Giovanni dalle Bande Nere. Il Gran Diavolo

Giovanni dalle Bande Nere, da I Padroni dell’Acciaio:

Sembra che alcuni personaggi storici nascano con un destino già segnato. Giovanni Ludovico de’ Medici perde il padre, Giovanni il Popolano, a pochi mesi dalla nascita, mentre la madre, Caterina Sforza, rimane a lungo prigioniera di Cesare Borgia e muore quando Giovanni ha solo tredici anni. E’ il marito di Lucrezia de’Medici (figlia di Lorenzo il Magnifico), Jacopo Salviati, a crescerlo come un figlio suo.

A lui tocca quindi anche il duro compito di tenere a freno il carattere guerriero di Giovanni. Nel 1510, il gonfaloniere di Firenze, Piero Soderini, lo bandisce dalla città, decretando che debba rimanere ad almeno venti miglia dalle mura. Giovanni ha infatti quasi ucciso un coetaneo, Boccaccino Alamanni, in una rissa fra ragazzi. E’ solo grazie all’intercessione di Jacopo Salviati che gli viene permesso di fare rientro a Firenze, anche se confinato ai suoi possedimenti di Castello e di Trebbio.

Il pieno accesso alla città gli è di nuovo permesso nel settembre del 1512, quando Lorenzo de’ Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico e appoggiato da papa Giulio II, accetta la resa della città e si insedia al suo governo. Firenze è appena stata testimone dei massacri perpetrati dall’esercito spagnolo a Campi Bisenzio e Prato, e preferisce non opporsi alle truppe guidate da Raimondo de Cardona.
Con i Medici di nuovo al potere, il gonfaloniere Piero Soderini è costretto all’esilio, e con lui molti altri notabili di Firenze, fra cui Niccolò Machiavelli.

Sempre a Firenze, Giovanni partecipa a numerose giostre e tornei mettendosi in mostra per coraggio e vis pugnandi. Indubbiamente ha anche la nomea di attaccabrighe, visto che finisce a duellare anche con il cugino del signore di Piombino. Ed è il cancelliere di quest’ultimo a pagarne le conseguenze. Giovanni lo trova in un’osteria vicina al suo palazzo e lo sfida, uccidendolo.

Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, e lo stesso Lorenzo (nipote di Lorenzo il Magnifico), comprendono che la presenza del suo omonimo a Firenze potrebbe destabilizzare anche la situazione politica della città, visto che si tratta comunque del figlio di Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici e di Caterina Sforza. Nel 1513 quindi, divenuto Papa Leone X, Giovanni de’ Medici lo porta con sé a Roma, dove Salviati viene nominato ambasciatore presso la Santa Sede.

Anche a Roma però, Giovanni non perde la sua belligeranza. Dopo una discussione particolarmente aspra con alcuni membri della famiglia Orsini, Giovanni si trova la strada per forte S.Angelo sbarrata da duecento romani armati di picche e lance. Invece di indietreggiare, decide di sfondare il blocco con i venti uomini (fra cui gli amici Geronimo e Marcantonio Corsi) a sua disposizione, armati di spade a due mani e armi in asta. La loro volontà di non cedere neanche un passo agli assalitori porta quest’ultimi, dopo altre minacce, a ritirarsi con grande vergogna. È forse in quel momento che Giovanni, ancora adolescente, capisce che il comando militare sarà il suo futuro.

Leone X lo fa partecipare, sotto il comando di Tristano Corso, eccellente capitano di ventura, alla spedizione voluta per consentire a Camillo Orsini, ventiquattrenne signore di Sermoneta, di riprendere possesso dei suoi domini.  E’ il 1516 e Giovanni – vale la pena sottolinearlo – deve ancora compiere diciotto anni.

A poche settimane dal suo battesimo di guerra, riesce ad avere la meglio su Pardo Orsini (di dieci anni più grande) durante una giostra tenutasi nei territori amministrati dal Pontefice.

Il rapporto di Giovanni con il Salviati è talmente stretto che, nel 1516 o 1517, Giovanni sposa la figlia di lui, Maria. Una donna caparbia e gentile, che gli rimarrà accanto (almeno con il pensiero, vista la professione di Giovanni) fino all’ultimo. Il matrimonio però non cambia l’indole selvaggia di Giovanni e il suo amore per il gioco e le donne.

