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Il Re su Netflix: la Battaglia di Azincourt

Il Re (film Netflix) e la battaglia di Azincourt è la storia di un’ottima occasione sprecata

Noi felici, pochi. Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!

(Enrico: Atto IV, scena III)

Non staremo qui a ragionare sulla fedeltà storica del recente film di Netflix, né sulla sua più o meno bellezza: ispirato all’Enrico V di Shakespeare, sarebbe assurdo pretendere filologia e rigore storico. Va anche sottolineato però, che il film con il suo immaginario di fango e colori smunti, si fa carico di una certa pretesa di realismo storico. Ed è proprio sull’apice di questo presunto “realismo”, ovvero sulla battaglia di Azincourt, che ruba da sola un terzo del film, che mi piacerebbe indugiare.

Rappresentare le battaglie medievali al cinema è sempre un’impresa ardua, e raramente riuscita. E, senza grandi giri di parole, il Re non riesce nell’impresa. Anzi, tentando di rappresentare realisticamente lo scontro, finisce per snaturarlo più di quanto facessero i colossal anni ’50, zeppi di armature lucenti, bandiere coloratissime e sorrisi smaglianti. In estrema sintesi, nel lungometraggio la celebre battaglia del 25 ottobre 1415 appare come una gigante zuffa tra teppisti, fangosa certo, ma pur sempre una zuffa.

Non vi è traccia di tattica, non ci sono manovre, e anche l’azione stessa è sacrificata sull’altare della “rissa”. A corollario, bisogna far notare errori marchiani, come la presenza di molte armature complete decisamente posteriori, martelli da guerra cinquecenteschi, assenza di stendardi e gonfaloni (tra cui c’era il famoso Orifiamma, andato perso proprio quel giorno). Oltre l’oplologia, gli errori più grandi sono nella dinamica delle manovre e delle azioni, nel paesaggio e campo di battaglia, e in alcune “assenze” decisamente rilevanti.

Azincourt è nota per essere una delle battaglie più cruente e “squilibrate” di tutto il medioevo. La campagna di Enrico V in Francia stava andando decisamente male e dei 15.000 uomini gliene erano rimasti più o meno 6000. Rinunciando ad un invasione vera e propria, Enrico iniziò una stagione di saccheggi lungo il nord della Francia, sperando che il lento esercito francese non riuscisse a stanarlo prima del ritorno nella madrepatria. Ma, anche se travagliati da un re completamente folle e giochi di potere, i nobili di Francia decisero di chiudere la partita con gli inglesi e misero insieme uno schieramento di oltre 20.000 uomini, raccogliendo il fiore della nobiltà/cavalleria del Regno.

Le cronache dell’epoca raccontano che questa armata, che dovette attraversare buona parte del paese, sembrava invincibile, forte dei suoi 2-3000 cavalieri pesanti. Lo schieramento si dotò persino di un esiguo numero di artiglierie, tra le prime mai schierate in battaglia in Occidente.

Il 24 ottobre l’armata inglese fu colta di sorpresa, scoprendo che i francesi avevano chiuso la via di ritorno a Calais, nella piana tra Azincourt e Tramecourt: sarebbe stata battaglia, anche se Enrico tentò, fino all’ultimo, di evitarla. Ma anche se stremata e in impressionante inferiorità numerica, quasi senza cavalleria (1500 in tutto, di cui solo un centinaio corazzati al pari dei nemici), e con buona parte degli arcieri affetti da dissenteria (stando alle lucide ipotesi di Keegan), l’armata di Enrico aveva qualche asso nella manica.

Il giorno dopo i due schieramenti si ritrovarono faccia a faccia. I francesi divisero l’armata in tre grossi blocchi di fanteria sostenuti da due ali di cavalleria pesante.

Secondo l’intelligente piano del connestabile di Francia, Carlo I d’Albret, onde evitare le ondate di frecce e l’agilità nemica (già conosciuta ai tempi di Edoardo III e del figlio, il Principe Nero), dopo una prima ondata di dardi da parte dei balestrieri, la ali di cavalleria si sarebbero riversata sul nemico, sostenute poco dopo dalle prime due divisioni di fanteria pesante che avrebbero dato il colpo di grazia: praticamente, stando ai piani, una battaglia “classica”, secondo lo schema medievale della élan (l’Impeto).

D’Albret e gli altri capitani erano consapevoli che il terreno, dopo giorni di pioggia, era diventato una grande distesa di fango (diversamente dal bel prato fiorito in The King), e che avrebbe rallentato la carica, ma all’epoca la velocità della cavalleria stava smettendo di essere un fattore determinante, prediligendo una forza d’urto più lenta, ma al contempo più massiccia e durevole. Enrico, invece, su quel fango ci stava puntando tutto. Schierò i suoi uomini su un unica fila per evitare di farsi aggirare, permettere agli arcieri di avere miglior visuale, e di evitare l’effetto di “schiacciamento” tra gli uomini, mantenendoli larghi e costringendo la cavalleria a sparpagliarsi.

