Lancia, Lanciotto, Picca e Ginetta

Lancia, Lanciotto, Picca, Ginetta. Il Lessico Rinascimentale italiano, che identifica le varie tipologie di armi, è fortemente caratterizzato da variazioni locali e dialettali.

Le sfumature terminologiche di frequente riscontro nello studio oplologico sono quindi il prodotto della frammentazione linguistica dell’Italia del ‘400 e ‘500; questa disomogeneità implica difficoltà nella precisa identificazione delle tipologie, ma soprattutto delle dimensioni, di alcune armi inastate.

Raffronti terminologici e interpretazioni dimensionali.

Il mio breve articolo ha lo scopo di illustrare lo spettro di forme intermedie tra la lancia e la picca, analizzando le diverse varianti, delle quali cercherò anche di definire le misure.
Considerando la rarità dei reperti oplologici che conservano ancora integri i propri originali inastamenti in legno, il dato strumentale non può essere ritenuto sufficiente per poter rispondere alle esigenze di una seria catalogazione.

Si deve necessariamente procedere con l’ausilio di altre fonti, se si vogliono formulare delle ipotesi attendibili.

Ancora una volta i trattati dell’Arte delle Armi sono il punto fondamentale da cui iniziare la nostra indagine, soprattutto per poter dare un volto e definire il profilo di alcune armi inastate contenute negli stessi. 

Achille Marozzo, nella sua Opera Nova del 1536 (Quarto Libro, Cap. 182), introduce l’abbattimento che definisce “de Picha, o vero Lancioto da solo a solo” dove tuttavia mancano completamente i riferimenti per determinarne le dimensioni.

Da questa lacuna è nata la mia volontà di ricostruire la misura ipotetica di quest’arma inastata e del suo spettro di varianti, così da poter anche fornire dei dati a supporto di tutti coloro che si approcciano al loro studio e utilizzo nel contesto HEMA (Historical European Martial Arts). 

Per effettuare un’analisi più efficace e rigorosa, bisogna a mio avviso partire dall’arma originaria dalla quale, nel corso della storia, si sono generate tutte quelle tipologie di armi inastate che ritroviamo nel Rinascimento: la Lancia. Evitando di risalire a epoche troppo remote, ho scelto di iniziare la mia indagine dal ricco medioevo comunale italiano che, grazie a una vivace e capillare documentazione, offre sufficienti fonti di qualità per introdurre l’argomento. 

Essendo quest’arma usata esclusivamente da appiedati, la ricerca ha inizio proprio con l’analisi delle fanterie medievali.

Con il supporto del testo “De re militari – Pratica e teoria nella guerra medievale“, opera di un luminare di storia militare come solo può essere l’insuperabile Prof. Aldo Settia, si riesce a rintracciare una “Lanza Longa” utilizzata nel XIII secolo, prevalentemente nella formazione definita “Tripartizione Funzionale”. Questa prevedeva come elemento cardine la presenza in prima linea di fanti (Pedites) muniti di un grande scudo rettangolare, chiamato Targone o Palvese, dietro ai quali si posizionavano altri elementi di supporto come i balestrieri e i nostri specialisti armati di “Lanza Longa”.

La lunghezza di questa lancia si può ipotizzare fra i 3 e i 4 metri, una dimensione ragguardevole se si considera che le prime picche svizzere del XV secolo avevano più o meno queste dimensioni; siamo quindi alla presenza di una lunga Lancia utilizzata prevalentemente in formazioni di specialisti e con una precisa finalità: fronteggiare la cavalleria erigendo uno sbarramento di aste acuminate e, secondariamente, tenere testa alle serrate formazioni di fanteria avversarie.  

Il termine ‘’Lancia” non definisce di per sé una sua precisa dimensione, ma l`aggettivo ‘’Longa’’ è indicativo di una maggiore lunghezza rispetto alla lancia classica dello stesso periodo, che dovrebbe avere una misura variabile fra i 2 e 2,5 metri.  

Questa misura è riscontrabile in tutto il basso medioevo, fino a comparire nel famoso Trattato di inizio ‘400 del Maestro Friulano Fiore dei Liberi, che annovera la “Lanza” fra i suoi insegnamenti. Analizzando le raffigurazioni contenute nell’opera e la proporzione dell’arma in relazione con le figure umane, si rileva una lunghezza in linea con le consolidate misure della lancia medievale. 

Estratto degli insegnamenti di Lanza di Fiore dei Liberi del trattato Pisani Dossi – 1410 ca 

È con l’avvento della più esaustiva trattatistica a stampa che finalmente si possono individuare tutte quelle tipologie derivanti da tale arma, rendendo possibile il tentativo di un’interpretazione più precisa delle dimensioni. 

È nella ricca opera del M. Pietro Monte, l’Exercitorum Atque Artis Militaris Collectanea pubblicata nel 1509, che si trovano sufficienti informazioni per poter dare inizio all’indagine in maniera più rigorosa. 

