Paolo Avitabile: un Napoletano alla Conquista dell’Afghanistan

                Che la storia fosse piena di archetipi letterari, lo si sa. E che il 1800 fosse il più grande forziere di questa “banca”, è convinzione di molti. Ma le trame della storia riescono sempre a sorprenderci. Ed ecco che allora il rimescolamento sociale dell’età napoleonica, la necessità dei paesi orientali di ammodernarsi, e una sana dose di “voglia d’avventura” che caratterizzava gli animi romantici del tempo, diventano ingredienti perfetti per creare personaggi indimenticabili, già pronti per un feuilleton.

                E quale personaggio migliore di un baffuto generale, che nel 1836 avremmo potuto trovare sul Passo Kyber, vestito con una divisa di foggia napoleonica, dirigere, in una lingua che era un miscuglio di francese, indiano e napoletano, un migliaio di addestratissime truppe sikh contro i ribelli Pashtun?

                Paolo Crescenzo Martino Avitabile nasce ad Agerola, vicino Napoli, nel 1791, da una famiglia umile. A 16 anni si arruola come artigliere nel nuovo esercito franco-napoletano di Giacchino Murat. Grazie alla rapida ascesa sociale tipica della Rivoluzione, e alla sua bravura, nel 1815 (pare lo stesso giorno della fuga di Napoleone dall’Elba) ottiene il brevetto di tenente nella 15a Compagnia di artiglieria. Ma c’è da far battaglia: Murat ha appena dichiarato guerra all’Austria e si appresta a risalire l’Italia, in un tentativo di unificazione decisamente precoce.

Avitabile combatte e lo fa bene: prima ad Ancona, poi nella disfatta di Tolentino. Ma il sogno del “più grande cavaliere dell’Impero” finisce tragicamente, e per i soldati napoletani non c’è molta scelta: bisogna, secondo il Trattato di Casalanza, giurare fedeltà ai Borbone e passare, armi e gradi, al nuovo/vecchio esercito. Alcuni bonapartisti convinti si rifiutano, ma Avitabile oltre quelle mostrine non ha nulla.

                Neanche un mese dopo è ancora in guerra, questa volta a Gaeta: su quella fortezza, mentre Napoleone affonda nella torba di Waterloo, l’inossidabile generale Begani si ostina a sventolare bandiera murattiana. Anche qui Avitabile combatte bene. Ferito più volte, anche alla testa, continua a sostenere il fuoco della sua batteria. Tale comportamento gli vale perfino le lodi del comandante delle forze austriache (ora alleate), il generale Joseph von Lauer (figlio omonimo e poco noto di uno dei responsabili del disastro di Hohenlinden), che lo raccomando per una promozione.

                Ma la Rivoluzione, in tutte le sue forme, è appena finita, e il passato pesa: Avitabile è tenuto lontano dall’attività e messo a mezza paga. La situazione per lui dovette essere insostenibile, e un anno e mezzo dopo, radunati i pochi soldi e forte dei suoi 26 anni, si dimette dall‘esercito delle Due Sicilie e si imbarca per l’America. Ma un’avventura non è tale senza imprevisti: la nave affonda e Avitabile è naufrago a Marsiglia, dove stringe amicizia con alcuni reduci napoleonici che gli consigliano di dirigersi ad Istanbul. In Turchia, invece di servire la Sublime Porta, viene assoldato dagli emissari dello Scià di Persia, Fath Ali Shah, intento, dopo una guerra disastrosa contro la Russia, ad ammodernare l’esercito. E’ il vero inizio dell’avventura per Avitabile.

                In Persia lavora come istruttore militare per sei anni, imparando il parsi e l’arabo. Anche se poveri di notizie, questi anni devono essere stati intensi per il nostro ufficiale, dato che viene decorato con l’Ordine del Leone e del Sole e raggiunge il rango di Khan, occupandosi della riscossione delle tasse nella provincia del Kurdistan.

                Ma Avitabile aspira a qualcosa di migliore, e dopo un fugace ritorno a Napoli, nel 1827 è di nuovo in Asia. Questa volta però la destinazione è più lontana ed esotica: il Punjab. Lì, il maharajah Ranjit Singh sta costruendo un vero e proprio impero sikh, e ha intenzione di riformare l’esercito, con il sogno di farlo diventare la più micidiale macchina da guerra dell’India. Singh utilizza già due veterani napoleonici, entrambi reduci di Waterloo e “colleghi” di Avitabile in Persia: il francese Jean-François Allard e l’italiano Rubino Ventura. Introdotto così alla corte di Lahore, Avitabile inizia ad addestrare le truppe del maharajah, facendosi notare per la durezza e l’efficienza dei suoi metodi.

