Pietro Solero da Quinzano: Inquisitore o Criminale?

Pietro Solero da Quinzano fu inquisitore nella città di Pavia tra il 1567 ed il 1568. Le vicende di cui è protagonista furono al centro di uno scandalo che scosse tutte le classi sociali pavesi: dal mendicante al borghese, dal nobile all’ecclesiastico, coinvolgendo la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pavia e scomodando perfino il Papa a Roma.

1. L’Inquisizione a Pavia

Dal tardo Medioevo ad oltre la metà del Settecento, la chiesa e il convento di San Tommaso furono sede della “casa dell’Inquisizione”, fino a che, in epoca unitaria, l’edificio fu abbattuto, l’ex convento diventato una caserma militare e le prigioni sostituite, dapprima dalla Banca d’Italia, oggi dalla Cupola Arnaboldi. L’archivio venne bruciato su ordine del governo; l’unica documentazione salvatasi fu quella concernente un’azione legale mossa dalla città contro l’inquisitore Pietro Solero da Quinzano (1567-1568).

Tra il 1200 e il 1500 circa, la presenza dell’Inquisizione a Pavia fu discontinua. Era l’inquisitore di Milano, o un suo vicario, che si spostava in caso di necessità e quando non erano i vescovi a procedere nei casi di eresia o stregoneria. Tutto ciò anche se, a partire dal XIII secolo, fu presente una struttura inquisitoria organizzata comprendente un uditore o un giudice istruttore, un revisore di libri giudei o caldei ed un bargello; probabilmente vi era anche un carcere appartenente all’Inquisizione o, per lo meno, vescovile. Solo alla fine XIII secolo, grazie al domenicano Lanfranco da Bergamo, vi è la formazione di un efficiente ufficium, che svolge una frenetica attività di repressione dell’eresia soprattutto nell’Oltrepò pavese.

Dalla metà del Quattrocento in poi è documentata l’attività di un sostituto inquisitore, tra cui fra Giovan Domenico da Cremona (Inquisitore che procedette contro Margherita di Belcredo, caso che suscitò interesse perfino al duca di Milano, che richiedette di visionare gli atti del processo. Scusandosi per il fatto che gli atti fossero presso molteplici notai, si rifiutò di consegnarglieli. Molto probabilmente questo atteggiamento era causato dall’intenzione di non voler giustificare  il suo operato di fronte all’autorità civile) quale dipendente dall’inquisitore generale per la Lombardia. E’ da questo momento in cui, di fatto, inizia la presenza fissa e regolare di un inquisitore a Pavia.

Nei primi decenni del Cinquecento l’organizzazione del tribunale dell’Inquisizione fu piuttosto rudimentale e incostante come attività, soprattutto all’interno dell’Università, dove le ideologie luterane stavano prendendo piede. Nonostante la repressione del luteranesimo fosse decisa e dura, anche grazie a Michele Ghislieri, futuro Papa Pio V, l’Inquisizione non riuscì a tenere in pugno la situazione nell’ambiente universitario. Dopo la metà del secolo, vi fu un rafforzamento dell’Inquisizione pavese: nel 1563 il docente Lucio Filalteo de Madii, sospettato di eresia, venne processato senza alcuna opposizione.

Fermata la Riforma perfino nell’Università (in forza della bolla In Sacrosanta di Pio IV emanata nel 1564, gli studenti dovevano prestare giuramento di ortodossia cattolica), l’attività degli inquisitori si ridurrà a poco a poco. Da questo momento in poi, l’attività del Tribunale sarà rivolta contro presunti maghi, streghe e studenti di arti oscure, campo molto seguito nei dintorni e in Pavia stessa.

pavia 1700
Pavia in un’illustrazione del 1704

2. Pietro Solero da Quinzano  

E’ proprio in questo contesto storico che si svolsero le vicende di Piero Solero da Quinzano.

Una volta entrato in città, Pietro esordì con animatissime prediche e fece credere a tutti che «la città de Pavia era luteranissima et la più infestata città ch’oggi vi sia in Italia d’heresia, …, et ch’el Signor Idio l’haveva mandato lui qua in Pavia per discerner le pecore buone da quelle cattive.» 

