La Morte di Carlo XII di Svezia: un Caso Irrisolto

È la sera del 30 novembre 1718, all’incirca le nove. Il re Carlo XII di Svezia sta supervisionando lo scavo di una nuova linea di trincee, con lo scopo di avvicinare il suo esercito alla fortezza di Friedrikshald.

Questo articolo mi è stato inviato da uno studioso, Paolo De Montis, che si è preso la briga di scriverlo senza avere alcuna certezza di essere pubblicato. Mi permetto di proporvelo qui per due ragioni. (I) le mie competenze storiche, salvo alcuni argomenti (vedi storia della medicina), si fanno più rarefatte mano a mano che mi inoltro nel XVII secolo; dubito, quindi, che ci saranno miei articoli sul periodo che va dal XVIII secolo ad oggi. (II) l’articolo di Paolo De Montis è appassionante e cerca di fare luce su un evento che ha segnato, nel bene o nel male, la storia del nord Europa. Buona lettura.

È una serata buia e nebbiosa, ma le “bombe di luce” (la versione settecentesca delle star shells) e le torce di pece sulle mura della fortezza illuminano abbastanza da permettere a una sentinella qualunque di scorgere i movimenti all’interno delle trincee. La postazione svedese è effettivamente nel raggio dei moschetti nemici, di Friedrikshald e forse delle fortezze vicine di Mellembierg e Overbieg.

Lo scopo del re è solo uno: catturare la fortezza per invadere con successo la Norvegia, in quel periodo parte del regno di Danimarca, e poter così ottenere una sorta di compensazione alle perdite dei territori baltici, conquistati dai russi.

La Svezia in Guerra
Al tempo la Svezia era coinvolta nella Grande guerra del Nord, un conflitto iniziato nel 1700 con l’invasione congiunta da parte di Russia, Polonia-Lituania, Sassonia e Danimarca dei territori svedesi e del ducato di Holstein-Gottorp. La risposta del giovanissimo Carlo XII alla tripla invasione fu pronta e efficace. La Danimarca fu costretta alla resa in poche settimane, i russi furono pesantemente sconfitti a Narva (19 novembre 1700) e la Polonia venne occupata militarmente. Non pago dei successi ottenuti e per rispondere all’occupazione dei territori baltici, re Carlo invase la Russia nel 1708. L’invasione si rivelò un disastro, con l’esercito di re Carlo, pesantemente decimato dalla fame e dal freddo, sconfitto in maniera definitiva a Poltava (27 giugno 1709). La disfatta del re spronò Danimarca e Polonia a riaprire le ostilità contro la Svezia, Prussia e Gran Bretagna ad unirsi alla coalizione anti-svedese. Il conflitto andò avanti fino al 1721 e si concluse con la spartizione da parte dei coalizzati delle province dell’impero svedese.

Re Carlo si trova a poco più di un metro di distanza dal luogo degli scavi, all’interno della ‘vecchia’ linea di trincee. Ha la testa sopra il parapetto, con il gomito sinistro sulla parte superiore della struttura e la guancia appoggiata alla mano sinistra. Da lì assiste al progredire dei lavori. È allora che viene colpito in testa da un proiettile, che lo uccide sul colpo. Della natura e provenienza di questo proiettile avremo modo di parlare più avanti.

Alla scena assistono tre testimoni certi, tre ufficiali che stavano operando in prossimità del re: il colonnello Philippe Maigret, un certo Friedrich von Kaulbars, di provenienza baltica , e il tenente Bengt Vilhelm Carlberg. Tutti e tre sono d’accordo sul da farsi, nascondere la morte del re per non far crollare il morale dell’esercito. Così operano in collaborazione con gli altri ufficiali di stato maggiore, e, per celarne l’identità, avvolgono il corpo di Carlo in un mantello sul corpo di Carlo.

