Spadoni contro formazioni di picche: leggenda o verità?

Una delle leggende più dure a morire riguardo agli spadoni a due mani (ma principalmente riguardo alle Schlachschwert dei Doppelsöldner lanzichenecchi) è quella che li vede usati per spezzare le aste delle picche o per scompaginare le linee nemiche di picchieri.

È una credenza che ha resistito per lungo tempo e che ha messo forti radici per decenni se non addirittura per secoli, presentandosi in modo iterato in molti libri e documenti, pubblicazione dopo pubblicazione. Sarebbe difficile rintracciare e mettere in lista tutte le pagine web, i video e i libri che la menzionano, perciò lascerò da parte questo compito, lasciandovi il piacere di scoprirli autonomamente, se avete voglia di farlo.

Tenuto conto dell’enorme quantità di letteratura che avvalla questa credenza, esattamente, quando è iniziato tutta questa storia? Quali sono le fonti che abbiamo che hanno condotto autori e storici a credere che fosse vera, facendone ad oggi uno dei topos – se non IL topos – più romantico e amato in merito alle grandi spade a due mani? In questo articolo (originariamente pubblicato per la rubrica inglese Mamma mia, spadone! sulla pagina The Spadone Project) cercherò di tracciare questo percorso e di raccogliere una breve lista di considerazioni che dovremmo conoscere prima di dar per vera questa storia delle picche.

Le fonti, scritte e iconografiche

Partirò dicendovi che, paradossalmente, anche se questa storia è sempre legata ai mercenari tedeschi, tutte le fonti scritte a riguardo che abbiamo sono italiane! Nello specifico abbiamo solamente cinque stralci che riportano fatti di picche tranciate e solo quattro di queste lo fanno in modo esplicito.

Il riferimento più datato è della battaglia di Fornovo nel 1495 (Paolo Giovio, 1551), seguito dalla battaglia di Soriano nel 1497 (Girolamo Frachetta, 1613), entrambe combattute durante il primo periodo delle guerre d’Italia. La battaglia di Marignano nel 1515 (Paolo Giovio, 1551) è la terza. Il periodo di tempo più breve trascorso tra i fatti e il loro resoconto è di ben 36 anni, mentre il più lungo è di 116!

Considerate che, durante il sedicesimo e diciassettesimo secolo, gli autori tardi erano soliti citare le fonti più vecchie nei loro libri e abbiamo alcune prove evidenti di questa consuetudine: a volte lo facevano quasi alla stregua di pappagalli, altre cambiando un po’ le parole originali. La stampa era già una tecnologia diffusa e i libri viaggiavano lungo tutta l’Italia e più in generale in tutta Europa. Potremmo persino considerare queste fonti come un malinteso perpetuato, costruito su una scarsa conoscenza storica dei tempi passati, su dicerie popolari e storie raccontate oralmente, generazione dopo generazione. Sfortunatamente, per quanto ne sappia, non c’è alcuna documentazione aggiuntiva sopravvissuta che faccia da “ponte” di mezzo per verificare da dove gli autori abbiano preso le informazioni per sostenere queste storie senza esserne stati testimoni oculari.

Nell’articolo sulla Zweihander di Gabriele Campagnano, scritto nel 2010, l’autore esprimeva già diverse perplessità sul fatto che l’uso degli spadoni per scompaginare le formazioni di picche fosse così diffuso.

Tutti questi resoconti provengono da un periodo in cui molte fonti confinano l’uso degli spadoni alla difesa della bandiera e ad altre situazioni di schermaglia. Già nel 1570, nel suo trattato, Giacomo di Grassi descrisse i differenti contesti d’uso dello spadone e mentre la sua lista trova conferma in altre fonti contemporanee e più antiche, non menziona alcunché riguardo al tranciare le picche e ad argomenti collegati.

