antonio canale spada a due mani

La Spada a Due Mani di Antonio Canale

Della Spada a Due Mani, e in particolare della zweihander, abbiamo parlato più di una volta. L’uso di quest’arma, prettamente rinascimentale, ha spaziato dal duello alla guerra navale; anche dopo essere sparita dai campi di battaglia, la zweihander ha mantenuto a lungo le sue prerogative di arma cerimoniale, con il caso più eclatante rappresentato dalle Spade Cerimoniali di Brunswick.

L’articolo che ospitiamo oggi è stato scritto dal Moreno dei Ricci, studioso e praticante della Sala d’Armi Guardia di Croce e di Gairethinx – Sala d’Arme degli Erranti

Fin oltre le soglie dell’età moderna, la spada a due mani ha conservato una significativa presenza in ambito bellico: il magnetismo esercitato da un guerriero armato di una grande arma, impugnata a due mani, è da sempre al centro dell’immaginario comune. Si hanno riscontri dell’utilizzo di simili armi sin dai tempi antichi; le testimonianze, a livello iconografico, procedono lungo tutto l’arco del medioevo e ci parlano di un’arma che non è altro che una spada ad una mano, un poco più lunga e con l’impugnatura abbastanza spaziosa da ospitare entrambe le mani, una stretta all’altra. Questa è all’origine la spada a due mani, una spada da cavaliere portata alla sella, che poteva essere utilizzata sia da cavallo sia a piedi. Di lunghezza maggiore alla comune spada manesca, era un’arma sviluppata per abbattere il nemico con violenti colpi di taglio, che dovevano infrangere scudi, sfondare elmi e cotte di maglia.

spada a due mani
In questa miniatura tedesca del 1334, ben tre cavalieri utilizzano la spada con entrambe le mani sull’impugnatura. Interessante anche il particolare del colpo che sfonda un elmo.

Dagli esemplari arcaici, risalenti al periodo antico, la spada a due mani si è sviluppata secondo forme sempre più sofisticate e performanti, fino ad arrivare alla sua massima espressione nel periodo rinascimentale, dovuto principalmente all’eccezionale sviluppo delle tecnologie metallurgiche e all’elevato livello tecnico raggiunto dai mastri spadai europei, in particolare quelli italiani.

Caratterizzandosi quest’arma sia per le dimensioni che per il peso, si è da sempre cercato di lavorare sull’ottimizzazione di queste sue qualità: nel cammino di perfezionamento tecnico il manico si allunga sempre di più, così da consentire una leva più efficace e un conseguente incremento dell’energia cinetica del colpo. Le innovazioni proseguono con l’introduzione degli elsetti, piccole sporgenze laterali sul forte della lama, molto utili per avanzare la presa dell’arma al di fuori dell’elsa; si sviluppano inoltre, sulla guardia, anelli e altri fornimenti a protezione delle mani. Nonostante l’introduzione di questi apparati difensivi e le dimensioni sempre più ragguardevoli raggiunte dalle spade a due mani agli inizi del ‘500, l’alto profilo tecnico della spaderia rinascimentale riuscirà a produrre esemplari leggeri e straordinariamente maneggevoli.

Tutti questi fattori rendono la spada a due mani del primo XVI° secolo un’arma tecnologicamente all’avanguardia e altamente performante: in virtù della sua lunghezza protegge efficacemente la parte alta e bassa del corpo, creando un triangolo offensivo-difensivo ottimale e consentendo di dominare lo spazio circostante con colpi rapidi e poderosi, in grado di tenere a buona distanza qualsiasi nemico.

Coloro che erano in grado di utilizzare questo genere di arma in maniera specialistica venivano pagati il doppio di qualsiasi altro soldato: questo in quanto l’arma richiedeva lo studio e l’applicazione di movimenti precisi, una grande padronanza del passeggio e nell’esecuzione di parate e colpi, con il coinvolgimento dell’intero corpo del guerriero.

L’utilizzo di quest’arma, proprio in virtù del suo livello di raffinatezza formale, è stato al centro dell’attenzione dei grandi maestri tardo medievali come Fiore dei Liberi, il più antico fra i trattatisti italiani, che coniuga nella sua opera del 1409 intitolata “Flos Duellatorum” la tradizione marziale germanica con quella italiana. Sarà poi Filippo Vadi a modernizzarne i suoi insegnamenti, nella sua opera del 1482 “De arte gladiatoria dimicandi“.

Nel rinascimento assistiamo al massimo sviluppo teorico-tecnico di quest’arma e degli insegnamenti che ne regolano il “gioco”, grazie ad alcuni Maestri come Pietro Monte con la sua opera del 1509 “Exercitiorumatque artis militaris Collectanea” e Achille Marozzo con “Opera Nova di Achille Marozzo Bolognese, Mastro Generale de Larte de Larmi”, del 1536. Grazie a quest’ultimo autore abbiamo l’unica testimonianza completa sull’utilizzo della spada a due mani rinascimentale in Italia, arricchita da quel che rimane degli insegnamenti contenuti nel manoscritti “345/346” conservati nella Biblioteca Classense di Ravenna.