Presto a loro si aggiunge un altro ufficiale, l’aiutante-generale Andrè Sicre, francese come Maigret. È lui a completare l’opera di occultamento, mettendo la sua parrucca e il suo cappello sulla testa del sovrano. Celato in tal modo, il corpo viene trasferito al quartiere generale di Tistedalen dagli uomini di Carlberg. Il vero cappello che indossava il re, perforato dal proiettile, viene preso da Sicre. Qualche ora dopo, lo mostrerà a Federico di Assia-Kassel, cognato di Carlo e futuro re di Svezia, come testimonianza dell’accaduto.

Il re defunto non aveva né moglie né tantomeno figli, così ad ereditarne il trono fu la sorella, Ulrica Eleonora. La regina, due anni dopo, abdicò a favore del marito, Federico. Nel frattempo il Paese stava andando incontro a profondi cambiamenti. La fine della Grande guerra del Nord nel 1721 ne sancì la fine come impero e grande potenza internazionale. La morte del re inaugurò una nuova era della storia politica svedese, l’epoca delle libertà (Frihetstiden in svedese), contraddistinta dalla perdita di quasi tutto il potere della monarchia a favore del parlamento.

l’Epoca delle Libertà
Si definisce Epoca delle libertà quel periodo della storia svedese, iniziato nel 1718 e conclusosi nel 1772, in cui il potere politico in Svezia fu esercitato dal parlamento e da un organo di funzionari detto Il consiglio di regno. In tale contesto, la monarchia venne relegata ad un mero ruolo istituzionale, finché nel 1772 il re Gustavo III non prese il potere con un colpo di stato incruento. Come conseguenza del golpe, il potere del parlamento fu drasticamente ridotto e il consiglio di regno (divenuto consiglio di stato) perse gran parte della propria indipendenza.

È così che ha inizio una controversia destinata a protrarsi fino al XX secolo in Svezia. Re Carlo fu  vittima di un’azione nemica o di un uomo del suo seguito?

Guardando la vicenda, sembra ci sia poco da discutere. Si trattò di un colpo sparato da un difensore di Friedrikshald. O così pensavano gli ufficiali svedesi che servivano quel giorno.

Dell’evento ci sono tre resoconti, uno ad opera del colonnello Maigret, un altro del tenente Carlberg e un terzo anonimo. Su chi sia stato a scrivere il terzo resoconto si è molto discusso, finché l’ipotesi che fosse di von Kaulbars venne sostenuta con buoni argomenti da Nils Ahlund, il più grande storico svedese del XX secolo, nel 1941.

Tutte e tre le testimonianze non considerano nemmeno l’ipotesi di un omicidio.

Eppure:

La prova dei tre testimoni non fu conosciuta dai contemporanei: solo mezzo secolo dopo stralci della storia di Carlberg divennero disponibili; quasi un centinaio d’anni dopo quella di Maigret fu data alle stampe, mentre il resoconto dell’anonimo dovette attendere la pubblicazione fino al tardo 1898.

(Michael Roberts, From Oxenstierna to Charles XII – Four studies, Cambridge University Press]

Il sospetto che re Carlo sia stato assassinato si diffonde molto presto nella Svezia del tempo. Ne parlano i soldati svedesi tornati a casa, affermando che solo una circostanza straordinaria avrebbe potuto strappare la vita a quel sovrano, che era scampato ad ogni tipo di pericolo sui campi di battaglia. Quello dell’omicidio è un sospetto che aleggia anchenell’orazione funebre di Olaus Rudbeckius il Giovane (1660-1740).

Il medico tedesco Melchior Neumann, a cui fu dato l’incarico di imbalsamare il corpo del re, ebbe modo di annotare un sogno indicativo dei pensieri dell’epoca. Nel sogno, il re si risvegliava dalla morte e diceva, al medico intento ad imbalsamarlo: “Sarai testimone di come mi hanno sparato”. Alla domanda del dottore se il proiettile assassino fosse arrivato o meno dalla fortezza, la risposta del re fu: ‘No, Neuman; qualcuno si è avvicinato furtivamente a me”.

