Spadone e Battaglie Navali del XVI Secolo

Cosa sappiamo dello spadone nelle battaglie navali? In questo articolo (originariamente pubblicato per la rubrica in inglese Mamma mia, spadone! di The Spadone Project) tratterò di cosa sappiamo ad oggi riguardo all’uso dello spadone nelle battaglie navali del XVI secolo.

Cercherò di lasciare da parte speculazioni eccessive, andando dritto alle fonti in modo da fornire un’esaustiva lista di episodi dai quali possiamo trarre qualche conclusione.

Sono stato in grado di raccogliere solamente un piccolo numero di fonti che testimoniano il passato dello spadone fra i combattenti di mare ma, nonostante questo, il numero di episodi è sufficiente – e così esteso lungo il corso del XVI secolo – da essere considerabile, se non proprio una verità di fatto, almeno un esaltante topos eroico, decantato da molti autori del tempo.

L’armamento di una galea secondo Pantero Pantera

Pantero Pantera (1568-1625) nacque a Como, membro di una famiglia di mercanti, e si arruolò nella flotta papale nel 1588, alcuni anni dopo la morte del padre. In seguito a diversi anni di carriera sotto le forze navali pontifice, scrisse il libro L’Armata Navale (1614), che ci fornisce una lista davvero esaustiva di equipaggiamenti – sia armi che altre dotazioni – che si supponeva dovessero trovare posto a bordo di una galea (per brevità non riporterò la lista completa, ma potete trovarla qui, a partire da p. 171). Questo libro è considerato la prima pubblicazione italiana dedicata interamente al combattimento navale.

Fra una ricca raccolta di armi, in termini di tipologia e quantità, troviamo solamente due spadoni (pagina 176 del volume). La differenza fra questa coppia e la quantità di altre armi elencate è un primo segno che ci suggerisce come questo tipo di spada fu effettivamente utilizzata, ma solamente come arma davvero specialistica, riservata a pochi soldati e forse solamente in circostanze particolari. Giusto per fare un esempio: ogni nave doveva portare 50 spade, senza considerare quelle portate alla cintura dai soldati (Pantera sottolinea personalmente questa distinzione). Di conseguenza possiamo constatare una proporzione di 1 spadone ogni 25 spade, perlomeno. Per rendere la cosa ancora più chiara (pur sapendo che solamente due resoconti su una battaglia non possono essere presi come verità assoluta), Giovanni Pietro Contarini ne Historia delle cose successe Dal Principio della Guerra mossa da Selim ottomano a’ venetiani […] (1572) e Francesco Sansovino – che quasi sicuramente lesse il libro del Contarini – ne Historia universale dell’origine, et imperio de’ turchi (1582), riportano quasi le stesse identiche parole sulla flotta cristiana di Lepanto: «[…] essendoui per ogni galea huomini da spada ducento, & nelle galle Capitane, & edi fanò, secondo li gradi, doue trecento, & doue quattrocento: […]». Potremmo approssimare 1 spadone ogni 100 uomini per le navi più piccole, forse poco più, se supponiamo che qualcuno fra i soldati portasse uno spadone personale, in aggiunta all’equipaggiamento ordinario di bordo della galea. Sembrerebbe proprio un’arma abbastanza marginale.

Il libro del Pantera non ci fornisce alcuna nota aggiuntiva riguardante le ragioni o l’uso dello spadone in relazione alla sua presenza a bordo: un’ipotesi vuole che uno fosse custodito a prua e l’altro a poppa, pronti per essere usati in situazioni critiche per sfoltire la calca dei nemici da un’estremità della nava fino all’altra (NdA: questa ipotesi non è mia e arriva dal web, ma non riesco a ricordare dove l’ho letta, perciò perdonate la pessima memoria).

Nota: una menzione speciale a Moreno dei Ricci che, per primo, ha menzionato il libro del Pantera in questo articolo e dal quale ne ho potuto scoprire l’esistenza.