Anche al di fuori dell’Italia lo studio di quest’arma ha rappresentato un fenomeno importante: parallelamente, nella tradizione germanica si è sviluppata una forte cultura della spada a due mani, a partire dal più antico dei Maestri tedeschi, Joachim Lichtenauer (opera del 1389 ca), sino ad arrivare a Joachim Meyer (opera del 1570). L’eredità che tutti questi grandi Maestri ci hanno lasciato sono dei sistemi di combattimento che consentono un utilizzo completo e molto diversificato di quest’arma, ma soprattutto sono testimonianze documentarie che ci permettono di ricostruire l’arte della spada a due mani a secoli di distanza, nonostante l’inevitabile interruzione della tradizione diretta.

I Maestri hanno trattato prevalentemente l’utilizzo della spada a due mani in ambito “duellistico”, anche se indubbie sono le possibilità di applicazione in campo bellico. Gli indizi sono molteplici: lo stesso M° Marozzo, nel suo trattato del 1536, dichiara che la sua arte è utile a “chiunque a singulare o plurale battaglia sia per entrare“, inoltre sembrerebbe che dalla sua Scuola siano usciti personaggi illustri in ambito militare, come il Capitano Caizo, famoso per essere stato “l’inventore” del colpo alla “Jarnac”. Marozzo stesso è stato allievo del Maestro Guido Antonio di Luca “dalla cui schola si può ben dire, che siano più guerrieri usciti, che dal Troiano cavallo“, famoso per essere stato mentore di condottieri valorosi del calibro del conte Guido Rangoni e Giovanni de Medici detto “delle Bande Nere“.

Di grande valore è l’opera lasciata dal M° Pietro Monte del 1509, che introduce la trattazione della spada a due mani tramite dei “giochi” utili per apprendere il maneggio dell’arma, anche in un contesto bellico. Due Maestri della penisola Iberica, M° Godinho nell’ opera “Arte de Esgrima” del 1599 e M° Figuaeredo nell’ opera “Memorial da prattica do montante” del 1651, hanno intere sezioni nei loro trattati che espongono l’utilizzo della spada a due mani nel contesto specifico di battaglie navali.

Ad una analisi superficiale, tale impiego bellico sembrerebbe in contrasto con le dimensioni di questo genere di arma, ma questi documenti attestano e offrono prova del grande vantaggio che si poteva avere utilizzandola nell’assalto o nella difesa di imbarcazioni. L’adozione di specifiche strategie di ingaggio nell’ambito dei conflitti navali non poteva essere certo un’esclusiva spagnola, anzi, come ben sappiamo, in Italia erano presenti le repubbliche marinare che da secoli fondavano la propria prosperità sul commercio marittimo e, naturalmente, sull’eccellenza delle loro flotte militari. Fra tutte Venezia spiccava per la sua politica espansionistica, sia in ambito commerciale che militare, assurgendo di fatto al rango di potenza europea.

Qui di seguito una carrellata di immagini tratte dagli antichi testi dei Maestri, mostra l’evoluzione della spada a due mani dal tardo medioevo all’epoca Barocca.

1. Miniature tedesche provenienza sconosciuta datazione 1400 2. VADI tavola con esposizione utilizzo spada 2 mani. 3. FIORE trattato Dossi/Pisani tavola con esposizione spada 2 mani. 4. MAROZZO tavola del Libro Terzo. 5. MAYER tavola sull’uso della spada a 2 mani. 6. AGRIPPA autoritratto con spada a 2 mani. 7. DI GRASSI tavola con esposizione punta ad una mano. 8. ALFIERI tavola con esposizione di una guardia con spadone

Come si può notare dalle tavole, l’evoluzione dell’arma è continua nelle varie epoche, quindi la definizione di “spada a due mani” risulta molto generica: serve principalmente per contestualizzarne e comprenderne l’utilizzo nei vari ambiti.

L’episodio che giustifica la mia introduzione e che offre il titolo all’articolo, si svolse nella Battaglia delle Curzolari, meglio conosciuta come Battaglia di Lepanto. Molti sono gli aneddoti e molte sono le storie (più o meno romanzate nei toni e nei contenuti) di questa grande impresa navale della cristianità, ma ve ne sono poche che riescono a penetrare in dettagli entusiasmanti ed evocativi come quella del nostro protagonista: il Provveditor veneziano Antonio Canale. All’interno della Bttaglia delle Curzolari, infatti, si ha testimonianza di una delle più grandi e valorose imprese individuali del passato, che rappresenta la preziosa miniatura di una più grande impresa collettiva.

Nell’aria satura di salsedine e dell’acre odore della polvere da sparo, un vascello Veneziano procede nella formazione; sul ponte è tutto un concitato vociare di marinai, sul quale si levano gli ordini degli ufficiali, simili a secchi e sporadici colpi d’archibugio. File di rematori percuotono la superficie dell’acqua con lunghi remi, al ritmo sempre più serrato dei tamburi; i soldati controllano che i cannoni e le munizioni siano pronti all’uso, alcuni si assicurano le cinghie delle armature, altri ancora soffiano nervosamente sulla miccia dei propri archibugi, schermandola dagli spruzzi di acqua salmastra.

battaglia di lepanto
La Battaglia di Lepanto

Con le prime cannonate la lingua turca si fa sempre più vicina: iniziano a sibilare le frecce e le raffiche di fucileria gettano una nebbia bianca sul ponte della nave; ovunque risuonano le terribili grida di battaglia e il cozzare delle armi e delle armature si propaga in un’eco infinito. Le navi sfilano l’una accanto all’altra, urtandosi tra di loro, mentre intere squadre di soldati si alternano all’arrembaggio del vascello nemico; gli ufficiali gridano i loro ordini cercando di sovrastare il fragore della battaglia mentre marinai e rematori cercano riparo come possono dall’inferno che li circonda.

