I Maya: Il Passato Mitico nella Relazione di Quitelcam e Cabiche

Tra le popolazione dell’America Centrale e di quella Meridionale, i Maya hanno sempre destato grande curiosità, specialmente in relazione al loro misterioso passato. Ancora una volta, il dott. Riccardo Mardegan (Università di Padova) ci guida alla scoperta di particolari sconosciuti della storia americana precoloniale.

Riccardo Mardegan ha già pubblicato per il Centro Studi Zhistorica diversi articoli, tra cui quelli, molto popolari, sulla Festa dell’Uomo Scorticato (Sacrifici Aztechi), su Nicolas Federmann (conquistador tedesco), su Asburgo e Borbone, Lutzen 1632 e molti altri.

Se il romanticismo ottocentesco ha diffuso con un incredibile successo per tutta Europa una peculiare concezione di “tradizione” basata su una supposta “naturalità” della stessa, al contrario, certa storiografia del novecento, Hobsbawm in testa, ha scritto pagine e pagine per spiegare come sia importante considerare, almeno a livello metodologico, che la tradizione possa essere di volta in volta “inventata” (E. Hobsbawm, The Invention of Tradition, 1983).

Se infatti nella cultura “occidentale” la tradizione assume dei connotati ben specifici legati indissolubilmente alla scrittura (si pensi alle grandi opere di “etno-storiografia” di Erodoto e Tucidide, così come agli Annales di Ennio), nel mondo precolombiano la tradizione resta ugualmente sottoposta a un processo di conservazione che, tuttavia, passa attraverso una modalità orale o al più simbolica, come nel caso delle pinturas nahua.

A complicare ulteriormente a noi storici la comprensione degli avvenimenti precedenti all’arrivo degli Spagnoli sul suolo americano contribuisce la diversa concezione del tempo diffusa presso la quasi totalità dei popoli mesoamericani: come riporta S. Gruzinski, la Storia per i Nahua era ben diversa da quella studiata e percepita dai loro contemporanei europei. Se per gli storici spagnoli la storia aveva un’ovvia linearità e uno spartiacque preciso e definito nella morte e redenzione di Gesù Cristo; quella nahua era ben più complessa e, per certi versi, meno “traumatica”.

«Il calendario divinatorio» dice Gruzinski «si fondava su una concezione del tempo, del cosmo e della persona, che non può essere costretta nella limitata sfera del rituale o in quella, più vasta quanto mai più problematica, del religioso» (S. Gruzinski, La colonizzazione dell’immaginario, 1994). È pertanto difficile riuscire a ricostruire l’esatta concezione del tempo degli indigeni, anche se i documenti ci hanno svelato gli aspetti essenziali; i popoli precolombiani avevano una concezione ben precisa del tempo: circolare e duplice.

Esisteva pertanto un tempo mitico e immutabile della creazione, un tempo “degli dei” ed esisteva il tempo degli uomini, ciascuno era composto da cicli di anni più o meno ampi che avevano un nome e un numero preciso. Ad ogni associazione tra numero e nome era associato un insieme di significati divinatori, tali per cui alcuni sacerdoti erano in grado, consultando il primo calendario e confrontandolo con il secondo, di consigliare o sconsigliare parti fondamentali della vita dell’individuo (come il matrimonio o l’accoppiamento) o della comunità (come le dichiarazioni di guerra, le battaglie e gli accordi commerciali e diplomatici).

Se quindi la concezione del tempo europeo è, per certi versi, genericamente quantitativa (numero di anni passati da un determinato avvenimento, che sia la nascita di Cristo o la fondazione di Roma), quella mesoamericana è decisivamente qualitativa, per cui ogni momento ha valore in base alla coincidenza tra i vari cicli temporali che vanno a sovrapporsi in maniera benevola o malevola.

Questa incomprensione di fondo tra due modi di concepire il proprio passato darà adito a non poche incomprensioni, alcune di esse anche divertenti, come quelle presenti nei “Titulos primordiales” di Zoyatzingo dove si fa riferimento ad avvenimenti riguardanti la storia della città, datati tuttavia tra il 1945 e il 1947!

