Le Università Medievali

Le Università medievali sono state fondamentali nella preservazione e circolazione del sapere fin dall’XI secolo. Riassumerne la storia in pochi paragrafi non è certo facile, ma ci ho provato qui sotto.

Le università Europee nate tra fine dell’XI e XIII secolo rappresentarono un caso unico nella storia della diffusione del sapere. Lo storico americano Charles Homer Haskins coniò, a ragione, il termine Rinascimento del XII Secolo proprio per evidenziare il carattere peculiare di questo sviluppo, in cui la penisola italiana ebbe un ruolo fondamentale.

Tuttavia, gli insegnamenti superiori non vennero dimenticati per l’intera prima parte del medioevo. E’ anzi proprio nei primi secoli che si conserva e sviluppa la bipartizione classica delle arti liberali. Da un lato il Trivio, composto da grammatica, retorica e dialettica, dall’altro il Quadrivio, di cui fanno parte aritmetica, geometria, musica, e astronomia. Un “indirizzo” letterario, quindi, il primo, prettamente scientifico il secondo.

Questa suddivisione, rimasta sempre implicita nell’antichità, viene proposta in modo esplicito da Boezio e sistematizzata nell’opera di Cassiodoro.

Trivio e Quadrivio sono quindi alla base della formazione del clero, che affrontava gli studi teologici solo dopo aver costruito delle solide basi umanistiche. E’ da questo substrato culturale, impregnato di studi classici e competenze teologiche, che emergono le figure fondanti della cosiddetta “Rinascenza Carolingia”. Tra queste, spicca quelle di Alcuino di York, erede intellettuale di Beda il Venerabile. Il suo ruolo nel nascente Sacro Romano Impero, analogo a quello di un ministro della cultura odierno, è fortemente voluto da Carlo Magno stesso.

E’ proprio l’Imperatore, consigliato da Alcuino, ad accrescere il numero di grammatici, retori, storici e di altri studiosi presso la corte di Aquisgrana. Per identificare questo gruppo di saggi si usa il termine Schola Palatina. Non si trattava di professori nel senso odierno del termine, ma Alcuino, Eginardo, Paolo Diacono, Paolino di Aquileia e tutti gli altri diedero un contributo importante alla nominata Rinascenza Carolingia. Con un capitolare del 787, Carlomagno estese l’organizzazione e il metodo di studio della Schola Palatina alle Scuole Cattedrali e alle Scuole Monastiche.

Com’è facilmente intuibile dalla nomenclatura, si trattava di scuole istituite presso le Cattedrali (quindi di maggiore importanza) o presso i conventi, in cui si portava avanti la metodologia del Trivio e del Quadrivio e lo studio della teologia.

A differenza dei paesi d’oltralpe e, parzialmente, anche del Nord Italia, il Sud aveva mantenuto in modo più consistente l’eredità tardoantica. Nel VII e IX secolo, prima della conquista araba, la Sicilia era una delle province più ricche dell’Impero Romano d’Oriente, e vantava una lunga tradizione di lingua greca e latina. Allo stesso modo, i territori campani, usciti dall’orbita di Costantinopoli, ne mantennero e perpetuarono l’eredità culturale.

La Scuola di Salerno, considerata una delle prime università al mondo, si inserisce proprio in questo contesto. All’inizio, probabilmente nel IX secolo, gli insegnamenti impartiti erano di carattere pratico, ma la costante opera di traduzione dei testi greci e arabi, portata avanti dal convertito Costantino Africano (nato a Cartagine), permise alla Scuola di fare un deciso passo in avanti anche dal punto di vista della teoria.

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Il XII secolo è quindi anche il periodo delle grandi traduzioni, dall’arabo e dal greco al latino, di importanti autori greci, ma anche nordafricani, arabi e persiani. Gherardo da Cremona è forse il più famoso dei traduttori che operarono a Toledo a pochi decenni dalla riconquista cristiana (avvenuta nel 1085). Non fu un professore, ma rimase deluso da alcuni insegnamenti ricevuti in materia filosofica e scientifica. Si recò quindi nella cittadina spagnola e, in pochi anni, tradusse oltre 27 volumi completi. Da Tolomeo ad Aristotele, da Euclide ad Al-Razi, Gherardo da Cremona contribuì a costruire un corpus scientifico molto più consistente ed omogeneo.

