle varie parti d’Italia più esposte alle azioni dei corsari.

Per la Sicilia, ad esempio, un episodio ci è riferito da un diario palermitano: ad uno sbarco di Tunisini a Solanto, nei dintorni di Palermo, nel luglio 1636, accorse sul posto un capitano con un gruppo di soldati, ma il suono delle trombe gettò nell’allarme “i Turchi che fuggirono sopra le galere; e solamente pigliò tre rinnegati“. Sedici africani sbarcati in terra alla foce del Tevere perirono nel giugno 1573 mentre più tardi, sempre sulle coste laziali, un gruppo di soldati catturò sessanta musulmani nel luglio 1702 presso l’isola. Non è chiaro però se fossero sbarcati per effettuare un’incursione o giunti a terra per qualche causa diversa.

Il maggior numero di Turchi – da metà Seicento in effetti quasi sempre di Barbareschi, cioè Maghrebini – giungeva sulle coste italiane a seguito di naufragi, dei quali abbiamo non pochi esempi, segno anch’essi dell’intensa attività dei corsari. Per la Sardegna alcuni episodi li conosciamo dai documenti dell’Archivio di Stato di Cagliari esaminati e resi noti da Pietro Amat di Sanfilippo: otto musulmani furono presi nel 1524 “sopra una frusta che era naufragata alle Saline“; naufragati nelle acque dell’isola, nell’area sud-occidentale della Sardegna, 46 mori sono fatti prigionieri nel 1620 da un certo Giacomo Mereu ed in premio il Procuratore regio gli concede 500 scudi;

L’anno dopo 42 musulmani sono presi a Cagliari e dodici in quelle di Gallura, dove avevano fatto naufragio. Nel 1629 la stessa sorte tocca, nelle acque di Alghero, ad altri diciotto mori, mentre nel 1538 una galera era naufragata nelle marine di Flumentorgiu e ventitré Turchi “scampati dal naufragio e scesi in terra furono catturati dai Sardi, e furono venduti dal patrimonio regio per ottocento ducati.”

Nel 1544 galere turche di ritorno dall’isola di Malta” narra lo stesso citato storico pugliese “naufragarono presso l’isola do S.Andrea e i Pugliesi si misero in singolare tenzone con i turchi sbarcati in numero di duecento, molti li gettarono in mare, ove miseramente trovarono la morte, gli altri li lasciarono sulle brutte pietraie… Dei prigionieri ne scelsero 6, i più proporzionati e di comparsa el’inviarono a Napoli in dono al viceré don Pedro de Silva“.

Trentasette turchi naufragarono tra Rimini e Cesanatico nel 1584 e furono fatti schiavi; stessa sorte toccò ad altri sulla spiaggia di Viareggio nel 1677.

Nel 1798 da Pantelleria – dove erano naufragati e fatti prigionieri – 19 musulmani furono trasportati a Palermo e di qui a Napoli.

Grazie alla Storia della Marina pontificia del Guglielmotti a ricerche presso l’Archivio di Stato di Roma, si è venuti a conoscenza di numerosi naufragi accaduti sulle coste laziali. Undici turchi, ad esempio, “andati a traverso con una barca” presso Civitavecchia furono fatti schiavi nel settembre 1646. Nell’anno 1687 si colloca il naufragio di ben 70 musulmani, a Tor San Lorenzo secondo il Guarnacci, un evento che deve probabilmente identificarsi con quello menzionato nei documenti dell’epoca, accaduto sulle coste marchigiane. Un’altra cattura è fatta nel febbraio 1740: “Ottanta Moreschi troviamo legati nella torre di Fiumicino, alla vista del loro bastimento naufragato in una tempesta” . Altri turchi naufragarono sulla spiaggia di Corneto nel giugno 1744; a Maccarese nel mese successivo, una galera corsara si arenò e l’equipaggio “cadde nelle mani dei mandriani e dei bifolchi.”

Ottantuno Algerini scampati dalla loro galeotta . arenata in secca a Torvaianica nel maggio 1777 – e altri provenienti da Camposelva – furono catturati e fatti schiavi. Talvolta però la maggior parte dell’equipaggio periva: nel naufragio di una galera a Sperlonga nel novembre 1790, si contarono 121 morti e soltanto 19 prigionieri.

Agli inizi del XIX secolo, l’attività corsara maghrebina era ancora intensa; ne sono segno anche gli episodi sfortunati di naufraghi e di catture. Cinque musulmani furono presi ad Anzio nel marzo del 1802, e si registra altresì la cattura di 19 corsari, avvenuta nel dicembre dello stesso anno, a seguito del naufragio sulla spiaggia di Montalto dello sciabecco, già genovese, che traevano come preda.

Non di rado nascevano controversie per la cattura di musulmani fatti prigionieri a terra, specialmente se sbarcati sulle coste per sfuggire ad un inseguimento in mare. Ad esempio, nel luglio 1612, la squadra pontificia del capitano Centurioni costrinse un legno corsaro a sbarcare sulla costa calabra, catturandone carico e diversi uomini; undici che avevano cercato rifugio a terra furono anch’essi catturati, cioè fatti schiavi, ed il capitano Centurioni domandò alle autorità locali la restituzione – non sappiamo con quale esito – pretendendo di corrispondere il consueto premio di “ducati dieci per huomo, che toccano a chi li avrà presi“.

Nel giugno 1662, due galeotte barbaresche inseguite si arenarono presso Capo Leuca; gli uomoni di una di esse furono catturati mentre i fuggiaschi dell’altra vennero accolti dal principe delle Tricase nel suo castello “ove poi ostinatamente se li tenne ai suoi profitti”.

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