La battaglia di Lepanto (1571)

Probabilmente Lepanto è la più famosa battaglia navale del Rinascimento – combattuta dalla Lega Santa contro la flotta ottomana – e per la quale abbiamo alcuni interessanti resoconti anche solo per la sua rilevanza in termini di dimensione dell’evento. Ancora una volta, il Contarini ci ha lasciato alcune parole giusto un anno dopo la battaglia, stampate nel 1572 ma probabilmente scritte poco tempo dopo l’evento effettivo. Descrive il momento in cui improvvisamente la flotta cristiana avvista le navi ottomane, «La istessa Domenica a due hore di giorno», sorpassando gli scogli dei Curzolari. I «Christiani allegri» iniziarono a preparare le loro navi, pulendo i ponti e distribuendo le armi «tutti con l’armi pertinenti a loro» che contavano «archibugi, alabarde, mazze ferrate, picche, spade, & spadoni». Questi armamenti «compartiti tutti tra le sbarre, balestriere, pupa, proua, & meza galea».

Anche il Contarini descrive la battaglia e qui ne abbiamo un breve estratto per inquadrare quella terribile mattanza: «Si erano serrate insieme tre galee a quattro, quattro a sei, & sei ad vna sì delle inimiche come delle christiane tutti combattendo crudelissimamente per non lasciar l’vno la vita all’altro, & già erano saliti sù molte galee di questa e quella parte, Turchi e Christiani combattendo insieme ristretti a battaglia dell’arme curte, dalla quale pochi restarono in vita, & infinita era la mortalità ch’vsciua da i spadoni, scimitarre, mazze di ferro, cortelle, manarini, spade, freccie, archibugi, & fuoghi artificiati, oltra quelli, che per diuersi accidenti spenti, ritirandosi, & da loro gettandosi s’affogauano in mare, qual già era spesso & rosso di sangue.» Come potete leggere, lo spadone appare fra una moltitudine di altre armi.

Lo spadone è menzionato anche dal frate Gasparo Bugati, ne L’aggiunta dell’historia universale, et delle cose di milano (1587). Il Bugati ci ha lasciato una descrizione abbastanza drammatica di quel giorno che, personalmente, trovo particolarmente impressionante. Noterete alcune similitudini con il Contarini. Erano passati più di dieci anni ed è possibile che parte della narrazione dietro Lepanto si fosse trasformata in un’elaborazione epica, riprodotta dagli autori seguendo degli stilemi comuni. La descrizione del Bugati, tolto il ritratto infernale della battaglia, è interessante perché nel periodo in cui scrisse, apparentemente, l’idea degli spadoni come armi mortali in occasione di Lepanto era già diventata risaputa. Scrive:

«& tutto gia fatto sanguinoso per la mortalità terribile, e stuppenda che v’era in quel giorno tutto ingombrato di puzzolente, spesso & atro fumo, scura piu presto notte; giorno tutto confuso d’inumerabili confuse voci, gridi, stridi, strepiti, e tuoni: & di già erano tutte le gallere mescolate, e auinte insieme: e le Reali à fronti, e a ferri: quando per tutto saltauano soldati, alfieri, e capitani, hor sopra l’una, e hor sopra l’altra gallera; e inuestire, e incalzare, spingersi, e sospingersi auanti, chi con spade, ouer spadoni (da quali caderono moltissimi Turchi) con scimitarre, mazze, Alabarde, e picche: col gettar palle, pignatte, e Trombe de fuochi noui diabolici, continuando il fragore delle cannonate, & la tempesta dell’archibugiate tra Spagnuoli, e Spachi; tra Italiani, e Gianizzeri, tra Tedeschi, e Turchi, & tra venturieri e Venturieri: & anco tra Cristiani, e Cristiani, & tra Turchi, e Turchi, per la oscurità troppo densa de fumi che acciecaua il Sol, e’l giorno, non che gli occhi de combattenti: distinguendo però i vaselli nostri da contrarij sol il fuoco artificiato, non hauendone i Turchi saluo puco, e comune: in maniera che quiui per tutto era una immagine di Morte, & un dissegno del Inferno.»

Ma scopriamo chi furono alcuni di questi valenti guerrieri che affrontarono i turchi maneggiando queste spade a due mani. Lepanto conta almeno quattro altri resoconti, riguardanti dei valorosi combattenti che provarono la loro abilità con lo spadone. I riferimenti provengono da quattro libri diversi pubblicati anni dopo la battaglia: dieci, diciassette, venti e trentasei anni dopo (il passare del tempo e l’assenza di testimoni oculari registrati sono due elementi da tenere a mente).

