Il Real Africano: da Haiti alla Russia sotto le Insegne Imperiali

Le vicende del Real Africano e del suo più famoso comandante, Joseph Damingue detto Hercule, sublimano anche il più audace dei romanzi storici.

Nel 1812 a Kovno, in Lituania, si potevano incontrare diversi soldati di colore, stazza da granatiere e in divisa napoletana, che parlavano mezzo francese, mezzo haitiano, mezzo napoletano. A comandarli c’era Francesco Macdonald, un po’ italiano, un po’ scozzese, un po’ francese. Ma che parlava in un pesante accento pescarese. E’ una storia complessa e tortuosa quella del reggimento Real Africano, che inizia anni prima, quando Napoleone non era ancora imperatore. Ma per raccontarla dobbiamo lasciare le steppe lituane, e spostarci ai Caraibi.

È il 1801 e Napoleone Bonaparte, tra le decine di problemi da risolvere, sa che deve sistemare l’affaire caribbean una volta per tutte. Santo Domingo, nome con cui si indicava l’isola di Haiti, dopo varie rivolte, rischia di sfuggire al controllo francese, sotto la guida del carismatico generale haitiano Toussaint Louverture.

Dal 1791 l’isola è al centro di uno scontro geopolitico di vaste proporzioni. Divisa tra domini francesi e spagnoli, su di essa gravitano da sempre anche le mire dell’Impero Britannico, desideroso di avere l’ennesima base portuale e commerciale nei Caraibi. Ma sull’isola è in corso anche una rivolta degli schiavi paragonabile solo a quella di Spartaco contro Roma o a quella, ben più duratura, degli Zanj sotto gli Abbasidi.

Finalmente, nel 1800, dopo alterne vicende, battaglie e incursioni della Royal Navy (che perde diverse migliaia di uomini), finalmente indigeni, creoli e coloni rimettono Santo Domingo sotto l’egida francese. Ma Toussaint Louverture non vuole concedere troppo spazio alla “madrepatria”: il 7 luglio 1801 si autoproclama governatore a vita, fa votare una Costituzione e rende Santo Domingo semi-indipendente dalla Francia. Di fatto la sua politica è prudente, ma ciò non basta a tranquillizzare il Primo Console.

Di tutta risposta Napoleone Bonaparte, con la sua nota risolutezza, mette insieme una corposa spedizione militare sotto il comando dell’amico e marito della sorella Paolina, Charles Leclerc: l’obiettivo è riportare definitivamente Santo Domingo sotto il saldo controllo francese, e ripristinare – ameno in parte o in forme diverse – la schiavitù.

La spedizione approda sull’isola nel febbraio 1802, e Lecrec deve subito far fronte ad un’accanita resistenza. Gli haitiani si difendono bene, evitano battaglie campali, fanno imboscate e sperano che la febbre gialla si porti via alla svelta le truppe venute dall’Europa. Ma Lecrec è un generale duro, forgiato dalle campagne rivoluzionarie, e i suoi uomini non sono da meno: la maggior parte della forza, infatti, (tanto per rimanere in tema di stranezze storiche), è composta da volontari polacchi, arruolatisi per spingere Napoleone a muovere guerra allo Zar e liberare il loro paese.

Dopo diversi mesi di scontri furibondi, dove i polacchi dimostrano tutto il loro valore, la resistenza haitiana è piegata, il capo Toussaint Louverture è tradotto in Francia e l’ordine è ristabilito. Ma la spedizione non è un completo successo: più della metà degli uomini è morta di malattia, le tensioni sociali sull’isola rimangono e Napoleone perde un amico e un cognato in un colpo solo: Lecrec muore di febbre gialla a novembre di quello stesso anno.

Ma è esattamente qui che la nostra storia inizia. L’anno dopo, a Parigi arriva una lettera personale a Napoleone. Proviene da Brest, da parte delle autorità portuali. Lo informa che sulle fregate dal ritorno da Santo Domingo ci sono 1500 uomini di colore, irreggimentati in un corpo chiamato Pionniers Noirs. Tra gli uomini c’è di tutto: soldati veterani che servono la Francia da prima della Rivoluzione, nuovi haitiani collaborazionisti, ex-partigiani di Louverture, ma pure qualche soldato caraibico disertore di spagnoli e inglesi.

real africano

Arruolati a Santo Domingo per sopperire alla mancanza di rincalzi, i Pionniers Noirs sono stati trasportati in Francia perché odiati dalla popolazione locale. Ma neanche nella madrepatria le cose sono facili. Per quanto la schiavitù è abolita e l’aria di repubblicanesimo e diritti universale si può respirare ancora ovunque, stiamo sempre parlando del 1803, e i francesi sono piuttosto sospettosi di quei “mori” in divisa.

Napoleone in un primo momento vuole disfarsene o spedirli nelle colonie indiane, ma i Pionniers Noirs sanno combattere, e pure bene. Il generale Vandermaësen, in una relazione scritta per conto del Ministro Marittimo Caffarelli, spende parole di lode: “Questo battaglione è superbo: sono tutti uomini alti come granatieri (…). Sono già stati addestrati e irreggimentati nelle colonie (…). Sono paragonabili ai nostri soldati veterani

Razzismo o meno, la Grande Armée ha continuo bisogno di uomini. Così gli Haitiani qualche mese dopo sono irreggimentati nel Bataillon des Pionniers Noirs e spediti a Mantova sotto il comando del più famoso ufficiale di colore bonapartista, il cubano Joseph Damingue, detto Hercule, noto per la sua prestanza fisica, eroe e icona delle cariche durante la Battaglia di Abukir, in Egitto.

