Nicolas Federmann: Diario di un Mercenario Tedesco nel Nuovo Mondo

L’epopea di Nicolas Federmann in Sud America è forse una delle più avvincenti e sconosciute del XVI secolo. Uomo d’arme e mercenario tedesco al servizio della famiglia Welser, il Federmann ci ha lasciato un resoconto completo delle sue avventure. Diplomazia, guerra, denaro e prigionia sono solo alcuni dei temi trattati dal conquistador tedesco. Un dipinto eccezionale tradotto e commentato dal nostro esperto di Sud America, il dott. Riccardo Mardegan dell’Università di Padova.


Nel 1519 si era decisa l’elezione di Carlo V a imperatore del Sacro Romano Impero, il suo sfidante Francesco I non si sarebbe arreso all’idea di lasciare l’Europa sotto l’egemonia della famiglia asburgica ma, almeno per ora, era fuori dalla competizione per il potere nell’impero romano. Carlo V però non aveva vinto la competizione “elettorale” soltanto grazie alle sue forze, e in un’epoca nella quale i ceti “proto-capitalistici” cercavano sempre maggior spazio politico, erano intervenuti in suo favore due delle famiglie di banchieri più ricche e conosciute dell’Impero: i Fugger e i Welser.

Queste famiglie di banchieri avevano garantito un notevole supporto finanziario in tempi di penuria per le casse asburgiche, supporto che si era tradotto in donazioni “persuasive” da parte del futuro Carlo V a favore dei grandi elettori dell’Impero e che, quindi, si erano rivelate decisive per la vittoria nel confronto con lo sfidante francese.

Se anche in altri ambienti si è usi dire che “nessuno fa niente per niente”, i Welser del Cinquecento non costituivano di certo un’eccezione e, dopo aver garantito l’elezione di Carlo V, avrebbero chiesto come premio per la loro fedeltà ma, soprattutto, a guisa di risarcimento, una serie di licenze imperiali per usufruire delle abbondanti risorse che si stavano scoprendo proprio in quegli anni nel Nuovo Mondo.

A questo punto della storia, con un Carlo V saldamente sul trono dell’Impero e fortemente debitore nei confronti delle famiglie di banchieri tedeschi, inizia la storia straordinaria di Nikolaus Federmann, esploratore e conquistador tedesco attivo soprattutto negli odierni Venezuela e Colombia.

La storia di questo incredibile personaggio ci viene raccontata da un resoconto compilato dal cognato di Federmann che si firma (con il nome in spagnolo) Juan Kiefhaber, ciudadano de Ulm e che aveva recuperato le memorie del parente per farle conoscere alla popolazione dell’impero.

La prima edizione di questo libretto viene stampata a Haguenau nel 1557 con il titolo “Bella y agradable narración del primer viaje de Nicolás Federmann el joven, de Ulm, a las Indias del Mar Océano y de todo lo que le sucedió en ese país hasta su vuelta a España, escrita brevemente y de divertida lectura”.

Di questa prima edizione vi è poi una traduzione in francese, di molto successiva (1837) pubblicata da M. Henry Ternaux nella sua collezione “Voyages, relations et memoires originaux pour servir à l’histoire de la decouverte de l’Amérique.”

Ma, come se non bastasse il documento che ho trovato, pubblicato nel 1916 a Caracas e digitalizzato nel 2013 dall’Università del North Carolina, ha il prezioso commento del traduttore Pedro Manuel Arcaya che non solo si è preso la briga di tradurre in spagnolo l’edizione francese del 1837, ma ha pure effettuato una puntuale e decisamente professionale critica alla fonte primaria.

PRIMO CAPITOLO

La partenza di Nicolas Federmann il giovane per le Indie. – Quello che gli successe durante il viaggio. – Le isole e i pueblos che vide e osservò. – I loro costumi e le loro abitudini. – Pericoli che corse e patimenti che si verificarono fino al suo arrivo nella città di Coro.