Antonio Canale

La fonte più vecchia è Historie del Mondo (1581) di Mambrino Roseo da Fabriano, che racconta la storia di Antonio Canale (di cui ci ha parlato Moreno dei Ricci in un lungo e interessante articolo), un Proueditore veneziano (NdA un amministratore e comandante) che, nonostante l’età di cinquant’anni, massacrò molti nemici con uno spadone a due mani, abbordando le galere turchesche, per riconquistare una nave presa dagli ottomani durante la battaglia. Il Mambrino ci racconta che Antonio si mise un paio di scarpe di corda per non scivolare sul ponte e, per non essere impacciato da una pesante armatura di metallo, indossò una uesta, per difendersi dalle frecce. Non viene raccontato altro di questo episodio, ma dalle parole dell’autore possiamo ipotizzare che Antonio riuscì ad abbordare più di una nave nemica, anche se non possiamo sapere se l’uomo fosse solo o seguito dai suoi soldati.

Questo resoconto di certo non andò perduto e probabilmente molti anni dopo (trentatre) il libro venne letto da Pantero Pantera che riportò lo stesso aneddoto nella sopracitata L’Armata Navale, usando parole simili, e suggerendo di munire le navi con più armi di questo tipo, a ragione del loro utile impiego avvenuto in passato. Trascorsi dieci anni, persino considerando la testimonianza del Mambrino come un’esagerazione, una volta ancora – 1572 – quel buon uomo del Contarini scrisse: «Marco quirini & Antonio Canale tutti dui resteranno pur eternamente illustri al mondo per i gloriosi fatti loro in tutta questa guerra, oltre l’esterminio fatto a i nimici nella Giornata.» una menzione che non possiamo escludere si riferisca parzialmente a questo stesso combattimento di spadone (se vuoi leggere l’estratto originale di Mambrino Roseo puoi andare a vedere questo mio vecchio post Facebook)

Giacomo Trissino

Stando a Giacomo Marzari ne La historia di Vicenza (1591), un altro eroe di Lepanto fu Giacomo Trissino. Giacomo fu un giovane gouernatore di una galera della Repubblica di Venezia ma, sfortunatamente, a differenza di Antonio Canale, non uscì vivo dalla battaglia, siccome fu colpito da un falconetto; «Morte senza dubbio santa» come scrive il Marzari. Stando all’autore, fu una morte desiderabile da qualsiasi cavaliere onorevole. La fonte non fornisce altri dettagli rilevanti, siccome si tratta di una semplice nota funeraria a mo’ di memoriale ma, per la trascrizione completa, puoi leggere qui.

battaglie navali spadone
Antonio de Ferrari Foler, Battaglia di Lepanto, 1571-1616 ca, Villa Barbarigo Noventa Vicentina

Alessandro Farnese

Il terzo resoconto riguarda una figura del Rinascimento italiano ben più conosciuta e famosa: Alessandro Farnese, un importante generale al servizio della Spagna e terzo duca di Parma e Piacenza (vicino alla mia città, Reggio Emilia). Una prima menzione può essere trovata ne I capitani (1607) di Giovanni Botero, trentasei anni dopo la battaglia, mentre una seconda venne riportata molto dopo ne Della guerra di Fiandra di Famiano Strada, inizialmente scritta in latino, poi tradotta in italiano da Carlo Papini (1639) e in spagnolo da Melchor de Notar (1681). Nota a parte: il termine originale è grandi gladio (grande spada), per il Papini è spadone e, infine, tradotto in montante dal Notar.

Il Botero ci racconta che Alessandro saltò dalla sua galera per assaltare quella nemica con uno spadone a due mani, rischiando la morte per mano dei turchi, che cercavano di colpirlo alle gambe, essendo lui ben corazzato (presumibilmente armato con il classico cossaletto da fanteria senza protezioni per le gambe). Alessandro, «menando lo spadone à cerchio» maltrattò molti nemici, poi fu seguito dai suoi uomini e assieme presero la galera turchesca (per la mia trascrizione completa di una versione spagnola puoi leggere qui).

La versione dello Strada aggiunge qualche dettaglio in più: parlando di Alessandro, l’autore dice che lo spadone era «arme che s’era ottimamente auuezzato di maneggiare» e che saltò furiosamente sulla galera, aprendo la strada ai suoi uomini. Forzarono quasi alla resa i sopravvissuti della nave, non fosse stato per i rinforzi garantiti da una nuova turchesca sopraggiunta. Il combattimento continuò ma, grazie al supporto di una nuova imbarcazione, Alessandro fu in grado di sconfiggere i turchi, conquistando entrambe quelle nemiche e trovando, con gran sorpresa, il tesoro in monete che stava trasportando una di queste.

