Scherma Storica: La Vita di Fiore dei Liberi

La Scherma Storica: nel precedente articolo ho cercato di spiegare in modo alquanto specifico di cosa si tratta e come praticarla correttamente.
Scherma storica, appunto, in quanto è necessario rifarsi ai documenti ed ai trattati degli antichi Maestri d’arme del medioevo. Pensare di praticare senza prendere spunto da questi testi è ovviamente impossibile, in quanto il filo rosso della trasmissione diretta, detta anche tradizione, è andato definitivamente perduto.
Proprio per questa ragione l’ambiente della Scherma antica con gli anni si è costruito sull’impegno di una prima generazione di validi pionieri ma allo stesso tempo è stata negativamente influenzata da persone improvvisate, anche se ormai quest’ultime stanno fortunatamente sparendo.

Sebbene questo articolo dovrebbe parlare di altro, faccio una piccola premessa a mo’ di ponte tra l’articolo precedente ed il seguente, in modo da tutelare al meglio tutti coloro che vorrebbero avvicinarsi a questa impegnativa e nobile disciplina. Se intendete cominciare a praticare, per prima cosa informatevi sul curriculum del vostro futuro Insegnante.

1. Ha titoli che attestino le sue competenze?
2. Ha scritto articoli o libri sulla materia?
3. Ha allievi che regolarmente gareggiano nei tornei?
4. Ha un metodo didattico che espone in modo limpido le fonti dei suoi insegnamenti?

Se sfortunatamente la risposta a tutte e quattro le domande è un “no”, allora vi consiglio caldamente di cercare altrove, a meno che la persona che vi dovrebbe seguire in realtà stia adottando il metodo di insegnamento del suo Maestro che soddisfa positivamente le domande precedentemente poste.

Proprio perché non si può far a meno dei trattati dei Maestri d’arme antichi, questo secondo e penultimo articolo incentrato sulla Scherma antica vuole introdurre ai lettori di Zhistorica una delle figure più importanti dell’antica arte marziale europea: il Magistro friulano Fiore dei Liberi.

La scherma in Italia durante il medioevo

Durante tutto il periodo medioevale e rinascimentale la penisola italiana è stata, dal settentrione fino al meridione, indubbiamente la culla di numerosi e valenti Maestri d’arme, alcuni dei quali, soprattutto verso la fine del XVI secolo, trovarono fortuna in numerosi corti europee.
E’ probabile che la diffusione e la codifica di queste conoscenze avvenne all’interno degli ambienti cittadini, visto che gli statuti comunali regolamentarono apertamente i giorni ed i luoghi di addestramento per la fanteria cittadina. Per questa ragione l’uso della spada accompagnata al brocchiero sembra essere stata la più diffusa, poiché istruiva la persona all’utilizzo di ogni tipologia di scudo.
Già antecedentemente alla compilazione dei primi manoscritti di scherma finora a noi giunti, alcune aree di Italia videro la presenza e l’affermazione di molti Maestri d’arme per lo più autoctoni con qualche eccezione forestiera.

Le cronache ed i documenti storici tra la fine del 1200 e la metà del 1300 descrivono la presenza di numerosi Maestri d’arme intorno all’area dell’odierna Cividale del Friuli, come Goffredo schermitore, familiare del patriarca Gregorio da Montelongo, legato al pontefice Alessandro IV di Segni; Arnoldo “scarmitor”; Pertoldo “scarmitoris”; ed infine Magister Bitinellus “scarmitor de Cividale”. Un documento datato attorno il 1344 afferma parimenti la residenza di Domenico schermitore da Trieste; tra il 1363 e il 1393 la presenza di Franciscus dimicatur a Udine, e di Pietro schermitore di origini tedesche.

Esistono invece minori riferimenti che raccontano la presenza di Maestri di scherma in quel di Bologna prima della fondazione della scuola d’arme di Filippo Bartolomeo Dardi. I pochi documenti parlano di un certo Maestro Rosolino nel 1388; di Maestro Nerio “magister scremaglie” nel 1354; ed infine di Maestro Francesco nel 1385.

scherma storica 1300
Il Nord Italia attorno al 1300

Fiore dei Liberi: una biografia della sua vita

Il Magistro Fiore dei Liberi è attualmente il Maestro d’arme italiano più antico di cui abbiamo ereditato, grazie alla produzione di molti manoscritti, la sapienza marziale sull’uso della spada e delle restanti armi bianche in uso nell’Europa medievale .

