Il Naufragio della Batavia: Storia di un Massacro e di un Gioiello Leggendario

Il Naufragio della nave olandese Batavia, e gli avvenimenti successivi, sono stati una manifestazione degli incredibili livelli di violenza raggiungibili dall’uomo. Una nave incagliata e un pugno di isolotti deserti al largo dell’Australia occidentale divennero un teatro degli orrori e sevizie che costarono la vita a centinaia di naufraghi.

Ho raccolto interessanti informazioni sul naufragio su Bazar Bizarro e sul sito del Western Australian Museum]

La Batavia, commissionata dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali, è comandata da Francisco Pelsaert, che la porta fuori dal bacino di Harleem per seguire la costa occidentale africana fino a doppiare Capo di Buona Speranza.

A bordo ci sono 341 tra passeggeri e marinai. Due di questi sono soggetti poco raccomandabili: Ariaen Jacobsz, comandante in seconda, e Jeronimus Cornelisz, un ex-farmacista in bancarotta già accusato di eresia e probabilmente afflitto da qualche tipo di psicopatia.

Tra Jacobsz e Cornelisz nasce un’amicizia, forse corroborata dal comune odio per Pelsaert, che li porta a complottare contro di lui. Nelle lunghe settimane di navigazione, i due mettono a punto un piano per prendere il controllo della nave e dirigersi verso un qualche luogo inesplorato per ricominciare da zero (anche grazie all’oro e all’argento trasportati).

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La Batavia in navigazione

Gli ordini della Compagnia sono però diversi: la Batavia deve congiungersi ad altre navi in India e poi imbarcare spezie e altre merci. Jacobsz però devia dalla rotta prestabilita e continua verso est. Assieme a Cornelisz e ad alcuni loro accoliti, Jacobsz pianifica l’ammutinamento di tutti i marinai.

L’idea è quella di stuprare la passeggera di più alto rango, Lucretia Jans (la 26enne moglie di un mercante di diamanti intenta a raggiungere il marito proprio a Batavia, odierna Giacarta), e attendere la punizione di Pelsaert, sperando che questa avrebbe esacerbato gli animi degli altri.

Pelsaert però, dopo aver fatto arrestare i responsabili, non agisce in modo severo. A decidere il destino dei passeggeri sono quindi la corrente e la rotta impostata da Jacobsz, che portano a incagliare la Batavia nella barriera corallina delle Abrolhos Islands, un arcipelago corallino composto da 122 isole.

268 persone sono bloccate a migliaia di km dall’insediamento europeo più vicino. Francisco Pelsaert e altri 48 uomini (tra cui Jacobsz) si imbarcano alla ricerca d’acqua potabile, sperando di trovarla nelle isole vicine. Non trovano nulla, quindi salgono sulle scialuppe e si dirigono a Giacarta. Ci metteranno 33 giorni per raggiungere la città.

Nel frattempo, lo scafo della Batavia cede. Senza capitano e secondo in comando, una quarantina di persone affogano nel tentativo di raggiungere la riva. Il mattino dopo, sulla spiaggia, i sopravvissuti iniziano a fare i conti con la penuria di acqua e cibo. Parte delle già misere scorte della nave è andata perduta, e uno degli uomini, Cornelisz, sorride.

Cavalcando la rabbia degli altri uomini, riesce a prendere il comando nonostante la presenza di diversi soldati. Anzi, una volta raccolti attorno a sè i sopravvissuti più brutali, propone a qualche decina di mozzi di andare a cercare acqua in un’isola vicina, promettendo di tornare a prenderli il giorno successivo, e fa lo stesso con un gruppo di soldati, guidati da Wiebbe Hayes. Entrambi i gruppi non riceveranno più alcun soccorso da Cornelisz.

Gli Olandesi e le Indie Orientali

Nel 1602 l’Assemblea degli Stati Generali delle Province Unite decise di riunire le società mercantili che operavano in Asia, per potenziare le loro energie al fine di conquistare l’egemonia nell’Oceano Indiano. Sorse così la Compagnia unita delle Indie Orientali, che in pochi anni strappò ai Portoghesi il controllo del Capo di Buona Speranza e dell’Oceano Indiano e pose basi commerciali soprattutto nelle isole: a Ceylon, in Indonesia e a Formosa (odierna Taiwan).