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Alessandro Farnese combatte con il suo spadone, a Lepanto, come rappresentato nel libro di Famiano Estrada (nella tranduzione spagnola)

Padre San Francesco

Il resoconto viene dal libro di Gasparo Bugati. L’estratto è corto, perciò sarà affrontato brevemente.

San Francesco fu un frate dell’ordine dei Cappuccini, imbarcato su una Reale (NdA il nome proprio della nave o forse un tipo di nave) per esortare la milizia cristiana a combattere per la Fede. Al peggiorare della situazione, dopo essere rimasto ferito (non vengono riportati altri dettagli) e vedendo i turchi abbordare la nave, decise di contribuire in modo più appropriato. Il Bugati scrive che in quel momento persino il generale stava combattendo. San Francesco, «perduta la solita sua patienza» lasciò la croce che si portava dietro e «dette di mano ad uno spadone per diffendere la pelle e si portò molto bene.». Curiosamente, aggiungo, questa non è l’unica fonte che abbiamo, riguardante un uomo di Chiesa che combatte con una spada a due mani, ma non è argomento di questo articolo.

L’assedio di Corone (1532-1534)

Un altro scontro navale in cui si fece uso dello spadone è l’assedio di Corone, in Grecia. Corone fu sotto controllo veneziano fin dal XIII secolo e poi fu conquistata dagli ottomani nel 1500. Nel 1532, Carlo V – nuovo alleato di Genova dal 1528 – chiese all’ammiraglio Andrea Doria di attaccare la città greca, come diversivo, durante le guerre ottomano-asburgiche in Ungheria (1526-1568). Doria acconsentì e conquistò la città che, per riaverne il controllo, nel 1533 fu assediata nuovamente da sessanta galere ottomane. I fatti narrati nel seguente resoconto ebbero luogo durante questo secondo assedio navale.

Una testimonianza viene da Marco Guazzo nel suo Historie di tutti i fatti degni di memoria, da una nuova impressione del 1544, ma è menzionata anche nel Supplementum supplementi (1553). Si tratta di una cronaca di Giacomo Filippo Foresti, che probabilmente prese la storia dalla versione del Guazzo, siccome i due paragrafi hanno molte somiglianze.

Capitan Nermosilia

Questa volta, l’eroe è il capitan Nermosilia che, protetto dal suo cossaletto e da altri pezzi d’armatura, riportò quasi alla libertà una nave presa dai nemici. Seguito dai suoi soldati, Nermosilia fece una mattanza, rompendo gambe, braccia e teste con il suo spadone a due mani. Non sappiamo molto di più: dopo la prima nave, furono in grado di soccorrerne una seconda, caduta vittima della stessa fatalità. Il Guazzo dice che «per gagliardia de i suoi seguaci» la nave fu liberata, perciò apparentemente, in questa occasione, fu possibile grazie a uno sforzo collettivo (o forse l’autore lo ammette con più onestà di quanto non abbiano fatto gli altri scrittori).

Puoi trovare la trascrizione completa dell’estratto originale del Guazzo qui (nella sua versione ristampata del 1546, che comunque riporta le stesse parole).

I portoghesi in India (probabilmente prima del 1525)

Questa avventura è stata raccolta nel sesto libro della História do Descobrimento e Conquista da Índia pelos Portugueses di Fernão Lopes de Castanheda (1554 secondo Wikipedia spagnola), che ho analizzato in una delle sue tante traduzioni; nello specifico, una italiana (1577), ma di un traduttore spagnolo, Alfonso Ulloa. L’avventura riguarda il fratello di un certo Andrea di Britto, il cui nome non è sopravvissuto per lasciar traccia nelle cronache. Apparentemente Andrea fu un avventuriero portoghese, agli ordini di Jorge di Albuqurque, governatore di Malacca (una città nell’odierna Malesia) e di Cochin (una città nell’odierna Kerala, in India), durante le decadi dell’esplorazione portoghese in Asia, fra la fine del XV secolo e gli inizi del XVI.