Il ragazzo continua a dimostrare ottime capacità sia nel combattimento che nel comando. Così, dopo pochi mesi, è di nuovo sul campo di battaglia. Questa volta l’obiettivo di Leone X è riprendere possesso del Ducato di Urbino, in quel momento nelle mani di Francesco Maria della Rovere. A guidare il contingente papale c’è Lorenzo de’ Medici; fra i capitani, ci sono nomi importanti quali Vitello Vitelli, Camillo Orsini e Renzo da Ceri. A Giovanni viene affidata una compagnia di cavalieri leggeri.

Alle milizie pontificie sono necessari solo ventidue giorni per mettere in fuga Francesco Maria della Rovere e riprendere la citta.  Una guerra breve, ma Giovanni riesce, pur essendo solo un adolescente, a dimostrare doti tattiche e di comando eccezionali.

Francesco Maria della Rovere però non si dà per vinto. Nei primi giorni del 1517 assolda un esercito di 5.000 fanti e 1.000 cavalieri, e lo affida al comando di  Federico Gonzaga, che arriva sotto le mura di Urbino il 23 Gennaio. Il presidio pontificio, che non riscuote alcun consenso nella cittadinanza, si dà alla fuga, lasciando la città a della Rovere.

A questo punto, Leone X organizza una nuova spedizione. Questa volta mette in campo 10.000 uomini, e Giovanni è al comando di un contingente quattro volte più numeroso rispetto all’anno precedente. Nel marzo del 1517 Lorenzo II de’ Medici, a capo dell’esercito, gli ordina di espugnare, assieme a Giovanbattista da Stabbia e Brunoro da Forlì, il castello di Sorbolongo, non lontano da Urbino.

La missione si complica quando Giovanni si trova a dover affrontare il nemico da solo. Giovanbattista da Stabbia infatti sbaglia strada e, dopo ore passate a girare senza meta, torna al campo, mentre Brunoro da Forlì torna al campo non appena comprende che Giovanni è già arrivato a contatto con il nemico.

Giovanni accusa entrambi di codardia e di avergli messo i bastoni fra le ruote di proposito. In generale, il secondo conflitto con Francesco Maria della Rovere non ha un decorso veloce, né tantomeno vittorioso come quello dell’anno prima. Ciononostante, Giovanni si distingue per alcune azioni temerarie e le già menzionata capacità di guidare alla perfezione la cavalleria leggera. In uno scontro con la cavalleria nemica riesce a sconfiggere il capitano albanese Andrea Bua e a strappargli la mazza dalle mani, tenendola poi come trofeo.

Nell’agosto del 1517, Giovanni supporta Vitello Vitelli assieme a Giacomo di Sucre, detto Zuchero. L’intenzione del loro contingente è quella di tagliare la logistica dell’esercito dei Della Rovere, diretto in Toscana. L’azione però non riesce, e sia Giovanni che Zuchero finiscono nelle mani del nemico per qualche giorno prima di essere liberati.

Il Della Rovere, sempre più in difficoltà nella difesa di Urbino, scende a patti con il Papa in settembre, e lascia Urbino per Mantova.

Tra la fine di novembre del 1517 e il febbraio del 1518, Giovanni instaura una lunga controversia, fatta di accuse e sfide a duello, con Camillo Appiano d’Aragona, cugino di Giacomo V duca di Piombino.  Nel novembre infatti, Camillo Appiano ha inflitto diverse ferite a un capitano di Giovanni, il Corsetto, mentre questi si trovava presso il suo palazzo.

25 Novembre 1517

Signor Camillo. A li giorni passati capitando costì in Piombino un homo che sta meco, et domandandosi el Corsetto, venendo per sue faccende, più volte ti parlò, et dipoi volendosi partire, ti venne a domandare se tu volevi cosa alcuna da le bande di qua. Tu lo facesti aspettare; di poi li desti quattro o sei ferite in casa tua, cum altra compagnia havevi in casa. Et tutto quello hai fatto, lassarò pensare a te se sono tracti da huomo da bene, ch’el maggior tristo del mondo non haveria facto così viturperosa cosa. Et per farti avedere de lo error tuo, ti fo intendere che hai fatto male e tristamente, come homo vile et da poco: et questo ti voglio far vedere e cognoscere cum tutte le arme che se richiedono a  ogni buon soldato. Et qui non bisogna pensare se non a trovarti cum l’arme in mane meco, che ho speranza fartene patir la penitentia del tuo peccato.