Molti di loro sono incatenati al ponte sul quale si consuma la carneficina, prigionieri ai lavori forzati, e per loro non c’è alcuna via di scampo. Ad un tratto la nave veneziana punta verso una galea di fanale che si trova in difficoltà, assalita dai turchi che ne hanno preso il controllo.  Tutti i suoi occupanti sono caduti, con l’eccezione di alcuni marinai e rematori che sono riusciti a trovare scampo gettandosi in mare o arrendendosi.

Il Capitano della nave, un uomo non troppo giovane ma dalle membra ancora forti, indossa una veste corta, in stoffa a strati trapuntata, e un cappello della stessa foggia; ai piedi calza un paio di scarpe di corda e in mano stringe una spada a due mani alta fino alle spalle. Solleva la terribile arma e ordina ai suoi soldati di rimanere sulla nave, provvedendo a prestare soccorso alle altre imbarcazioni veneziane in difficoltà; gridati questi pochi ordini, si lancia senza paura sulla nave di fanale affollata di turchi! La leggera veste in stoffa, così come il copricapo, lasciano molta libertà ai movimenti e forniscono al tempo stesso un’ottima protezione dalle frecce turche; le scarpe di corda impediscono di scivolare sul ponte della nave, reso viscido dall’acqua salmastra che sciacqua sul ponte il sangue dei caduti.

Nel crepuscolo procurato dai fumi della battaglia, la spada a due mani del veneziano getta bagliori minacciosi. Solo con la sua lama, la sua fede e la sua arte, inizia a volteggiare lo spadone con gesti sapienti e precisi; passi e colpi seguono il ritmo regolare del suo respiro mentre i turchi vengono falciati come grano maturo: uno dopo l’altro cadono sotto la tempesta d’acciaio del capitano veneziano. Alcuni cercano disperatamente di battersi, ma i loro scudi di legno e pelle vengono squarciati e le loro spade fuggono dalle mani sotto quei colpi di violenza inaudita. Avanzando tra i corpi scempiati dei nemici, il veneziano arriva sino all’ultimo turco che, per disperazione, alla vista dei suoi compagni sterminati da quel diavolo cristiano, si getta in mare.

Dalla prua della nave il Capitano volge lo sguardo alle sue spalle e contempla la sua cruenta opera: un groviglio di corpi scomposti, impossibile distinguere i nemici caduti sotto la sua lama. I veneziani, che hanno assistito all’impresa dalle altre navi, urlano dalla gioia sotto il rosso vessillo Marciano. Gridano il nome a squarcia gola: “Antonio Canale!“, l’uomo che, da solo, con la sua spada a due mani, ha liberato una nave veneziana ormai perduta al nemico.

antonio canale
Antonio Canale disegnato da Marco Ferrari

La mia esposizione è sicuramente influenzata dal fascino che l’impresa del Capitano veneziano ha suscitato in me: se anche posso aver peccato nel colorare di dettagli l’impresa del Provveditore Veneziano, la trascrizione della cronaca tratta dall’opera di Pantero Pantera non è meno ricca di pathos.

L’ARMATA NAVALE  del Capitan Pantero Pantera  gentil’ huomo comasco e cavalliero del habito di Cristo

Divisa in doi libri.  Nei quali si ragiona del modo, che si ha a tenere per formare, ordinare, & conseruare un’armata maritima.  IN ROMA, appresso Egidio Spada M.DC.XIIII. LIBRO PRIMO, CAP.VIII, pagina 84

“..Potrà ancor giovar nelle occasioni haver delli spadoni da due mani, essendo arma, che, trovandosi, chi sappia bene adoperarla sopra i vascelli, potrà esser di molto giovamento nelle battaglie, per la strage, che può far degli inimici, come fece nella battaglia de i Curzolari il Provveditor Venetiano Antonio Canale, il qual, benché grave d’anni, calzatosi un paio di scarpe di corda, per potersi tener bene in piedi, e messosi indosso una giubba, ò vesticola corta, e tutta trapuntata di cotone con un cappello simile in testa per difendersi dalle frecce, montò animosamente su l’armata Turchesca, e saltando da una galea nell’altra con un spadone in mano, fece della persona sua meravigliose prove con notabil danno degli inimici, e ricuperò una galea di fanale, che era già nelle loro mani..”