Insomma, all’inizio del XII secolo i tempi erano maturi per la creazione di entità capaci di mettere a contatto il sapere di alcuni grandi studiosi e l’amore per la conoscenza di un numero sempre maggiore di giovani. Il passaggio dal sistema delle Scuole a quello dell’Universitas è generalmente progressivo, ma sperimenta anche improvvise accelerazioni. Gli storici ritengono quasi all’unanimità che fu la città di Bologna a ospitare per prima una di queste istituzioni, la cui fondazione viene fatta risalire al 1088 (come dichiarato da una commissione presieduta da Giosuè Carducci).

La prima università fondata fondata da un’autorità pubblica è la Federico II di Napoli, che risale alla generalis lictera imperiale del 5 giugno 1224. Anche se non possono essere considerate università in senso stretto (perché mancano alcune delle caratteristica dell’universitas italiana e poi europea), esistono poli di condivisione e approfondimento del sapere in altre parti del mondo. In India, Nalanda (distrutta nel 1193) e altri centri hanno una marcata impronta umanistica e scientifica. Nel mondo islamico, centri come Al-Azhar (Egitto) e al-Qarawiyyin (Marocco) nascono come madrasse e incorporano l’insegnamento di materie non coraniche solo in un secondo momento.

La figura più importante di questo primo periodo è quella del giurista Irnerio, fondatore di una fiorente scuola giuridica impegnata a recuperare e glossare (ossia inserire delle note a margine del testo) il Corpus Iuris Civilis di Giustiniano. Quest’ultimo, un compendio del diritto romano raccolto e integrato dall’Imperatore Giustiniano, era andato parzialmente perduto nel corso dell’Alto Medioevo. Con l’opera di Irnerio e dei suoi successori si appresta, invece, a vivere una seconda vita.

Il magister, il “professore”, nel caso di queste prime università, non riceveva compensi  dalle istituzioni cittadine, ma direttamente dagli studenti, che, in pratica, autofinanziavano le lezioni. La parola universitas descrive infatti pienamente il carattere corporativo di queste prime aggregazioni di studenti e professori. Mancava anche un luogo fisico “di proprietà”, e l’universitas si limitava infatti ad affittare delle sale in città. Quella di Parigi, ad esempio, acquistò i primi locali alla fine del XIV secolo, mentre Oxford e Cambridge nel XV secolo inoltrato.

Erano gli studenti stessi a eleggere i loro rappresentanti presso gli organi del potere civile. Il nome di quei rappresentanti, rectores, rimane tutt’ora, ma disegna un potere diverso. Lo sviluppo prodigioso dell’università bolognese è testimoniato proprio  dall’emanazione di una costituzione (legge) imperiale, la Authentica Habita (1155), volta alla protezione degli studenti stranieri (oggi parleremmo di “fuorisede”) dalle prevaricazioni che subivano da parte delle autorità comunali, degli albergatori e della popolazione.

Uno degli eventi che mostra in modo più significativo i frequenti contrasti tra studenti e istituzioni cittadine è lo sciopero studentesco avvenuto nel 1229 all’Università di Parigi, durato in tutto due anni. Alla fine del carnevale, alcuni studenti ubriachi erano stati infatti buttati fuori dal proprietario di una locanda. Adirati, avevano chiamato in soccorso degli amici, e assieme a questi avevano distrutto la locanda e ridotto in fin di vita il proprietario. Gli studenti di Parigi avevano però un privilegium fori importante, quello di essere sottoposti alla sola giurisdizione ecclesiastica. Il governo cittadino non aveva dunque possibilità di punirli nonostante le richieste della popolazione. La notizia giunse però a Bianca di Castiglia, reggente di Francia stante la minore età di Luigi IX, che chiese alle guardie locali di dare una lezione ai colpevoli. Purtroppo per questi ultimi, il pestaggio fu talmente violento da provocare la morte di alcuni di loro. Questo evento provocò un lungo sciopero degli studenti, che si risolse solo con l’intervento di papa Gregorio IX nel 1231.

La Authentica Habita, oltre a concedere una sostanziale indipendenza giuridica dell’universitas, dipinge una realtà studentesca variegata e completamente diversa da quella che si può immaginare quando si pensa alla c.d. Epoca Buia. Da un lato il diritto romano, che influenzava realtà anche molto lontane dall’Italia, dall’altro la presenza di una lingua comune a buona parte dell’Europa, il latino (in versione volgarizzata), permettevano infatti un continuo flusso di studenti stranieri prima verso la sola Università di Bologna, poi verso le altre università italiane e francesi che si costituirono nel corso del XII e XIII secolo.