Le mutazioni politiche in India tra 1765 e 1805

                Ma è nel dicembre del 1829 che ci fu il vero “turning point” nella vita di Avitabile. Il maharajah lo nomina governatore di una vasta e problematica zona a ovest del Punjab, ovvero la provincia del Kyber, da poco strappata agli afghani di Dost Mohammed Khan. Per secoli porta d’ingresso per l’India e passaggio obbligatorio della “Via della Seta”, la regione è preda di continue tensioni religiose (convivevano mussulmani, induisti e sikh), e travagliata dalla guerriglia dei Pashtun, etnia da sempre “padrona” di quei valichi e poco incline ad accettare qualsiasi tipo di dominazione straniera (a loro spese lo impareranno inglesi, sovietici, americani). A peggiorare la situazione c’è anche il recente interessamento di Inghilterra e Russia, che proprio su quel lembo di terra mettono in scena una delle più costose e affascinanti partite diplomatiche e spionistiche della storia, il Grande Gioco.

                Accettata la sfida, Avitabile stabilisce il suo governo a Waziraband, un piccolo villaggio, che fa completamente ricostruire secondo i canoni occidentali, contribuendo (pare anche con progetti personali) alla costruzione di canali, mura di difesa, scuole e una rete stradale efficiente. Dopo aver dimostrato di avere la stoffa, nel 1835 è nominato governatore di Peshawar, con il compito di reprimere ogni tipo di rivolta e di domare definitivamente i Pashtun.

                Avitabile non se lo fa ripetere due volte, e organizza una vasta contro-guerriglia nelle valli del Kyber, utilizzando saggiamente truppe leggere e artiglieria da montagna  (da lui creata e addestrata), battendo ripetutamente i pashtun. Le sue azioni, condotte con rigidità fuori dal comune, si risolveranno spesso nella distruzione totale dei villaggi montani, nella deportazione delle popolazioni, nell’uccisione di mandrie di bestiame e nell’incendio di intere vallate per stanare i ribelli e danneggiare le colture: praticamente un Vietnam ante-litteram. L’efficacia dell’azione di Avitabile dovette essere talmente profonda, che ancora oggi il personaggio di Abu Tabela (soprannome con cui era conosciuto) è il villain di molte storielle e favole del folkrore pashtun.

                Ma anche l’ordine all’interno della città era tenuto con rigore e metodi brutali. Le fonti britanniche concordano sul fatto che Avitabile si prendesse totale libertà di giurisdizione, governando col pugno di ferro e gestendo i processi personalmente. Impalamenti, amputazioni di arti e lingue non erano rari, come pure lo sterminio, più o meno legittimo, di interi clan familiari.

L’ufficiale britannico William Barr, nel suo Journal of a march from Delhi to Peshawar, ci racconta di come entrando nella città, si potevano sempre incontrare cadaveri esposti al pubblico, e il commilitone Henry Montgomery Lawrence, in Adventures of An Officer in the Punjab, descrive il  “General Avitabile”, come un selvaggio tra i selvaggi, che ha aggiunto “le esecuzioni sommarie alla tradizionale lista delle punizioni ”, e che per pura soddisfazione personale fa aumentare gli impiccati nei giorni di festa.

Anche l’esploratore austriaco Johann Martin Honigberger, che visse tre anni come ospite di Avitabile, ne restituisce un ritratto oscuro e cruento, ponendolo addirittura in contrasto con Ranjit Singh riguardo l’uso della giustizia. Honigberger, nel suo stile più romanzesco che saggistico, per giustificare il sadismo di Avitabile, arriva perfino a diagnosticargli una non meglio specificata malattia al viso (che invece Lawrence sostiene fosse vaiolo), che gli aveva “offuscato il cervello”, dovuta al “suo uso smodato di champagne”.

                Al di là dei singoli brutali episodi, che contribuiranno a costruire la black legend di Avitabile, e che sono difficilmente dimostrabili per carenza di fonti, bisogna ammettere che, sempre secondo i testimoni, tale durezza fosse l’unico modo per il mantenimento dell’ordine e della pace nella regione. Il famoso esploratore/spia Alexander Burns, che morirà assassinato dagli afghani nel 1841, tratteggia Avitabile come un governatore duro e repressivo, ma anche ingegnoso, dotato di estremo senso pratico, e molto più “misericordioso” di quanto si possa immaginare, i cui metodi garantirono pace e serenità in tutta la zona de Kyber.

                Ma, demonio o no, Avitabile faceva un gran comodo ai vertici del governo britannico . Durante tutta la Prima Guerra Anglo-Afghana (1839-43), il generale napoletano diede un importante aiuto alla spedizione del generale William Elphinstone. Avitabile, agendo spesso di iniziativa personale, trasformò Peshawar in una vera e propria base logistica per la guerra, fornendo guide esperte, carte aggiornate, munizioni e perfino un prestito di un milione di rupie. Come testimoniano i numerosi rapporti militari inglesi, leggibili nella raccolta del Parlamento Britannico, Papers relating Military Operations in Afghanistan, Avitabile elargì soldati e supporto di ogni genere, arrivando – nelle fasi più cruente del fallimento della spedizione –, a far scortare da quattrocento propri cavalieri le salmerie britanniche dirette a Jalalabad, senza che il governo sikh di  Lahore fosse mai informato della faccenda.

