Inoculazione del Vaiolo: la Scelta Vincente di G. Washington (1777)

L’inoculazione del Vaiolo nei soldati dell’Esercito Continentale nel corso della Guerra d’Indipendenza, permise a George Washington e ai suoi di avere un grande vantaggio psicologico e fisico rispetto ai loro avversari.

L’inoculazione del vaiolo, o variolizzazione, diede la possibilità di ottenere l’immunizzazione dal vaiolo prima dell’introduzione della vaccinazione contro il vaiolo del medico britannico Edward Jenner. Prima, la medicina era quasi inerme davanti alle grandi epidemie di vaiolo e febbre tifoide. Addirittura Thomas Jefferson nutriva così poca fiducia nella pratica della medicina che nel 1799 (un anno prima dell’introduzione del vaccino in America) scrisse: “lo stato della medicina è peggiore di quello della totale ignoranza“.

In massima parte, questo articolo è una traduzione integrata dell’articolo di Dan Liebowitz “Smallpox Vaccination: an Early Start of Modern Medicine in America”, che riassume in modo piuttosto esauriente la questione dell’inoculazione del vaiolo nel 1777.

Non c’era alcuna teoria sui germi che guidasse la comprensione della diffusione delle malattie infettive e i medici mancavano del giusto addestramento, delle conoscenze e degli strumenti adatti a fronteggiare le minacce infettive. Jefferson paragonò le teorie e le pratiche della medicina alle “mode e fantasie dei berretti e degli abiti, sempre pronte a cedere il passo a quella successiva.

La frustrazione di Thomas Jefferson per i fallimenti della medicina non derivava, ovviamente, dalle sue effettive conoscenze scientifiche, ma dalla constatazione del livello di devastazione provocato da alcune malattie, in particolare dal vaiolo, dalla dissenteria e dalla febbre tifoide. Afflizioni, queste, che i nascituri Stati Uniti avevano affrontato (con alterne fortune) la Guerra di Indipendenza, dal 1775 al 1781.

I Rivoluzionari combattevano malattie come il vaiolo tanto, se non di più, di quanto stessero combattendo gli Inglesi nel tentativo di ottenere l’indipendenza. Addirittura John Adams, scrivendo alla moglie Abigail nel 1777, confessava che “per ogni soldato ucciso in battaglia, la malattia uccideva dieci“. Questo rapporto tra morti in battaglia e morti per malattia, non dissimile da quello di altre campagne militari nel corso della storia – da quelle romane a quelle napoleoniche – è stato confermato in altri documenti storici. Gli storici stimano che i soldati siano morti per malattia a un tasso di 180 ogni 1000 all’anno con una mortalità totale nei sette anni di conflitto di almeno 63.000 morti per malattia e 7.000 nel corso degli scontri armati.

Di tutte le malattie che paralizzavano l’esercito continentale, il vaiolo era una delle maggiori minacce, poiché negli ospiti non immuni aveva una mortalità che andava dal 10 al 60%. Tanto per dare un termine di paragone, basti pensare che il tasso di mortalità di una delle più recenti epidemie di vaiolo, quella del 1960 a Madras (India) ha registrato una mortalità pari al 43%.

inoculazione del vaiolo - morti vaiolo
Una statistica, molto interessante, della drop rate della mortalità del vaiolo a Boston tra 1702 e 1920. Con l’introduzione del vaccino, nel 1800, i morti passarono da 1.000 circa l’anno a 2,7.

George Washington e altri rivoluzionari riconobbero subito la gravità del vaiolo e la sua minaccia all’indipendenza degli stati americani. Il primo presidente degli USA era, tra l’altro, immune al vaiolo, poiché era sopravvissuto dopo averlo contratto alle Barbados nel 1751. Assieme ai vertici militari dell’esercito continentale, attuò tutte le misure possibili per contenere la diffusione della malattia. Nel 1777, lo stesso Washington prese una decisione rivoluzionaria: ordinò l’inoculazione di tutti gli uomini dell’Esercito Continentale contro il vaiolo. Temeva che “nessuna precauzione può impedire al vaiolo di colpire tutto il nostro esercito“. E sentiva che “la necessità non solo autorizza ma sembra richiedere la misura [inoculazione], perché il disordine dovrebbe infettare l’Esercito nel naturale via e rabbia con la sua solita virulenza dovremmo avere più da temere che dalla Spada del Nemico “.

La pratica dell’inoculazione all’epoca comportava rischi piuttosto consistenti, poiché il processo prevedeva il prelievo del pus da una lesione attiva del vaiolo e l’inoculazione sotto la pelle di un paziente sano. L’obiettivo era quello di indurre velocemente una forma lieve della malattia, che permetteva il quasi azzeramento della mortalità: dal 10-60% all’1-2%. Ovviamente, questa inoculazione di sangue e pus all’interno di corpo dava origine anche ad altri problemi, come l’insorgenza di piccoli focolai la trasmissione di malattie trasmissibili per via ematica come la sifilide.

