Il Massacro di Tabriz (1603) e la Battaglia di Sufiyan (1605)

Il Massacro di Tabriz e la Battaglia di Sufiyan sono due momenti fondamentali del conflitto tra Safavidi e Ottomani all’inizio del XVII secolo.

Nel corso dei tre secoli che intercorrono tra 1514 e 1823, Ottomani e Persiani si scontrano quasi senza soluzione di continuità. Dieci guerre e centinaia di battaglie che si svolgono, molto spesso, negli stessi territori che avevano visto confrontarsi Romani e Sassanidi (e, prima ancora, Parti).

Dopo la grave sconfitta di Cialdiran del 1514, l’Impero Safavide è costretto ad aggiornare in modo drastico il suo apparato militare. Basti pensare al fatto che, nella battaglia appena menzionata, i Persiani si sono presentati sul campo senza armi da fuoco, tanto da essere costretti a tentare ripetute cariche di cavalleria contro i 500 cannoni Ottomani.

Il processo di trasformazione viene iniziato da Tahmasp I (r. 1524-1576), che ha l’ottima idea di siglare il Trattato di Amasya (1555) con l’Impero Ottomano. Questo porta a una pace trentennale tra i due imperi islamici ed è anche la ragione per cui, nel 1572, la Persia non accetta la richiesta di alleanza di Venezia. La riforma arriva a compimento sotto lo Shah Abbas I (r. 1587-1629), che può contare sulle competenze di due inglesi, Anthony e Robert Shereley, di cui abbiamo parlato in questo articolo.

La Guerra del 1603-1618 è particolarmente violenta. L’avanzata a sorpresa di Shah Abbas investe l’attuale Tabriz (Iran nord-orientale) all’inizio di ottobre del 1603. I cittadini azeri, sottomessi dagli ottomani, vedono i persiani come liberatori.

Presi tra gli azeri ormai in aperta ribellione e l’esercito safavide, i soldati ottomani combattono in modo furioso. Il Sultano vuole che Tabriz rimanga nelle sue mani, tanto che, in una lettera al sovrano moghul Akbar il Grande, Abbas scrive che il Sultano l’ha rifornita con:

[…] 200 cannoni, 5.000 moschetti […] provviste per dieci anni e molto altro equipaggiamento per tenere la fortezza.

Forti di questi rifornimenti (che comunque prenderei con le pinze), i Turchi riescono a respingere per tre settimane gli assalti di un esercito che li surclassa dal punto di vista numerico.

Tengono sotto pressione gli uomini di Abbas bombardandoli giorno e notte, ma alla fine sono costretti a capitolare. Il crollo delle difese turche è forse imputabile alle azioni di sabotaggio degli azeri o a qualche altro evento, perché sembra strano che un contingente addestrato e ben rifornito si sia arreso così velocemente.

Ad ogni modo, il massacro inizia poco dopo. Gli azeri, in un raptus di vendetta bestiale, massacrano gli Ottomani sopravvissuti, senza fare distinzione tra soldati e civili. Alla fine della giornata, Abbas è sul balcone del palazzo del governatore, e osserva la grottesca parata di 4.000 teste infilate sulle picche e portate in processione.
Uno dei molti viaggiatori e diplomatici europei presenti in città disegna ciò che vedendo, lasciandoci una incredibile testimonianza di quell’evento.

Colin Imber, autore di The Ottoman Empire, 1300-1650: The Structure of Power (2009), definisce le modalità di assedio safavidi come arcaiche, e attribuisce la vittoria di Abbas allo stato di guerra permanente su tre fronti (orientale, occidentale e interno) dell’Impero Ottomano e alla difficoltà, sempre ottomana, di stabilire buoni rapporti con le alcuni capi tribù Curdi.

Si parla di tecniche di assedio “arcaiche” primariamente per l’uso di enormi pezzi d’artiglieria, alcuni dei quali forgiati sul posto (come facevano gli eserciti ottomani nel XV secolo), con bassa cadenza di tiro.

Come in ogni fatto di guerra – e, mi verrebbe da dire, della vita – ci sono certamente molte concause da valutare, non ultima le capacità di leader di Abbas. Su questo, tra l’altro, concordano sia le fonti ottomane (dove si cerca di dare la colpa ai singoli generali) che quelle safavidi.

Indubbiamente, Abbas è in grado di chiedere al suo esercito marce forzate degne di una legione traianea e mantenere altissima la tensione dei suoi anche dopo una vittoria così importante.

Dopo Tabriz, Abbas prende anche Nakhichevan e Yerevan (1604), quest’ultima dopo un difficile assedio. Gli Ottomani, dal canto loro, devono affrontare la successione al trono di Ahmed I dopo la morte di Mehemed III nel dicembre 1603. Il problema è che Ahmed ha 13 anni e i suoi consiglieri lo spingono a nominare comandante dell’esercito orientale il genovese Scipione Cicala, ora Cigalazade Yusuf Sinan Pasha.

Scipione Cicala (enciclopedia Treccani 1931)

Chiamato dai Turchi Cighāleh-Zādeh Yūsuf Sinān Pascià; nativo di Messina, oriundo di Genova, da madre turca schiava. Fu preso insieme col padre dai corsari di Dorghūt Pascià nel 1561, condotto a Tripoli e mandato a Costantinopoli. Il padre, visconte di Cicala, fu riscattato e morì nel 1564 a Messina, mentre Scipione, educato nella religione musulmana nel harem imperiale di Solimano, percorse la carriera militare ed ottenne le più alte cariche sotto i sultani Selīm II, Murād III, Mehmed III. Così lo troviamo nel 1575 āghā dei Giannizzeri e dal 1589 al 1593 qapūdān-i deryā “capitano del mare”, cioè comandante generale della flotta ottomana.