Fiore Furlano dei Liberi de Cividale d’Austria fu un cavaliere, diplomatico e Maestro d’arme itinerante del tardo XIV° secolo. Nato nell’odierna Cividale del Friuli, una cittadina dell’allora Patriarcato di Aquileia, fu figlio di Benedetto, rampollo della Casata dei Liberi di Premariacco. Il termine Liberi potrebbe indicare che la sua famiglia ricevette il privilegio Imperiale di far parte dei “nobili liberi” (“Edelfrei”), inteso come quella classe cavalleresca di origine tedesca libera dai vincoli di servigio che formava nel Medioevo il livello più basso della nobiltà.

La classe dei cavalieri o dei militi, ultima in importanza nella fascia nobiliare, era distinta appunto in Liberi e Ministeriali. I primi, sì giuravano devozione al proprio signore, ma rientrava nel loro diritto possedere terreni e farli ereditare alla prole, sposarsi liberamente ed essere considerati uomini liberi dinnanzi la legge; tutti diritti che un cavaliere ministeriale non possedeva. Non deve stupire come, nella storia del cavalierato nel territorio del Sacro Romano Impero, i primi, col tempo, sparirono proprio per volere delle classi nobili più alte, famiglia reale Asburgo in primis con la loro presa al potere nel 1282, dando forma successivamente ad una classe di miliziani completamente devota ai propri signori. Probabile che questa progressiva privazione dei diritti nobiliari possa essere stata la causa che ha visto successivamente Fiore dei Liberi lasciare le terre legate alle amministrazioni germaniche e trasferirsi a Ferrara sotto la protezione di Niccolò III d’Este.

E’ ipotizzato da numerosi storici che sia Fiore che suo padre Benedetto dei Liberi potessero essere discendenti di Cristallo dei Liberi di Premariacco, il quale ottenne nel 1110 tale privilegio addirittura direttamente da Enrico IV, Imperatore del Sacro Romano. Ad affermarlo è lo storico Gian Giuseppe Liruti nel suo “Notizie delle vite ed opere scritte da’ letterati di Friuli” datato 1780:

La qualità non ordinaria in Friuli della ragguardevolissima nobiltà della di lui famiglia che si chiamava de’ Liberi la riconosciamo stimabile molto, e singolare dal diploma, che ottenne Cristallo di lei antenato dall’Imperator Arrigo IV l’anno 1110 il 16 Maggio presso Verona, ch’io conservo tra i miei manoscritti. Dice in esso quel monarca, che a petizione di molti principi e prelati di sua Corte e per rimunerazione dei meriti distinti del suo fedele Cristallo, lo riceve co’ suoi discendenti immediatamente sotto il suo mundiburdio, podestà e protezione, cosicché nessun duca, marchese o conte o altra grande persona o picciola abbia podestà alcuna, o dominio sopra detto Cristallo, suoi consanguinei e discendenti, o sopra le cose da loro possesse di ogni qualità; ma sieno essi con quelle unicamente ed immediatamente soggetti allo stesso Imperatore, e successori suoi, godendo piena libertà delle cose sue, delle caccie delle pesche, e di tutto ciò che può essere di uso comune. Quindi io comprendo ch’egli non fosse in alcuna maniera soggetto al Patriarca d’Aquileia, allora Principe del Friuli; ed anzi che questo casato godesse in picciolo una spezie di sovranità, eguale a quella in temporale del Patriarca medesimo; qualità nobilissima, da me non osservata ancora in alcun’altra famiglia del Friuli.

Nei suoi testi, Fiore afferma di aver avuto sin da giovane una naturale inclinazione alle arti marziali cominciando precocemente il suo addestramento abbinandolo all’arte della forgiatura; inoltre, essendo nato in un luogo territorialmente legato al Sacro Romano Impero, ebbe l’opportunità di studiare con innumerevoli maestri provenienti dalle terre italiche e tedesche, per poi intraprendere numerosi viaggi tra i vari Stati dell’Italia settentrionale.