Quando, nel Febbraio 1518, il duello sembra ormai inevitabile, interviene per impedirlo addirittura Lorenzo de’ Medici. Passa un mese, e Giovanni riceve un nuovo bando dalla città di Firenze, firmato dagli Otto di Guardia e Balia: deve rimanere per cinque anni ad almeno dieci miglia dalla città.

Mentre la moglie di Giovanni è all’ottavo mese di gravidanza, muore Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino. Pochi giorni dopo, Leone X affida a Giovanni un contingente di cento lance e, il 10 Giugno 1519, viene alla luce suo figlio. Il servitore di casa Salviati si precipita per portare la notizia a quest’ultimo, che l’accoglie con grandissima felicità. Leone X gli consiglia di chiamarlo Cosimo. Ora in fasce, Cosimo diventerà il primo Granduca di Toscana.

Tra il 1519 e il 1520, Giovanni  svolge un ruolo importante al servizio dello zio, Leone X, nel tenere a bada le pulsioni delle nobiltà locali che operano all’interno dello Stato della Chiesa. Dopo una breve incursione nel beneventano, con l’obiettivo di riportare a più miti consigli i propositi di Sauriano, signore della città, Giovanni torna nei territori più riottosi e insofferenti al potere pontificio. La sua impresa più nota è la cacciata da Fermo di Lodovico Uffreducci, che muore nella Battaglia di Falerone.

La forza di Giovanni emerge in modo difficilmente replicabile nelle parole di Ercole Ricotti, autore di un altro monumento della storiografia italiana, Storia delle compagnie di Ventura in Italia:

“Il sommo pontefice […] col braccio specialmente di Giovanni de’Medici privò della vita e del dominio Luigi Freducci (Lodovico Uffreducci), figliuolo del famoso Oliverotto, l’Amadei, il Zibicchio e il Samiani, che rispettivamente tiranneggiavano Fermo, Recanati, Fabriano e Benevento. Ciò indusse tutti gli altri principotti a recarsi a Roma e giurarvi obbedienza.”

Alla fine del 1520, Giovanni disperde tremila spagnoli sbarcati in Calabria e in marcia verso Roma. Le truppe di Giovanni, formate per la maggior parte da cavalieri, sono particolarmente adatte alla guerriglia, alle manovre veloci, agli attacchi a sorpresa e alla copertura delle ritirate. Sono anche le prime in Europa a contare un buon numero di archibugieri a cavallo, che uniscono la mobilità della cavalleria ai vantaggi offerti dalle nuove armi da fuoco.

Nel 1521 Leone X si allea con Carlo V per riportare Parma e Piacenza nei domini di San Pietro (come sotto il governo del suo predecessore Giulio II) e mettere nuovamente gli Sforza a capo della città, allora sotto il controllo della Francia. Giovanni si congiunge alle forze imperiali e papali comandate da Prospero Colonna. In particolare, il ventitreenne Giovanni è al comando dei cavalleggeri italiani, mentre le fanterie spagnole (imperiali) sono guidate da Fernando Francesco D’Avalos, marchese di Pescara.

Il lungo periodo di guerra sul suolo italiano che va dal 1521 al 1526, noto anche come la Guerra dei Quattro Anni (si tratta, a dire il vero, anche della quarta guerra italiana), rappresenta la prima fase della ventennale contesa italica tra Francesco I e Carlo V. Ed è anche il periodo in cui si verifica la folgorante ascesa di Giovanni de’Medici.

Sotto il sole a picco del luglio e agosto 1521, Giovanni raggiunge Prospero Colonna all’Assedio di Parma. Con i suoi 400 cavalieri, tiene sott’occhio i movimenti delle truppe francesi, guidate da Odet de Fox conte di Lautrec (le fonti dell’epoca lo riportano sempre come “Lautrec”)

Con l’assedio in fase di stallo, l’uomo più temuto dagli uomini di Prospero Colonna è il capitano Carbon, un cavaliere francese che effettua numerose sortite vittoriose nei dintorni di Parma e riesce sempre a rientrare in città.