Le nozze con una pronipote di Solimano gli procurarono ricchezze e influenza nella corte. Come comandante della flotta non compì grandi cose; più fama acquistò con la sua valorosa condotta nella guerra contro i Persiani e nella spedizione d’Ungheria nel 1596, che gli valse anche la nomina a gran vizir per breve tempo. Ritornato nel 1599 al comando della flotta, si presentò davanti a Messina, chiese ed ottenne di rivedere la madre. Chiamò a Costantinopoli il fratello Carlo Cicala e brigò per fargli conferire il principato della Moldavia o della Valacchia, oppure dell’Arcipelago. Nel 1600 devastò l’isola di Scio e angariò la popolazione sospettata di connivenza con navi toscane che vi avevano condotto un assalto. Cinque anni dopo comandò una spedizione contro la Persia; volti i Turchi in fuga, egli indietreggiò fino a Dyarbekir dove morì alla fine del 1605. Doveva avere circa 60 anni.

Partita nel giugno 1604, l’armata turca arriva al fronte solo in novembre, con Abbas già padrone di tutta la porzione caucasica che gli ottomani avevano conquistato una trentina di anni prima. Il sovrano safavide, con l’esercito ridotto al minimo per la stagione avanzata e la necessità di far riposare truppe impegnate continuativamente da due anni, arretra portandosi via provviste e persone. In tutto, vengono costrette a una marcia forzata verso l’interno 60.000 famiglie, la maggior parte armene, che rimangono decimate dalle fatiche e privazioni del viaggio.

Gli ufficiali consigliano a Cicala di tornare indietro e svernare ad Aleppo, ma questi insiste nell’avanzata e decide di fermarsi solo sulla frontiera.

Nonostante tutto, Cicala è convinto di poter sconfiggere Abbas all’inizio dell’anno successivo. Bisogna ricordare, infatti, che a quasi 90 anni da Cialdiran, nessun esercito safavide è ancora riuscito a infliggere una grave sconfitta campale a uno turco.

Il 1605 inizia con una serie di malumori nelle fila ottomane e qualche scaramuccia con le avanguardie e persiane. Solo il 6 Novembre 1605, tra le basse colline di Sufiyan, nei pressi di Tabriz, i due eserciti si trovano schierati uno di fronte all’altro.

Le fonti, purtroppo, riportano il solito dato esagerato di 100.000 soldati per gli ottomani e 60.000 per i safavidi.

Abbas, come spesso accade, comanda personalmente il centro del suo schieramento e ha a disposizione generali veterani come Allahverdi Khan (un georgiano catturato in gioventù e convertito all’islam) e Qarachaqay Khan (un armeno che aveva seguito lo stesso iter). Fa infine circolare tra le sue truppe la voce che l’esercito ottomano sia di dimensioni molto inferiori.

Abbas il Grande cattura e deporta in Persia un enorme numero di armeni, tanto da suscitare la sorpresa del suo consigliere Robert Shirley, che in una lettera (Maggio 1605) al fratello Anthony scrive: “in ogni sua azione, Abbas dimostra al mondo l’odio che prova per i Cristiani. Ogni giorno fa schiavi un gran numero di Armeni, che sono portati ogni giorno ai mercati degli schiavi come pecore. Le chiese vengono distrutte e bruciate per la grande disperazione dei Cristiani che vivono lì.”

Quella di Sufiyan è una battaglia decisa dalle cavallerie. Il grosso di quella ottomana avanza verso il nemico, quando Abbas ordina a un distaccamento della sua cavalleria leggera di fingere un aggiramento e un attacco alle spalle del contingente turco. Come contromossa, Cicala divide in due i suoi cavalieri per mandarne una parte a intercettare quelli safavidi.

A causa della velocità degli eventi e dei problemi di comunicazione interni all’armata ottomana, in entrambi gli schieramenti si crea la convinzione che Cicala abbia ordinato una ritirata.

In pochi secondi, Abbas lancia il grosso della sua cavalleria Qizilbash alla carica. Gli ottomani resistono forse alla prima, ma poco dopo iniziano a fuggire in tutte le direzioni. E’ una disfatta completa, con Cicala che deve fare i conti con 20.000 morti e buona parte degli ufficiali e capi delle nazioni alleate diventati bottino di Abbas.

I resti dell’armata ottomana si ritirano fino a Diyarbakr, dove, pochi giorni dopo, Scipione Cicala trapassa. Secondo alcuni, si toglie la vita per la vergogna e il disonore che gli avrebbe portato tornare a Istanbul da sconfitto.

Per Abbas I è una vittoria incredibile, che gli permette di mettere saldamente la mani sul Caucaso. Tra Ottomani e Safavidi inizia un periodo in cui si modificano i rapporti di forza, ma questa è un’altra storia. Che vi racconterò appena possibile.

Bibliografia:

  • K. Farrokh, Iran at War: 1500-1988, (2011);
  • W. Floor, E. Herzig, Iran and the World in the Safavid Age, (2005);
  • D. Blow, Shah Abbas: The Ruthless King Who Became an Iranian Legend, (2009);
  • Z. Hatamzad (2013). Foreign Policy of the Safavid Empire During Shah Abbas I. Life Science Journal 10 (8s): 405-407;

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