A Giava fondò nel 1618 la città di Batavia (oggi Giacarta), sede del governatore della Compagnia. Da Formosa organizzò scambi commerciali con la Cina e il Giappone. Gli Olandesi sfruttarono con durezza le popolazioni delle terre sotto il loro dominio, imponendo pesanti tributi e riducendole in schiavitù nelle piantagioni. I costi delle guerre di conquista e della repressione delle rivolte erano così alti che spesso superavano i profitti delle attività commerciali. Nel 1799, dopo aver perso importanti territori ‒ come Ceylon e la Colonia del Capo ‒ nel corso di alcune guerre con gli Inglesi, la Compagnia fu sciolta e i suoi possedimenti passarono sotto il controllo diretto dello Stato olandese. (da Treccani.it)

Avendo a disposizione 30-40 fedelissimi, propone loro la sua ripugnante idea per sopravvivere più a lungo: uccidere tutti gli altri.
Il massacro inizia quasi subito, e va avanti per settimane. Anziani e malati finiscono sgozzati per primi, seguiti da bambini e donne. L’isolotto dei sopravvissuti diventa una macelleria, e rimangono in vita solo alcune donne, divenute schiave sessuali degli ammutinati.

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Il massacro ha inzio. In basso a sinistra, il relitto della Batavia

Cornleisz tiene per il suo piacere Lucretia Jans, che stupra ripetutamente. Gijsbert Bastiaenz, un pastore protestante, assiste impotente all’uccisione di sua moglie e di tutti i suoi figli. Assieme a lui, sopravvive solo la figlia maggiore (che fa la fine delle altre ragazze). Dopo alcune settimane, gli ammutinati vedono che alcuni dei mozzi spediti sull’altro isolotto sono ancora vivi. Gli uomini di Cornelisz li osservano camminare avanti e indietro sulla spiaggia; passano poche ore, e Cornelisz ordina loro di andare a massacrare i derelitti.

In completo delirio di onnipotenza, Cornelisz vuole fondare un suo regno. Ha il suo piccolo esercito, la sua regina, e un buon quantitativo di oro e argento trasportato sulla Batavia.

Non ha fatto i conti con Wiebbe Hayes.

L’ufficiale olandese, abbandonato assieme ai suoi soldati nell’odierna West Wallibi Island, ha trovato l’acqua e fa i segnali di fumo prestabiliti. Un paio di uomini di Cornelisz si buttano in mare e lo raggiungono, avvertendolo che le cose sono (leggermente) sfuggite loro di mano.

All’inizio, Cornelisz cerca un accordo con Hayes, ma questi rifiuta, dicendogli che lo farà impiccare per i suoi misfatti. A questo punto, Cornelisz invia i suoi tagliagole, armati con spade e moschetti, a massacrare i soldati. Questi però hanno ancora dei coltelli e hanno fabbricato un buon numero di lance. Sono riusciti anche a erigere un piccolo fortino.

A differenza degli ammutinati, hanno a disposizione acqua e cibo in abbondanza, e riescono a ucciderne abbastanza da convincere gli altri a tornare indietro. Si è trattato del primo scontro armato tra europei in terra australiana. Jeronimus Cornelisz è furioso e decide di guidare egli stesso una nuova spedizione. Si lancia contro Hayes, ma questi ha velocemente la meglio.

Dei sei uomini catturati, Hayes ne fa uccidere cinque, tenendo in vita il solo Jeronimus. Dopo due mesi di orrori, il breve regno dell’uomo che voleva essere Re finisce. Un paio di giorni dopo arriva anche il comandante Pelsaert con i rinforzi, cui Hayes consegna Cornelisz. Il tentativo, da parte di quest’ultimo, di far cadere la colpa di quanto accaduto sui suoi uomini è penoso e non ha esito positivo.

A tutti gli ammutinati viene tagliata la mano destra (a Cornelisz entrambe) e, qualche ora dopo, finiscono impiccati sulla stessa isola in cui avevano instaurato il loro regno di terrore. Hayes, il soldato grazie al quale le nefandezze di Jeronimus non sono cadute nel dimenticatoio, lo guarda penzolare. Tenendolo vivo fino al processo, è riuscito a mantenere la sua promessa.

La Compagnia delle Indie Orientali promuove Hayes, mentre Pelsaert, dimostratosi inadeguato al comando, perde il lavoro.
Solo 116 passeggeri su 341 sono sopravvissuti alla violenza di quei giorni. Tra di loro, due ammutinati, colpevoli di offese minori, che vengono abbandonati sulla costa occidentale australiana.

Per una strana ironia del destino, sono i primi europei ad addentrarsi nel nuovissimo continente e a stabilirvisi (forse per pochi giorni)…

L’ultimo aggiornamento sui fatti della Batavia risale ad appena un mese fa. Sono infatti i sono iniziati i lavori di scavo nell’isolotto del massacro. Al momento, è stata trovata un’altra fossa comune con dieci scheletri. Si tratta probabilmente, di persone seppellite poco dopo il naufragio, prima, quindi, dell’inizio dell’orrore.

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L’epilogo degli eventi in una raffigurazione dell’epoca. In basso a sinistra, il taglio delle mani e l’impiccagione degli ammutinati.