(nat.cont.lib.22. – Antonio Canale fece cò un spadone gran danno à gl’inimici e ricuperò un già perduta galea di fanale)

armata navale
Il Frontespizio dell’opera citata nell’articolo

La testimonianza di Pantero Pantera è sicuramente molto preziosa: l’autore infatti, nel sostenere la tesi delle virtù belliche della spada a due mani come arma di bordo, cita l’aneddoto del Canale. Ribadisce più volte, all’interno del trattato, il “giovamento” nel munirsi di soldati abili nell’utilizzo di questo genere di arma e di non badare al costo elevato dei loro servigi. Per quanto un uomo possa essere stato addestrato all’utilizzo della spada a due mani in steccato o in una battaglia campale, tutto cambiava nell’ambiente angusto, mobile e pieno di ostacoli di una nave.
Per far comprendere quale potesse essere l’ingombro dell’arma in questione, nella fotografia che segue sono riunite diverse armi che si sarebbero potute trovare su una galea cristiana al tempo della battaglia di Lepanto.

Sono i già citati Maestri Iberici che ci danno indizi sull’ipotetico utilizzo delle spade a due mani in ambito marittimo. In questi video l’istruttore galiziano Ton Puey della “Academia da Espada — Ton Puey” offre una dimostrazione pratica del loro utilizzo in una situazione di conflitto navale:

Sicuramente il Canale, per le sue origini e per la sua storia, non ha limitato l’utilizzo dell’arma alla sola maniera esposta dai maestri iberici, certamente su quel ponte ha mostrato molto di quello che insegnavano i maestri Italiani. Proprio a Venezia nel 1550 viene ristampata l’opera di M° Marozzo del 1536, questo dovuto al grande successo riscosso e alla crescente richiesta del trattato; Antonio Canale nasce nella capitale della Serenissima Repubblica nel 1521 e all’epoca della ristampa aveva 29 anni. Il padre Girolamo era un ufficiale della marina veneziana e veterano di molte spedizioni contro i pirati turchi sulle coste del mar Adriatico, Antonio ne segue le orme e in breve tempo acquisisce incarichi rilevanti e il ruolo di ufficiale. Partecipa a molte battaglie navali e si distingue sempre per il coraggio e acume tattico, in particolare durante azioni di soppressione della pirateria.

Verso gli anni ‘60 e ‘70 del ‘500, dopo essere diventato provveditore del Golfo, inizia ad assumere il comando di flotte composte da venti a quaranta imbarcazioni nelle guerre delle isole Tremiti. Nel 1571 viene incaricato come comandante di diverse azioni d’attacco nella guerra di Cipro, dove si distingue per i suoi successi. Subito dopo riceve l’ordine di recarsi a Messina per i preparativi della battaglia di Lepanto con la Lega Santa.

Muore nei suoi feudi di Corfù nel 1577, ricordato come ottimo stratega ed esempio per i soldati e gli ufficiali al servizio della Serenissima. Canale con le sue gesta entra nel Pantheon degli eroi di tutte le epoche e di tutte le culture. Sconterà l’oblio come molti altri guerrieri della storia dell’arte marziale occidentale, tra cui lo stesso M° Pietro Monte, eroe della battaglia di Agnadello, che ha scritto parole illuminanti proprio sull’utilizzo della spada a due mani.

Per concludere, la spada a due mani è stata protagonista in ambito militare per diversi secoli, tuttavia sul finire del rinascimento, l’arma regina dei campi di battaglia è vittima di un tramonto ineluttabile, che la relegherà al puro esercizio schermistico o ad ambiti di applicazione molto specifici.  Verso il volgere del XVII° secolo, si allunga ulteriormente e si appesantisce; in zona iberica prende il nome di “montante” e in area italiana viene nominato “spadone”, abdicando definitivamente alla sua originale vocazione bellica.

Nel trattato del Maestro padovano Francesco Alfieri, “L’arte di ben maneggiare la spada” del 1653, è esposto l’utilizzo della spada a due mani con finalità di addestramento fisico, applicato a casistiche precise: per le Guardie cittadine, per le scorte di notabili e per “tenere le piazze”.  Dall’epoca barocca in poi, l’astro della spada a due mani si eclisserà completamente, cedendo la gloria ad armi completamente diverse e di diverso utilizzo.

Moreno Dei Ricci — Centro Studi Gairethinx — MAM (Brescia)

Ringraziamenti:

Voglio ringraziare, per questo mio primo articolo, Roberto Gotti che ha speso risorse in tutti i sensi per creare il centro studi Gairethinx con MAM annesso (Museo delle Arti Marziali), dando la possibilità ad appassionati come me di ampliare le proprie conoscenze con lo studio diretto delle fonti e dei reperti. Ringrazio Marco Ferrari e Laura Boschetti per il controllo della bozza e ancora Marco per la realizzazione dell’illustrazione che ritrae un grandioso Antonio Canale.  Grazie a Ton Puey per la sua sempre grande disponibilità e gentilezza, fornendo assistenza e consulenza.

Dedico l’articolo a Michele Gotti: Che l’anima e la forza di questi grandi personaggi del passato ti aiutino guidandoti in una vita piena di soddisfazioni e all’insegna del coraggio e della rettitudine, mio piccolo Grande amico!   “Sine Metu“.