Esistevano vere e proprie organizzazioni transnazionali, le nationes, che operavano per sostenere e aiutare gli studenti appartenenti a una determinata nazione. A Bologna, ad esempio, si distingueva tra nazione degli ultramontani (coloro che provenivano d’oltralpe) e intramontani (che arrivavano dalla penisola italiana). Il particolarismo comunale si rispecchiava appieno nelle due nationes, che a loro volta si dividevano rispettivamente in 14 e 17 sub-nationes.

Ovviamente, la prima preoccupazione di queste nazioni era quella di garantire, come anticipato, un equo trattamento degli studenti relativamente al vitto e all’alloggio, ma con il passare del tempo iniziarono anche a imporre obblighi rilevanti ai professori, come il dovere di tenere un dato numero di lezioni o di garantire un certo livello qualitativo.

L’Università di Parigi, nata da una costola della scuola cattedrale di Notre-Dame cattedrale, inizia ad operare alla fine del XII secolo. La data tradizionale è però fissata al 1200, quando Filippo Augusto la riconosce ufficialmente. Anche nel caso di Parigi, è la difficile situazione in cui si trovavano gli studenti a sollecitare la decisione regia, visto che alcuni di loro erano finiti uccisi in una rissa fuori città. A differenza di Bologna e delle università italiane nate nel XIII secolo, però, Parigi vide una maggiore importanza dell’organizzazione corporativa dei magistri rispetto a quella degli studenti.

Regolare la vita degli studenti e garantire loro dei diritti di base non fu l’unica preoccupazione delle autorità civili e religiose. I magistri rappresentavano infatti l’altra faccia della medaglia e la loro crescente importanza domanda di insegnanti convinse le istituzioni religiose a studiare delle modalità per verificare la loro effettiva competenza.

Fino al metà del XII secolo non era infatti necessaria alcuna patente o documento ufficiale che sancisse il diritto d’insegnamento di un soggetto. I grandi maestri, così come i centri di traduzione e cultura che abbiamo già menzionati, attiravano gli studenti solo grazie al passaparola e alla fama guadagnata grazie alle loro qualità. A partire dalla seconda metà del XII secolo si sviluppò invece l’istituto della licentia docendi, volto a contrastare il libero insegnamento da parte di soggetti che si muovevano fuori dal controllo dell’autorità ecclesiastica.

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A concederla era il Vescovo o lo scholasticus (il “direttore” della scuola cattedrale o monastica), ma sorsero ben presto forti contrasti – specie in territorio francese – con laici e religiosi che avevano intenzione di fondare centri di insegnamento senza dover necessariamente rivolgersi a magistri in possesso della licentia docendi. E’ il III Concilio Lateranense, nel 1179, a dirimere la controversia specificando che la licentia doveva essere concessa dopo una verifica delle sue effettive capacità, a prescindere dall’opinione personale dell’autorità ecclesiastica, e che l’insegnamento deve essere gratuito.

Da questo tipo di contrasto rimasero escluse, almeno fino al XIV secolo, le prime (e per secoli le uniche) università inglesi di Oxford e Cambridge. Nessuna delle due era, infatti, sede vescovile, e non c’era alcuna connessione queste e le scuole cattedrali delle rispettive diocesi, Lincoln ed Ely.

Viste le differenze istitutive e di governo delle varie università, tracciare con precisione le caratteristiche comuni è molto complesso. Forse l’unico riassunto applicabile a quasi tutte le realtà universitarie medievali è quello che si trova in una famosa opera sull’argomento di Olaf Pedersen: “Nel loro primo secolo di vita le Università furono costrette a combattere su molti fronti per difendere la loro esistenza e ottenere il massimo grado di libertà possibile. Vescovo e cancelliere, governo cittadino e re, imperatore e papa, tutti volevano avere le mani in pasta.”

Nel corso del XIII e XIV secolo, oltre alla fondazione di nuove università (solo in Italia quelle di Arezzo, Padova, Napoli, Roma, ecc.), si amplia quella che oggi definiamo “offerta didattica”. Bologna, nata come universitas di studi sul diritto civile e canonico, aggiunge l’insegnamento delle arti liberali e, nel 1364, una cattedra di teologia. A Parigi, nel 1283-84 ci sono 120 professori di arti liberali; sessanta anni dopo, nel 1348, alle soglie dell’epidemia di peste bubbonica che devasterà l’Europa, sono diventati 514, cui vanno aggiunti i quasi 100 insegnanti divisi tra le facoltà di Teologia, Legge e Medicina.