Giovanni riesce a intercettarlo e lo attacca con i suoi cavalieri. Il capitano Carbon e Giovanni arrivano addirittura allo scontro personale ed è il francese ad avere la peggio, finendo disarcionato. Poco dopo il suo rientro a Parma, Carbon decide di non effettuare mai più raid al di fuori delle mura. Fra le truppe del Colonna di diffonde il proverbio “Il Carbone non abbrucia più, si è trovata l’acqua capace di spegnerlo”.

Parma intanto subisce un duro bombardamento sulla sezione di mura più debole, ossia quella che protegge Codiponte, la parte della città abitata dagli strati più bassi della popolazione. Quando si apre una breccia, D’Avalos spedisce un contingente di fanteria a controllare che i difensori non abbiano già preparato le difese interne. L’avanguardia torna annunciando, con grande entusiasmo, che si può entrare in città. Uno dei problemi principali delle truppe mercenarie è però la loro insaziabile voglia di saccheggio. Migliaia di uomini si imbottigliano davanti alla breccia per ottenere la loro parte di bottino. Il fracasso di urla e armi fa accorrere i difensori dagli altri punti delle mura; gli assalitori, ormai a ranghi rotti, alla fine sono costretti alla ritirata.

Memori di questa esperienza, D’Avalos e gli altri ufficiali sono molto più accorti nel momento in cui si apre un’altra breccia. I parmigiani si spostano tutti dall’altro lato del torrente Parma, che divide in due la città. Giovanni è dotato di un enorme carisma e combatte sempre in testa ai suoi, quando si getta nella breccia con la sua compagnia accade un fatto molto raro: lo seguono moltissimi soldati che non sono sotto il suo comando. Questo ed altri eventi provocano l’invidia di Prospero Colonna, che lo chiama a rapporto il capitano dei cavalieri italiani e lo rimprovera per il suo comportamento sconsiderato. Giovanni gli risponde “con molta acrimonia” e lo fa andare su tutte le furie. Prospero Colonna, quasi settantenne e attivo sui campi di battaglia italiani dal 1484, si fa sotto “in un bosco non mi parleresti così”, ma Giovanni è altrettanto sanguigno, e gli risponde per la seconda volta: “in un bosco, quella berretta nera che avete in capo ve la farei parere rossa”. Come è facile immaginare, dopo questo episodio i rapporti fra Giovanni e Prospero si fanno piuttosto freddi.

L’alterco però non ha alcun effetto negativo sulle truppe spagnole (o papali-imperiali che dir si voglia). La città di Parma rimane divisa a metà, ma quella più ricca è nelle mani dei francesi, che resistono sul fiume. Sono inoltre in attesa degli imminenti rinforzi del Lautrec, cosa che mette una certa fretta alle operazioni dell’esercito del Colonna. In mancanza di progressi e con i francesi ormai sulla strada di Parma, Prosperto Colonna si consulta con il D’Avalos e decide di ritirarsi. Le milizie mercenarie e i diversi capitani, Giovanni compreso, non sono d’accordo ma eseguono gli ordini, portandosi verso il fiume Taro, a ovest di Parma.

L’esercito imperiale si trova in territorio nemico, con il rischio di rimanere senza vettovagliamenti e di dover dare battaglia al Lautrec. A questo punto, il Colonna decide di dirigersi a nord, passando il Po e tenendosi a est di Cremona. Il territorio lì non presenta grandi fortificazioni e contingenti nemici, quindi c’è l’effettiva possibilità di continuare la campagna e puntare su Milano. In quel periodo il confine fra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia è costituito dal fiume Adda; Prospero Colonna è convinto che Venezia, pur essendo alleata dei Francesi, non abbia alcuna intenzione di fronteggiare l’esercito imperiale e che si limiterà a difendere l’Adda. Inoltre, Prospero vuole di unirsi con le milizie mercenarie svizzere e tedesche che stanno scendendo nella Pianura Padana da Trento.