Il 2 di ottobre del 1529, io, Nicolas Federmann il giovane, di Ulm, mi imbarcai a Sanlúcar de Barrameda, porto della provincia dell’Andalusia in Spagna. Fui nominato dal signor Ulrich Ehinguer, in nome dei signori Bartolomé Welser y Compañía, capitano di 123 soldati spagnoli e di 24 minatori tedeschi che avrei dovuto condurre in Venezuela, nel grande mare oceano, in una terra il cui governo e dominio era stato ceduto da Sua Maestà Imperiale ai sopracitati Welser, miei signori. Dovevo inoltre andare in aiuto di Ambrosio Dalfinger, che governava e amministrava quella provincia. Dopo aver lottato contro il maltempo arrivammo, ventotto giorni dopo dalla nostra partenza, in un’isola chiamata Lanzarote, situata a 300 leghe dalla Spagna e una delle sette isole che si chiamano Canarie. Visto che il nostro viaggio era durato ventotto giorni, quando generalmente lo si affronta in otto o dieci, iniziava a mancarci l’acqua e fummo obbligati a fare una sosta per procurarcela.

La costa africana occidentale nell’Atlante Catalano del 1375. A ovest, al largo, le Canarie

Benché quest’isola sia sottomessa al re di Spagna, si trova in quella una sola città abitata da cristiani. È situata a est e si chiama Lanzarote, come l’isola. Però, poiché i venti ci impedirono di arrivare lì, entrammo in un porto situato a nord dell’isola, che si chiama Rabicón. Secondo quanto ci aveva detto l’equipaggio della nave, speravamo di trovare acqua in quel luogo.

Scesi a terra con dieci uomini, dei quali quattro tedeschi, per nulla preoccupato poiché solitamente questo luogo è disabitato. Però Dio e la nostra sfortuna decisero che a causa di una gran secca si era permesso agli arabi di Berberia, che abitano la costa, a 17 leghe di fronte a quest’isola, di venire a pascolare le loro capre e i cammelli. Da lì intrattengono con la Berberia commercio di latte, bestie e formaggio e pagano per questo privilegio un tributo al governatore. Venuti dunque gli arabi, secondo il loro costume, a dissetare le loro greggi nel porto di Rabicón, ci videro e ci scambiarono per francesi, perché in quell’epoca la Francia era in guerra con la Spagna e la flotta francese navigava nelle vicinanze di queste isole per attaccare le navi che andavano dalle Indie alla Spagna e depredarle.

I mori si riunirono su un’altura a dieci passi da noi, erano circa 800 e cominciarono a lanciarci grandi pietre, secondo il loro modo tipico di combattere. Questi barbari sono agili nella battaglia, corrono rapidamente e saltano come cervi. Ci causarono molti danni, ferirono diversi di noi, compreso me stesso alla testa.

Ci vedemmo dunque obbligati a cedere e ci disperdemmo, in modo da evitare le pietre perché non avevamo con noi armi per difenderci. Cercammo di rifugiarci sopra una collina di fronte a loro; ma appena abbandonammo la valle, iniziarono a seguirci e ci accerchiarono su tre fianchi. Alla fine di un grande combattimento, tre dei nostri uomini erano morti, dei quali due spagnoli e un tedesco, e tutti gli altri erano feriti. Oltre alla ferita sopracitata, mi ferirono con una lama e fui preso prigioniero assieme a due spagnoli. Altri due spagnoli e due tedeschi fuggirono verso la spiaggia dove ci aspettava la scialuppa che ci aveva condotto lì. Gli arabi li seguirono fino al mare, lanciando pietre dall’altura contro quelli che si trovavano sull’imbarcazione. Ferirono due marinai, al punto che essi non poterono restare sulla spiaggia e non poterono imbarcare i quattro uomini di cui ho parlato. Questi si videro costretti a lanciarsi in acqua e raggiunsero la scialuppa con grande fatica; uno di questi, ferito da una pietrata mentre nuotava, fu salvato dagli altri a rischio della loro stessa vita.

Gli arabi che ci avevano presi prigionieri ci tenevano nascosti in una caverna, temendo che quelli della nave ci venissero a liberare con la forza. Vedendo che ci controllavano con l’intento di ottenere un riscatto, cercai di persuaderli a farmi andare a bordo della nave per poter conferire con il capitano, naturalmente senza dirgli che ero io, e proposi loro di tenere gli altri ostaggi fino al mio ritorno. Non mi fecero andare, ma mi diedero il permesso di scrivere, dicendo che avrebbero fatto dei segnali alla nave in modo che potessero venire a prendere la lettera, a condizione che non indicassi il posto dove eravamo nascosti e che venissero solo due persone.

Quindi si procedette. Due uomini giunsero su mio ordine; uno era un barbiere, per curare le nostre ferite, e l’altro un greco che, sapendo la lingua araba, poteva servirci da interprete. Diedi inoltre ordine alla nave di alzare l’ancora e di dirigersi a Lanzarote durante la notte, per annunciare al governatore quello che stava succedendo in modo che raccogliesse le forze necessarie a liberarci.