Il fratello sconosciuto di Andrea di Britto

Andrea viaggiò dall’India verso Malacca con una spedizione di circa 60 uomini. In seguito, passando per un luogo chiamato Sian, andò a Pam per fare rifornimento di viveri, portando con sé 20 portoghesi. Una volta raggiunta Pam, il re di quel territorio li attaccò durante le ore del mattino. Gli attaccanti erano mori, siccome in quel territorio, a quel tempo, controllavano alcuni territori dell’area. I mori erano «senza numero» , dice il Castanheda, e godevano di uomini sempre freschi, potendo sostituire quanti erano troppo stanchi per continuare a combattere, mentre i portoghesi, non essendo nelle condizioni di fare altrettanto, avevano iniziato a cadere. Tutti i portoghesi morirono, nonostante avessero combattuto correndo sulla nave ovunque fosse necessario e con «prestezza marauigliosa». L’ultimo sopravvissuto fu il fratello di Andrea di Britto (l’autore dice di non aver mai saputo il suo nome) che combatté con una spada a due mani e che i mori considerarono un diavolo, in ragione del suo valore: ripulì il ponte dai nemici per ben due volte. Quindi, indebolito dal combattimento e per non essere catturato, si legò due camere di scoppio di falconetto ai piedi e si gettò in mare, affogando. Infine, la nave fu catturata e in seguito i fatti furono raccontati a Malacca, per bocca di un interprete che raggiunse la città dopo essere stato risparmiato, in quanto nativo di quelle terre.

Non è riportata alcuna data per questi fatti (o quanto meno non sono riuscito a rintracciarne una nel libro) anche se, sapendo che avvennero quando Jorge di Albuqurque – governatore di Malacca e Cochin – era ancora vivo, potremmo collocarli prima del 1525, l’anno della sua morte (come riportato da Enciclopedia Treccani online).

La presenza del termine spada da due mani anziché spadone potrebbe essere un indizio per confermare questa datazione, siccome spadone è solitamente utilizzato per tradurre montante ma, questa parola, compare solamente più tardi (probabilmente attorno al 1570 più o meno), mentre originariamente fino ai primi decenni del XVI secolo era ancora chiamata espada de dos manos (come testimoniano le note del cosiddetto Barbarán e altre fonti più vecchie). È possibile che Fernão Lopes abbia trascritto l’aneddoto da una fonte precedente, risalente ai tempi prima che montante diventasse una parola comune, e l’abbia lasciata così come era stata scritta in origine. Dico possibile, perché il fatto è distante almeno ventinove anni dalla data di pubblicazione del libro e il Castanheda deve pur aver recuperato quella storia da qualche parte. In seguito, Ulloa, spagnolo di origini e quindi ben capace di tradurre la sua lingua madre in italiano, ha optato per spada da due mani, una scelta perfetta per rendere la traduzione.

Considerando il periodo, quello di Cochin, può essere considerato come il più antico resoconto di una battaglia navale che ha coinvolto una spada a due mani di cui io abbia conoscenza, fino ad oggi. Il capostipite di tutti i gloriosi combattimenti a venire negli anni successivi.

Puoi trovare la trascrizione completa dell’aneddoto originale qui.

L’esagerazione di questi resoconti

Queste storie hanno delle similitudini e l’impressione che potrebbe coglierci è quella di un topos, una figura narrativa che non può mancare in una buona storia di un combattimento in mare; qualcosa che incarna lo spirito di un guerriero giusto e inarrestabile. Con piccole variazioni, sembra quasi un copione: la battaglia infuria, la nave sta cadendo sotto gli attacchi del nemico ma, improvvisamente, arriva l’eroe, forse protetto da un’armatura e sicuramente armato di un terribile spadone, con il quale tutti i nemici vengono sconfitti e la nave liberata. Qualche volta l’eroe sacrifica la sua vita mentre cerca di compiere l’impresa impossibile.

Non dovremmo dimenticare che durante il XVI secolo il modo in cui si diffondevano le informazioni era differente da come si è poi evoluto in seguito, dopo l’invenzione dei dispositivi più moderni per l’informazione di massa e – senza elencarle, per questioni di brevità – sappiamo esserci prove di fake news anche nei secoli passati. In questo caso particolare, il solo fatto che molti resoconti siano stati riportati tanti anni dopo gli eventi effettivi ci dovrebbe spingere a molta cautela nel considerare per accurato – o reale – tutto quello che leggiamo su quelle vecchie pagine. Ancor più, se si considera che si tratta di brevi aneddoti che spesso raccontano di battaglie e situazioni di probabile grande confusione e disordine, per le quali il testimone oculare è sconosciuto nel 99% dei casi.