Per rallentare le milizie francesi, il Colonna decide di far incendiare un ponte di barche lasciato da Lautrec nei pressi di Cremona. L’unico in grado di eseguire il computo sembra essere Giovanni de’Medici, che si porta sul luogo con 200 cavalli e 300 fanti spagnoli. Il piano iniziale prevede che l’intera azione si svolga poche ore prima dell’alba, ma, probabilmente, la fanteria lo rallenta troppo. Quando arriva, il sole è già sorto. Contadini e paesani, vedendo passare quella masnada di guerrieri, vanno nel panico; la notizia raggiunge i marinai sul Po, che spostano le barche in mezzo al fiume e vanificano le aspettative di Giovanni. Ad ogni modo, il primo giorno di Ottobre del 1521, l’esercito imperiale è sulla sponda settentrionale del Po. Nello stesso mese, Giovanni intercetta vicino all’Adda gli stradiotti veneziani del capitano greco Maurikos Bua Spata, conosciuto come Mercurio Bua. Il capitano italiano riesce a uscire vittorioso anche da questo scontro, in cui fa prigionieri diversi ufficiali, fra cui Luigi Gaetani. Nel frattempo, Prospero Colonna guida l’esercito fino a Robecco, sulla riva occidentale dell’Oglio; sulla sponda opposta sorge la città fortificata di Pontevico, in mano ai Veneziani. Per evitare di rimanere incastrato fra l’esercito francese e l’artiglieria di Pontevico, il Colonna si muove verso sud seguendo il fiume.

Sempre per rallentare i francesi, d’Avalon comanda a un gruppo di cento soldati scelti (possiamo immaginare dietro lauto compenso) di preparare un’imboscata all’avanguardia del Lautrec. Il luogo prescelto per l’imboscata ha un bosco e una chiesa diroccata che si affacciano sulla la via. Gli spagnoli attendono il passaggio del nemico e fanno fuoco appena l’avanguardia li sorpassa. Lo schieramento ordinato dei francesi si frammenta e gli spagnoli hanno quasi la meglio, ma sta arrivando il resto dell’esercito francese. D’Avalon, pur di non perdere cento archibugieri veterani, manda Giovanni de’ Medici con un buon numero di cavalli e fanti. All’arrivo di Giovanni, gli archibugieri spagnoli trovano nuove energie e riescono a ritirarsi con ordine, mentre lui continua ad incalzare i francesi. Ancora una volta, i soldati a cavallo di Giovanni si dimostrano superiori a qualsiasi altro contingente quando si tratta di coprire una ritirata.

I ricognitori e le cavallerie leggere di entrambi gli schieramenti continuano ad inseguirsi lungo le rive dell’Oglio. Giovanni è impegnato a evitare le batterie di Orzinuovi, 20 chilometri a nord di Pontevico, quando un evento sfortunato porta a una delle sue imprese più notevoli e meno conosciute. Il suo luogotenente Paolo Luzzasco, in ricognizione nei pressi di Urago d’Oglio, cade nell’imboscata di 500 cavalieri veneziani, guidati dal Farfarello, e finisce in catene. La notizia giunge subito alle orecchie di Giovanni, che agisce d’impulso. Prende 1.000 cavalli e 300 lance e si getta all’inseguimento dei veneziani. Il punto della cattura dista circa 15 chilometri da dove si trova Giovanni, ma il capitano italiano colma velocemente la distanza con la cavalleria nemica e riesce ad avvistarla 7 chilometri più a nord, presso Pontoglio.

Alla vista dello stendardo di Giovanni, i veneziani sono assaliti da un sacro terrore e tentano la fuga. Ma è troppo tardi. Il de’ Medici si abbatte su di loro con grande foga, massacrandone un gran numero e sottraendo loro due insegne. Oltre a liberare Luzzasco, Giovanni riesce anche a fare dei prigionieri. Tornato al campo di Gabbionetta, il de’Medici riceve un’accoglienza trionfale da parte dei suoi uomini e di tutti gli altri soldati. Capita raramente, d’altronde, che un ufficiale rischi uomini e mezzi per salvare un suo uomo di fiducia. Giovanni non lascia indietro nessuno.