Lo sforzo di inoculazione di massa voluto da Washington, unito a una rigorosa quarantena, fu certamente rischioso. Ebbe però un risultato immediato anche sul morale delle truppe, spesso fiaccato dalla consapevolezza che, 9 volte su 10, la morte non sarebbe arrivata sul campo di battaglia, ma tra i deliri della febbre in una branda impregnata di umori corporei. Il dottor Benjamin Rush, chirurgo generale dell’Esercito Continentale e firmatario della Dichiarazione di Indipendenza, dichiarò nel 1781: “l’avanzata del vaiolo, che una volta era fatale per migliaia di persone, è stata messa sotto controllo, e in gran parte sottomessa, dalla pratica dell’inoculazione.”

La Proposta di Legge sull’Inoculazione del Vaiolo del 27 Dicembre 1777: il primo paragrafo:

Whereas the Small-pox, at this time in many parts of the Commonwealth is likely to spread and become general, and it hath been proved by incontestible experience that the late discovery’s and Improvements therein have produced great Benefits to Mankind, by rendering a Distemper, which taken in the common way is always dangerous and often fatal, comparatively mild and safe by Inoculation [inoculazione del vaiolo], and the Act for regulating the Inoculation of the smallpox having been found, in many Instances, inconvenient and Injurious makes it necessary that the same shou’d be amended: Be it therefore enacted by the General Assembly, that any person having first obtained in writing to be attested by two Witnesses, the Consent of a Majority of the housekeepers residing within two miles and not separated by a River or Creek half a mile wide and conforming to the following Rules and regulations, may Inoculate or be Inoculated for the small-pox, either in his or her own house, or at any other place.

No Patient in the small pox shall remove from the House where He or She shall have the Distemper, or shall go abroad into the Company of any person who hath not before had the small-pox or been Inoculated, or go into any Public Road where Travellers usually pass, without retiring out of the same, or giving notice, upon the Approach of any passenger, until such Patient hath recovered from the Distemper, and hath been so well cleansed in his or her person and Cloths as to be perfectly free from Infection, under the Penalty of forty shillings for every offence; to be recovered, if committed by a married Woman from her Husband, if by an Infant from the Parent or Guardian, and if by a Servant or Slave from the Master or Mistress.

Nel 1798, Edward Jenner realizzò che il vaiolo bovino (cowpox), un parente innocuo del vaiolo (smallpox), offriva protezione contro il vaiolo e sviluppò così la prima procedura di vaccinazione. Nel 1800, quando il medico di Boston Benjamin Waterhouse introdusse il vaccino contro il vaiolo in America, il successo della campagna di inoculazione di Washington del 1777 spinse gli americani ad accettare la versione più sicura di Jenner.

inoculazione del vaiolo
Gli stadi del vaiolo inoculato, da “Pox Americana: the Great Smallpox Epidemic of 1775-82”

Thomas Jefferson, che avevamo lasciato come severo critico della medicina moderna nel 1799, ora, come terzo presidente degli Stati Uniti, lodò Jenner e Waterhouse per il loro contributo alla società moderna. Promise poi di introdurre la vaccinazione nella sua tenuta di Monticello e in tutti gli Stati Uniti, poiché, usando le sue parole: “sarà davvero un grande servizio reso all’umanità cancellare dalla lista dei mali che l’affliggono uno così grande come il vaiolo.” Di tutto le scoperte mediche nella storia umana, Jefferson disse di non conoscere “una scoperta di uguale valore“.

In un’epoca in cui c’era molto disaccordo tra i medici, l’efficacia insindacabile della vaccinazione riunì forse per la prima volta l’establishment medico a sostegno di questa verità. Il Dispensario di Philadelphia (The Philadelphia Dispensary), nel 1803, pubblicò una dichiarazione di 50 medici, tra cui Benjamin Rush, in cui si paragonava il vaiolo al “tentare di attraversare una corrente ampia e rapida nuotando, ben sapendo che le possibilità di sopravvivere erano 1 su 6“, mentre la vaccinazione equivaleva a “passare sopra un ponte solido e sicuro“.

Scrissero, quindi, che era loro dovere “dichiarare pubblicamente la nostra opinione, ossia che [la vaccinazione] è l’unica prevenzione sicura dal vaiolo [e] che quindi la raccomandiamo per un uso generale”.

Questo metodo di vaccinazione guadagnò rapidamente il favore delle istituzioni mediche e politiche, e nel 1813 il presidente Madison firmò un atto volto a “incoraggiare la vaccinazione” che creò l’Agenzia per i Vaccini degli Stati Uniti e obbligò il servizio postale nazionale a trasportare gratuitamente i materiali vaccinali contro il vaiolo.