Discorsi come quello precedente vennero ripetuti in pubblico molto frequentemente «dalla bigoncia delle Chiese principali e in dì festivo», fino a che gente del calibro di Orazio Salerno e Ieronimo Beccarla, «due gelosi custodi del decoro cittadino», non protestarono apertamente, scrivendo che Pavia “sempre osservatrice della sua religione, invece che ricordare che sempre fu tale come lo attestano i suoi cenobï e i luoghi pii e i privilegi, sia uscita per bocca del suo inquisitore in parole disoneste e contrarie…, in luogo pubblico, in prediche al cospetto non solo del popolo pavese ma di tutta l’Accademia Ticinese, e non per una ma più e ripetute volte”, allegando, pure, testimonianze del clero a sostegno della religiosità pavese.

Ci furono casi in cui cittadini pavesi tentarono perfino di toglierlo di mezzo tramite congiure, come nel caso del sarto e sortilego Giuseppino de’ Pazzi.

A causa di tutto ciò, non ci si dovrebbe stupire e indignare se «trascorreva in mezzo al pubblico disprezzo, armato di tutto punto come uno scherano; archibugi, pugnale, pistola, arnesi proibiti ad un inquisitore (gli inquisitori potevano essere dispensati dal divieto di portare armi; il delitto di spergiuro, ovvero giurare sulle Sacre Scritture, offrendo in pegno la propria anima, nei confronti di un eretico non esisteva: gli inquisitori erano autorizzati, fin dai tempi di Alessandro IV, a esporsi alla scomunica nell’esercizio dei loro doveri, salvo poi assolversi tra loro.), cui solo era concesso farsi scortare da una famiglia d’armati, pendevano dal suo fianco».

L’eccessiva severità nell’infliggere pene non era pari alla severità morale dello stesso, «sdegnoso del nero pallio, usciva avviluppato in bianco e ricco mantello di feltro, stretto alla cintola da un cordone policromo, e cavalcava con sandali e coturni».

Inoltre, come sottolinea il Rota, era amante dei viaggi e, sfruttando l’arrivo di qualche mercante forestiero, tentava di arricchirsi il più possibile, arrestandolo perfino con l’accusa di eresia, in modo tale da addebitargli le spese per la sua scarcerazione. Per giunta, non era ameno da passioni fisiche che, grazie alla sua carica, tra ricatti e torture, portava a compimento con sdegno dei suoi diocesani.

Ciò che però gli causò l’espulsione da Pavia e il ritiro della sua nomina, fu l’accusa di eresia posta a carico di un ricco mercante, Angelo Migliavacca, nel giugno del 1568. Infatti, il 3 giugno di quell’anno gli fu ordinato di comparire innanzi all’inquisitore, entro un’ora, sotto pena di scomunica e di mille scudi, e una volta giunto al suo cospetto fu sveltamente catturato, dietro accusa di eresia.

Secondo altri, e ciò che molto probabilmente si conformava alla realtà dei fatti, il Migliavacca, sin dall’anno 1560, vendeva al «magnifico auditor di rota», parecchi metri di panno e richiestogli, ora, di saldare il debito, il nostro buon Pietro da Quinzano gli rispose che “l’avrebbe bensì pagato, ma a suo modo”, ma il mercante invece delle monete si trovò in “manete”.

Il figlio, Antonio Migliavacca, ricorse al potestà per chiedere che il padre fosse liberato, ma questo non poté fare niente in quanto il padre era imputato di eresia e quindi la giurisdizione era della Chiesa. Non rassegnato, ricorse a Roma, si appellò ai professori dell’Università, agitò la pubblica opinione e tentò, perfino, di introdurre occultamente una lettera in una cuffia per mano di un servo, ma come unico risultato ottenne solo di farsi incarcerare egli stesso assieme al padre, che nel frattempo era stato dichiarato motu proprio scomunicato.

L’inquisitore Pietro non si fermò solo a questo, ma raccolse testimonianze provenienti dai debitori dell’accusato per dare validità all’accusa mossa contro il mercante, adulterava i registri del tribunale dell’Inquisizione, ne modificava le date per trasportare ad anni anteriori fatti avvenuti durante il suo ufficio, contro il figlio adottò una procedura così spietata che ne morì per le atroci sofferenze e, legittimando le spogliazioni con le spese processuali, continuava a confiscare il patrimonio del Migliavacca.