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LAM58188 Ms 6 f.243 Battle of Agincourt, 1415, English with Flemish illuminations, from the ‘St. Alban’s Chronicle’ (vellum) by English School, (15th century); © Lambeth Palace Library, London, UK

Alle 11 del mattino, stanco di aspettare l’assalto francese, Enrico diede ordine di avanzare. Gli arcieri si arrestarono a circa 300 metri dal nemico, piantarono i loro paletti acuminati e si prepararono al tiro. Con circa 3000 arcieri, la prima fila francese fu “accolta” da circa 10.000 frecce nei soli primi minuti di scontro. A questo punto successe qualcosa di imprevedibile, terrore di ogni comandante: i cavalieri francesi iniziarono a caricare spontaneamente e in modo assolutamente non organizzato.

Diversamente da come viene rappresentato nel film, la cavalleria iniziò la battaglia a piccoli gruppi, rallentata dal fango, giungendo a contatto con il nemico senza la compattezza prevista. Ben presto quella che doveva essere una carica devastante, si risolse con una ritirata generale, che per giunta travolse le prime due divisioni di fanteria francese, generando panico e forse persino qualche caso di friendly fire. I migliaia di cavalli, inoltre, avevano smosso il terreno, aumentando a dismisura la fanghiglia, rallentando ancora di più la marcia della fanteria corazzata. Stremati e sotto la pioggia di frecce, gli armigeri francesi penetrarono comunque per circa trenta metri nello schieramento inglese, che per qualche attimo tentennò.

Purtroppo quello fu il preambolo della vera carneficina per il fior fiore della nobiltà gallica. Stretti nel loro schieramento (le cronache dicono che non riuscivano neanche a menare fendenti con la spada), gli armigeri venivano spinti dai fanti della seconda linea sempre più a fondo, mentre gli inglesi, con spazio di manovra e spade corte o bastarde, “menavano” fendenti micidiali. In tutto ciò, gli arcieri continuarono il loro tiro massacrante, arrampicandosi addirittura su pile per ottenere una posizione migliore.

E’ a questo punto che la battaglia si trasformò in una caotica “zuffa” come viene illustrato nel film, con la differenza che gli inglesi riuscirono a tenere la formazione, mentre i francesi erano “imbottigliati”nell’imbuto creato dalle ali esterne nemiche. Accerchiati, stanchi, magari feriti da 2 o 3 frecce, i cavalieri di Francia caddero uno dopo l’altro, e dopo quasi tre ore di terribile mischia, oramai la battaglia poteva dirsi conclusa. E seppur cruenta, fino a quel momento i morti dovevano essere più o meno nella media delle battaglie coeve: i nobili, come da usanza, preferivano arrendersi, consci che le famiglie avrebbero pagato un lauto riscatto.

Ma è a questo punto della battaglia che successe l’ultimo evento insolito. La terza divisione francese, nel tentativo disperato di risollevare le sorti della battaglia, ebbe l’ordine di aggirare lo schieramento inglese. Durante l’aggiramento, non prima di aver saccheggiato il campo inglese del tesoro di Enrico e delle paghe dei soldati, la maggior parte dei soldati francesi (questi provenienti dalle classe contadine), si diede alla fuga.

Ahimè Enrico V questo non poteva immaginarlo e temendo un attacco alle spalle, diede un ordine assurdo per le usanze cavalleresche del tempo: uccidere tutti i soldati prigionieri, persino i nobili (tranne quelli di alto rango). Iniziò una mattanza talmente violenta che scosse l’opinione pubblica di mezza Europa, e che distrusse, nel giro di un’oretta, l’intera casta militare francese di una generazione.

Come si può notare le distanze tra la vera battaglia e quella rappresentata nel film sono tante, e tante altre ancora potrebbero essere sottolineate (da un finto duello tra il Delfino e Enrico V, a improbabili attacchi ai fianchi, fino alla “fantascientifica” carica iniziale dei cavalieri contro la formazione inglese), ma sarebbe altamente inutile elencarle.

Le esigenze filmico/narrative de Il Re su Netflix non avevano nella storicità una conditio si ne qua non, anche se sarebbe stato interessante rappresentare in modo realistico una delle battaglie più importanti del medioevo. Non tanto per accontentare la ormai esigua (e disprezzata!) comunità degli appassionati e studiosi di storia militare, quanto per creare ponti tra gli studi storici e le rappresentazioni filmiche.


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2 pensieri riguardo “Il Re su Netflix: la Battaglia di Azincourt

  1. Ciao concordo su quasi tutto tranne sul fatto che in effetti un attacco ai lati da parte degli inglesi ci fu effettivamente stato (della fanteria leggera era nascosta nei boschi proprio come nel film). Ad ogni modo la battaglia assomiglia molto alla famosa battaglia dei romani contro le tribù britanniche a Watling Street, da cui si dice Enrico V se ne sia ispirato

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