Per quello che riguarda le fonti iconografiche, anche potendo contare su molte stampe e dipinti di scene di battaglia (sfortunatamente elencarle tutte qui porterebbe via troppo tempo) da periodi diversi tra il quindicesimo e diciassettesimo secolo, nessuna tra queste mostra evidenza di soldati in formazione durante l’atto specifico e inconfutabile di tagliare le aste. Certo, abbiamo rappresentazioni di mischie e di formazioni di picche che si scontrano l’una con l’altra con alcune spade a due mani sulla linea, ma non è forse troppo poco per dedurre cosa stia accadendo esattamente nella scena, senza ombra di dubbio?

La seconda battaglia di Kappel (1531) dalle cronache di Johannes Stumpf (1548). Una di molte fonti in cui l’azione raffigurata non è così ovvia. Ad ogni modo, se hai assimilato dei preconcetti, puoi vederci qualcuno che è deciso a tranciare qualche picca. Io vedo solamente un soldato armato di spadone mentre corre incontro le linee nemiche, ma non posso dedurre le sue esatte intenzioni.

Ma cosa dicono esattamente questi resoconti? Scopriamolo assieme.

La battaglia di Fornovo (1495)

Questa è una fonte molto interessante: menziona i famosi fanti perduti, anche noti come enfants perdus o forlorn hope. Considerando quanto si dice di solito riguardo alla tattica del tagliare le picche, possiamo presumere che questa sia esattamente la principale fonte conosciuta che ha dato il via a tutto. Alcune centinaia di uomi lasciano la loro formazione per tagliare le picche nemiche.

«Percioche tosto che si furono appressati con d’intorno a trecento straordinari giouani, i quali per la lode acquistatasi con pericol grande si chiamano prodighi della vita & perduti, uscirono dall’uno & l’altro fianco dell’ordinanza, & con le spade lunghe ch’essi reggeuano a due mani, cominciariono a tagliare quelle lunghissime picche. Là onde quasi tutti spauentati dallo ardire di costoro, voltarono le spalle prima che aspettassero la furia del battaglione.»

Sfortunatamente, Francesco Guicciardini (1483-1540) non fa menzione di questo episodio anche se ha descritto la battaglia nel suo Storia d’Italia che iniziò a scrivere nel 1537 (ora disponibile in altre edizioni più tarde). Ancora più importante: Alessandro Benedetti (1450-1512), che fu dottore sotto Venezia e testimone oculare della battaglia, non ci ha lasciato alcuna traccia a riguardo nel suo Diaria de Bello Carolino (1496), scritto in latino.

Aggiungo, come ha scritto Neil Melville nel suo libro The Two-handed Sword history, design and use (Barnsley 2018): «Tutte le altre prove in nostro possesso, per quanto scarne per il quindicesimo secolo, suggeriscono che la spada a due mani non fu usata in numeri quali 300 simultaneamente, e che i guerrieri dei ‘fanti perduti’ fossero equipaggiati con molte più alabarde che spade a due mani. Ma è valido per una buona storia.»

Una vecchia raffigurazione francese della battaglia da “Les Guerres d’Italie” di Jean-Louis Fournel. Non c’è prova di un grande dispiegamento di spade a due mani.

La battaglia di Soriano (1497)

Questa seconda fonte viene da Girolamo Frachetta, che scrisse Il seminario de’ governi di stato et di gverra (1613), un trattato che raccoglie massime e morali in materia bellica e politica, riprese da diversi autori che avevano affrontato i temi in precedenza. In questo caso il trafiletto trovato nel libro non è un resoconto, bensì una mera supposizione, solo un “cosa sarebbe successo se”.

«li harebbono sostenuti, & si può credere anco vinti. & molto più facilmente, se hauessero hauuto vna mano di spadoni nella prima fila, co i quali harebbono tagliate le punte delle picche de’ nemici, senza poter essere da quelle offesi.»