 

BIBLIOGRAFIA:
  • L’armata Navale di Pantero Pantera. M.DC.XIIII. conservato nel MAM
  • Achille Marozzo Opera nova Ediz. Del 1536 e del 1568. Conservati nel MAM
  • Achille Marozzo edizione del 1568 curata dallo stato maggiore dell’esercito Italiano con introduzione di Carla Soldini.
  • Opera del Maestro Monte del 1509, traduzione e interpretazione di R.Gotti
  • Armi bianche italiane. L. Boccia E. Coelho. Bramante editrice
  • Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 17, Treccani, 1974.

22 pensieri riguardo “La Spada a Due Mani di Antonio Canale

  1. Bell’articolo!
    Mi permetto un appunto: Inserire un immagine dell’Agrippa senza mai citarlo fra i grandi Maestri mi pare un poco irrispettoso nei confronti di colui che ha gettato le basi della scherma moderna.

    1. mi spiace che tu abbia visto questa cosa come una mancanza di rispetto.
      ma Agrippa come ben lui dice (nella tavola appunto inserita) la spada a due mani non è il suo campo, si fa ritrarre con essa, ma asserendo appunto che tale arma, per il suo uso molto complicato, lasciando tale compito a chi può insegnare l’arte della spada a due mani
      Moreno Dei Ricci

    2. scusa risposta un po confusa:
      mi spiace che tu abbia visto questa cosa come una mancanza di rispetto.
      Agrippa come ben lui dice (nella tavola appunto inserita) la spada a due mani non è il suo campo, si fa ritrarre con essa, ma asserendo appunto che tale arma, per il suo uso molto complicato, la lascia insegnare a chi ne ha competenza.
      ho voluto inserire la tavola di M° Agrippa per esporre la bellissima immagine di lui con una strepitosa spada a 2 mani, senza nessun doppio fine.
      grazie per il complimento comunque.

      1. Nessuna critica, puro fanatismo da parte mia!
        Verissimo quanto dici, sulla mano e mezza o due mani non si è mai espresso in particolare a differenza dei trattati citati.

        Rinnovo i complimenti!

  2. Da una terra ricca nasce una buona vigna,
    E i suoi buoni frutti fanno un magnifico vino.
    Complimenti a te Moreno e naturalmete a quella fucina di cuori, sudore e acciaio che è Gairethinx!!

  3. Una delle bandiere della battaglia di Lepanto è conservata a Piacenza in una delle stanze dle museo del castello di Rivalta ( PC )
    IL museo pieno di tante “curiosità” alcune delle quali a carattere di collezionismo coloniale vale la pena di un bel WE.

  4. Ottimo articolo, veramente ben scritto.

    Mi permetto di dissentire solo su questo punto: “…era un’arma sviluppata per abbattere il nemico con violenti colpi di taglio, che dovevano infrangere scudi, sfondare elmi e cotte di maglia.”

    L’archeologia sperimentale ci dice che è impossibile sfondare a spadate un elmo di un dato spessore e di un dato materiale come erano i diversi tipi d’acciaio usati all’epoca (ma anche tagliare attraverso del ferro battuto minimamente spesso sarebbe comunque impossibile), così come tagliare attraverso una cotta di maglia. Anche nella Bibbia di Maciejowski si vedono raffigurati cavalieri che tagliano attraverso elmi e cotte di maglia usando addirittura spade ad una mano, ma si tratta di una “licenza artistica”, non della realtà delle cose. Sicuramente una spada a due mani, colpendo di taglio, ha molte più possibilità di infliggere ferite da “blunt trauma” ad un nemico in cotta di maglia ed elmo rispetto ad una spada ad una mano, ma non è comunque un’arma ottimale in quel contesto.

    1. Grazie Mānū per il complimento.
      Posso, a sostegno delle parole da me scritte, fornire le seguenti tesi che mi hanno portato a dire ciò:
      L’archeologia sperimentale, in alcuni campi, ritengo sia poco esaustiva nel fornire dati plausibili al 100%. Dico questo perché il grande limite in cui ci si imbatte è di natura tecnica: le spade per i test sono forgiate e rispecchiano le caratteristiche degli originali? Idem Elmi e cotte? Dico di no perché so cosa vi è sul mercato (purtroppo) e eseguire test con copie identiche su tutti gli aspetti è pressoché “impossibile” per i costi principalmente.
      Di una cosa sto prendendo sempre più atto, sopratutto dopo aver studiato i reperti presenti nel MAM, fra cui appunto spade manesche (sia da scavo che reperti in ottime condizioni, ovviamente non a livelli di una S.Maurizio della armeria reale di TO) è il profilo tecnico per l’utilizzo: sono molto pesanti, la forgiatura è raffinata ma allo stesso tempo scrupolosa con gli alti spessori e pesi che conferiscono all’ arma un bilanciamento spropositato verso la punta e una nervatura molto robusta.
      Il pomo (molto decantato per donare bilanciamento alla spada, parlo dei reperti del XII, XIII e prima parte del XIV secolo) sembra quasi inutile per tale funzione. Ciò porta ad alcune conclusioni: tali spade erano strumenti molto robusti per dare gran botte con l’ausilio di un filo non a rasoio ma robusto. (Non ho mai riscontrato nessuna spada in commercio o artigianale che assomigli ad i reperti da ne citati).
      Passando alla parte armamenti difensivi, una grande mano per capire le tipologie di traumi dei guerrieri del medioevo del periodo citato, lo danno i riscontri dei reperti di alcune battaglie; una in particolare: la battaglia del lago di Peipus del 1242. La fortuna vuole che la natura paludosa del luogo della battaglia ha conservato una miriade di reperti (alcuni presenti anche nel MAM) fra cui corredi completi, le armature di maglia? Compaiono squarci e anelli tranciati su braccia e spalle, riconducibili a colpi di taglio (dico probabilmente spade perché i personaggi coinvolti nella battaglia era un ordine cavalleresco, teutoni per la precisione e con presenze scarse di una fascia bassa degli armati) gli armi presentano tagli, di certo sufficenti per importanti ferite.
      In conclusione: se sommo la parte oplologica con quella dei reperti e delle cronache (non le opere artistiche) posso asserire con una buona probabilità che ciò che dico nell’articolo pare corrispondere ad una realtà verosimile.
      Scusa per la.lunga risposta, ma giustamente volevo spiegare il ragionamento dietro 4 parole che possono sembrare buttate li “a caso”.
      A presto 😀