Nel Secondo Libro, il condottiero e maestro toscano espone l’utilizzo di alcune armi inastate, che appartengono alla famiglia definibile “da stocco” per il loro principale utilizzo di punta, e a fianco di ogni nome fornisce indizi sulle misure.

Rispettando l’ordine nel Trattato, Monte esordisce con preziosi e precisi riferimenti alla lunghezza della Partigiana, che sostiene essere lunga quanto un uomo con il braccio alzato; sulla base di questo dato la si può ipotizzare della misura complessiva di circa 2,4 metri. Prosegue poi la trattazione con l’Azza, la cui lunghezza è poco superiore all’uomo che la porta: quindi ipotizzabile in 2 metri o poco meno. 

Si passa infine alle forme derivative della Lancia; la prima di questo gruppo a essere trattata è la “Ginetta”, che descrive come una lancia di media lunghezza. L’Autore specifica che questa variante fa parte della famiglia di “lance lunghe e aste simili”, il cui termine volgare deriva probabilmente da ‘’Gialda o Gialdetta’’, nome in costante utilizzo nell’Italia del XIII e XIV secolo, con lo stesso significato.

Prima di comparire nell’opera di Monte, il temine “Ginetta” può essere rintracciato in una preziosa documentazione archivistica milanese, relativa a un duello degli anni ‘70 del 1400. La vertenza, nella consuetudine del duello giudiziario all’italiana, vedeva coinvolti un tale Scaramuza di Calabria, “famiglio d’arme” del Duca di Milano e un certo Giacomo detto “Prete, famiglio di Bartolomeo Colleoni. Lo scontro, che avrebbe rimesso nelle mani di Dio l’affermazione della verità, nelle intenzioni del “Prete” si sarebbe dovuto svolgere a piedi e a colpi di “spadazate” o di “zanetate”. Quest`ultimo termine evoca piuttosto chiaramente il nome “Zanetta”, di fatto Ginetta.

In tutte le descrizioni offerte dal trattato di Monte per queste tipologie di armi non compaiono mai indizi precisi sulle loro proporzioni, come avvenuto invece in precedenza per la Partigiana e l’Azza.

Estrapolare quindi delle misure puntuali dal testo è un arduo compito ma, tramite la lettura tecnica mostrata dal Maestro, possiamo delineare delle ipotesi. 

La Ginetta, solitamente brandita a due mani, secondo Monte può anche essere usata ad una sola mano per sferrare delle rapide stoccate dal basso verso l’alto. Ciò può essere fatto solo in particolari occasioni e il Maestro specifica che, in questo caso, l’asta deve essere impugnata verso il calzo, con la cuspide poggiata a terra in direzione dell’avversario, per poi essere recuperata velocemente con l’altra mano subito dopo aver portato il colpo.

Questo fa dedurre che, per le notevoli dimensioni e il peso, non sia possibile tirare colpi liberamente con la sola forza di una mano, se non avvalendosi dell’appoggio dell`arma sul terreno. In considerazione di questo, è quindi ipotizzabile una misura compresa fra i 3 e i 4 metri, come quella della sua antenata “Comunale”. Di fatto possiamo concludere che la Ginetta non è altro che una lunga e robusta lancia. 

lancia lanciotto ginetta
tavola di Hans Burgkmair (1519) soldati armati di lancia lunga che si potrebbe ipotizzare essere una Ginetta nella sua versione più corta
lancia lanciotto ginetta
tavola di Hans Burgkmair (1516-1519) soldati armati presumibilmente di Ginette nella loro versione più lunga 

Segue poi l’esposizione sull’uso del “Lancione o Picca”, precisando che si tratta di “una lancia grossa a metà tra le medie e le lunghissime”, utilizzata esclusivamente con entrambe le mani sull’asta; è quindi probabile che, a causa della sua grande dimensione e conseguente peso, non presenti altra modalità di impugnatura e perciò si può dedurre una dimensione che va dai 4 ai 4,5 metri. Tale morfologia è analoga a quella delle picche in dotazione alle fanterie dei paesi di lingua tedesca già da diversi decenni, di cui ho trattato nel mio articolo su Zhistorica: “La Picca: la regina delle battaglie rinascimentali” e al quale rimando il lettore per ulteriore approfondimento. 

Proseguendo con il Trattato del già citato Maestro Bolognese Achille Marozzo, troviamo inaspettatamente il termine “Giannetta”, come variazione dialettale o storpiatura del nome “Ginetta”. Questa tipologia di arma viene menzionata, senza nessun tipo di esposizione tecnica, sia nel Capitolo 156 del Secondo Libro dedicato alla difesa con Spada e Imbracciatura contro armi inastate, sia nei successivi capitoli di Spada e Rotella contro armi inastate ed infine nel Libro Terzo, dedicato alla Spada a due mani, dove vengono esposte le Regole per difendersi da avversari con svariate armi in asta. 

In tutte queste parti, non si fa menzione alcuna delle dimensioni della Ginetta e quindi l’unico dato a cui riferirsi resta ancora l’opera di Pietro Monte.