I professori avevano determinati obblighi nei confronti degli studenti, che variavano a seconda del luogo e del tempo. In linea di massima, dovevano tenere le loro letture magistrali per circa un paio d’ore al mattino, nei dies legibiles, ossia nei giorni in cui era permesso fare lezione, circa 130-150 l’anno. Alcuni organizzavano discussioni una o due volte a settimana, e passavano un numero considerevole di ore a preparare le letture. Tra letture, discussioni, cerimonie, la stesura del programma del corso, i professori hanno giornate sempre più piene. Il loro diventa un lavoro a tempo pieno.

La tendenza, nei decenni successivi, tra XIV e XV secolo, porta a un aumento della remunerazione dei professori – sempre per mezzo della colletta studentesca – tanto che il principio della gratuità dell’insegnamento, ove non fosse possibile contribuire, viene mantenuto solo formalmente. Presso l’Università di Padova, all’inizio del ‘400, rimane solo uno studente per facoltà a ricevere insegnamenti gratuiti. Si perde quindi, anno dopo anno, il nucleo di studenti che avevano fatto la fortuna delle prime università, formato da soggetti non sempre abbienti, ma dotati di grande vivacità intellettuale. Alcuni professori, oltre a ricevere un ottimo compenso per le lezioni, investono i loro guadagni in attività collaterali, dal prestito usurario alla copia e vendita di libri.

Nella maggior parte dei casi, gli utenti finali di queste attività sono sempre i loro studenti (o quelli di altri professori). Francesco d’Accorso, uno dei professori bolognesi di maggior prestigio nonché figlio di Accursio, autore della più importante opera di spiegazione del Corpus Iuris Civilis (la c.d. “Magna Glossa”), acquistò buona parte degli immobili del paese di Budrio, aveva una enorme villa ed era impegnato in un lucroso commercio di libri a Bologna e in altre città.

Era famoso anche come usuraio, al punto che rischiò di morire senza estrema unzione poiché fu necessario chiedere la sua assoluzione direttamente a papa Niccolò IV (che morì pochi mesi prima di lui!). La sua vita dissoluta spinse addirittura Dante a menzionarlo tra i Sodomiti. La figura di Francesco d’Accorso è molto utile anche per mostrare la progressiva trasformazione delle cattedre universitari in veri e propri feudi ereditari. Fu proprio Accursio uno dei primi fautori della necessità di assegnare le cattedre vacanti ai figli dei professori.

Bertoliana, restaurato manoscritto miniato del '300

Con tre figli giuristi, aveva un forte interesse personale affinché ciò avvenisse. Se, tra fine Duecento e inizio Trecento, le Università cercarono di ostacolare il nepotismo, alla fine del XIV secolo vi sono apposite norme volte a favorire l’ingresso di figli, fratelli e nipoti nella “casta” dei professori. A Padova, nel 1394, i discendenti in linea paterna di un professore entrano direttamente nella corporazione degli insegnanti. Sempre a Padova, dal 1409, i discendenti possono sostenere gli esami gratuitamente. Stesso dicasi per Bologna dove, nel 1397, vige la regola che il titolo di professore possa essere concesso a un solo cittadino bolognese ogni anno, a meno che non si tratti di figli, nipoti e fratelli di altri professori.

Ma la costituzione dei professori come “casta” inserita nella società cittadina porta anche alla necessità di inquadrarli in modo più organico. Dal sistema della colletta studentesca si passò quindi allo stipendio pagato dalle istituzioni politiche o religiose. Un processo lento, diverso di paese in paese, che inizia più o meno a metà Quattrocento in Italia e a fine secolo in Francia e Inghilterra. Il professore non è più quindi costretto alla “raccolta” di inizio anno, ma diventa una figura istituzionale, con tutti le sicurezze economiche e i privilegi che ne conseguono. Ad esempio a Siena vigeva una norma per cui gli uomini tra i 30 e i 55 anni potevano ricoprire incarichi pubblici solo ove fossero sposati. Gli unici a essere esentati da questo obbligo, oltre ai giudici e ai notai, furono proprio i professori.

All’acquisizione di privilegi e stabilità dei professori fece da contraltare una perdita di prestigio dello studente, che in molti casi passa da essere quasi un “datore di lavoro” a semplice utente di un’Università finanziata dallo stato.

E’ questa, forse la frattura più significativa tra l’universitas medievale e quella della prima età moderna. Una frattura che, nei secoli successivi, con l’affermarsi dei grandi stati nazionali e delle complesse burocrazie statuali, diventa insanabile e porta alla contemporanea concezione di Università.

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