Durante la notte dissi agli arabi che il capitano voleva sapere quanto esigevano per il nostro riscatto. Dopo grandi consultazioni ci chiesero 200 ducati per ciascuno di noi. Però vedendo che trovavamo la somma decisamente esagerata e temendo che il governatore potesse arrivare a liberarci da un momento all’altro, si accontentarono di 200 ducati per tutti e tre assieme, cosa che ci comunicarono attraverso l’interprete greco.

Il giorno seguente, quando si avviarono verso la spiaggia, credendo di veder arrivare il riscatto che il capitano avrebbe dovuto inviare, scoprirono invece che la nave era salpata. Essi ci annunciarono la cosa e noi fingemmo una gran sorpresa; dopo aver simulato per qualche tempo, e aver finto di cercare spiegazioni per l’accaduto, dicemmo loro che probabilmente la nave era partita a causa del vento troppo forte, che aveva dissuaso il capitano dal rimanere in acque che non conosceva così a lungo, aggiungemmo inoltre che probabilmente sarebbe tornato non appena gli sarebbe stato possibile.

La Santa Trinidad, una delle navi utilizzate dalla famiglia Welser per le spedizioni in Venezuela.

Il soccorso di terra in cui speravamo si fece attendere molti giorni. Alla fine arrivarono gli uomini del governatore, in sella a dei cammelli, secondo il costume dell’isola. Ci liberarono dagli arabi e ci condussero al loro signore, che si chiamava Don Sancho de Herrera. Egli ci chiese i dettagli della nostra prigionia e il perché fossimo andati in un porto così poco frequentato. Risposi alle sue domande ed egli ordinò di prendere i mori che ci avevano attaccato e di condurli davanti a noi, con lo scopo, così mi sembrò, di castigarli per i danni che ci avevano causato.

Il governatore mi trattò benissimo e mi fece curare; tuttavia rimasi nella sua casa soltanto un giorno, in modo che potessero riprendersi anche gli altri feriti. Il giorno seguente partì verso un’isola chiamata Gomera, situata a 12 leghe dalla prima. Restammo lì tre giorni, allo scopo di caricare la nave con legna, acqua e carne, visto che era il porto più comodo che si trova nelle sette isole chiamate Canarie e anche l’unico in tutto il viaggio, e quasi tutte le navi fanno una sosta lì.

Da questo porto arrivammo infine all’isola di Santo Domingo che è a 1300 leghe dalla Gomera. Qui approdammo infine durante il mese di dicembre del 1529. È inutile parlare delle altre isole che vedemmo durante il transito, perché non ne incontrammo alcuna. Direi infatti che dopo aver lasciato la Gomera, percorremmo 900 leghe senza veder terra. Questo è il gran golfo del mare Océano e non se ne conosce al mondo nessun altro nel quale si possa navigare così a lungo senza trovare costa. I portoghesi che vanno in India e nelle Molucche fanno viaggi molto più lunghi e pericolosi, però vedono terra almeno ogni otto giorni.

Arrivai infine all’isola che si chiama Hispaniola; la città è denominata Santo Domingo ed è davvero ben costruita. Le sue vie sono armoniose così come gli edifici. Sono presenti un porto e una fortezza e nell’isola (il cui perimetro è di 500 leghe) ci sono moltissime città di cristiani, Santo Domingo è la principale e la più bella. È inutile parlare degli indigeni, perché sono già passati 40 anni dalla conquista dell’isola e questi si assomigliano in tutto e per tutto a quelli di Coro, di cui tratterò più avanti; se ne vanno in giro nudi come loro e sono dello stesso colore. Attualmente non vivono in alcuna città che appartenga a loro, visto che sono schiavi dei cristiani, o meglio, così fanno quei pochi che sono rimasti. Di 500.000 abitanti di varie nazioni e lingue che vivevano nell’isola 40 anni prima, non ne restano che 20.000 di vivi; molti morirono di vaiolo, altri perirono nelle guerre e altri ancora nelle miniere d’oro dove i cristiani li obbligarono a lavorare contro il loro costume, perché sono popoli deboli e poco laboriosi. Ecco perché in così poco tempo si ridusse il loro numero da una tale moltitudine a un valore così piccolo. Nell’isola, in tutte le città e ville di campagna che contiene, governa un Tribunale chiamato Real Audiencia, che risiede nella città di Santo Domingo.

