Protesi per Indiani d’America: la Medicina Europea al Servizio di un Capo Indiano

Le protesi per Indiani d’America iniziarono a circolare nell’ultimo quarto del XIX secolo, in seguito al salto tecnologico e produttivo dovuto alla Guerra Civile.

A fine Ottocento, le capacità tecniche dei costruttori di protesi sono migliorate in modo decisivo rispetto a cinquant’anni prima. Motore primario di questo salto in avanti della tecnologia prostetica è la Guerra Civile, che lascia gli Stati Uniti con enormi cicatrici non solo sociali, ma anche prettamente fisiche.

Una delle più importanti aziende mondiali in questo campo è la A.A. Marks, fondata nel 1853. Oltre all’ottima qualità delle sue protesi, la A.A. Marks elabora anche una strategia di marketing molto efficace, specie se pensiamo al periodo di cui parliamo.

Pubblica infatti diversi volumi che riportano centinaia di testimonianze da parte di utilizzatori abituali dei loro prodotti. Alcuni dei testimonial usano i loro arti artificiali anche da più di 20 anni!

Tra le testimonianze, c’è quella, impagabile, di un medico che ne ha acquistata una per un Siuox. Il testo recita:

“Nel settembre 1899, ho amputato la gamba sinistra [con “leg” si intende un’amputazione al di sotto del ginocchio, in caso di amputazione transfemorale si usa “thigh”] di Ceca Yammi (Peter Tre Gambe) un Indiano Sioux. Egli soffriva di una necrosi del tarso ed era del tutto invalido, completamente incapace di stare in piedi. Non ho avuto il consenso all’operazione fino a quando non gli ho fatto presente i vostri eccellenti arti artificiali, e che sarebbe stato in grado di camminare, correre, cavalcare, lavorare, ecc.

Il moncone è guarito velocemente, così vi ho inviato le misure per la protesi. E’ arrivata con corriere espresso e gliel’ho subito fatta indossare. Con mia grande sorpresa, gli calzava a pennello. Mentre vi scrivo, Ceca cammina tra gli altri indiani con tutto il comfort e la facilità che desiderava. Vi allego una sua immagine in abiti tradizionali da guerra e i suoi ringraziamenti, con la speranza che la cosa possa interessare alla sua razza, e un esempio di cosa la “Medicina dell’Uomo Bianco” potrebbe fare per la sua gente.”

protesi ottocentesche

Ora, immagino che la vostra prima domanda sarebbe su quel nome, Peter Tre Cosce, e sulla plausibile origine dello stesso. Cercherò di ignorarla, onde evitare di trasformare questo breve articolo nella sceneggiatura di un Cinepanettone.

D’altronde, bisogna considerare che le popolazioni nordamericane autoctone hanno sempre avuto grandi difficoltà ad affrontare i problemi connessi all’amputazione, compresi quelli derivanti dalla costruzione di protesi efficienti.

Uno dei primi approfondimenti sulla questione è quello contenuto in uno studio di L.W. Friedman, “Amputations and Prostheses in Primitive Cultures,” Bulletin of Prosthetics Research, Vol. 10–17, 1972.

[Per i Cheyenne] procedere all’amputazione era una questione tremendamente seria e inusuale. Grinnel [George Bird Grinnel, autore di The Cheyenne Indians, Their History and Ways of Life, Yale Univ. Press, 1923] afferma in modo categorico che i Cheyenne non praticarono mai l’amputazione: nessun uomo voleva perdere un arto e nessun medico si sarebbe preso una simile responsabilità

I nativi Seneca e Iroquoi, stando a quanto riportato da Lawson nel 1714 [Lawson, John: Lawson’s History of North Carolina], sono in grado di amputare con successo metà piede. Lo fanno, però, solo per mutilare i prigionieri di guerra e impedire loro la fuga. In pratica scuoiano il piede dalla base delle dita fino a metà, lo amputano, e usano la pelle in eccesso per coprire il moncone. Una tecnica di buon livello, quindi, anche se utilizzata per fini di “pronto soccorso” medico.

Un’altra testimonianza di amputazione precolombiana arriva da Densmore [Densmore Frances: Uses of Plants by the Chippewa Indians. Bureau of American Ethnology 44th Annual Report, p. 333-334, 1926-1927] , che racconta la storia di un, ragazzino, un indiano Chippewa, con le gambe completamente congelate fino a metà tibia. Questi, in preda a dolori insopportabili, supplica un amico di amputargliele, utilizzando esclusivamente un coltello. Dopo l’amputazione, avvolge i due monconi in una barkcloth (tela ricavata dalla corteccia) che cambia due volte al giorno.

Quanto al controllo dell’emorragia, molte tribù indiane conoscono sia l’applicazione del cauterio che l’uso del laccio emostatico. Ce ne sono due, però, che sono in grado addirittura di effettuare legature dei vasi sanguigni per mezzo di tendini; si tratta dei Seneca e degli Iroquoi. Altre tribù si ingegnano con metodi differenti, come ad esempio i Mescaleros. Questi ultimi applicano alla ferita la parte interna del cuoio appena conciato, mentre alcune tribù dell’odierno Missouri, preferiscono usare funghi o smooth sumac.

Insomma, possiamo concludere che, sebbene molte tribù indiane del Nord America avessero rudimenti di conoscenze chirurgiche, la costruzione di protesi era quasi del tutto sconosciuta.

In questo senso, quindi, la lunga tradizione prostetica europea fu accolta e apprezzata dalla maggior parte di loro.

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