Frachetta prese i fatti di Soriano – certamente conosceva la battaglia attraverso vecchi resoconti da ritrovarsi in altri libri italiani dei quali potremmo addirittura supporre i titoli, probabilmente – e suppose cosa sarebbe potuto accadere tra le due fazioni con una decisione tattica diversa. Vitellozzo Vitelli schierò picche più lunghe di quelle delle truppe di Papa Alessandro VI e le sconfisse, ma se avessero avuto degli spadoni? Inutile dire – ancora – che all’epoca in cui Frachetta scrisse il suo trattato, il tempo in cui le spade a due mani nelle battaglie campali non erano limitate alla difesa degli stendardi era già passati da un pezzo. E lo sappiamo per certo. È possibile che gli ultimi decenni del sedicesimo secolo fossero già caduti preda di credenze fuorvianti quanto a ciò che era in uso in passato, e queste credenze siano poi perdurate da quel momento in avanti.

La battaglia di Marignano (1515)

La terza fonte menziona le gesta di due soldati svizzeri durante la seconda giornata della battaglia di Marignano, poco prima che morissero per mano delle linee francesi che avevano assaltato. Ciò che può essere detto riguardo Fornovo può essere applicato quasi interamente anche a Marignano, ancora più considerando che anche questa volta il cronista è Giovio, ed entrambi i resoconti si trovano nello stesso libro.

«Et quiui ancora Zambrone, e Antio Encher, huomini d’animo grandissimo, & di terribile statura, maneggiando essi con singolar maestria due spade grandi a due mani; & essendo in mezo la battaglia de’ Tedeschi; poi c’hebbero tagliate molte picche, & tagliato à pezzi molti nemici, riuoltogli finalmente contra tutta la battaglia, furono miseramente morti.»

È importante sottolineare quanto sia difficile definire che tipo di azione sia descritta: i due confederati stavano già combattendo in una mischia ristretta e quindi tagliando picche nella confusione di corpi e armi? Stavano approcciando il nemico tagliando aste e quindi entrando poi in un combattimento alla spada? A mio parere, nessuna opzione è facilmente escludibile. In ogni caso, possiamo vedere come questa situazione sia molto diversa da quella di Fornovo, anche solo considerando i numeri: trecento uomini a confronto di solo due di «terribile statura».

L’unico dettaglio della battaglia di Marignano in cui sono presenti spade a due mani, in quella che è chiaramente un combattimento senza picche (attribuito a Maitre à la Ratière, sedicesimo secolo, Musée Condé, château de Chantilly).

L’assedio di Calais (1558)

Una quarta battaglia che fa questa menzione, molto più tarda, è l’assedio di Calais del 1558, riportato nel 1581 da Giordano Ziletti. In questo caso la fonte è molto più affidabile siccome il tempo trascorso dai fatti è di “solo” 23 anni. Il passaggio descrive l’assalto degli assedianti mentre tentano di conquistare una posizione nemica difesa da mura e fossato.

«Circa le 22 hore fu posto il ponte, et fatti passar’ i Tedeschi, ma molto prima molti erano passati a guazzo, et cosi durò a lungo il tentatiuo d’entrare, et si uedeuano pruoue di alcuni più che Paladini. ma giunti i Tedeschi gridando il suo R. uno tra gli altri fece da Orlando, che con uno spadone da due mani; fece una tagliata di quelle picche, che dissi auanzar fuori, et mediante uno corpo di gente accampata da quella piazza, l’un l’altro si spingeua innanzi.»

In questo caso, il soldato tedesco con spada a due mani è solamente uno tra molti e non abbiamo indizi riguardo al numero di spade di questo tipo presenti durante questo assalto nello specifico. Certamente non è il caso di una battaglia campale con due formazioni che si fronteggiano. Piuttosto una schermaglia che conferma uno dei contesti descritti da altre fonti (come scontri di trincea, assalti notturni di accampamenti, assedi di mura, battaglie navali…). Non ritengo si tratti di un resoconto falso: qui il taglio delle picche è descritto chiaramente, anche se la descrizione di questo particolare soldato tedesco, un “Orlando” – quindi un eroe, qualcuno di speciale e temerario – sembra più tratteggiare delle gesta straordinarie e non una comune pratica militare di massa.

Una fonte storica contro questa teoria

C’è una fonte che potrebbe persino smentire attivamente questa teoria. Ancora una volta è un libro italian, Disciplina militare di Aurelio Cicuta (1566).