LA GEMMA COSTANTINIANA: DALLA ROMA IMPERIALE AL NAUFRAGIO DELLA BATAVIA

Fino a qui gli eventi più efferati relativi al naufragio della Batavia. Abbiamo accennato al fatto che, tra gli oggetti trasportati nella stiva, ve ne fossero molti di grande valore. Il più prezioso è un cameo inestimabile, realizzato a Roma tredici secoli prima: la Gemma Costantiniana.

La Gemma è infatti un dono per l’Imperatore Costantino in occasione della sua vittoria su Massenzio a Ponte Milvio (312). Secondo la ricostruzione di alcuni esperti, a metà del IV secolo viene trasferita a Costantinopoli e, stando alle fonti, ricompare nel XIII secolo in Francia. Questi spostamenti lasciano immaginare che sia stata sottratta dal tesoro imperiale della capitale d’Oriente nel corso della IV Crociata, per essere trasferita in un monastero o castello francese.

Per un incredibile coincidenza del fato, la Gemma riemerge dall’oblio nel 1622, entrando nella collezione di uno dei più grandi pittori di sempre, Rubens. Nel 1628, ad Anversa, Theodoor Rogiersz aggiunge al cameo una cornice di gemme, probabilmente su richiesta del nuovo proprietario Gaspar Boudaen, che ha intenzione di venderla al sovrano dell’Impero Moghul. Il mezzo scelto per trasportarla? La Batavia. Per alcuni mesi, resta quindi nelle mani dello psicopatico Jeronimus Cornelisz e degli altri ammutinati. La Gemma, recuperata dopo il processo e l’esecuzione di questi ultimi, viene portata a Giacarta, ma raggiunge le coste indiane solo nel 1632, per essere venduta a Mirmousa, un governatore indiano. Dopo giorni di trattative, l’affare non va in porto. La Gemma torna ancora a Giacarta, dove Gaspar Boudaen affida ad alcuni artisti il compito di disegnare in modo accurato l’oggetto; i disegni partono poi alla volta della Persia e dell’India, nella speranza che possano suscitare l’interesse di qualche altro governante.

Nel 1636 arriva una manifestazione d’interesse dalla Persia, e Boudaen spedisce prontamente l’oggetto. Anche questa volta, però, l’affare salta. Nel 1638 (ormai a dieci anni dalla partenza del gioiello dall’Olanda) il re di Atjeh, a Sumatra, chiede di vedere la gemma. Il prezzo, troppo alto, fa desistere anche lui. Boudaen è disperato, tanto che abbassa il prezzo e tenta di nuovo (1640) con Mirmousa, che però non ricorda bene la gemma e vuole rivederla nella sua residenza di Suratte. “Sì, bella, ma ancora troppo costosa” è la sua risposta. Nel’aprile del 1641 la Costantiniana è di nuovo nei magazzini di Giacarta. Attorno al 1645-46, Gaspar Bouden trapassa (forse di crepacuore, dato che cerca di vendere la gemma da 18 anni). Suo figlio accorre dall’Olanda, convinto di poter riuscire dove ha fallito il padre. A chi prova a vendere? Al povero Mirmousa, che da 15 anni si vede passare questo cameo sotto il naso e forse ha sviluppato un certo fastidio per la vicenda.

Quasi quaranta anni dopo il suo primo viaggio, la Costantiniana torna in Olanda nel 1655 circa, perchè la troviamo nei registri della famiglia Bouden. Per oltre un secolo se ne perde ogni traccia. Nel 1756 la troviamo battuta a un’asta ad Amsterdam per 5.500 fiorini olandesi. Il nuovo proprietario è Jacob Hop. A partire dal 1783, anche gli eredi di Hop cercano di vendere la Gemma, ma senza successo. Nel 1808, la troviamo addirittura in Francia. Ad essersi interessato è addirittura Napoleone, che ha visto un disegno del cameo fatto dal pittore Pierre Lacour. Il prezzo stabilito, 110.000 fiorini francesi, sembra essere alla portata dell’imperatore, ma gli eventi successivi al 1813 lo portano a disinteressarsi dall’acquisto. Alla fine, nel 1823, il nipote di Jacob Hop riesce a vendere la gemma al sovrano dei Paesi Bassi, Guglielmo I. Da allora, la Costantiniana rimane in Olanda, arrivando alla sistemazione definitiva nel museo di Leiden nel 2014.

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La storia di questo oggetto, passato dalle mani di Costantino a quelle di Giustiniano, preso dai Crociati, da Rubens e poi da uno psicopatico assassino, quasi acquistato da molti sovrani orientali e da Napoleone Bonaparte e, infine, entrato nel tesoro della corona olandese, è una delle più drammatiche ed eccezionali della storia dell’arte. Una storia nella storia che hanno raccontato in pochi e che meriterebbe, forse, una sceneggiatura hollywoodiana.

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