I Maori e il Massacro del Boyd (1809)

Il Massacro del Boyd rappresenta uno degli episodi di cannibalismo più cruenti e meglio conosciuti della storia, nonché il più riuscito attacco dei Maori neozelandesi a una nave europea.

Un massacro, quindi, che vide protagonisti i Maori. L’anno è il 1809, il luogo: la parte della costa nord-occidentale della Nuova Zelanda conosciuta come Whangaroa Harbour. Nelle acque antistanti la costa, il brigantino inglese Boyd, di quasi 400 tonnellate, sta cercando il luogo adatto per calare le scialuppe portare a bordo un buon quantitativo di tronchi di kauri (albero neozelandese).  È partito dall’Inghilterra il 10 Marzo 1809  con un carico di carcerati da portare in Nuova Zelanda, dove è arrivato il 14 Agosto. Dopo appena due mesi di permanenza,  l’8 Novembre, Boyd riprende la via per l’Inghilterra. Ma non vi farà mai più ritorno.

A bordo ci sono il capitano John Thompson e circa una settantina di persone, tra cui alcuni ex-detenuti (il Boyd è infatti adibito, di solito, al trasporto dei condannati) e cinque maori neozelandesi imbarcatisi per tornare a casa dopo essere stati ospiti degli inglesi. Il più importante, Te Ara, è il figlio di un importante capo-tribù di Whangaroa, e parla inglese, poiché negli ultimi mesi ha navigato come volontario su diversi vascelli europei nel Pacifico.

A bordo è proprio quest’ultimo a creare problemi, tanto che il capitano lo condanna a essere frustato. A seconda delle fonti, Te Ara viene presentato come non colpevole, autore di un furto o reo di aver fatto finta di essere ammalato per non lavorare. Se le motivazioni che portano alla sua fustigazione sono poco chiare, è invece certa la fine dell’equipaggio e della nave.

Te Ara, riconciliatosi con il capitano, lo convince infatti a sbarcare proprio lì, a Whangaroa. Una volta a terra, riesce a raggiungere la sua tribù mentre gli inglesi sono intenti a imbarcare legname. Per il sistema penale inglese, la fustigazione è una pena di lieve entità, da comminarsi per reati minori, ma per Te Ara e suo padre è un affronto inaccettabile.

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Il porto naturale di Whangaroa

I Maori Whangaroa mettono a punto un piano di utu (vendettaterribile. Per prima cosa, convincono il capitano Thompson a seguirli in canoa con quattro dei suoi ufficiali, promettendogli di portarlo dove ci sono i kauri più grandi. Subito dopo, al tramonto, gli altri Maori agiscono. Uccidono alcuni dei marinai a terra e prendono le loro uniformi.  Poi raggiungono il Boyd con le loro imbarcazioni leggere e saltano a bordo, iniziando il massacro. I passeggeri e i pochi marinai rimasti non riescono a opporsi. Vengono fatti a pezzi con asce e bastoni.

I Maori prendono la carne dai cadaveri e la portano al villaggio, dove banchettano a lungo con i resti degli inglesi. Ci sono anche cinque sopravvissuti: Ann Morley e suo figlio, in secondo ufficiale, il mozzo Thomas Davis e Betsy Broughton, una bambina di due anni e mezzo. Per un’ora o più, hanno assistito al massacro dei loro compagni di viaggio nascosti nel sartiame.

Ann, probabilmente per la sua bellezza, rimane sotto la protezione di un capotribù assieme alla figlia, mentre gli altri cercano di mostrarsi utili in tutti i modi. Il secondo ufficiale, ad esempio, insegna ai Maori a produrre ami da pesca. Quando questi hanno ormai imparato, lo uccidono e divorano. Thomas Davis, invece, sembra si sia salvato perché con una gamba di legno.

Il Boyd viene fatto incagliare a riva e saccheggiato dai Maori. Sono molto interessati alla polvere da sparo, ma un altro capo locale, Piopio, provoca una scintilla mentre cerca di forzare i barili della polvere nera. Salta in aria assieme a una decina dei suoi. Prende fuoco anche l’olio di balena contenuto nella stiva, per cui del Boyd rimane solo un relitto fumante.

La spedizione di soccorso parte molte settimane dopo, affidandosi all’equipaggio della City of Edimburgh. A portare la notizia del massacro è Te Pahi, capo di un’altra tribù che ha tentato di salvare gli inglesi ed è stato gravemente ferito nello scontro con i Maori Whangaroa.

A guidarla c’è un giovane Alexander Berry, che riesce viene a conoscenza dell’atroce fine dell’equipaggio del Boyd dopo aver gettato l’ancora al largo di Whangaroa. Queste le parole scritte nel suo diario:

La mattina presto, dopo aver lasciato la mia cabina, vidi un certo numero di maori seduti sulla passerella e Tarra che parlava animatamente con loro. Tarra, vedendo che ci stavamo preparando a lasciare la nave per andare a terra a prendere dei tronchi d’albero, lasciò immediatamente gli estranei e ci pregò di non mandare barche a Whangaroa perchè, prima, voleva parlare privatamente con il capitano e con me. Una volta in cabina, ci disse di acquistare ciò che volevamo dai nativi, e poi di mandarli via alla svelta, perché ci doveva informare di un grave problema per la sicurezza di tutto l’equipaggio. Facemmo come ci consigliava, quindi ci raccontò che quei nativi gli avevano appena portato la notizia della cattura, da parte dei maori di Wangerooa (Wangeroons), di una grossa nave. E che quegli stessi maori avevano massacrato e divorato. Ci disse inoltre che che i Wangeroons  avevano rubato le armi e le munizioni presenti sull’imbarcazione. La loro azione era stata il frutto di sorpresa e slealtà, ma ora, euforici per la vittoria, avevano intenzione di attaccare anche la City of Edimburgh. Tarra ci disse che mandando gente a terra per il legname avremmo reso più vulnerabile la nave, e che dovevamo tenere tutti gli uomini a bordo e andarcene alla svelta. E che se proprio dovevamo restare, sarebbe stato meglio far salire a bordo gli uomini di tribù amiche per aiutarci nella difesa. A detta degli informatori di Tarra, la nave distrutta dai Wangeroons aveva 20 cannoni e 40 uomini.