Quando la storia arriva da avventurieri coinvolti in viaggi lontani da casa, come i resoconti dalle conquiste ed esplorazioni portoghesi possiamo cogliere solamente le sfumature di cosa può essere realmente successo. Centinaia di miglia lontano dalla loro nazione, fra popolazioni che non parlavano la loro lingua e navigando mari di terre selvagge, alla presenza di pochi testimoni, come possiamo scartare la possibilità di storie inventate ed esagerazioni? Quanto ha viaggiato la storia, prima di essere inserita nel libro? Quante bocche l’hanno raccontato prima che arrivasse all’autore? Sicuramente è un enorme enigma dal punto di vista ricostruttivo.

All’epoca c’erano anche necessità di propaganda e di elogio: nella maggior parte dei casi, quando il profitto e gli interessi personali sono coinvolti (specialmente in caso di guerre, regni e politica), è improbabile che un libro – o qualunque elaborato comunicativo – preservi un punto di vista neutrale, senza lasciarsi andare a un po’ di autocelebrazione (in riferimento a un comandante, una nazione, un popolo…), quando le ragioni del volume sono di raccontare a una nazione o a un continente intero eventi vittoriosi, esotici o avventurosi. Si consideri che, nel XVI e XVII secolo, molti libri erano dedicati ai re, agli imperatori, ai papi e ad altre figure europee di rango nobile, talvolta persino realizzati da stamperie reali, quindi non dovremmo scartare la possibilità di qualche provvedimento di censura o di imbellettamento dello storytelling.

Quanto detto non significa che dovremmo considerate false tutte queste storie, ma che dovremmo prenderle con un po’ di giudizio e perlomeno parlarne non in termini di cosa successe, ma di cosa successe secondo quello che ci racconta un libro. È una differenza sottile, lo riconosco, ma importante.

spadone
Cornelis De Wael (attribuito a), una battaglia navale fra spagnoli e il ducato di Savoia, data sconosciuta, venduto all’asta su MutualArt.com nel 2016

Le regras iberiche per combattere su una galera

Non abbiamo molto riguardo alle tecniche usate per combattere sulle navi con lo spadone: probabilmente possiamo assumere che, fatta eccezione per alcuni spazi ristretti, non ci deve essere stata molta differenza rispetto a un combattimento a terra. La dimensione della nave, l’ampiezza del ponte e il numero di uomini a bordo dovevano certamente avere un impatto sulle possibilità di muoversi del combattente, così come la presenza di uno o più alberi, ma non in un modo particolarmente diverso dai limiti imposti da strade strette o di altri spazi affollati.

Si conoscono solamente tre modalità di combattimento intese per le battaglie sulle navi: due regras di montante scritte da Diogo Gomes de Figueyredo (1651) e una regra di Domingo Luis Godinho (1599). Godinho esprime il suo insegnamento in un modo – e durante un periodo storico – che lascia spazio a una convinzione più forte che si tratti di una tecnica effettivamente intesa per un contesto reale, mentre le regras di Figueyredo potrebbero essere viste solo come esercizi. Lo dico perché è lo stesso maestro – nell’ultimo paragrafo delle sue note – a dire al lettore che le sue regras non sono tecniche da utilizzare in modo pedissequo, ma piuttosto come una lista di opzioni, che possono essere mescolate partendo dalle regras, per adattarsi ad ogni necessità specifica e, perciò, esercizi per un maneggio reale più complesso e articolato. in questo senso, Coxia de galee, nelle sue variazioni semplice e composta, potrebbe essere un comune drill dal nome esotico, anche se presenta alcune interessanti caratteristiche che mi fanno supporre che possa avere almeno qualche radice in un’applicazione nel reale.

Godinho lavora solamente con le stoccate, mentre Figueyredo affianca alcuni colpi di punta con i più prominenti tagli orizzontali (talhos orizontal). Entrambi lavorano al combattimento lineare, su due direzioni opposte. Nel caso di Figueyredo, il passeggio non segue il criterio generale che adotta per la maggior parte dei suoi esercizi e potrebbe essere considerato più stabile, forse per bilanciare il rollio della nave. I tagli orizzontali, invece, potrebbero essere necessari per mulinare la lama sopra alle teste dei soldati o dei rematori che di solito affollavano le navi, probabilmente schierati su un livello inferiore del ponte. Alcune galere avevano una passerella molto stretta che correva al centro della nave, da prua fino a poppa, a volte protetta da due corrimano lungo tutto il camminamento, perciò i tagli orizzontali potrebbero essere stati usati per evitare di rimanere incastrati con la lama nel legno, durante il combattimento; un’eventualità molto più probabile, usando tagli verticali.