In novembre, l’esercito imperiale punta di nuovo l’Adda. Il suo attraversamento vorrebbe dire il via libera per Milano. A difendere la riva “francese” c’è Ugo Pepoli. I suoi uomini non si accorgono che l’avanguardia imperiale ha raggiunto e occupato una casa sulla riva opposta. Lo scontro inizia in piena notte. Il Colonna invia a tentare l’attraversamento un gran numero di truppe; al contrario, Ugo Pepoli riceve rinforzi sono con grave ritardo: i servitori di Lautrec, infatti, non vogliono svegliare il generale prima dell’alba. L’arrivo dei rinforzi francesi, guidati da Tommaso di Foix (Lescun o “Lo Scudo” nelle cronache italiane”) cambia però l’inerzia dello scontro. Gli imperiali rischiano di finire in una rotta disordinata che, con il fiume alle spalle, le conseguenze sarebbero tragiche.

In quel momento, Giovanni decide di intervenire personalmente. Si gira verso i suoi soldati e dice:

“Ora è venuto il tempo che io conoscerò la virtù e il valore di quelli che mi vorranno bene; ciascuno di voi pigli un fante in groppa, e mi seguiti.”

Poi dà di sprone al cavallo e si lancia al galoppo verso il fiume. I suoi lo seguono invasati, attraversando l’Adda in un batter d’occhio. Giovanni prende le forze di Lescun sul fianco, mentre questi è intento a spingere gli imperiali verso il fiume. Il Lescun non ha il tempo di reagire. I cavalli italiani colpiscono duro, mentre i fanti smontano e incalzano i francesi, cha cadono a centinaia. Un enorme soldato francese irrompe nelle fila italiane, uccidendo due soldati fiorentini, Capponi e Serragli, ma poi un fante italiano, Stoncino di Arezzo, si getta su di lui per vendicare i due amici e riesce a trafiggerlo. Sono momenti concitati, ma alla fine Lescun è costretto a far suonare la ritirata.

L’esercito del Colonna passa quindi l’Adda, mentre Lautrec si ritira a Milano con tutto l’esercito, avendo cura di fare terra bruciata fino alle porte della città. L’avanguardia degli imperiali però, con Giovanni in testa, riesce a raggiungere le mura della città molto velocemente. Il condottiero fiorentino riesce a penetrare attraverso le fogne e raggiunge una posizione talmente avanzata che, mentre gli altri contingenti stanno raggiungendo le mura, i suoi uomini hanno già preso una torre difesa dai veneziani. In attesa dell’arrivo di tutte le forze imperiali, Giovanni trova addirittura il tempo di cercare in città il conte di San Secondo, suo nipote, in modo da evitargli la cattura!

Con Lautrec in fuga verso Como e Milano in pugno di Prospero Colonna, Francesco II Sforza riprende possesso della città.

Papa Leone X è euforico. Questa euforia, e ciò che ne segue, è descritte in modo mirabile da Costantino Mini:

(Leone X) aveva scordato quella cerimonia che alla sua elezione venne praticata: – sic transit gloria mundi; passa così la gloria del mondo! Non pensava che dai gaudi ai funerali è breve il cammino, dalla gioia e dal tripudio inaspettato il passaggio al dolore. La morte lo coglieva dopo breve malattia, quando ancora la fiorente sua età [46 anni] gli permetteva un avvenire venturoso tra lo splendore e il lusso asiatico che deturpava la cattedra del pescatore. A’ 2 dicembre del 1521 cessava di vivere quel pontefice, cui l’Italia dovette molte sventure e poche glorie. Perché il lusso delle arti e la protezione de’ letterati non cancellano i mali di un popolo.

La notizia della morte di Leone X colpisce Giovanni al cuore. Questi si reca subito a Roma per le esequie, ed è proprio questo episodio a far entrare le sue truppe nella leggenda con il nome di Bande Nere. In segno di lutto, infatti, Giovanni fa scurire le insegne del suo contingente, prima bianche e viola. Rimarranno così fino allo scioglimento delle Bande Nere.