Achille Marozzo, tavola contenuta nel trattato Opera Nova del 1536

Riguardo il “Lanciotto” o “Lancioto”, Marozzo ne espone chiaramente l’utilizzo nel capitolo riguardante l’abbattimento “de Picha, o vero Lancioto da solo a solo” ma qui, come Monte, assimila il nome Lanciotto alla Picca. Il quesito che nasce dal raffronto fra il Lancione di Monte e il Lanciotto di Marozzo, porta ad ipotizzare che si tratti della stessa arma in quanto, oltre all’assonanza dei due nomi, entrambe sono affiancate dal termine Picca, ovvero quella grande arma collocata fra quelle di media e di lunghissima misura, di circa 4 o 4,5 metri totali. È però da ritenere possibile che col termine Lanciotto o Lancione, i Maestri volessero sottolineare una differenza con la picca: come tratti distintivi si potrebbero ipotizzare una lunghezza inferiore, una minore robustezza dell’asta, o magari una differente tipologia di cuspide. Purtroppo tali quesiti ad oggi non trovano ancora risposta.

Tavola di Hans Sebald Beham, (1510-1520): Lanzichenecchi armati di picche.

E la misura di quelle picche definite “lunghissime”? 

Sappiamo che nel rinascimento, le picche utilizzate dagli ordini chiusi di Svizzeri o Lanzichenecchi potevano raggiungere in casi rari anche più di 5 metri di lunghezza, ma mediamente le misure si aggiravano intorno ai 4,5 metri. 

Un riferimento abbastanza preciso è fornito nuovamente da Pietro Monte che, a servizio della Serenissima nella battaglia di Rio Secco del 1508, per assicurarsi la vittoria ricorse a un significativo espediente. A fronte delle portentose formazioni di picchieri Lanzichenecchi, mise in campo i suoi ordini chiusi appositamente addestrati, ma con picche lunghe 60 centimetri in più rispetto a quelle alemanne. Indirettamente, il condottiero ha appena fornito un indizio abbastanza preciso che rende possibile ricavare delle dimensioni filologiche di quelle picche definite “lunghissime”: aggiungendo 60 centimetri alla lunghezza di una picca media di quel periodo, si ottiene infatti la misura di circa 5 metri.

A questo punto, disponiamo di sufficienti dati per formulare delle teorie sulla misura e sulla morfologia delle armi inastate indicate nel titolo; elemento importante in quanto, ad oggi, nessuna pubblicazione dedicata allo studio delle armi in asta ha affrontato scientificamente l’analisi strumentale di questa specifica categoria.

È molto importante conoscere e distinguere le caratteristiche e le differenze tra le varie armi in asta; questo può portare a una migliore comprensione delle dinamiche che ruotano intorno a esse, arricchendo di fatto i nostri approcci tecnici nello studio dei trattati.

La necessità generale è quella di disporre di maggiori strumenti per la comprensione di quella enorme varietà di armi che il Medioevo e il Rinascimento europeo hanno lasciato in eredità, a riguardo della cui morfologia a volte ci lasciamo trascinare in convinzioni e pareri personali, senza però dei reali fondamenti. 

“Io batto e ribatto, camuffo e combatto. Di stocco colpisco e lesto ferisco. Con l’asta protendo, la vittoria mi prendo.” 


di Moreno dei Ricci

Centro Studi Gairethinx (BS)

Sala d’Armi Guardia di Croce – Scuola Opera Nova 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

– Achille Marozzo – Opera Nova. 1536 

– Pietro Monte – Exercitorum Atque artis militris certamine. 1509

– Fiore dei Liberi – MS Pisani Dossi. 1410 circa 

– A.A Settia – De re militari. Pratica e teoria nella guerra medievale. 2008

– A.A Settia – Comuni in guerra. Armi ed eserciti nell’Italia delle città. 1993

– M. Troso – Le Armi in asta delle fanterie Europee (1000-1500). 1988

– M. Troso – La battaglia dell`Ariotta. 2002

– Associazione culturale Imago Antiqua: Storia di un antico duello. Di Marco Vignola. 2018 

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5 pensieri riguardo “Lancia, Lanciotto, Picca e Ginetta

  1. Una piccola curiosità:
    Nella tecnica di Monte che cito all’interno dell’articolo: per scagliare una rapida stoccata partendo con la punta della Ginetta poggiata a terra.
    Potete vedere nel primo minuto di questo bel filmato dell’amico Roger Norling, un principio molto simile di tale tecnica proveniente dal trattato del Maestro Meyer del 1570:

    https://youtu.be/-aaWZ6Giil4

  2. Con tutto ciò tra i gruppi di rievocatori che mi è capitato di incrociare le armi in asta non mi sono sembrate molto popolari, se non al massimo come scenografia.

    1. In alcune rievocazioni storiche, purtroppo, non si vede perfettamente lo spaccato della realtà.
      Rimane il fatto che le armi in asta, in tutti i periodi storici, erano le armi fondamentali delle fanterie.

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