Nel frattempo i ricorsi di vari giureconsulti a Roma sortirono qualche effetto: un breve papale ordinava che l’inquisitore dovesse operare con la collaborazione del vescovo di Pavia, che l’auditore e l’ufficiale fiscale fossero rimossi e che l’imputato fosse assistito dall’avvocato Gerardo Papiniano e dal procuratore Matteo Cellanova, cosa che non accadde mai, in quanto il nostro Solero da Quinzano tenne segrete queste disposizioni e, anzi, inasprì maggiormente l’istruttoria.

Il tutto cambiò quando il caso cadde in preda alla curiosità pubblica in quanto sorse il bisogno di un pubblico controllo per la tutela della giustizia e della proprietà di molti imputati: infatti, di li a poco, Francesco Bozzolo e Iacopo Beccarla, ambedue professori di giurisprudenza all’università di Pavia, chiesero di inspicere processus. Dai registri e dai libri dell’inquisitore, poco capirono a causa della dicitura capziosamente e artificiosamente oscura e formularono e inviarono regolari proteste a Roma alla Congregazione centrale del Santo Ufficio, qualificando il frate come crassator alienarum substantiarum.

Da Roma stessa furono richiesti gli atti del processo e, comprendendo che «il modo di procedere non esser stato con quella gravità e considerazione che s’attiene all’ufficio di un inquisitore», il 18 settembre 1568 si diede ordine al vescovo di Montefeltro, residente in Milano, di verificare la causa del Migliavacca e di trasferire in un altro luogo l’inquisitore. Infine, per deliberazione del Cardinale di Pisa, generale della congregazione romana del Santo Ufficio, assolse l’imputato e spedì una lettera al frate, che conteneva innanzitutto un ordine di liberazione del condannato. Sempre nella stessa, venne sottolineato che l’accusa era fallace, le prove e le testimonianze, forzate da minacce, erano poco pertinenti al tema dell’eresia e la procedura irregolare. Oltre a ciò, il nostro Pietro da Quinzano viene assolto e non incolpato di tutte le atrocità commesse contro il Migliavacca facendo ricadere gran parte della colpa sull’auditore e sull’ufficio fiscale, che in seguito dovranno essere allontanati dal Tribunale.

Poco dopo Solero da Quinzano, una volta rilasciato l’imputato, lasciò la città impunito.

Solero da Quinzano non viene ricordato solo per la tragica vicenda legata al Migliavacca, ma anche perché riorganizzò il Tribunale dell’Inquisizione a Pavia, affiancandolo da vicari, fiscali, consultori, avvocati e notai (cancellieri) e dalla famiglia dell’inquisitore (la famiglia dell’inquisitore era composta da un gruppo di armati che lo scortavano e lo assistevano durante le catture dei sospettati e le era permesso, dietro licenza, di portare armi proibite.). In più riorganizza la confraternita dei crociferi o crocesegnati che erano posti sotto la protezione di San Pietro Martire (uno dei primi inquisitori domenicani uccisi nell’esercizio delle loro funzioni.) e raccoglieva i familiari non stipendiati e gli informatori dell’inquisitore. 

3. Le successive vicende connesse al Tribunale

Terminato lo scandalo di questo episodio, l’attività dell’Inquisizione continua con il domenicano Adaverna, sebbene la sua attività sia sottolineata dalla prudenza. Benché ciò, i contatti tra inquisitori e ambiente cittadino non si distesero per nulla: infatti, il vescovo De Rossi venne accusato di aver mangiato carne in proibiti, un decennio dopo un inquisitore viene perfino pugnalato a morte, nel 1591 viene processato un uomo che aveva percosso colui che aveva denunciato la di lui moglie come strega e nel 1621 l’Inquisizione procede contro degli studenti che avevano liberato con le armi un loro compagno arrestato, condannandoli ad un breve periodo di carcere e un solenne ammonimento.