Sfortunatamente, non tutti questi incontri risultarono amichevoli, entrando in contatto con molti falsi Maestri, privi di alcuna abilità tanto da non essere equiparabili alla pari di un bravo studente, citando il Magistro friulano stesso. Fiore menziona anche che, in ben cinque occasioni, fu costretto a duellare per difendere il suo onore contro alcune di queste losche figure, mossi per lo più dall’invidia, essendosi lui rifiutato di insegnar loro la propria arte. Tutti i duelli furono combattuti in luoghi a lui estranei e senza il sostegno di alcuna persona cara, con spade a due mani affilate ed indossando solamente delle giubbe imbottite e dei guanti in pelle di camoscio. Fiore ne uscì sempre vittorioso senza subire alcuna ferita.

Ad ogni modo non tutti gli incontri e né tutti i viaggi furono esperienze negative, tanto da permettergli di entrare comunque in contatto con alcuni veri Maestri oltre che vari appartenenti alle sfere aristocratiche della sua terra e delle sue mete. E’ lui stesso, nel prologo dei suoi manoscritti, ad ammettere che grazie alla sua ricchezza è potuto entrare in contatto con facoltosi praticanti d’arme: “E lo ditto Fiore sia imprese le ditte chose da molti magisteri tedeschi. E di molti italiani in piu province et in molte citade cum grandissima fatiga e cum grandi spese”. La dicitura precisa di alcuni Maestri appare solo nella versione in latino:“Et maxime a magistro Johane dicto suveno qui fuit scholaris magistri Nicholai de toblem mexinensis diocesis ”.

Visto il periodo storico appartenente a Fiore dei Liberi, non può sorprendere che a molti tale Johane detto “Suveno” possa ricordare proprio il Maestro Johannes Liechtenauer di Svevia. Ad ogni modo a favore o a sfavore di una connessione didattica tra Fiore dei Liberi ed il Grandfechtmeister è possibile supporre varie ipotesi per lo più considerabili come mere speculazioni.

scherma storica maestro
Maestro di scherma seduto in una raffigurazione iconografica contenuta nel Codex 44A.8.

Sì, Fiore e Liechtenauer si sono incontrati

Marquardo di Randeg, il cui nome vero era Marquard von Randeck, venne nominato Patriarca di Aquileia da papa Urbano V nel lontano 23 Agosto 1365, ruolo che portò avanti fino alla sua morte nel 1381. Prima di divenire Patriarca, il Marquardo svolse la sua vita ecclesiastica come Vescovo di Asburgo per 17 anni tra il 1348 fino al 1365; ed Asburgo era situata in Svevia, oggi la moderna Baviera. Il necrologio dell’Abbazia di Asburgo, datato 1449, afferma che ogni anno all’interno delle sue mura è solennemente ricordata la morte di un certo Johane de Liechtenouwe, appartenente alla famiglia nobile che dimora nell’omonimo castello non molto lontano da Asburgo stessa. Tale Johane de Liechtenouwe pare essere stato ucciso, insieme ai suoi familiari, a Marchdorf, l’odierna Markdorf, centro abitato nei pressi di Asburgo.

Vista la forte connessione tra Marquardo ai tempi del suo vescovato e la famiglia von Liechtenau (tra l’altro un secolo e mezzo sia prima che dopo più di un Liechtenau diviene proprio Vescovo di Asburgo), si ipotizza che il futuro Patriarca di Aquileia, insieme alla sua famiglia, possa essersi portato con sé proprio il famoso Maestro; oppure, vista la forte presenza di tedeschi nel Friuli sin dai tempi dell’Imperatore romano Marco Aurelio, Fiore dei Liberi possa essere entrato in contatto con lui grazie ad una breve permanenza del Maestro stesso.
Inoltre, quanti Johane provenienti proprio dal Ducato di Svevia potevano fregiarsi di tale titolo al tempo?