«[nota: le alabarde] sono ancho perfette per guardia dell’insegna, ordinate a’ luoghi loro: percioche, come è detto di sopra, col taglio troncano le picche nimiche, & con la forcatura le conficcano in terra; il che non potrà fare il partesanone, nè la spada a due mani: le quali armi nulla vagliono, per non hauer campo da rotare in quella strettezza della battaglia, nè ancho non sono atte a conficcar le picche, nè di taglio le possono molto nuocere per non potersi sbracciare nel menare delle mani per la strettezza de’ compagni, & de’ nimici, quantunque da molti siano state lodate, & poste in vso, con non poca abusione.»

Cicuta ci dice molte cose interessanti:

  • loda le alabarde più delle spade a due mani perché possono tagliare le picche;
  • le alabarde potevano conficcare le picche nel terreno grazie alla loro «forcatura», mentre le spade a due mani non potevano;
  • le spade a due mani non potevano danneggiare le picche in modo adeguato a causa della mancanza di spazio per poterle mulinare nel fitto della battaglia;
  • Afferma che in passato molte persone avevano lodato le spade a due mani a tal punto da essere state usate eccessivamente, anche se di apparente scarsa utilità.

Ora, dovremmo considerare che probabilmente Cicuta esprime il suo punto di vista in materia tattica, influenzato dal modo di far guerra del suo tempo, ma è comunque interessante notare come indichi queste cose sempre riferendosi alla difesa delle bandiere, che non si trovano davanti alla linea di picche, ma dietro, raggiungibili solo da un nemico che abbia rotto la formazione. In quel caso il combattimento è corpo a corpo e ristretto, come raffigurato in molte vecchie stampe o dipinti. Non posso fare a meno di pensare che quell’«abusione» alla quale si riferisce è esattamente questo. Quindi il punto di vista di un uomo della metà del sedicesimo secolo che guarda ai decenni precedenti è tale per cui, implicitamente, conferma lo stesso uso per la difesa della bandiera anche allora, ma con un approccio vecchio che lui non approva. Questo sarebbe parzialmente confermato dal resoconto di un soldato e testimone oculare della seconda parte delle guerre d’Italia, Giulio Cesare Brancaccio (1515-1586) che descrive in dettaglio l’uso delle spade a due mani nei ranghi delle formazioni svizzere per impedire al nemico di sfondare la linea ed arrivare ai ranghi arretrati. Inutile dirlo: Brancaccio non parla mai di tagliare o scompaginare le picche.

Trattati di scherma

Per quello che riguarda la letteratura schermistica dal quindicesimo al diciassettesimo secolo, nessun maestro parla specificamente di qualcosa che assomigli a una procedura codificata per fronteggiare una linea di picche con uno spadone o altre spade a due mani; e non dovremmo sorprendercene, dato che l’arte schermistica del duello e del confronto uno contro uno ha davvero poco a che vedere con quanto è necessario e succede durante una grande battaglia di centinaia di uomini. Durante i miei studi personali su trattati e manoscritti, le uniche fonti nelle quali mi sono imbattuto ad essere vagamente collegate all’argomento sono le regra XIV simple e composta dal Memorial da prattica do montante (1651) di Diogo Gomes de Figueyredo e gli insegnamenti di Achille Marozzo sulla spada a due mani nel suo Opera Nova (1536). Entrambi parlano solo del confronto di due uomini, quindi di una spada contro una singola arma in asta o un’arma lanciata di quelle dall’asta corta (parliamo di armi come alabarde, partigiane e simili, non necessariamente di picche). Non c’è menzione evidente di un’applicazione sul campo di battaglia o di qualcosa che potrebbe suggerire che i due maestri stiano parlando di insegnamenti utili per quel tipo di contesto.

“Guardia contra arme inastate” da Opera Nova (1536) del Marozzo. Sul pavimento sono presenti alcune aste spaccate, ma il trattato non presenta riferimenti in merito e potrebbe essere una semplice scelta figurativa per rendere più dramamtica l’incisione. Qualunque sia il motivo, il Marozzo non menzione né battaglie né tattiche per un contesto in formazione.