Si discosta leggermente, anche se mantenendo molti punti di contatto, la concezione del tempo maya, forse la più inflazionata, anche a causa degli ormai non più così recenti film a tema “apocalittico” come il film “2012” che, per l’appunto, basa il suo stesso essere sulla profezia maya della fine del mondo attuale.

Essa, a differenza di quella nahua, fissava in un preciso punto cronologico la creazione del mondo che sarebbe avvenuta nel 3114 a.C. (N. Hammond, The Maya Lowlands) e sviluppava il resto della cronologia in un sistema ciclico nel quale ogni ciclo corrispondeva a 256 anni ed era composto da 13 k’atun (ciascuno di poco meno di 20 anni). Se pertanto veniva salvaguardato il senso lineare del tempo (anche se non in maniera completa, visto che il mondo nato nel 3114 a.C. sarebbe terminato nel 2012 d.C.), la parte predominante era costituita dall’idea di un tempo che ritorna continuamente, visto che ciò che avveniva, ad esempio nell’ottavo k’atun, si sarebbe ripresentato, 256 anni dopo, durante l’ottavo k’atun del ciclo successivo (G. Jones, The Lowland Mayas, From the Conquest to the Present).

La datazione cronologica, così estranea al mondo mesoamericano, diverrà però imperante dopo l’arrivo degli spagnoli, quando gli indios dovranno imparare a comunicare secondo i “protocolli” europei entrando in contatto, inevitabilmente, con la datazione occidentale.

L’esempio sopracitato, così come quelli che mi appresto a studiare, dà bene la misura di quanto la richiesta spagnola agli anziani indigeni mettesse in moto un processo di ridefinizione e, per certi aspetti, di riappropriazione del proprio passato che, per motivi molto concreti (diversa concezione del tempo, morte dei depositari canonici della memoria collettiva, distruzione degli antichi annales e pinturas) non può più essere recuperato dall’oblio nel quale è sprofondato.

Il documento qui tradotto e proposto è tratto da un’edizione a stampa del 1898 che raccoglie una serie di documenti del 1581 conosciuti come “Relaciones geográficas”.

i maya

Come rivela il nome, si tratta di una serie di relazioni di carattere “censitario” richieste da Filippo II e riguardanti tutto il territorio della Nueva España, circa l’attuale Messico: le relazioni dovevano coprire argomenti davvero disparati, dalla genealogia degli antichi signori preispanici, alla morfologia del territorio, passando per le abitudini alimentari e religiose delle popolazioni locali. Il “questionario”, se così si può definire, si componeva in totale di 50 domande e venne distribuito alle principali città delle province del Vicereame, che a loro volta avrebbero avuto il compito di distribuirlo ai maggiori centri urbani e agli encomenderos del loro territorio.

Il risultato è davvero impressionante al punto che l’insieme delle risposte è una miniera di informazioni tanto preziosa per la storia coloniale del Messico quanto sconosciuta: si pensi che per la sola città di Merida (da cui ho preso la relazione di Iñigo Nieto) si sono conservate più o meno 292 pagine, considerando inoltre che delle 33 relazioni mandate agli encomenderos di Merida ne tornarono soltanto 25.

XVII

RELAZIONE DI QUITELCAM E CABICHE

Iñigo Nieto.

Nella città di Merida, nella provincia dello Yucatán delle Indie del Mare Oceano, il 13 febbraio 1581, io Iñigo Nieto, vecino di questa città ed encomendero in questa regione, rispondendo ai capitoli delle istruzioni delle relazioni mandate da Sua Maestà e datemi per mezzo dello scrivano Geronimo de Castro, uno dei vecinos della suddetta città [di Merida] per il mandato dell’illustrissimo governatore Don Guillen De Las Casas, per la sua grazia nelle suddette province dico e dichiaro ciò che segue, dopo aver consultato alcuni indios anziani autoctoni di queste province, il cacicco e i notabili dei pueblos della mia encomienda in merito ad alcune di queste cose.