La prima Guerra Anglo-Afghana

                Ma tutto questo lavoro gli valse una certa gratitudine britannica, che Avitabile seppe sfruttare immediatamente. Proprio mentre infuriava la lotta alla successione al trono Sikh, a seguito della morte di Ranjit Singh, Avitabile (come anche il collega Rubino Ventura), comprese che forse non c’erano più le condizioni per continuare a fare i mercenari. Con una cospicua cessione creditizia da parte della Bank of England, Avitabile tornò in Italia, e comprò una tenuta nella sua Agerola.

Nel 1846, come testimoniano i registri del servizio segreto britannico, gli inglesi non si erano dimenticati del loro “gallant officer” e donarono al “faithful friend of the Company and of the British Government”, una magnifica sciabola intarsiata d’oro, con fregi della Compagnia delle Indie e dell’Impero.

                Il ritorno di Avitabile nel Regno delle Due Sicilie, sui cui si hanno ancora meno notizie, non fu idilliaco. Seppur decorato e promosso generale da Ferdinando II, Avitabile era un estraneo in Patria, lontano dalla vita mondana e politica. Le sue fortune gli permisero di creare una efficiente azienda agricola, dove introdusse tra le altre cose la vacca Jersey, sempre dono degli inglesi, che fece incrociare con le vacche del posto, dando origine alla razza “agerolana”, tutt’ora ricercata e apprezzata dagli allevatori.

Improvvisamente, nel 1850, Avitabile morì, pare in circostanze non chiare. Per anni si favoleggiò su questa morte, ipotizzando un avvelenamento da parte della giovanissima moglie (sposata al suo ritorno), con toni che già ricordano i casi giallistici dell’Italia Umbertina. Certo, sarebbe un bel contrappasso quello di Avitabile: scampato a battaglie, viaggi avventurosi, malattie e lotte di potere fra maharajah, morire avvelenato dal suo ultimo amore.

Bibliografia:

-L. Blanch, Scritti Storici, II, Il Regno di Napoli dalla restaurazione borbonica all’avvento di Re Ferdinando II;

-J. J. Cotton, General Avitabile;

-A. Burnes, Cabool: a personal narrative of a Journey to, and residence in that city, in the years 1836-38;

-W. Barr, Journal of a march from Delhi to Peshawar and thence to Kabul, with the mission of Lt. Colonel Sir C.M. Wade;

-H.M. Lawrence, Adventures of an Officer in the Paunjab;

-J. M. Honigberger, Thirty-five years in the east: adventures, discoveries, experimentsand historical sketches relating to the Punjab and Cashmere

-AA.VV, Allen’s Indian mail and register of intelligence for British and foreign India, China, and all parts of the East, Vol. IV;

-AA.VV, Papers relating Military Operations in Afghanistan In, Parliamentary Papers: 1780-1849, Vol. 37;

-A. Lusardi, Myth and reality of Paolo Avitabile, the last European Free Lancer in India;


Sul nostro sito non troverai mai banner pubblicitari. Puoi supportare l’attività del Centro Studi Zhistorica acquistando le nostre pubblicazioni. Fino a oggi, abbiamo inviato più di 2.500 volumi! I primi due libri pubblicati da Zhistorica sono il best-seller I Padroni dell’Acciaio, che contiene 10 monografie di condottieri e uomini d’arme cinquecenteschi, e Il Diario di Federmann, la prima traduzione in italiano del diario di viaggio del conquistador tedesco Nikolaus Federmann. Tramite il nostro marchio di narrativa dark-fantasy e horror, Necrosword, abbiamo pubblicato il romanzo Zodd. Alba di Sangue.
Clicca sulle immagini qui sotto per scoprire di più!


Oltre 2.500 volumi già venduti!
Scopri di più ⬆

5 pensieri riguardo “Paolo Avitabile: un Napoletano alla Conquista dell’Afghanistan

  1. Era il 18 marzo 2019 una giornata priva di emozioni. Sinchè …
    Come sempre i nostri eroi di Zhistorica ci deliziano delle piccole gioie della vita per noi appassionati di Storia.
    Queste storie non finiscono mai di stupirmi ed ogni tanto mi sogno delle scene cinematografiche di vite come quella di Avitabile.

    Ottimo articolo.

  2. Sono sempre interessanti gli articoli sulle gesta dei nostri compatrioti in giro per il mondo. Aggiungo che una certa fama nera circonda la vita di Avitabile anche nella sua Agerola.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.