Quel che risulta strano, comunque, è il fatto che disponiamo di informazioni su tattiche ancora più incredibili, come questa, che consiste nel depositare fanteria armata di spadone portata da cavalleria “taxi” direttamente sulla linea di archibugieri nemici. O questa: piccoli cannoni a mano con uno spadone nascosto nell’impugnatura di legno, pronto per essere usato dopo che l’arma ha fatto fuoco, durante un assalto temerario. Quindi, non è strano che non ci sia alcunché riguardante le tattiche per scompaginare e tagliare le picche?

Test pratici moderni

Possiamo enumerare parecchie speculazioni sull’argomento ma, che io sappia, non esiste un test pratico serio e documentato (video, o scritto) condotto con persone, armi e armature, che cerchi di ricostruire un contesto simile in modo da valutare le azioni e le reazioni più probabili che avverrebbero tra i combattenti.

Nella mia esperienza, durante l’allenamento delle vecchie tecniche dei trattati di montante iberico ho potuto osservare quanto sia semplice spezzare un’asta in pino di 2 m colpendola con uno spadone a due mani di 2,6 Kg non affilato solo dopo qualche minuto di esercizio di battute.

Tuttavia, il pino è un legno molto morbido assolutamente non paragonabile a una picca di 3 m, per durezza e dimensione. In più, qualunque persona che si sia allenata un po’ a maneggiare il montante può confermare quanto sia difficile fronteggiare un’arma in asta, batterla e colpire un avversario non collaborativo, senza prima venire arrestati da un’azione di punta.

Conclusioni

Concludendo possiamo affermare che, se spezzare le picche con lo spadone è mai stato qualcosa di realmente messo in atto per motivi tattici, la sua vita è stata molto breve e non è sopravvissuta abbastanza per vedere la metà del sedicesimo secolo. Potrebbe essere stata una pratica durante le fasi iniziali delle guerre d’Italia ma fu presto abbandonata.

Questo articolo non vuole dichiarare che non ci sia mai stata alcuna situazione nella quale le spade a due mani abbiano permesso di tranciare o scompaginare le picche. Sarebbe un’affermazione figlia di un punto di vista ristretto, analogo a quello di chi crede ciecamente al contrario. Diciamo solamente che non c’è assolutamente alcuna prova di un sistema tattico intenzionalmente strutturato per spostare o spezzare le picche nemiche con lo schieramento di truppe specializzate armate di spadone.

È mai successo? Possibile, in situazioni d’eccezione. È stato sempre intenzionale e metodico? Improbabile, e se lo è stato, solo per qualche decennio tra la fine del quindicesimo e l’inizio del sedicesimo secolo.

Come sempre, sarò felice di essere smentito davanti a nuove fonti delle quali non sono a conoscenza.

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Leggi anche il mio articolo Spadone e Battaglie Navali del XVI Secolo

Bibliografia

  • Achille Marozzo, Opera Nova, 1536 [Link];
  • Alessandro Benedetti, Diaria de Bello Carolino, Venezia 1496 [Link];
  • Aurelio Cicuta, Disciplina militare, Venezia 1566 [Link];
  • Francesco Guicciardini, Storia d’Italia – Volume II, 1561 [Link];
  • Giacomo di Grassi, Ragione di adoprar sicuramente l’arme, 1570 [Link];
  • Giordano Ziletti, Delle lettere di principi, Venezia 1581 [Link];
  • Girolamo Frachetta, Il seminario de’ governi di stato et di gverra, Venezia 1613 [Link];
  • Giulio Cesare Brancaccio, Della nuova disciplina & vera arte militare, Venezia 1585 [Link];
  • Paolo Giovio, Delle istorie del suo tempo, Direnze 1551 [Link];

Note: la mia ricerca è in continuo miglioramento e, considerando che sto ancora archiviando risorse per più di 300 resoconti che coinvolgono lo spadone, sarebbe difficile elencare tutti i libri e i documenti (per non parlare dell’iconografia!) che non solo provano i fatti di ciò che probabilmente è stato ma anche di quello che probabilmente non è stato.

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