Dopo questi eventi sporadici, non vengono riportate notizie sull’Inquisizione pavese fin quasi alla metà del Settecento. Tutto ciò non significa che in tale periodo l’Inquisizione non fosse operosa, ma sottolinea solo come sia ridotta ad attività che non provocano scalpore, come un controllo sui libri, sui predicatori, sulle opinioni espresse nell’ambito universitario, repressione di bestemmiatori, e di casi di stregoneria o magia, senza neanche finire tragicamente per i condannati, ma soltanto con l’abiura, l’imposizione di multe e penitenze, anche perché gli storici del tempo avrebbero ricordato sicuramente un autodafè.

Di certo si sa che in questo periodo il responsabile del Tribunale pavese è sempre un domenicano, nominato dal Santo Uffizio di Roma, venuto da fuori e che è coadiuvato da un vasto apparato appartenente al mondo giuridico e universitario di Pavia: infatti, oltre al suo vicario e al fiscale, è assistito da quattro teologi consultori, tre canonisti, cinque legali, due avvocati dei rei, entrambi lettori dell’Università, un altro docente dell’Ateneo con funzione d’interprete quando fossero inquisiti stranieri, sei censori, dei quali due causidici, e sei cancellieri, dei quali tre notai.

A partire dalla fine della dominazione spagnola, l’Inquisizione a Pavia inizia a non avere più quel potere e quell’ascendente di cui precedentemente era ammantata.

Il 23 marzo 1769 arriva l’ordine di demolizione delle carceri dell’Inquisizione, il mese dopo si svolge l’ultima processione di S. Pietro Martire e nel 1771 avviene la soppressione della confraternita dei crociferi, togliendo di fatto ogni concreto potere di coercizione all’inquisitore.

Infine, quando nel marzo del 1774 muore Antonio Bosisio, ultimo inquisitore generale pavese, i riformatori austro-milanesi ritengono che sia giunta la fine di questa secolare istituzione: attribuiscono le competenze, una volta dell’inquisitore, al vescovo, in quanto organo più controllabile, e, quando il S. Uffizio designa Pietro Martire Rossi da Gubbio, come nuovo inquisitore, non solo non gli convalidano la nomina, ma gli intimano inoltre di non avvicinarsi a Pavia.

Dopo questo ultimo evento si può dire che la storia dell’Inquisizione a Pavia terminò per sempre.

4. Inquisizione, Università e cittadinanza

Ricorrente è il rapporto che si è instaurato tra l’Inquisizione, l’Università e il mondo giuridico pavese ad essa connesso. Infatti, già al tempo di Pietro Solero da Quinzano, un ruolo di notevole importanza, nelle cause connesse al Tribunale, è operato dal docente di diritto Camillo Gallina e, in più, i consultori, sia giuridici che teologici, erano gli stessi che insegnavano all’Ateneo.

Inoltre, anche i lettori erano connessi all’Università, in quanto erano i canonisti, in modo tale da assicurare una difesa competente, sempre nel limite in cui una difesa poteva essere svolta durante un processo inquisitorio, e, molto probabilmente, per assicurare un qualche controllo, da parte del ceto universitario, circa l’attività dell’Inquisizione. Tutto ciò sottolinea, senza ombra di dubbio, che vi fosse un rapporto di interazione tra l’ambiente universitario, per l’esattezza il Collegio dei nobili giudici (nella prima metà del seicento, l’Agosti rimase in carica come consultore per quasi quarant’anni.), e il Tribunale.

Nel 1767 (come emerge da un memoriale informativo inviato a Milano da Giuseppe Gandini, il quale ebbe il compito di raccogliere notizie intorno alle «dignità ecclesiastiche della città»), sotto la guida dell’inquisitore generale Boccadoro, il Tribunale dell’Inquisizione era coadiuvato da un vicario ed aveva un organico che comprendeva sei cancellieri, di cui tre pubblici notai, otto censori per i libri che erano di natura ecclesiastica o religiosa, un fiscale, un giudice istruttore (in quel tempo era il somasco Giacinto Bifani), un interprete, quattro legali, due avvocati dei rei ed infine sei consultori di cui tre teologici e tre canonisti

Questo personale era composto per la maggior parte dai componenti delle famiglie pavesi più importanti: tra i consultori teologi si annoverano un padre Mezzabarba e un abate Bellingeri, tra i legali don Antonio Maria Belcredi e il conte Ignazio Negri della Torre, tra gli avvocati dei rei il conte Gaspare Belcredi che era anche pubblico lettore; erano pubblici lettori, ovvero professore all’Università, gli avvocati dei rei Giacomo Parodi e Gaspare Belcredi, il consultore canonista Quercini e l’interprete don Giorgio Civalieri, nonché il lettore maggiore di San Tommaso.