Bibliografia
  • Fenn, Elizabeth A. Pox Americana: the Great Smallpox Epidemic of 1775-82. Hill and Wang, 2002;
  • Liebowitz, Dan. “Smallpox Vaccination: an Early Start of Modern Medicine in America.” Journal of Community Hospital Internal Medicine Perspectives, vol. 7, no. 1, Feb. 2017, pp. 61–63;
  • SCIENCE from the John W. Kluge Center at the Library of Congress .” George Washington and the First Mass Military Inoculation (John W. Kluge Center, Library of Congress), www.loc.gov/rr/scitech/GW&smallpoxinoculation.html;
  • Stanhope BJ. The evolution of preventive medicine in the United States Army, 1607–1939. Washington: Office of the Surgeon General, Deprtment of the Army; 1968. Available from: http://history.amedd.army.mil/booksdocs/misc/evprev/default.html

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I Padroni dell'Acciaio

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I Padroni dell’Acciaio racconta le battaglie e le imprese di dieci soldati, condottieri e uomini d’arme del XV e XVI secolo, attraverso avvincenti monografie e illustrazioni prestigiose (20 opere originali e oltre 30 mappe).

Oltre a una bibliografia generale commentata alla fine del volume, ogni monografia è dotata di una specifica bibliografia commentata.

I protagonisti del volume sono Giorgio Castriota Scanderbeg, Pier Gerlofs Donia, Pregianni de Bidoux, Ettore Fieramosca, Giovanni delle Bande Nere, Enrico V di Brunswick, Alberto Alcibiades, Jean de La Valette, Astorre Baglioni e Franz Schmidt.


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L’idea di pubblicare questo volume nasce dalla passione per l’oplologia e la guerra medievale-rinascimentale di uno storico, Gabriele Campagnano, e di un disegnatore professionista, Francesco Saverio Ferrara. Unire la narrazione storica all’arte è ciò che li ha spinti ad unire gli sforzi per questo progetto. Il progetto di crowdfunding editoriale alla base de I Padroni dell’Acciaio è stato il più finanziato di sempre in lingua italiana ed è rimasto per diverse settimane nella classifica “Top Ispirational” di Indiegogo.

Introduzione

Quindicesimo secolo. Il mestiere delle armi sta cambiando. Prima in modo lento, con le fanterie in grado di fare a pezzi la cavalleria pesante, poi in modo frenetico, con l’introduzione e l’evoluzione delle prime bocche da fuoco. Dalla notte dei tempi, l’uomo ha combattuto con gli stessi mezzi, ma alla fine del XV secolo arriva il momento di rottura, il cambio di paradigma. La Rivoluzione delle Cose Militari stravolge il mondo più di quella Copernicana e di quella Francese. Nulla sarà più come prima. Il Guicciardini parla dell’enorme cambiamento delle cose di guerra dovuto al “furore delle artiglierie” e ad un “altro modo” di combattere della fanteria. Dal passaggio di Carlo VIII in Italia, – possiamo quindi, a mero titolo indicativo, prendere la data del 1494 come momento di rottura – il modo di fare la guerra non sarà più lo stesso. Alcuni dei protagonisti di questo volume si sono esaltati nella lotta contro la minaccia ottomana, altri nei conflitti religiosi, politici e sociali che hanno incendiato l’Europa del XVI secolo.

È difficile, peraltro, mettere insieme personaggi così diversi fra loro. Cosa può avere in comune una brutale macchina da guerra, come Albrecht Alcibiades, con Astorre II Baglioni e le sue eccezionali capacità tattiche e ingegneristiche? Chi mai potrebbe tracciare un parallelo tra la furia sanguinaria del gigantesco Pier Gerlofs Donia e i quarant’anni di metodico guerreggiare di Enrico V di Brunswick? Tutti loro hanno però un tratto comune, quello di essere riusciti a piegare la materia al proprio volere e a trasformare l’acciaio delle armature e delle armi in una propaggine del corpo e in uno strumento al servizio del loro intelletto. Tutti loro sono stati Padroni dell’Acciaio.

I dieci protagonisti di questo volume hanno avuto vite ricche di avvenimenti, ma le esigenze di stringatezza di questo primo progetto sono state talvolta inclementi, impedendomi di approfondire alcune discordie tra le fonti e, soprattutto, fornire degli inquadramenti storici di più ampio respiro. Per evitare, poi una trattazione confusionaria, mi sono affidato a un rigido criterio cronologico, privilegiando la narrazione dei fatti storici alle considerazioni personali. Fatta questa premessa, penso di essere riuscito, anche grazie alle evocative illustrazioni di Francesco Saverio Ferrara, a rendere il giusto omaggio a questi personaggi straordinari.

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