      1. Complimento doveroso. Non è facile trovare articoli di qualità sull’argomento che non siano di carattere generale.

        Come fonti principali per le mie affermazioni mi rifaccio principalmente ad Alan Williams, che ha condotto test su una cotta di maglia del XV° secolo con tanto di imbottitura col Rosand IFW5, e alle ricerche di Dan Howard, autore di questo articolo su MyArmoury (https://myarmoury.com/feature_mail.php).
        Alan Williams testò una cotta di maglia “leggera” (se non erro, era una pezza di maglia di un farsetto da armare, quindi più leggera e dalla trama meno densa di quella che poteva avere un usbergo del secolo precedente) con una lama da 4 cm applicata al Rosand per simulare l’impatto di un’ascia o di un’alabarda. La lama impiegò 80 Joule per tagliare attraverso gli anelli e altri 100 Joule per tagliare un gambesone di lino di 26 strati. 180 Joule sono possibili per un uomo molto grosso che usa un’alabarda o un’ascia danese, ma occorrerebbe all’incirca il doppio della forza per raggiungere lo stesso risultato con una spada per via della maggiore superficie d’impatto.
        Prendiamo una cotta di maglia dalla trama più densa e fatta con acciaio di qualità migliore e abbiniamola a un gambesone più leggero, abbinamento attestato nell’Europa Occidentale nel XII°-XIII° secolo e probabilmente lo “standard” per gran parte dei cavalieri. Probabilmente offrirà una resistenza ancora superiore sia alle frecce che ai colpi di taglio, ammortizzando anche gli urti ricevuti durante lo scontro. Tuttavia un urto molto forte inflitto con un’arma da taglio può essere sufficiente a provocare lividi, ematomi oppure a spezzare le ossa (e infatti i primi rinforzi all’armatura “transizionale” tra 1200 e fine del 1300 sono spallacci, cubitiere, ginocchiere e schinieri di ferro, bronzo o cuoio bollito indossati sopra la cotta di maglia nelle parti dove le ossa sono più esposte e c’è meno carne ad ammortizzare il colpo). La spada a due mani potrebbe essersi evoluta proprio con questo scopo: infliggere ferite da botta sotto la cotta di maglia come un’ascia o una mazza mantenendo una lunghezza generalmente superiore rispetto a queste, una guardia e la possibilità di colpire d’affondo.

        My two cents sui reperti della battaglia del lago Peipus. Premetto, non credo né pretendo di avere sicuramente ragione, ma purtroppo finché non inventeranno una “televisione del tempo” potremo solo fare congetture più o meno valide 🙂
        In moltissimi esemplari storici la trama della cotta di maglia su braccia e gambe è più leggera di quella a protezione di testa, collo e busto. Gli squarci potrebbero essere stati inflitti con asce – l’ascia e la scure d’arcione erano armi secondarie abbastanza popolari anche tra cavalieri, specialmente tra il XII° e il XIV° secolo, e l’esercito che si opponeva ai cavalieri teutonici non era un esercito di cavalieri armati “all’occidentale” – e gli squarci sugli elmi potrebbero verosimilmente essere stati inflitti da colpi di mazza. Le mazze flangiate, pur non essendo armi taglienti, sono in grado di procurare squarci negli elmi non troppo spessi e robusti creando una frattura nel metallo che si origina nel punto d’impatto (a volte perfino un proiettile potrebbe colpire un elmo e, non riuscendo a penetrarlo appieno oppure colpendolo di lato, “squarciarlo”). Se confrontiamo i reperti della battaglia di Visby del 1361 e di Towton del 1461, le poche ferite al cranio che hanno trapassato l’elmo sono tutte imputabili a mazze, martelli d’arme, azze e altre armi inastate, mentre si riscontrano moltissime ferite di spada al volto (o al cranio di quei soldati che si erano tolti l’elmo durante la fuga) e alle gambe, dove l’armatura non c’era.

        Al di là dello scambio di opinioni, ti faccio complimenti vivissimi per il tuo lavoro.

