Avvakum Petrov: il Vecchio Credente e la Riforma di Nikon (1652-1666)

Avvakum Petrov è un personaggio poco conosciuto in Occidente, ma piuttosto famoso in Europa Orientale. La sua opposizione alla Riforma di Nikon rappresentò un momento fondamentale nella storia della Chiesa Ortodossa.

Avvakum ha diciassette anni quando il padre Pyotr, un sacerdote, muore improvvisamente. Improvvisamente, diventa responsabile dei suoi cinque fratelli, visto che la madre, perso il marito, concorda il matrimonio di Avvakum con l’orfana quattordicenne Anastasia Markovna e poi si ritira in convento. Il giovane inizia anche gli studi per diventare sacerdote, un titolo che otterrà a ventitré anni, nel villaggio di Lopatitsy, sul Volga.

Mostra, fin dai primi sermoni, un fortissimo zelo religioso, che lo rende inviso sia al popolo che ai faccendieri dei proprietari terrieri. Appena un anno e mezzo dopo, nel 1645, questi ultimi lo cacciano dal villaggio e danno fuoco alla sua abitazione. Fuggito a Mosca, un altro religioso riformatore Ivan Neronov, lo presenta allo Zar e al suo confessore, Stefan Vonifat’yev. Quest’ultimo lo invia nuovamente a Lopatitsy con un documento di reintegro, ma Avvakum continua ad avere problemi con gli abitanti, in particolare con l’uomo più potente della zona, il nobile Sheremetev. Nel periodo che va dal 1645 al 1652, Avvakum Petrov continua a essere un fustigatore dei nuovi costumi ed è attivo, a quanto sembra, anche nell’ambito degli esorcismi e della demonologia.

Nel 1652, diventa protopapa (titolo della chiesa ortodossa equivalente a quello di arciprete) della Cattedrale di Kazan, a Mosca, proprio quando quando il Patriarca Nikon, eletto dopo la morte del conservatore Joseph, inizia una imponente opera di riforma della Chiesa Russa Ortodossa.

Una parte del clero si rifiuta però di convergere verso una liturgia e delle istituzioni più simili a quelle delle chiese ortodosse dell’Europa Orientale. Avvakum, ad esempio, reputa che siano stati proprio i costumi corrotti degli Ortodossi di Costantinopoli a far cadere la città nelle mani dei Turchi duecento anni prima.

I Vecchi Credenti, tra cui spicca anche il personaggio femminile di Feodosia Morozova, resistono a tutte le riforme portate avanti dal Patriarca Nikon fino al 1666. La scissione (“raskol”) è completa Per le sue idee, Avvakum passa buona parte della sua vita in prigioni sperdute, dove viene torturato (in un rapporto dell’epoca si parla anche di una lunga sessione di 72 frustate) e ridotto a uno scheletro. Nel primo periodo di prigionia, sei anni a Tobol’sk (in Siberia), la fame lo porta a mangiare i cadaveri degli animali congelati nel corso dell’inverno. D’altronde, ancora oggi, a Tobol’sk, la temperatura media del mese di Gennaio è -19°. Una volta liberato, torna a Mosca per pochi anni. Piegato, ma non spezzato.

avvakum petrov
Avvakum Petrov in marcia verso l’esilio siberiano. Dipinto del 1898 di Sergey Miloradovich

Nel 1667 un gran numero di Vecchi Credenti viene giustiziato, ma il nuovo Patriarca Ioasaf II (Nikon si è ritirato nel 1666) non vuole fare di Avvakum un martire, ed è convinto che il religioso, ormai logorato nel fisico, abbia i giorni contati. Per lui c’è ancora l’esilio, stavolta a Pustozersk, nel circolo polare artico. Avvakum però non sopravvive solo qualche mese, ma quattordici anni, durante i quali riesce a scrivere 43 opere, tra cui un’autobiografia, e a intrattenere diversi rapporti epistolari. In Italia, la sua biografia è stata tradotta e pubblicata nel 1986 (Vita dell’Arciprete Avvakum scritta da lui stesso, traduzione di Lia Pera, Adelphi).

Negli ultimi anni viene a sapere che un altro Patriarca, Gioacchino, ha lasciato morire di fame Feodosia e altri Vecchi Credenti (1675). Avvakum sopravvive anche allo zar Alessio I (1676) e al vecchio nemico Nikon (1681).

A Nikon, va detto, le cose non andarono meglio. Come riportato sulla voce della Treccani (edizione 1934): “il successo di Nikon veniva assicurato dalla sua amicizia con lo zar: ma questa amicizia non poté rimanere salda a lungo. Le aspirazioni di Nikon ad affermare l’autorità indipendente del supremo potere del patriarca nella sfera ecclesiastica lo portarono in ultimo a un conflitto con lo stesso zar Alessio Michajlovič, che per l’innanzi aveva nutrito piena fiducia per Nikon, e gli aveva affidato una parte responsabile anche nel governo dello stato, sopra tutto negli anni 1654-55 durante la sua spedizione nella Lituania e nella Polonia (N. l’aveva allora sostituito a Mosca). La rottura fra lo zar e Nikon fu palese nel 1658; e il primo conflitto aperto spinse Nikon ad abbandonare Mosca in segno di protesta e a stabilirsi nel monastero Voskresenskij, costruito da lui vicino a Volokalamsk. Lo zar non cedette.