No, Fiore e Liechtenauer non si sono incontrati

Ma se è vero che due mezze prove non fanno una prova, non ci sono documenti reali di un ipotetico incontro tra Fiore dei Liberi e Johannes Liechtenauer. Inoltre, nel metodo di Fiore per la spada a due mani, nonostante sia innegabile che sussistano grosse somiglianze, non compaiono alcune tecniche e principi di combattimento che sono pilastri fondamentali del metodo di Langschwert del Maestro di Svevia. Ciononostante, ho una personalissima opinione di come, ben tenendo a mente determinate chiavi di lettura sul metodo del Magistro friuliano, sia possibile considerare come un adattamento (anche solo parziale) del metodo tedesco secondo la visione di Fiore dei Liberi. Questo argomento meriterebbe un articolo a parte, anche se allo stato attuale non è in programma. Ma non escludo di poterne parlare un domani in un ipotetico quarto articolo.

Nel 1381 ebbe inizio la Guerra di Successione di Aquileia per mano di una coalizione di nobili secolari della città di Udine e dintorni impegnati a rimuovere il nuovo Patriarca appena eletto, Philippe II d’Alençon. In questo contesto storico, Fiore risulta essere stato al fianco della nobiltà secolare udinese contro il Cardinale come trascritto in una nota del 1383, ricevendo da parte del gran consiglio il compito di controllare e gestire la manutenzione dell’artiglieria a difesa di Udine (balestre e catapulte incluse).

Ci sono anche documenti che lo vedono impegnato durante questo periodo come magistrato, ufficiale di pace, ed agente del gran consiglio durante il 1384, per poi non essere più menzionato in alcuna nota. La guerra continuò fino a che non fu scelto un nuovo Patriarca nel 1389, ottenendo così la pace, ma non è chiaro se Fiore rimase coinvolto per l’intera durata della guerra. Tant’è che nel 1384 viene menzionato cinque volte nei documenti del concilio, ragion per cui apparirebbe alquanto strana la sua estraneità nei cinque anni successivi, ma poiché la sua assenza dopo il Maggio del 1384 coincide con la proclamazione in Luglio dello stesso anno con la richiesta ad Udine da parte di Francesco da Carrara (lo stesso che rivedremo poco più avanti) di cessare le ostilità o altrimenti subire pesanti ripercussioni, quasi certamente Fiore lasciò Udine in quanto la sua presenza non era più di alcuna utilità.

Quindi, dopo la conclusione della guerra, probabile che Fiore si mise in viaggio per l’Italia settentrionale, insegnando ed addestrando vari uomini d’arme per i duelli. Nel 1395, pare essere stato presente a Padova con l’intento di addestrare il capitano e mercenario Galeazzo Gonzaga di Mantova per un duello da tenersi contro il maresciallo francese Jean II le Maingre (detto “Boucicaut”). Le motivazioni della sfida sono da ritrovarsi nello sfregio all’onore degli Italiani, definiti “codardi” per bocca del Boucicaut, fatto avvenuto nella corte reale di Francia.
Fu deciso di far svolgere il duello per il 15 Agosto dello stesso anno. Sia Francesco Novello da Carrara, Signore di Padova, e sia Francesco Gonzaga, Signore di Mantova, furono presenti come spettatori. Il duello sarebbe dovuto iniziare con le lance a cavallo, ma Boucicaut divenne impaziente e smontò immediatamente, attaccando Galeazzo prima che potesse salire in sella al proprio destriero.

La notizia dello scontro tra il Gonzaga e il leggendario Boucicaut, uomo famoso per essere in grado compiere le più mirabolanti gesta atletiche stando in armatura, ebbe una notevole portata “mediatica” persino tra le varie corti di Italia tanto da catturare, a quanto pare, l’interesse di oltre 10.000 spettatori presenti. I due si incontreranno nuovamente nel 1406 in un altro duello, questa volta riuscendo finalmente a combattere con le lance a cavallo. Anche qui lo scontro sarà relativamente breve, e vedrà messer Galeazzo uscirne vincitore dopo esser riuscito a mettere a segno un colpo sulla visiera del francese. Il Boucicaut, ormai sconfitto, giurerà che non avrebbe mai più usato la visiera per l’elmo; scelta errata che pagherà con la prigionia da parte degli inglesi nella battaglia di Agincourt che avverrà anni dopo nel 1415.