        1. Potremmo davvero andare avanti giorni a discutere di questo interessantissimo tema 😀
          Vorrei solo precisare dei piccoli, ma in se grandissimi, punti che mi sembra siano dati per scontati ma che in realtà non lo sono affatto:
          Le tecnologie non possono essere raggruppate in archi temporali cosi lunghi, equiparare una cotta di maglia (standard ? Non so cosa voglia dire) del XII secolo con una del XIV secolo è un errore a mio avviso, si passa da una metallurgia che produce cotte ad una che inizia a produrre armamenti a piastre (si credo che vi sia stato un miglioramento abbastanza evidente in 300 anni).
          Un’altra importante analisi va fatta con l’accoppiata “gambesone/armatura in maglia” nel periodo che va fra il 1100 e cavallo fra 1200/1300, non vi sono attestazioni precise che vi fossero sotto le cotte dei gambesoni, si ipotizzano delle vesti pesanti (ribadisco ipotizzano). Poi leggo da te: standard, qualità migliore, densità differenti, equipaggiamenti standard; purtroppo per i secoli citati, sono affermazioni che lasciano un Po il tempo che trovano, trovo errato catalogare (sopratutto anche a livello geografico) enormi quantità di informazioni in parole come quelle dette.
          Per quanto riguarda i test dell’articolo My Armoury lo ritengo un Po pressapochista, si affida per la valutazione tecnica alla iconografia (mmmmh valutare tipologie di armature in base alle opere artistiche mi pare azzardato, sopratutto se si vuole entrare in argomenti molto specifici) lui stesso dice “test moderni” quindi con l’ausilio di strumenti moderni e quindi si riallaccia a ciò che dissi nella scorsa risposta (asce e mazze sono un altro bel paio di maniche, rispetto ad una spada che ha una tecnologia un bel po differente)
          Ribadisco, la discussione è ampia, come detto da te, le telecamere non c’erano ed è qui che DEVE entrare l’ipotesi e il ragionamento, dare per scontato molte cose di certo non fa chiarezza, anzi, ci ancorano a stereotipi e ragionamenti che ostacolano invece i dati tecnici (oplologia e ricerca fonti scritte e raccolta di dati oggettivi).
          Opinioni e ragionamenti sono più che prezziosi, serve peró contestualizzare bene e basarsi su dati un po’ più concreti.
          Come gia detto, ero il primo che in passato si convinceva di determinati argomeni, fortunatamente sono riuscito a toccare con mano molti reperti e oggetti che fino a qualche tempo fa vedevo e studiavo “sulla carta” e fidati è TUTTO UN’ALTRO MONDO.
          di una cosa sono sempre più convinto: la guerra la sapevano fare gli antichi, ed impugnare armi ed armamenti dell’epoca fa capire che quelle erano armi che se in buone mani (e lo erano di certo) erano capaci molto probabilmente di sfondare Elmi e squarciare cotte di maglia 😂; (ovviamente anche l’oplologia non è una scienza esatta, per fortuna)
          Spero che anche tu possa avere questa occasione.
          Rinnovo i ringraziamenti per i tuoi complimenti, sopratutto grazie per l’attenzione nella lettura dell’articolo che è evidente con la nascita di questo confronto.
          A presto 😊

          Fonti:
          – italian medieval armies 1300/1500 di N.David.
          – il costume militare medievale di E.Gerry
          – le battaglie dei cavalieri: l’arte della guerra nell’Italia medievale di M.Scardigli (consigliatissimo)
          – armi e armature medioevali di F.Rossi

          Ovviamente sono libri che ho letto e che costantemente utilizzo per lo studio, fanno molta chiarezza, sbaragliando molti stereotipi e aiutano a formulare ottimi ragionamenti che se incrociati con altri dati forniscono una panoramica più completa.

        2. dimenticavo scusa, poi termino: lo stesso articolo My Armoury dichiara che la maglia è resistente ad eventuali colpi di spada, ma che ovviamente non è un dato certo dire che un colpo di spada (sopratutto se il colpo nasce da una spada impugnata a due mani da un cavaliere sopra un cavallo che ti sta letteralmente investendo come un treno) non possa penetrare l’armatura ferendo, più o meno mortalmente (ovviamente in base a dove e come)
          quindi di dare per certo questa informazione non se la sente nemmeno Alan Williams.

  5. Sono consapevole che questa discussione potrebbe durare eoni, ma oltre al costruttivo scambio di fonti e informazioni che male non fa, trovo interessante come da fonti e esperienze diverse si possa arrivare a conclusioni diverse ma entrambe plausibili. Forse l’unico modo per risolvere definitivamente la questione sarebbe riprodurre con gli stessi metodi e materiali un usbergo e una spada a due mani in ottime condizioni presi da un museo, entrambi dello stesso periodo e della stessa regione di provenienza, e testarli avendo cura di replicare il più fedelmente possibile ogni condizione. Purtroppo ho notato che salvo rare eccezioni mancano sia i fondi che l’interesse a condurre test nell’ambito dell’oplologia antica, per cui, per il momento, ci tocca andare avanti a ipotesi basate appunti su dati ed esperienze diversi.