Ad ogni modo, ciò che Leone X ha creato, sembra destinato a cadere come un castello di carte dopo la sua morte. Nel Gennaio del 1522, con la Santa Sede intenta a eleggere Papa Adriano VI, Francesco Maria Della Rovere riprende possesso di Urbino. Il Della Rovere restaura i Baglioni a Perugia e poi volge il suo sguardo verso Siena. A questo punto, interviene Firenze, che assolda le Bande Nere e un nutrito corpo di Svizzeri del cantone di Berna. Appena arriva la notizia che le Bande Nere sono sulla via di Siena, il Della Rovere si ritira. Giovanni lo insegue fino in Umbria, addirittura lasciandosi dietro i mercenari svizzeri (che non hanno ricevuto l’ultima paga e si rifiutano di proseguire). Quando la situazione si risolve, anche grazie all’intervento del collegio dei cardinali, le Bande Nere si spostano verso nord. È il Marzo 1522, e sta per accadere qualcosa di imprevedibile.

Mentre Prospero Colonna rinforza le mura di Milano,  il condottiero delle Bande Nere si dirige verso Pavia per unirsi alle milizie di Francesco II Sforza e combattere ancora una volta contro i francesi. Giovanni è disgustato da una decisione di Firenze, che ha offerto una condotta a Francesco Maria della Rovere, e, soprattutto, la carica di governatore generale a Guido Rangoni, che combatte per le forze papali dal 1514. Anche quest’ultimo, come buona parte dei personaggi menzionati sino ad ora, meriterebbe una trattazione separata. Qui mi limito a riportare una coincidenza curiosa: Achille Marozzo, il famoso autore dell’opera sul duello intitolata Opera Nova Chiamata Duello, O Vero Fiore dell’Armi de Singulari Abattimenti Offensivi, & Diffensivi, la dedica proprio a Guido Rangoni. I due hanno infatti frequentato insieme, molti anni prima, la scuola di scherma (scrima) bolognese di Guido Antonio de Luca. Il loro compagno di studi più illustre? Giovanni delle Bande Nere!

Bibliografia:
  • G.G.ROSSI, Vita di Giovanni de’ Medici: celebre capitano delle bande nere, (1833);
  • C.MINI, La vita e le gesta di Giovanni de’ Medici: o, Storia delle bande nere e dei celebri capitani che vi militarono (Firenze, 1851);
  • M.ARFAIOLI, The Black Bands of Giovanni. Infantry and Diplomacy During the Italian Wars (1526–1528), 2005;
  • F.GURRIERI e T.GURRIERI, Giovanni delle Bande Nere. Nel cinquecentenario della nascita (1498-1526), Firenze, 2000;

4 pensieri riguardo “Giovanni dalle Bande Nere. Il Gran Diavolo

  1. un Eroe nazionale!
    Le sue imprese e il suo temperamento mi ricorda molto un suo predecessore, sempre Fiorentino, vissuto 3 secoli prima: Corso Donati!
    impavido, ardito e fiero comandante, salverà la sua Firenze dalla probabile catastrofe della battaglia di Campaldino 1289, dove insieme ai suoi cavalieri Pistoiesi (di cui era Podestà), caricò il nemico all’urlo “se quest’oggi perderemo io voglio morire con i miei cittadini! se vinciamo sarò a Pistoia ad aspettarvi” , questa frase nasce dal fatto che Firenze diede l’ordine imperativo di non intervenire nella battaglia, pena la morte.
    vi fossero ancora uomini di tale tempra, darebbero Esempio!

  2. il Gran Diavolo mi ricorda molto un suo avo concittadino: Corso Donati, Eroe di Campaldino e gran furia per coraggio e temperamento!
    Gran Articolo, non vedo l’ora di leggere il libro “i signori dell’acciaio”

  3. per chi non lo sapesse, la mammina era quella che, al posto del marito occupato in altra sede, dirigeva la difesa del castello familiare. quando i nemici portarono alcuni dei suoi figli di fronte alle mura , con il grido camorristico : “o molli la rocca o i tuoi figli mollano la vita”, lei rispose togliendosi l’acciaio e il lino, mostrando il basso corpore vili gridando : “se mi uccidete questi, credete che non riesca a produrne altri!?!”

    com’è difficile esser tenero con mammina!

    http://www.danielacavini.eu/caterina-lultima-tigre-del-medioevo/

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