Quella che segue è, invece, il racconto visivo messo nero su bianco per mano del cronista padovano Galeazzo Gatari, presente al duello. Per scelta personale ho deciso di rimaneggiarlo in un italiano corrente in modo che possa essere chiaro a tutti i lettori.

Fu durante questo periodo, dell’anno 1395, che sorse un grave odio tra i due nobili cavalieri a causa di una disputa, cioè tra messer Boucicaut di Francia e messer Galeazzo da Mantova, e vennero al punto che l’uno e l’altro furono concordi nel dover combattere corpo a corpo in sbarra e con tutte quelle armi che fossero entrambi in grado di dover portare.
Ed il campo dove doveva svolgersi tale scontro fu richiesto al signor messer Francesco da Carrara, ed a loro fu concesso tale campo a Padova. Giunse allora messer Galeazzo da Mantova, e dal signore fu ricevuto con tutti gli onori. Dopo alcuni giorni, cioè il giorno 15 di agosto, arrivò a Padova messer Boucicaut e gli furono fatti ad anch’egli grandi onori, per poi successivamente allogiare all’Arena. Una volta che entrambi i due contendenti raggiunsero la città di Padova, il signore si ingegnò in molte maniere pur di rappacificarli entrambi, ma alla fine non ci riuscì, tant’è che nella piazza della corte il signore fece immediatamente mettere la lizza dove si doveva condurre lo scontro.
E quando alla fine giunse la domenica, che fu il giorno 22 di agosto, i due contendenti entrarono in sbarra per affrontare il sanguinoso duello nella seguente modalità: per primo entrò messer Boucicaut accompagnato dal signor di Padova, dal signor di Mantova e dal signor Carlo Malatesta e dal signor Piero da Ravenna.
Seguivano dietro al cavaliere francese tre dei suoi destrieri di grande stazza ed opportunamente coperti con le bardature e le sue armi, tanto da risultare una bellissima cosa da vedere, e così fu aperta la prima sbarra dell’ingresso della lizza, dove erano ad aspettarlo messer Michielle da Rabata, misser Morando da Porcile e Pollo da Lion.
Tenendo in mano un messale, messer Michielle parlò a messer Boucicaut chiedendogli di fare giuramento ai sacri vangeli e per fede di essere un buon cavaliere, che su di lui non vi era alcun incantesimo e che non ne sarà usato alcuno, né tantomeno inganno o illecito alcuno contro messer Galeazzo, e di usare unicamente le sue armi e la sua animosità; e giurò più volte di fare tutto ciò che volessero intendere il signor messer Francesco da Carrara e il signor di Mantova, con la finalità di conservare il suo onore. E così giurò su tutto quanto, ed infine si diresse ad uno dei suoi padiglioni per assettarsi verso oriente.
Dopo di lui venne messer Galeazzo da Mantova, il quale indossò la sua armatura in casa di Pollo da Lion, e fu accompagnato dai suddetti signori fino alla sbarra, dove ad anch’egli fu richiesto di giurare per il modo descritto prima; e così giurò e si diresse in attesa dentro uno dei suoi padiglioni verso ovest, dinnanzi a quello di messer Boucicaut.
Una volta che entrambi i contendenti giunsero in lizza, i signori tentarono nuovamente di rappacificare gli animi, senza riuscirci, in quanto entrambi desideravano usare le proprie armi e la propria forza uno contro l’altro. Allora il signore richiese che il guanto insanguinato della mortale battaglia fosse mostrato ad entrambi, per poi essere gettato in mezzo al campo. Messer Galeazzo, che teneva in mano il morso del suo cavallo, lo allontanò in quanto desideroso di cominciare lo scontro a piedi, ragion per cui anche messer Boucicaut smontò da cavallo, e presa la sua lancia in mano, era in attesa che il sanguinoso guanto fosse gettato.
Allora messer Michielle, vedendo che ognuno era ormai pronto, ad alta voce diede inizio al combattimento gettando il guanto in mezzo al campo. Così i due cavalieri carichi di animosità cominciarono a combattere con le loro lance. Messer Galeazzo deviò la lancia di messer Boucicaut e con la sua lancia subitò colpì il camaglio vicino alla spalla.
Ma immediatamente il signore di Padova corse verso messer Galeazzo, ed il signor di Mantova verso Boucicaut, ed entrambi presi dai due signori vennero rivolte loro innumerevoli suppliche di metter da parte il reciproco odio, ed alla fine riuscirono a rappacificarli; e tolti i loro elmi, i due si baciarono per bocca, per poi uscire dalla lizza per togliersi le armature. Successivamente i due cavalieri ritornarono a corte per banchettare con i suddetti signori.