Incontrai in questo porto Sebastián Rantz di Ulm, servo dei miei signori, i Welser e rimasi lì cinque giorni per procurarmi tutto il necessario per la nave e continuare il mio viaggio fino al Venezuela. Imbarcai inoltre anche dieci cavalli. Levai le ancore di nuovo e mi diressi verso questo paese, percorrendo 200 leghe da Santo Domingo. In realtà in linea retta sono solo 150, ma non è possibile seguire questa direzione a cause delle correnti che sono troppo violente. Restammo nove giorni in mare, che fu moltissimo per un tragitto così breve. Arrivammo a vedere un’isola situata a 7 leghe dal Venezuela, che si chiama Buynari ma colui che conduceva la nave la scambiò per un’altra isola situata più lontano e che si chiama Curazao.

Confusi dal timoniere, passammo di fronte all’isola, dirigendoci dritti verso la terra ferma pensando così di entrare nel porto di Coro. A mezzanotte uno dei marinai notò tre falò che gli indios avevano utilizzato per pescare, come è loro costume. Quando li vide il nostro timoniere, si allarmò molto, comprendendo che si stava avvicinando a una terra sconosciuta e che l’isola che avevamo incontrato prima non era quella che lui credeva. Decidemmo all’istante di virare e di tornare indietro fino all’alba. Comunque ci fu possibile scoprire il paese, cosa fondamentale. Se gli indios non avessero bruciato i falò, per volontà di Dio, e se noi, non avendoli visti, avessimo continuato sulla stessa rotta, nessuno di noi si sarebbe salvato perché non esiste in queste acque nessun porto o baia, e tutta la costa è piena di rocce e di banchi nei quali sicuramente ci saremmo incagliati.

Tuttavia, quando per grazia di Dio fummo salvi da questo pericolo e notammo terra nella mattina del giorno seguente, non tardammo a renderci conto che avevamo mancato di 26 leghe l’entrata del porto di Coro e quindi che non potevamo arrivare lì in alcun modo dal punto in cui eravamo perché, come ho già detto, nel mare corre come una sorta di cascata e il vento soffia da sud così forte da non permetterci di dirigerci a est. Preferendo il minore dei mali e vedendo che era necessario che la nave tornasse a Santo Domingo, decisi di evitare almeno le enormi perdite che avrebbero sofferto i 147 uomini che avevo a bordo se li avessi tenuti con me. Ordinai dunque che la nave si mettesse a una distanza di mezza lega dalla costa, nel punto più sicuro che riuscimmo a trovare e scesi insieme ad altri dieci in una scialuppa; così si chiama la barca che serve per arrivare fino a terra. Eravamo ben armati. Sbarcammo nel punto nel quale credevamo che sarebbe stato più difficile per gli indios scoprirci; pensavamo che sarebbero venuti la notte seguente a pescare dove li avevamo visti la sera prima e avremmo potuto sorprenderli. Ignoravamo completamente se questi indios fossero o no sottomessi al governatore di Coro e se erano amici o nemici dei cristiani. Tuttavia non fu possibile incontrarli fino alla notte perché avendo loro visto la nave si arroccarono nel loro villaggio credendo che fossimo venuti per rapirli e venderli a Santo Domingo come a volte succede.

Vedendo dunque, che non potevamo attuare il nostro piano, decidemmo di inviare due dei nostri verso l’interno, il più segretamente possibile, per scoprire e studiare il villaggio degli indios e così sapere quale fosse il cammino che conducesse lì, in modo che i rinforzi sarebbero potuti arrivare e congiungersi con noi a Coro anche con la forza. Così si chiama la città, fondata da poco, nella quale risiede il governatore e gli altri cristiani. Ordinai loro che, nel caso si imbattessero in uno o due indigeni, li catturassero e li portassero al mio cospetto, con la speranza di sapere da loro, attraverso un interprete che portavo con me, tutto ciò che avrebbero saputo dirci.

Nella stessa notte feci sbarcare tutti gli uomini che non erano necessari a bordo, così come i cavalli e le provviste per tre giorni, successivamente ci mettemmo in marcia.