5) Se abbia tanti o pochi indios, se ne ha avuti di più o di meno in altri tempi, e le cause del cambiamento del loro numero, se quelli che sono presenti vivono in pueblos permanenti, i loro usi e costumi, inclinazioni, modi di vivere, se hanno differenti lingue in tutta la provincia, oppure se ne hanno una generale che parlano tutti.

5 r[espuesta]. I pueblos di Quitelcam e Cabiche della mia encomienda, quando furono dati a mio padre Pero Hernandez Nieto, che Dio lo abbia in gloria, erano popolati e divisi in sette o otto pueblos, mentre ora sono soltanto due, Quitelcum [sic] e Cabiche appunto. Il più importante cacicco di questi pueblos fu un indio chiamato Alcucan che era una sorta di capo militare o capitano dei suddetti due pueblos. Egli fu succeduto dal figlio, chiamato Francisco Cam e poi da un altro cacicco e notabile chiamato Gaspar Cahum e dopo la sua morte gli succedette uno dei suoi figli chiamato Pedro Cahum, il quale attualmente governa il suddetto pueblo di Quitelcam nella mia encomienda, mentre l’altro è governato da Francisco Peche. Essi furono i primi ad accogliere i frati dell’ordine del Signor San Francesco che insegnarono la dottrina agli autoctoni della regione e che fecero popolare il monastero di Ysamal, distate due leghe dal suddetto pueblo e, successivamente, il monastero, proprio nel pueblo di Tecato, che al momento è cabecera de la dotrina [una sorta di capoluogo spirituale, sede dell’autorità religiosa incaricata di cristianizzare gli indigeni] per la provincia e la regione. Un tempo vi erano 600 indios mentre ora sono 400. La regione è ottima per gli indigeni, il pueblo è pianeggiante e con poche pietre, ha le strade tracciate e la sua piazza è più o meno quadrata. Il pueblo di Quitelcan [sic] della mia encomienda ha una chiesa con una cappella in pietra per il canto dove i religiosi della suddetta provincia vanno a predicare e a dir messa agli indigeni nei giorni festivi.

  1. Inoltre il suddetto pueblo di Quitelcam ha una chiesa con cappella, le campane e gli ornamenti per dire la messa con alcuni indios cantori che dicono le ore [il riferimento qui è alla liturgia delle ore] e attendono all’officio della messa – qui si raccoglie molto mais, fagioli, peperoncino e altri legumi, così come molto miele. La regione non è molto montuosa. Gli indigeni sono diminuiti di molto, specialmente quelli della costa, e ho capito che una delle cause principali è stata la pessima alimentazione, principalmente il pescato con poco sale e il fatto che bevessero una sostanza chiamata cacao che si ottiene da alcuni chicchi. Inoltre non hanno l’abitudine a bere atol [bevanda a base di mais] tutte le mattine. Esso è genere di bevanda che usano quelli che lavorano la terra. Tutta questa provincia ha una sola lingua di origine maya di una città chiamata Mayapan che fu anche l’ultima città conquistata dagli indigeni e che, secondo i loro calcoli, fu abbandonata 150 anni fa.

11) Nei pueblos di indios si dica solamente ciò che dista dal pueblo, in quale corregimiento e giurisdizione ricadano, e sotto che cabecera de doctrina furono, dichiarando tutte le cabeceras presente nella loro giurisdizione e i sujetos subordinati a ogni cabecera [manoscritto e non stampato nel documento originale].

11 r. I pueblos di Quitelcam e Cabiche sono sujetos di questa città di Merida che dista dal suddetto pueblo 10 leghe.

12) Allo stesso modo quali altri pueblos di indios o di spagnoli si trovino nei dintorni, dichiarando nel primo e nel secondo caso dove sono situati rispetto a loro e a quante leghe di distanza, si dichiarino inoltre i percorsi via terra, se sono piani o meno, diritti o sviati.