Una ulteriore nota particolare in merito alla figura di Galeazzo da Mantova è possibile estrapolarla proprio dalle parole di Fiore:

Anchora digo che nessuno di miei scolari in speciale li sopradetti non ave may libro in l’arte de combattere altro che Misser Galeazo da Mantua. Ben ch’ello diseva che sença libri non sarà çamay nissuno bon magistro nè scolaro in questa’arte. E io Fior lo confermo però che quest’arte è sì longa che lo non è al mondo homo de sì granda memoria che podesse tenere a mente sença libri la quarta parte di quest’arte. Adoncha cum la quarta parte di quest’arte non sapiando più non saria magistro.

Quindi il cavaliere mantovano è stato un fortunato possessore di un manoscritto sugli insegnamenti del Magistro friuliano.
Sì, ma quale?

E’ possibile supporre, ma senza alcuna conferma, facendo una selezione dei testi ad oggi a disposizione, assieme alla loro ipotetica datazione, che questo lavoro fatto per Galeazzo da Mantova (a meno che non sia andato effettivamente perduto) possa essere una versione del Fior di Battaglia oggi chiamato “manoscritto Morgan” in quanto è l’unico in cui Fiore specifica chiaramente nella prefazione che l’ordine dei contenuti trattati segue la sua volontà, al contrario degli altri manoscritti che invece seguono le direttive di Niccolò III d’Este.

Non a caso il primo argomento trattato è il combattimento a cavallo e non la crescente evoluzione didattica che vede mostrata prima di ogni cosa la lotta corpo a corpo. Bisogna aggiungere che la povertà dei contenuti abbinata alla datazione che sembra essere più antica rispetto agli altri manoscritti, in aggiunta al modo di colorare le armi per far capire quale figura compie l’azione, discosta del tutto questo manoscritto dalle restanti e future versioni che invece utilizzano in modo conforme corone e lacci legati al ginocchio.

Ritornando sui fatti della vita di Fiore, il nostro appare di nuovo a Pavia nel 1399, questa volta impegnato ad addestrare Giovannino da Baggio per un duello da svolgersi contro lo scudiero tedesco dal nome di Sirano. Il combattimento avvenne il 24 Giugno alla presenza di Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano, così come della Duchessa e degli altri nobili. I termini del duello consisterono in tre combattimenti di lancia a cavallo seguiti da altri tre scontri a piedi impugnando azza, spada e daga. Iniziato il duello, il Baggio riuscì ad impalare il cavallo del Sirano colpendolo al petto, uccidendo così l’animale sul colpo ma perdendo allo stesso tempo la sua lancia. I due contendenti continuarono a combattere gli altri nove incontri come programmato, ma per via della resistenza delle loro armature, e dell’assenza di filo alle armi, entrambi i combattenti uscirono pressoché illesi dallo scontro.

Pare che, nello stesso anno, Fiore fosse stato coinvolto, sempre indirettamente, in altri due duelli, l’ultimo tra il suo allievo Azzone di Castelbarco e l’avversario Giovanni degli Ordelaffi, ma dopo questo incontro le attività di Fiore appaiono incerte. Basandoci sulle alleanze dei nobili a cui il Maestro friulano diede i propri insegnamenti lungo gli anni del 1390, pare che Fiore potesse essere associato alla corte ducale di Milano nell’ultimo periodo della sua carriera.