Da quel momento in poi il raggruppamento raccoglie tutti i soldati di colore che le autorità napoleoniche riescono a procurare, dai sud-americani delle colonie spagnole e inglesi,  ai mamelucchi, fino agli ex-pirati barbareschi: tutti coloro che non sono di pelle bianca e sono in età per la guerra, vengono arruolati. E il “battaglione di colore” combatte, in Italia sopratutto, distinguendosi in Friuli e in Veneto contro gli austriaci (che pensano che Napoleone sia ormai ridotto male se deve adoperare truppe di quel genere).

Con decreto imperiale del 1806, i Pionniers Noirs passano al reame di Napoli del fratello di Napoleone, Giuseppe, cambiando nome in Reggimento Real Africano e trasformandosi in fanteria di linea. Ma le perdite, fin ora, sono state parecchie e bisogna trovare altri rincalzi. Anche qui si cercano uomini di colore ovunque, e nelle file del reggimento affluiscono levantini, egiziani, tunisini, algerini, libici: un meltin-pot etnico da far invidia al più multiculturale degli stati odierni.

Sotto re Giuseppe il Real Africano acquisisce fama. I napoletani li chiamano “mori”, alcuni mettono su famiglia, combattono spesso e volentieri: dall’assedio Gaeta del 1806, all’attività anti- brigantaggio in Calabria e Abruzzo, alla conquista di Capri. Vengono anche impiegati contro il brigante-guerrigliero realista Fra Diavolo (al secolo Michele Pezza), espressamente richiesti dal generale Joseph Hugo (padre di Victor), per loro bravura nella contro-guerriglia montana. Le truppe sono talmente fedeli all’Imperatore, che protestano vivamente quando nel 1810 ricevono la bandiera imperiale senza aquila dorata: concessione che, per intervento stesso di Hercule  Damingue, alla fine avranno.

Ma arriva Murat sul trono di Napoli e bisogna ripartire in guerra: sta per iniziare la Campagna di Russia. Al comando del Real Africano viene messo un altro “meticcio” (ma questa volta europeo), Francesco Macdonald, nato tra le mura della fortezza borbonica di Pescara, ma figlio di un mercenario scozzese.

L’armata napoletana viene destinata nella retroguardia della Grande Armée, e a Ottobre del 1812 occupa Kovno (oggi Kaunas), in Lituania. Coprono valorosamente la ritirata dell’armata principale, subendo gravi perdite. Un centinaio di uomini (principalmente nord-africani),  non adatti al freddo, viene rispedito a Napoli, ma il resto resiste e combatte. Nel 1813 il Real Africano viene spezzato in due: una parte partecipa alle battaglie di Eissdorf, Bautzen, Lutzen; l’altra è inviata in difesa di Danzica, sotto l’energico generale Jean Rapp.

Il Real Africano combatte tenacemente su tutti i fronti, resistendo alla penuria di cibo, munizioni e al freddo implacabile. Ha perdite pesantissime, e ormai non sembra neanche più un reggimento di “colore”. L’eroismo dei soldati viene però  premiato da Napoleone in persona, che durante l’armistizio di Pleiswitz, concede l’ambita Legion d’Onore a Francesco Macdonald.

Nel 1814, dopo la caduta di Napoleone e il “tradimento” di Murat, ciò che rimane dell’armata napoletana è completamente rimpatriato. Le perdite sono stato altissime, e degli originari haitiani, nord africani e levantini, non rimane che un centinaio di uomini. Il reggimento verrà ricostruito, ma con soli napoletani.

L’epopea degli haitiani, che partiti dall’altra parte del mondo, arrivarono a combattere in Russia, si conclude qui. Non si sa nulla, purtroppo, di quei pochi reduci sopravvissuti. Forse qualcuno sarà rimasto a Napoli o sarà tornato nella Francia della Restaurazione. La storia, però. si dimenticò presto di loro: il positivismo, con il suo carico di razzismo scientifico, stava per bussare alla porta della storia d’Europa.

Bibliografia
-L. S. Cristini, L’esercito del Regno di Napoli (1806-1815), vol. 1: La fanteria.
-P. Calà Ulloa, Intorno Alla Storia del Reame Di Napoli.
-V. Ilari, P. Crociani, G. Boeri, Storia militare del Regno Murattiano (1806-1815).
-C. Decaen, Mmoires Et Journaux Du General Decaen.


2 pensieri riguardo “Il Real Africano: da Haiti alla Russia sotto le Insegne Imperiali

  1. Anzitutto complimentoni per il sito e per tutti i personaggi e gli avvenimenti secondari pressoché sconosciuti che ci racconti, con dovizia di dettagli, da parecchi anni.

    Segnalo un insistito refuso: l’amico e cognato di Napoleone Charles Leclerc per (quasi) tutto l’articolo viene chiamato Lecrec.

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