12 r. Il suddetto pueblo di Quitelcam ne ha altri nei suoi dintorni. A nord Tecanto dista una lega, Tisocho a mezza lega, Teya a una lega e Suma a tre leghe. A sudest c’è il pueblo di Ycamal a due leghe mentre a ovest Bocabo dista due leghe dal suddetto pueblo di Quitelcan [sic]. Nel suddetto pueblo di Ycamal, che dista dal pueblo della mia encomienda due leghe, c’è un monastero di frati francescani che, a quanto mi hanno detto, è un’altra cabecera de dotrina di una popolazione antichissima nella quale ci sono anche alcuni edifici antichissimi in pietra. Tra i più importanti di questi c’era un tempio altissimo con più di 150 scalini, dove ogni scalino è alto più di mezza vara [1 vara = 83 cm]. L’intero edificio guarda a nord e in cima ha tre torri molto alte. La più alta di queste è rivolta a sud e le altre due, più basse, sono a est e a ovest. In queste torri c’erano delle statue che sembravano dei giganti armati con scudi ed elmi e gli indigeni dicono che gli uomini che edificarono queste strutture erano di statura maggiore di quella degli attuali abitanti. Successivamente però essi furono sconfitti da Ra Ru Pacal e quelli che vennero a popolare la zona si chiamavano Kimch Babul e Rinich Rarmo e altri ancora da cui discendono gli xoles e gli indios moesycoyes, chiamati così in questa provincia dopo che la conquistarono e furono signori di Ycamal, a cui erano subordinati i pueblos di Quitelcan [sic].

  1. Il cinquantesimo anno, mentre i religiosi del monastero stavano distruggendo uno di quegli edifici, trovarono un sepolcro di singolare grandezza, e vicino a quello un’anfora molto bella, piena di cenere e un pezzo di un vaso di alabastro e una piccola apertura. Alla fine, dopo dodici o tredici anni, trovarono un sepolcro nel quale fu ritrovata la gamba di un defunto che era lunga più di una vara e, oltre a questo, ci sono molti edifici che gli autoctoni dicono di essere dei loro antenati e di popoli stranieri. E sia gli uni che gli altri erano pagani, adoravano idoli e gli indigeni credono che fossero dei giganti visto che le sepolture erano davvero di singolare grandezza.

13) Inoltre, ci si faccia dire in lingua indigena il nome del pueblo indigeno, e perché si chiami così, qualora lo sappiano, e come si chiama la lingua che gli indios del pueblo parlano.

13 r. Il pueblo di Tecanto, nella loro lingua significa luogo pieno di carrizos. Quello di Tepakan o Testipakan significa luogo delle tunas, che è un albero dove crescono dei frutti.

14) Di chi fossero sudditi durante il tempo della loro gentilidad e chi fosse il signore dei loro signori, parlino dei tributi, dei riti e dei costumi buoni o cattivi che avessero.

14 r. Un tempo tutta questa terra era sotto il dominio di un signore che risiedeva nell’antica città di Chichén Itzá e a cui erano tributari tutti gli altri signori di questa provincia e, addirittura, alcuni da fuori di essa, da Inxico, Quauthemal, Mdnanapa e altre. Da lì gli inviavano regali in segno di pace e amicizia. Ma con l’andare avanti del tempo, mentre si andava a popolare Mayapan e quando si fece signore di Tutuexico – ormai con il mutare dei tempi erano mutate anche le abitudini e ogni provincia o pueblo aveva il suo signore o cacicco particolare, in modo che, quando vennero i conquistadores in queste province, trovarono molti signori indipendenti, e il tributo a loro dovuto era una gallina ogni anno, un po’ di miele e alcuni uomini necessari quando scoppiavano le guerre. Gli indigeni di questa provincia furono grandi idolatri, specialmente i signori e i notabili, i quali adoravano idoli di pietra, di legno o di fango, offrivano incenso, pietre preziose, piume, cuori e sangue di uomini e animali per chiedere salute e per placare i temporali. Ci hanno detto che i primi abitanti di Chichén Itzá non erano idolatri fin tanto che Rul Ran, un capitano messicano, non entrò nel loro territorio, fu lui a insegnare loro l’idolatria, o meglio (come dicono loro), gli insegnò a idolatrare. Gli arrivò la notizia di un creatore di tutte le cose, della creazione del cielo e della terra, della caduta di Lucifero, dell’immortalità dell’anima, delle cose del cielo, dell’inferno, del diluvio universale e del fatto che nessuno potesse andare nel cielo né se buono né se cattivo, eccetto coloro che venivano sacrificati ai loro idoli – facevano molti sacrifici ai loro idoli in modo che allungassero le loro vite e non dovessero andare all’inferno troppo presto. Non adoravano né facevano sacrifici al creatore di tutte le cose a causa della gran quantità di falsi profeti che infestavano quelle terre. Gli antichi indigeni furono nemici dei vizi, specialmente quelli della carne: castigavano gli adulteri dando a entrambi la pena capitale, mangiavano una sola volta al giorno, al tramonto e non mangiavano carne. Nei giorni di festa non mangiavano carne umana e non erano usi al peccato nefando [ovvero la sodomia].