A 5 leghe dal luogo dove sbarcammo, i miei emissari scoprirono un piccolo villaggio composto solamente da tre case; aspettarono tutta la notte sperando che qualcuno uscisse, per sorprenderlo e portarmelo. Ma quella notte non successe; però all’alba videro un’india che usciva per cercare acqua a poca distanza, e la seguirono. Quando la stavano catturando, ella disse in lingua spagnola che già prima l’avevano catturata e venduta a Santo Domingo, e che però un vassallo di S. M., Juan de Ampíes, che fu il primo governatore e proprietario di questo paese, l’aveva riscattata e le aveva ridato la libertà, restituendola alla sua patria con l’obbiettivo di portare i nativi dalla parte degli spagnoli; inoltre domandò ai miei uomini perché mai la stessero catturando quando lei e tutti gli indios di questa provincia, chiamata Paraguaná, erano amici dei cristiani.

L’arrivo della spedizione a Coro

I miei a quel punto la misero in libertà e la accompagnarono a casa, dove incontrarono circa sedici indigeni, tra uomini e donne. Lì spiegarono quale fosse l’oggetto del loro viaggio, aggiungendo che erano venuti a bordo di una nave che stava poco distante, e che desideravano delle guide per raggiungere Coro.

Il capo del villaggio ordinò così a due indios di accompagnarli e il terzo giorno tornarono dove eravamo noi. Subito dopo mi misi in marcia per Coro; quel giorno ci fermammo inoltre vicino a una fonte situata circa a 2 leghe dal luogo dove eravamo sbarcati.

Il giorno seguente arrivammo al piccolo villaggio di cui ho parlato e vedemmo i suoi abitanti; ci accolsero e ci offrirono del pescato eccellente e abbondante, insieme a ogni sorta di viveri; ci fecero un’ottima impressione. Passammo lì la notte e inviammo alcuni indios al governatore di Coro; egli era assente ma vi era al suo posto il luogotenente Luis Sarmiento. Ne mandammo inoltre altri in un villaggio attraverso cui avremmo dovuto passare, in modo che ci preparassero delle provviste. Continuammo il nostro viaggio e il giorno seguente, molto prima della notte, arrivammo in un villaggio chiamato Miraca; lì fummo ben accolti e trovammo tutto il necessario. Ci riposammo un giorno perché molti dei miei uomini non ce la facevano più a marciare, avendo camminato più di 6 leghe senza bere acqua, sopra la sabbia ardente, e molto distanti dal mare. A mezzogiorno arrivarono gli uomini del governatore che ci erano stati inviati per aiutarci nel cammino.

Vedendo poi che i miei uomini erano tutti fuori pericolo, diedi l’ordine a Jorge de Ehinguer, che era venuto con me da Santo Domingo, di mettersi con le sue truppe sotto gli ordini del governatore e del suo luogotenente, mentre io tornai alla nave, che era la cosa più importante, visto che aveva con sé molte provviste ed era in gran pericolo. Tornai indietro a cavallo in un giorno e una notte, quando a piedi ci erano volute tre giornate.

Il 15 gennaio alle 2 della mattina, facemmo vela per tornare alla vera rotta del porto di Coro, che era impossibile da raggiungere da dove eravamo. Con l’aiuto di Dio arrivammo a Santo Domingo dopo 6 giorni, però restammo fuori dal porto perché l’entrata era pericolosa. Siccome non avevamo nulla da fare in questa città, feci scendere un uomo con la scialuppa e lo inviai in un porto dell’isola di Acua, che è a circa 25 leghe dalla capitale, con l’ordine di andare lì il più velocemente possibile e consegnare delle mie lettere a Sebastián Rantz. Questi arrivo subito su una caravella in un’isola chiamata Xabona (Saona), a 30 leghe da Santo Domingo, dove io aspettavo, non lui, ma l’emissario che gli avevo inviato. Mi portò ogni genere di provviste e io rimasi lì 16 giorni, aspettando i venti e un’occasione favorevole per salpare fino a Coro.

Da lì raggiunsi un’isola chiamata San Juan (de Puerto Rico), distante 50 leghe da Xabona ed entrai in un porto chiamato San Germán, abitato da cristiani. Presi a bordo quanti cavalli, buoi e pecore riuscissi a farci stare nello spazio lasciato libero dagli uomini che erano sbarcati in Venezuela.

Dopo qualche giorno di permanenza nella suddetta isola, mi misi in cammino, accompagnato da un’altra nave di proprietà sempre dei miei signori i Welser, la quale si era unita a me a San Germán, dirigendoci in Venezuela. L’8 marzo, Dio sia lodato, entrammo finalmente nel porto di Coro, dopo aver passato 6 mesi dal giorno della mia partenza da Sanlúcar de Barrameda in Spagna, il 2 ottobre 1529, fino all’8 marzo 1530…

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