Nei primi anni del 1400, Fiore comincia a comporre dei trattati di scherma in latino ed in italiano intitolati con vari nomi, tra cui un altro Fior di Battaglia ed un Flos Duellatorum. Quest’ultima trascrizione consiste nella versione più breve ed è datata 1409. Qui Fiore afferma che è il frutto di un arduo lavoro durato ben sei mesi; come l’evidenza suggerisce, almeno due versioni più lunghe furono composte qualche tempo prima, potendo così assumere che Fiore trascorse tantissimo del suo tempo nella scrittura durante questa decade.

Oltre a questo, non si sa nulla di certo sulle attività di Fiore nel 15esimo secolo. Francesco Novati e D. Luigi Zanutto presuppongono entrambi che qualche tempo prima del 1409 Fiore accettò l’incarico di Maestro d’arme presso la corte di Niccolò III d’Este, Marchese di Ferrara, Modena e Parma, probabilmente dopo i disordini avvenuti a Milano nel 1402; sebbene Zanutto ipotizzi che Fiore addestrò Niccolò per il passaggio alle armi nel 1399. Comunque, mentre i registri della libreria d’Este indicano la presenza di due versioni del manoscritto di Fiore, sembra che i testi del Maestro friulano possano essere stati un dono diplomatico da parte di Milano per Ferrara quando entrambe le parti giunsero alla pace nel 1404.

Le due copie del manoscritto “Fior di Battaglia” che furono in possesso della famiglia Estense sono andate perdute nei primi anni del 16esimo secolo. Le quattro copie attualmente conosciute furono pressoché riproduzioni dello stesso periodo, sebbene non sia chiaro il diretto coinvolgimento o meno di Fiore nella loro creazione.
Tra questi, il MS. Ludwig XV 13 (“Getty”) e il MS Pisani Dossi (“Novati”) sono entrambi dedicati a Niccolò III d’Este, in quanto affermano di essere stati scritti e compilati dietro sua richiesta e secondo le sue esigenze. Il MS M.383 (“Morgan”), dall’altra parte, non presenta alcuna dedica ed afferma di essere stato creato, invece, secondo il proprio intento, mentre il MS Latin 11269 (“Florius”) pare anch’esso esser privo di alcuna dedica, ma questa parte potrebbe essere andata perduta assieme al prologo.

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Il Flos Duellatorum: un manoscritto per il combattimento in armis, sine armis, equester et pedester

Incipit liber duellandi et dimicandi et vocatur Flos Duellatorum…” Tra tutta la trattatistica giunta fino a noi appartenente al metodo antecedente alla trasformazione sportiva della Scherma, il Flos Duellatorum risulta essere sicuramente il documento più “chiacchierato” tra i praticanti della Scherma Storica e da coloro che praticano l’attività rievocativa di epoche ormai passate. Le ragioni possono essere la sua facile reperibilità sulla grande rete, oltre che ad essere simbolicamente il primo trattato italiano dal punto di vista storico ed uno dei primi ad essere stati riscoperti più volte in diversi momenti del XX secolo, unita ad una facile visualizzazione delle tecniche nonostante una non chiara struttura poetica per poter essere sufficientemente compresa alla prima lettura.

Ciò che seguirà vuole essere un rapido excursus su un documento sicuramente già noto ai più, ma pieno di particolarità forse note a meno persone; un manoscritto ricco di contenuti che qualsiasi appassionato di scherma antica non può far a meno di conoscere. Verrà esposta una rapida rassegna in quanto questo articolo è in realtà incentrato sulla biografia di Fiore dei Liberi, mentre spetterà al prossimo l’obbiettivo di focalizzarsi su tale trattato, sebbene sarà unicamente incentrato su quanto esposto nella sezione di Spada a due mani.

Ma di cosa tratta il Flos Duellatorum? La risposta immediata ai più suonerà sicuramente come:”L’Arte della scherma medievale”. In realtà si tratta di qualcosa di più complesso e specifico che prende il nome di “Armizare“. L’Armizare, ovvero armeggiare, consiste in quell’arte marziale pan-europea in voga durante il Medioevo ben conosciuta dalla classe cavalleresca.
Perché parlare di pan-europeo? Perché è sufficiente mettere a confronto le tradizioni marziali di varie “nazionalità” per vedere grossi punti di contatto. Non deve stupire come tra il metodo di Fiore dei Liberi e il metodo di Johannes Liechtenauer le più grosse similitudini siano presenti proprio nelle rispettive sezioni sul combattimento a cavallo.