Si dice che Tutulgi, signore di Mayapan, avendo trovato alcuni indios colpevoli di questo peccato li fece bruciare vivi in un forno di pietra. Istituì inoltre il matrimonio, mentre già gli uomini, i sacerdoti e i signori in particolare, erano retti e rispettosi della morale, si battezzavano con alcuni rituali e seppellivano i morti con degli altri. Amavano un vino che facevano con miele d’api e con una buccia. Ad oggi invece bevono molto più quello di Castiglia anche se dicono che quello di prima era molto più sano per gli indigeni e che tutti i buoni costumi si sono ormai persi con il tempo.

Lo straniamento derivante dalla lettura del documento non è causato soltanto dalla distanza geografica e cronologica con la realtà che, in maniera parecchio efficace, rappresenta e ricrea; esso è dovuto soprattutto, come dicevo all’inizio dell’articolo, alla diversa concezione del tempo e della storia posseduta dagli indigeni che, in ultima istanza, contribuirono maggiormente alla stesura della relazione.

Iñigo Nieto infatti, sin dall’inizio, dice di aver consultato “alcuni indios anziani autoctoni di queste province” e più volte nelle risposte ci si riferisce al loro, come nel caso della risposta 12 («e gli indigeni dicono che») o 14 («Ci hanno detto che»). Importante pensare al fatto che i suddetti anziani interrogati potessero essere stati presenti durante la conquista o che almeno fossero stati vivi i loro genitori; si tratta quindi di testimonianze che, sebbene siano ormai innegabilmente filtrate dalla morale cristiana dei vincitori, mantengono ancora salde le radici nella cultura del passato maya.

maya e aztechi

Si potrà apprezzare la conferma alle cose dette in precedenza in merito alla cronologia: nel documento di Nieto, infatti, non si fa quasi mai riferimento a dati cronologici e, quando lo si fa, si può notare chiaramente come la risposta sia stata costruita e adattata sulle esigenze della domanda.

Mi spiego meglio: prendiamo ad esempio la risposta 5: «e che, secondo i loro calcoli, fu abbandonata 150 anni fa», qui dobbiamo immaginarci l’ambiente in cui, molto probabilmente, si svolse il colloquio tra Nieto (o chi per lui, uno spagnolo comunque) e il gruppo di anziani indigeni che erano stati convocati per rispondere alle questioni sconosciute agli europei.

Non essendo presente alcuna data all’interno della stragrande maggioranza delle altre relazioni, in questa risposta, essa dev’essere stata particolarmente sollecitata dall’autorità spagnola, sia per curiosità che per dare autorevolezza al documento (non dimentichiamo la funzione legittimante della data che, al pari del nome dell’autorità pubblica che rilascia il documento resta una delle maggiori garanzie del “protocollo” europeo), ma è la risposta a rivelarci la maggior parte delle informazioni: la prima, scontata, è il fatto che non fosse abitudine degli indigeni datare il tempo in maniera quantitativa, la seconda, non meno importante della prima, è che viene richiesto uno sforzo per commutare il “loro” calendario, con quello europeo, perché infatti Nieto dice esplicitamente «secondo i loro calcoli».

Ma questa informazione non giustifica soltanto le diffuse incomprensioni incontrate nella conversione dal tempo indio a quello europeo (fino al caso estremo di Zoyatzingo), essa ci dà la misura della concezione maya del passato, un passato che, come avrà percepito il lettore, sa molto di mitologia, piuttosto che di cronistoria.