Questo è quasi tutto ciò che sappiamo fino ad oggi riguardo all’uso delle spade a due mani sul mare.

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Lo sapevi che sto scrivendo un libro che raccoglierà il frutto di tutte le mie ricerche sulla storia dello spadone dalla fine del XV fino alla metà del XVII secolo?

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Battaglie Navali Spadone
Cornelis De Wael, combattimento navale fra spagnoli e turchi, 1612-67, Museo del Prado, Madrid

Bibliografia

  • Alfonso Ulloa (tradotto dalla versione portoghese di Fernando Lopes di Castagneda’s), Historia dell’indie orientali, Scoperte, & conquistate da Portoghesi, di commissione dell’inuittissimo Re Don Manuello, di gloriosa memoria. Nella quale, oltre alle strane usanze, maniere, riti e costumi di quelle genti; si uiene anco in notitia di molte Guerre fatte in quei paesi; & di molte Prouincie, Isole Città, Castelli, Fiumi, Monti, Laghi, Mari, Minere di metalli, Perle, Gioie, Animali, droghe di specierie, & di molte altre cose degne di merauiglia. Distinta in Libri VII. Composti dal Sig. Fernando Lopes di Castagneda. Et nuouamente di lingua Portoghese in Italiana tradotti dal Signor Alfonso Ulloa. Parte Seconda con le sue tavole copiosissime. Venice, 1577
  • Diogo Gomes de Figueyredo, Memorial da prattica do montante, (MS), 1651
  • Enciclopedia Treccani Online [Alfonso de Ulloa]
  • Enciclopedia Treccani Online [Antonio Canale, o Canal]
  • Enciclopedia Treccani [Jorge de Albuquerque]
  • Enciclopedia Treccani Online [Pantera Pantero]
  • Famiano Strada, Famiani Stradae Romani e societate Iesu de bello belgico decas prima Ab excessu Caroli V. Imp. Usque ad initia Praesecturae Alexandri Farnesii Parmae, ac Placentiae Ducis III. Antverpiae Typis Iannis Cnobbari, 1635. Cum Casaris et Regis Catholici Priuilegijs. Antwerp, 1635
  • Famiano Strada (tradotto da Carlo Papini), Della guerra di Fiandra Deca Prima Composta da Famiano Strada Della Comp. di Giesù Volgarizzata da Carlo Papini Dell’istessa Comp. Con le Figure In Roma a spese di Hermanno Scheus 1639. con licenza de Superiori et Priuilegio. Rome, 1639
  • Famiano Strada (tradotto da Melchor de Notar), Primera decada de las Guerras de Flandes, Desde la muerte del Emperador Carlos V. Hasta el principio del Gobierno de Alexandro Farnese, Tercero Duque de Parma y Placencia. Escrita én Latin Por el P. Famiano Estrada, de la Compañía de Jesus. Y traducida en Romance, Por el P. Melchor de Notar, de la misma Compañía. Köln, 1681
  • Francesco Sansovino, Historia universale dell’origine, et imperio de’ turchi. Raccolta, & in diuersi luoghi di nuouo ampliata, da M. Francesco Sansouino; Et riformata in molte sue parti per ordine della Santa Inquisitione. Nella quale si contengono le leggi, gli offici, i costumi, & la militia di quella natione; con tutte le cose fatte da loro per terra, & per mare. Con le vite particolari de Principi Othomani; cominciando dal primo fondator di quell’Imperio, fino al presente Amorath. 1582. Con le figure in disegno de gli habiti, & dell’armature de soldati d’esso gran Turco. Et con la tavola di tutte le cose più notabili, & degne. In Vinegia, Presso Altobello Salicato. MDLXXXII. Venice, 1582
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  • Giacomo Filippo Foresti, Supplementum supplementi delle croniche del Venerando Padre Frate Iacobo Philippo, dell’ordine Heremitano primo Auttore: Nouamente reuisto, Vulgarizato, & Historiato, & con somma diligentia corretto: con la Gionta ultima del 1540. infino al 1552. Venice, 1553