Nel 1660 il Concilio ecclesiastico decise la deposizione di Nikon, per aver di propria volontà abbandonato i suoi parrocchiani. Tuttavia lo zar non acconsentì a questa condanna e la sorte di Nikon fu decisa definitivamente, solo nel 1666, da un nuovo concilio convocato con la partecipazione dei patriarchi di Alessandria e di Antiochia. Nikon fu privato della sua dignità e fu esiliato in un monastero. Dopo la morte di Alessio Michailovič la vita di Nikon. divenne ancora più dura; egli fu trasferito nel 1676, in reclusione ancora più severa, nel monastero Belozerskij; solo nel 1681 lo zar Fedor decise di migliorare la sua sorte e di farlo trasferire nel monastero Voskresenskij, ma durante il viaggio Nikon morì.

Ci vuole ancora un anno prima che Gioacchino decida di liberarsi una volta per tutte di Avvakum, ormai 62enne, facendolo bruciare sul rogo.

Nei decenni successivi, le persecuzioni dei Vecchi Credenti si fanno molto violente, ma ne sopravvivono migliaia. Ancora oggi, ne esistono grandi e piccole comunità nell’Est Europa e negli USA.

Bibliografia:
  • Catherine B. H. Cant, The Archpriest Avvakum and His Scottish Contemporaries, The Slavonic and East European Review Vol. 44, No. 103 (Jul., 1966), pp. 381-402;
  • J.Kotilaine, M.Poe, Modernizing Muscovy: Reform and Social Change in Seventeenth-Century Russia (2004).

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I Padroni dell'Acciaio

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I Padroni dell’Acciaio racconta le battaglie e le imprese di dieci soldati, condottieri e uomini d’arme del XV e XVI secolo, attraverso avvincenti monografie e illustrazioni prestigiose (20 opere originali e oltre 30 mappe).

Oltre a una bibliografia generale commentata alla fine del volume, ogni monografia è dotata di una specifica bibliografia commentata.

I protagonisti del volume sono Giorgio Castriota Scanderbeg, Pier Gerlofs Donia, Pregianni de Bidoux, Ettore Fieramosca, Giovanni delle Bande Nere, Enrico V di Brunswick, Alberto Alcibiades, Jean de La Valette, Astorre Baglioni e Franz Schmidt.


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L’idea di pubblicare questo volume nasce dalla passione per l’oplologia e la guerra medievale-rinascimentale di uno storico, Gabriele Campagnano, e di un disegnatore professionista, Francesco Saverio Ferrara. Unire la narrazione storica all’arte è ciò che li ha spinti ad unire gli sforzi per questo progetto. Il progetto di crowdfunding editoriale alla base de I Padroni dell’Acciaio è stato il più finanziato di sempre in lingua italiana ed è rimasto per diverse settimane nella classifica “Top Ispirational” di Indiegogo.

Introduzione

Quindicesimo secolo. Il mestiere delle armi sta cambiando. Prima in modo lento, con le fanterie in grado di fare a pezzi la cavalleria pesante, poi in modo frenetico, con l’introduzione e l’evoluzione delle prime bocche da fuoco. Dalla notte dei tempi, l’uomo ha combattuto con gli stessi mezzi, ma alla fine del XV secolo arriva il momento di rottura, il cambio di paradigma. La Rivoluzione delle Cose Militari stravolge il mondo più di quella Copernicana e di quella Francese. Nulla sarà più come prima. Il Guicciardini parla dell’enorme cambiamento delle cose di guerra dovuto al “furore delle artiglierie” e ad un “altro modo” di combattere della fanteria. Dal passaggio di Carlo VIII in Italia, – possiamo quindi, a mero titolo indicativo, prendere la data del 1494 come momento di rottura – il modo di fare la guerra non sarà più lo stesso. Alcuni dei protagonisti di questo volume si sono esaltati nella lotta contro la minaccia ottomana, altri nei conflitti religiosi, politici e sociali che hanno incendiato l’Europa del XVI secolo.

È difficile, peraltro, mettere insieme personaggi così diversi fra loro. Cosa può avere in comune una brutale macchina da guerra, come Albrecht Alcibiades, con Astorre II Baglioni e le sue eccezionali capacità tattiche e ingegneristiche? Chi mai potrebbe tracciare un parallelo tra la furia sanguinaria del gigantesco Pier Gerlofs Donia e i quarant’anni di metodico guerreggiare di Enrico V di Brunswick? Tutti loro hanno però un tratto comune, quello di essere riusciti a piegare la materia al proprio volere e a trasformare l’acciaio delle armature e delle armi in una propaggine del corpo e in uno strumento al servizio del loro intelletto. Tutti loro sono stati Padroni dell’Acciaio.

I dieci protagonisti di questo volume hanno avuto vite ricche di avvenimenti, ma le esigenze di stringatezza di questo primo progetto sono state talvolta inclementi, impedendomi di approfondire alcune discordie tra le fonti e, soprattutto, fornire degli inquadramenti storici di più ampio respiro. Per evitare, poi una trattazione confusionaria, mi sono affidato a un rigido criterio cronologico, privilegiando la narrazione dei fatti storici alle considerazioni personali. Fatta questa premessa, penso di essere riuscito, anche grazie alle evocative illustrazioni di Francesco Saverio Ferrara, a rendere il giusto omaggio a questi personaggi straordinari.

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