I maya parlano confusamente di migrazioni di popoli, di dominazioni straniere, di giganti che avrebbero vissuto negli edifici in pietra di Ycamal, ma non riescono a collocare precisamente l’avvenimento nel loro passato più remoto, al contrario, informazioni che potrebbero forse passare in secondo piano (come i nomi dei comandanti) sono fissate indelebilmente nella memoria collettiva di coloro che scelgono di riportarle a un ufficiale spagnolo interessato alla loro storia.

Addentrandoci per un momento nel campo dell’antropologia non sarà difficile instaurare un paragone tra la Storia maya e la mitologia greca o latina.

La storia dei Maya è collocata in un tempo lontano, mitico e al tempo stesso eterno, così come sono collocati in un tempo mitico le imprese di Eracle e Prometeo, di Bellerofonte o di Perseo.

La legittimazione fornita a Tebe dalla fondazione mitica da Cadmo non è poi così diversa da quella fornita da Ra Ru Pacal che, secondo le storie trasmesse dagli anziani maya, avrebbe sconfitto una popolazione di giganti e da cui poi, in ultima istanza, sarebbero nati gli abitanti del pueblo di Quitelcam.

La storia maya non ha bisogno di date perché esse non hanno alcun significato in una concezione del passato che deve necessariamente ripetersi, che preferisce il dove (all’interno dei cicli temporali di cui abbiamo parlato) rispetto al quando.

Ma, visto che il documento non è mai inerte e neutro come certa storiografia dell’Ottocento aveva ritenuto (o sperato), bisogna ricordarsi di tenere in considerazione anche l’altro attore dell’ipotetico dialogo che stiamo inscenando: il notaio spagnolo.

È infatti lui l’attore fondamentale, perché è colui che deve porre le domande della relazione agli indios e, nel senso diametralmente opposto, è quello che deve riportare l’informazione in modo che sia il più comprensibile possibile per chi poi dovrà utilizzarla una volta raggiunta la penisola iberica.

L’ipoteca europea, o sarebbe meglio dire cattolica, in questo documento è davvero soverchiante: non solo gli indios affermano che già al tempo della loro gentilidad avevano avuto notizia di «un creatore di tutte le cose, della creazione del cielo e della terra, della caduta di Lucifero, dell’immortalità dell’anima, delle cose del cielo, dell’inferno, del diluvio universale» ma, a quanto riportato dagli anziani ci sarebbe stato un periodo antecedente all’arrivo dell’idolatria (e quindi anche dell’arrivo degli spagnoli) nel quale loro sarebbero stati non-pagani e quindi cristiani. L’affermazione è assolutamente assurda ma la contraddizione non viene colta né dal notaio né dal gruppo di indigeni per due ordini di motivi: il primo, più innocente, è l’annosa questione già trattata della differenza di cronologie; il secondo, forse un po’ più funzionale, è quello di far pervenire alle autorità spagnoli una versione edulcorata della storia recente del proprio popolo: in questo senso si può notare facilmente che i maya non fanno mai riferimento alla conquista militare, si limitano esclusivamente a parlare dell’arrivo dei frati francescani, rivelando da un lato come l’impatto più distruttivo non fu portato dalle armi dei conquistadores, quanto piuttosto dalle loro idee e credenze e, in seconda battuta, come si cerchi di negoziare con le nuove autorità una sorta di “passato condiviso” inventato, con il quale costruire un sostrato culturale che permetta l’instaurazione di nuovi rapporti di potere che possano garantire i nuovi conquistatori così come gli antichi abitanti maya della penisola yucateca.

Un’invenzione del passato utile al mondo maya e accettabile anche da quello europeo che da secoli si interrogava sul destino di San Tommaso e su quello delle 10 tribù scomparse d’Israele. Un cerchio culturale che veniva chiuso da due sensi diametralmente opposti: mentre gli aztechi con l’arrivo di Cortés credettero finalmente di veder tornare Quetzalcoatl dall’oriente, allo stesso modo gli europei del 1492 finalmente credettero di intuire che strada avessero preso le tribù israelitiche di cui si perdono le tracce leggendo il libro dell’Esodo.

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