  • Giacomo Marzari, La historia di Vicenza del Sig. Giacomo Marzari fu del Sig. Gio. Pietro Nobile Vicentino: divisa in due libri. Nel Primo, si tratta della vera origine, fondatione, & denominatione della Città; come, & da cui sia stata per tutt’i Secoli retta, dominata, tiranneggiata, & afflitta infino alla volontaria ricoueratione sua nel grembo dell’Eccelsa Venetiana Repub. co i fatti, & cose di quella di ricordo più degne, gouerni, giuridittioni, che gode, & altri particolari diuersi d’antichità memorabili. Nel secondo, de’ Cittadini suoi chiari, & illustri, con al particolar mentione delle virtù, & operationi loro per i lor tempi: mostrandosi di più tutte le Antiche Famiglie si estinte, come le viuenti ad hora, con le Moderne insieme. Nuovamente posta in luce, con Due Tauole, Vna de i Nomi de gli Huomini; & l’altra delle cose più notabili. Venice, 1591
  • Giovanni Botero, I capitani del signor Giovanni Bottero benese, Abbate di Santo Michele della Chiusa, al serenissimo Carlo Emanuel, duca di Savoia, &c. prencipe di Piamonte, &c. Con alcuni discorsi curiosi. Turin, 1607
  • Giovanni Pietro Contarini, Historia delle cose svccesse Dal Principio della Guerra mossa da Selim ottomano a’ venetiani, fino al dì della gran Giornata Vittoriosa contra Turchi, Descritta non meno particolare che fedelmente da M. Gio. Pietro Contarini Venetiano. Con privilegio. In Venetia Appresso Francesco Rampazetto. Venice, 1572
  • Luis Godinho, Arte de esgrima, (MS), 1599
  • M. Mambrino Roseo da Fabriano, Supplemento overo Quinto volume delle Historie del Mondo di M. Mambrino Roseo da Fabriano Qual segue la terza parte da lui aggiunta alla notabile Historia di M. Giovanni Tarchagnotta. Venice, 1581
  • Marco Guazzo, Historie di tutte le cose degne di memoria quai dell’anno 1524 fino questo presente sono occorse nella Italia, nella Prouenza, nella Franza, nella Picardia, nella Fiandra, nella Normandia, nel regno di Campagna, nel regno d’Artois, nella Inghilterra, nella Spagna, nella Barbaria, nella Elemagna, nella Ungaria, nella Dalmatia, nella Macedonia, nella Morea, nella Turchia, nella Persia, nella India, et altri luoghi, col nome di molti huomini scientiati, Nouamente con la giunta & la Tauola ristampate & corrette. Con gratia et privilegio. Venice, 1544
  • Pantera Pantero, L’Armata navale, del capitan Pantero Pantera gentil’huomo comasco, & Caualliero dell’habito di Cristo. Divisa in doi Libri. Ne i quali si ragiona del modo, che si ha à tenere per formare, ordinare, & conseruare un’armata maritima. Con molti auuertimenti necessarij alla nauigatione, & alla battaglia. Con un Vocabolario, nel quale si dichiarano i nomi, & le voci marinaresche. Et con due Tauole, l’una de i Capitoli, & l’altra delle materie dell’Opera. All’Illustriss. & Eccellentiss. Sig. Il Signor Don Francesco di Castro, Ambasciatore per Sua Maestà Catolica. Rome, 1614
  • Wikipedia [Andrea Doria]
  • Wikipedia [Fernão Lopes de Castanheda] e [pagina spagnola]
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  • Wikipedia [battaglia di Lepanto]
  • Wikipedia [Assedio di Corone]

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4 pensieri riguardo “Spadone e Battaglie Navali del XVI Secolo

  1. Molto interessante. Viene da pensare, considerati i leciti suoi dubbi riguardo alla veridicità dei resoconti episodici sull’uso dello spadone, che già allora le aspettative sulla sua efficacia potessero essere sovrastimate, e proprio a causa di quei resoconti stessi. Ovvero, che i capitani, avendoli letti, dotassero di spadoni a due mani le proprie galee sopravvalutandone le effettive capacità…! Chissà.

    1. Concordo, è un’altra ipotesi che non si può escludere. Faccio ricerca specifica sugli spadoni consultando molte fonti, da ormai due anni e sono molti gli indizi che portano a concludere che la vera epoca d’oro delle grandi spade sia finita attorno agli anni 40 del Cinquecento. È ancora un po’ presto per tirare le somme, ma la ricerca va avanti e il libro in cantiere, spero, darà qualche risposta.

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