    Mea culpa. Per “standard” non intendevo una data serie di qualità specifiche (acciaio con tot % di carbonio e impurità, tot mm di dimensione e spessore degli anelli, densità e costruzione della trama) quanto un range di ciascuna qualità (quindi, stando a quanto analizzato in decine e decine di reperti conservati nei musei, acciaio a bassa quantità di carbonio e di scorie variabile nella media dei reperti da un valore a un altro, trama 4-in-1 formata da file alternate di anelli soliti e rivettati in gran parte dei reperti, un certo range di spessore e dimensioni). Io per il momento ho avuto modo di vedere i reperti esposti nei diversi musei dal vivo in qualità di visitatore, senza poterli prendere da parte per analizzarli nel dettaglio, e da quello che ho visto c’è una varietà notevole non solo nello stesso periodo storico e nella stessa area, ma anche in un usbergo ci si può imbattere in ricambi di anelli aggiunti successivamente e, ancora più spesso, in parti coperte da anelli più spessi e dalla trama più fitta (specialmente per i collari di maglia, che a volte sono rinforzati da strisce e inserti di cuoio per irrigidire la trama e tenerla in posizione).

    Dan Howard ha specificato che l’articolo è un riassunto di anni di ricerche, dove ha avuto modo di analizzare di persona i reperti. Non basa le sue ricerche sulle raffigurazioni artistiche, ma le usa in senso comparativo con i dati che ha raccolto nei musei. Già Claude Blair e David Nicolle a suo tempo avevano insistito sul prendere con le pinze le raffigurazioni artistiche e a non leggerle in senso “letterale”, e infatti non è quello che Dan Howard fa nel suo lavoro.

    L’uso congiunto di cotta di maglia e imbottiture più o meno spesse è attestato sin dall’epoca romana (lorica hamata indossata sopra una veste di stoffa imbottita, la subarmalis; la cavalleria pesante dei Persiani Sasanidi indossava l’usbergo sopra una veste imbottita di feltro chiamata padān or khaftānin). L’uso congiunto di cotta di maglia e gambesone è inoltre attestato nella Terza Crociata da Baha Al-Din Ibn Shaddad, biografo di Saladino. Alan Williams ha dimostrato che la combinazione di una cotta di maglia “leggera” (il reperto del XV° secolo da lui testato) e di un jack pesante da 32 strati di lino è in grado di rendere immune chi la indossa dalle frecce dei longbow trovati sulla Mary Rose (e la combinazione di cotta di maglia e jack imbottito o armoured surcoat sopra la cotta è attestata già nel XII° secolo sia in Europa occidentale che in Iran), mentre Dan Howard insiste particolarmente sulla necessità dell’uso congiunto di cotta di maglia e imbottitura, dato che anche un’imbottitura leggera aumenta considerevolmente la tenuta della cotta di maglia contro i colpi di taglio e di punta, ammortizza gli urti ed evita che gli anelli urtino la pelle.

    Lo stesso Zwey testò, se non erro, la sua Zweihander da quattro chili e mezzo contro una lorica hamata senza l’imbottitura (e il buon Zwei non mi sembra proprio di corporatura gracile). Il risultato fu, se non ricordo male, due anelli rotti dopo due colpi di taglio inflitti a tutta forza. Che probabilmente avrebbero voluto dire una spalla fracassata del poveretto, ma nessun taglio sotto l’armatura.

    Finché un test definitivo non dimostrerà il contrario, per i dati che ho alla mano tendo a rimanere dell’idea che le armature, in genere, funzionavano molto bene e avevano un validissimo motivo per essere indossate, dato il costo in molti casi esorbitante. Poi non nego che per un motivo o un altro possa essere accaduto che un guerriero armato di spada abbia spaccato a spadate l’elmo altrui: un uomo grande e grosso che assesta un gran colpo ad uno spangenhelm in ferro battuto nel punto dove l’elmo è meno spesso potrebbe spaccarlo sul serio. Ma ripeto, per i dati che ho rimane uno scenario possibile ma raro, e l’ultima sentenza si avrà solo quando si degneranno di fare un test definitivo e fatto per bene.

    Per il resto, ti ringrazio per il confronto. Gliè sempre un piacere! 😀

    1. Grazie Zweilawyer! Mi sembra il minimo discutere nel migliore dei modi in un luogo come questo 😊

      Si Mānū, ti devo dare ragione sul fatto che, purtroppo, sino a che non si avranno riscontri pratici e tecnici (ma fatti come si deve su tutti i punti che circondano il test) non ci rimane che ipotizzare e discutere sul fatto “resiste, si ma quanto, forse si forse no”..
      Ricostruire armi ed Armamenti identici, con le stesse tecniche e materiali (nel limite del possibile) secondo me è l’unica via precisa per certificate tutte le dinamiche discusse.

      Su di una cosa però rimango fermo nella mia convinzione: l’archeologia sperimantale, in alcuni campi la trovo fine a sestessa e porta a volte a conclusioni che distorcono una realtà verosimile, dando convinzioni la dove invece credo che non dovrebbero mai esserci.
      Grazie ancora, alcune delle fonti da te citate non le conoscevo, volerò a leggerle quanto prima.
      A presto 😊

  6. E’attestato l’uso dello spadone nelle battaglie del XVI secolo, dai doppensolder per infrangere il muro di picche ? Era una tattica prettamente tedesca o venne usata da tutti gli eserciti in genere ? Grazie mille per una risposta.

Lascia un commento