Naturalmente, l’Inquisizione non ebbe rapporti solamente con il fior fiore culturale universitario, come i consultori, ma ne intrattenne soprattutto col ceto borghese e artigianale tramite la Confraternita di San Pietro Martire, o, altrimenti detta dei Crociferi.

Infatti, far parte di questa congregazione, significava per il piccolo borghese e l’artigiano essere considerato e temuto dai propri pari, portare armi proibite, cosa concessa a pochissimi e potersi esibire alla processione (questa processione si tenne fino al 1769.) annuale di S. Pietro Martire con l’abito della Confraternita e armati di spada. Per farne parte occorreva una corretta vita cristiana, la disponibilità di spiare e di riferire ed una certa propensione all’uso delle armi e delle mani.

Questa era articolata in tre ordini di cui il primo composto da nobili (come i Beccaria, i Giorgi Vistarino, i Bellingeri, i Bellisomi ed i Malaspina.), il secondo formato dai mercanti e il terzo composto dai patentati (questo era il gruppo più numeroso, formato da oltre un centinaio di persone, facenti parte coloro a cui, dopo aver effettuato l’iscrizione alla Confraternita, era dato il permesso, la patente, di portare armi.). All’atto di iscrizione e in occasione delle festività veniva fatta una donazione di denaro o di generi alimentari all’inquisitore: secondo il Gandini, per la patente di porto d’armi si versava all’inquisitore dalle quaranta alle centocinquanta lire, a seconda delle disponibilità finanziarie, e, a Natale, come riconoscimento, i borghesi donavano cioccolato, zucchero, polli e capponi.

Da tutto ciò appare chiaro che questa Confraternita aveva un’enorme importanza per il funzionamento e la vita stessa dell’Inquisizione a Pavia: centinaia di persone sia in città sia nei dintorni controllavano e riferivano alla stessa ogni comportamento indiziante, fornivano il sostentamento finanziario e alimentare e, in alcuni casi, vere e proprie squadre che operavano arresti dei sospettati e dei rei.

BIBLIOGRAFIA

Autore

Alessandro Sella, laureato in Scienze Giuridiche (tesi in diritto ecclesiastico sull’inquisizione a Pavia) ed in Giurisprudenza (tesi in diritto canonico sul processo amministrativo e penale nel diritto canonico) e specializzato poi nella volontaria giurisdizione e nel c.d. mortis causa, non abbandona mai la sua passione per la storia cercando di riviverla tramite lettura, rievocazione e studio della scherma storica sia in armis che in camicia.


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4 pensieri riguardo “Pietro Solero da Quinzano: Inquisitore o Criminale?

  1. Articolo interessante ma sono combattuto.
    O forse prevenuto:mi sento di dire che un inquisitore fosse implicitamente(almeno agli occhi di chi vive ai nostri giorni)un criminale:legalizzato dalle autorità dei suoi tempi,e probabilmente in buona fede,ma pur sempre criminale.
    ammetto che probabilmente è una questione di prospettive,ma da quel che leggo l’inquisizione non attirava simpatie neanche ai tempi,quindi suppongo fosse una visione piuttosto comune di questa figura…..

    In ogni caso,visto il comportamento del nostro Pietro Solano,ben al di fuori dal rispetto di qualsivoglia legge od autorità,avrei forse dato un altro titolo:inquisitore E criminale.
    Giusto per rincarare la dose.

  2. Bell’articolo, grazie.
    Al solito la moneta ha sempre 2 facce.
    Fra 500 anni ci sarà chi identificherà la magistratura italiana con Falcone e Borsellino e parlerà di santi.
    Altri la identificheranno con (omissis), (omissis) e (omissis)…… e parlerà di associazione (omissis).

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