A questo punto, Alexander Berry ha il sospetto che i nativi giunti a bordo abbiano mentito per intimorirli e indurli ad andare via. Per evitare di creare troppo scompiglio, rassicura i marinai (anche quelli di origine maori), dicendo loro che si tratta di voci senza fondamento. Tuttavia, rafforza i controlli sul caricamento a bordo dei tronchi e, soprattutto, mette insieme un piccolo contingente armato (22 moschetti in tutto) per cercare prove delle parole dei nativi. Berry comanda il drappello in prima persona e si affida molto a Metenangha, uno dei capi maori che sta facendo buoni affari con gli inglesi. Sulla costa, li aspettano due Wangeroons vestiti con abiti europei. Metenangha parla con loro e poi si muovono tutti verso Berry e i suoi.

Ci vennero incontro con grande tranquillità, con le braccia aperte, chiamandomi per nome come se fossimo tra vecchi amici. La discussione si spostò velocemente sulla cattura e distruzione del Boyd. Loro non negarono nulla, anzi, ne parlarono come di un’azione eroica e con orgogliosa dovizia di particolari, un po’ come farebbe un equipaggio inglese dopo aver battuto un vascello molto superiore. Furono molto precisi anche sul nome della nave, del capitano e sul numero di armi e persone. Quando chiesi loro per quale motivo avessero fatto una cosa del genere, mi risposero “Perché il capitano era una cattiva persona” (vedi fustigazione di cui sopra).

La calma dei Wangeroons, anche quando precisano che il capitano Thompson è riuscito a sparare un solo colpo, uccidendo uno degli aggressori, prima di essere squartato, lascia di stucco Berry, che ha bisogno di qualche momento prima di chiedere loro se vi siano sopravvissuti. Loro li elencano per nome, aggiungendo che sono in buone condizioni in un loro villaggio.

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A quel punto, Berry consiglia ai maori di diventare suoi prigionieri e di intercedere affinché i superstiti tornino a casa senza ulteriori spargimenti di sangue. Poi indica i suoi 22 moschettieri e fa comprendere loro che, in caso contrario, attaccherà. I Wangeroons optano per la prima soluzione, e portano tutti al villaggio più vicino rimanendo sempre molto cordiali. Avvertono Berry che gli europei sopravvissuti arriveranno solo il giorno dopo dal villaggio vicino, e lo invitano a fermarsi con i suoi per la notte. Dopo aver visto con i suoi occhi i resti degli inglesi sbranati, con tanto di segni di denti sulle ossa, Barry declina la “generosa” offerta e si accampa a distanza di sicurezza con i suoi prigionieri. A dormire lì rimane Metenangha, forse il principale artefice di questo processo di liberazione privo di spargimenti di sangue.

Il giorno dopo Ann Morley e suo figlio, Thomas Davis e Betsy Broughton (la bimba di due anni e mezzo i cui genitori sono stati divorati) sono finalmente consegnati a Berry. La piccola Betsy, in particolare, inizia a urlare “mamma! mamma!” non appena vede i marinai europei di Berry.

A questo punto Berry dovrebbe rilasciare i due capitribù prigionieri, ma non lo fa. Chiede, anzi, che gli siano resi tutti i documenti e il giornale di bordo del Boyd, e che solo dopo li libererà. È interessante notare che un rapporto dell’epoca non conceda alcuna scusante al mancato mantenimento della parola data. “Here Berry’s action cannot be defended“, si legge, anche se la successiva liberazione dei due prigionieri risolve il problema.

Alla fine, Berry decide di non procedere con una spedizione punitiva e di mantenere uno stato di tregua con le tribù Maori. Molti inglesi non sono però d’accordo. A farne le spese è, incredibilmente, il villaggio di Te Pahi (colui che ha cercato di salvare gli inglesi), dove piomba una ciurma di balenieri che massacra una cinquantina di persone. Te Pahi non viene colpito, ma spirerà poco dopo a causa delle ferite inflittegli dai Whangaroa. 

Nel complesso, il Massacro del Boyd e la liberazione dei sopravvissuti ci mostrano uno scorcio interessante (sebbene atroce) dei rapporti tra inglesi e maori e della conflittualità tribale tra questi ultimi. Per oltre tre anni,  quella zona diventa off-limits, tanto che sono sospese tutte le attività marittime nei dintorni. Anche la missione che doveva installarsi lì nei mesi successivi fu rimandata di anni.

Bibliografia
  • McNAB, R. From Tasman To Marsden: A History of Northern New Zealand from 1642 to 1818, 1914;
  • AA.VV. An Encyclopaedia of New Zealand, 1966;
  • MURRAY, H. Adventures of British Seamen in the Southern Ocean, 1827
  • The Sydney Gazette and New South Wales Advertiser, May 1832, page 4

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