L’arte dell’Armizare esposto dal Magistro friulano è un metodo marziale completo, incentrato sul combattimento corpo a corpo, con le armi, con indosso l’armatura o senza, per contesti specifici come il duello in steccato ed anche in situazioni non convenzionali come l’aggressione per strada.

Le parti più importanti del lavoro includono: Abrazare o lotta; Daga a rondelle, con azioni di difesa a mani nude contro daga ed altre azioni daga contro daga; spada a una mano, inteso come l’utilizzo della spada impugnata ad una mano senza brocchiero; spada a due mani, con e senza l’utilizzo dell’armatura; Azza, anch’essa in armatura; Lancia; e combattimento a cavallo (abbinato all’uso di lancia, spada e lotta in sella). Sono presenti anche piccole sezioni che collegano le parti più grandi, come l’uso del bastoncello; spada contro daga; bastone e daga; due mazze e daga; infine l’uso della chiavarina contro uomo a cavallo.

Nota particolare in merito al tecnicismo dell’utilizzo della Daga a rondelle di Fiore dei Liberi è la leggenda più o meno veritiera che vede gli Arditi, il noto gruppo speciale dell’arma di fanteria del Regio Esercito italiano durante la prima guerra mondiale, essere stati addestrati utilizzando proprio il Flos Duellatorum tanto da conceder loro un vantaggio cruciale nelle fasi di combattimento ravvicinato.
Difficile credere che l’applicazione di tecniche focalizzate su un’arma tipicamente da punta e per un contesto da combattimento uno contro uno potesse facilmente abbinarsi all’utilizzo di un pugnale da taglio in guerra. Tra l’altro di un manoscritto riscoperto solo 14 anni prima e dal testo estremamente arduo. Sebbene vi sia da considerare che l’utilizzo del pugnale era stato dimenticato da molto tempo nell’uso militare, e fu riadottato proprio dagli Arditi perchè risultava l’unica arma efficace nel combattimento individuale, specialmente nella ristrettezza di una trincea.

Il formato in cui viene esposto il testo del Flos Duellatorum è ampiamente coerente in tutte le copie del trattato. Ciascuna sezione inizia con un gruppo di Maestri raffigurati con corone dorate, ciascuno impegnato a dimostrare una particolare guardia per l’uso della rispettiva arma. Queste figure sono seguite da un Maestro chiamato “Remedio” il quale dimostra una tecnica difensiva contro alcuni attacchi base (in genere come usare una delle guardie elencate per difendersi), ed infine dai suoi numerosi Scholari, raffigurati con dei lacci dorati all’altezza del ginocchio indicando azioni successive e varianti di tale rimedio.

A seguire dei Scholari c’è un altro Maestro chiamato “Contrario”, il quale indossa corona e laccio allo stesso tempo, ed è impegnato a mostrare il come contrastare il rimedio del Maestro (e dei suoi Scholari), ed è a volte seguito dai suoi propri Scholari con laccio. In rari casi appare un quarto tipo di Maestro chiamato “Contra-Contrario”, anch’egli indossando corona e laccio, e dimostra come sconfiggere le contrarie del secondo Maestro. Alcune sezioni mostrano molteplici Maestri Rimedio e Maestri Contrari, mentre alcuni ne hanno solamente uno.
Ci sono molti casi in cui un’immagine in un manoscritto raffigura solamente il laccio legato allo Scholaro dove la corrispondente immagine negli altri manoscritti include anche la corona. A seconda dell’esempio, questa divergenza può essere intenzionale oppure un errore del copista.

L’intento di questo secondo articolo è stato quello di raccogliere in un unico scritto più fonti ed avvenimenti storici possibili sulla figura del Magistro friulano, in modo che possa un domani essere utilizzata come punto di riferimento per la biografia su Fiore dei Liberi.
Perciò si conclude così il secondo articolo sulla Scherma storica. Il prossimo sarà incentrato sul metodo di Spada a due mani del Magistro friuliano, cercando di esporre in modo coerente i suoi insegnamenti.

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