Prescindendo da quello che è comunque soltanto un sogno, Neuman credeva che l’unico dato certo fosse che il proiettile proveniva da sinistra. La direzione d’origine del colpo è uno dei punti chiave dell’intera vicenda. È stato infatti stabilito che, per l’allineamento delle trincee in relazione alle difese nemiche e alla postura di Carlo al momento della morte, uno sparo proveniente da destra sarebbe certamente arrivato dalle linee svedesi, mentre uno da sinistra avrebbe lasciato aperte entrambe le possibilità, morte per mano di un nemico o di un assassino. Fatta questa dovuta considerazione, è evidente come per Neuman l’unica presunta certezza (proiettile da sinistra) non escludesse né l’una né l’altra.

Se accettiamo il presupposto che quello di Carlo fu un omicidio, quale potrebbe essere il movente? E chi i sospettati?

Partiamo dal movente. Negli ultimi anni di vita di Carlo, la questione della successione reale si era fatta sempre più accesa. Come detto sopra, non aveva moglie né  figli. Oltretutto, il prendeva parte alla battaglie in modo temerario, cosa che autorizzava i più a credere nella possibilità di una suo decesso sul campo.

Una tale eventualità lasciava aperta la successione di due parenti prossimi del re. Da una parte Carlo Federico di Holstein, figlio della sorella maggiore di Carlo; dall’altra la sorella minore, Ulrica Eleonora, sposata con Federico di Assia-Kassel. Il problema della successione divise il mondo della politica svedese tra holsteniani, sostenitori di Carlo Federico, e assiani, fedeli all’altro Federico.

La nomina a primo ministro del barone Görtz, holsteniano convinto, nel 1716, fu un duro colpo per gli assiani. Görtz, nei mesi precedenti alla morte del re, stava abbozzando dei negoziati di pace con la Russia, ancora in guerra con la Svezia. Negoziati che avrebbero potuto essere sigillati con un matrimonio tra Carlo Federico e la figlia dello zar Pietro, Anna. Inutile dire che gli assiani temevano enormemente, come conseguenza del possibile matrimonio, il supporto russo alla causa holsteniana.

Nel novembre del 1718 i negoziati con la Russia, interrotti precedentemente, furono ripresi sulle isole di Åland. Si sarebbe potuti arrivare ad una svolta, ma il barone Görtz fu arrestato il 31 novembre, il giorno successivo alla morte del re, da Federico di Assia, e giustiziato tre mesi dopo.

Un’altra prova interessante, che denota l’esigenza degli assiani di non farsi trovare impreparati dinanzi all’evolversi della situazione, è un memorundum scritto nel maggio del 1718. Fu redatto da un consigliere assiano, su richiesta di Federico, per Ulrica Eleonora. Si proponeva di fornire un dettagliato piano nel caso di improvvisa morte di re Carlo.

Ipotizzando quindi Federico e Ulrica Eleonora come possibili mandanti dell’omicidio, risulta comprensibile la candidatura di Andrè Sicre a regicida. Questo perché Sicre era un agente assiano, un uomo che operava al servizio di Federico. Chi meglio di lui avrebbe potuto svolgere il ruolo di sicario?

Eppure non è soltanto la logica a supportare il sospetto su Sicre. Nella primavera del 1723, il francese si ammalò seriamente a Stoccolma; caduto in uno stato di delirium tremens, aprì la finestra della sua stanza e dichiarò ad alta voce di essere stato lui ad assassinare il re. Confessione o delirio?

Cinque anni dopo, Olof Dagström, un ex soldato svedese caduto in disgrazia e divenuto un fanatico religioso, asserì che il re fu ucciso da Sicre per ordine di Federico. Egli dichiarò di aver visto una lettera del segretario francese dell’ambasciata di Stoccolma, dove era scritto che re Carlo fu colpito da distanza ravvicinata. Tali dichiarazioni furono pressoché ignorate dalla commissione incaricata di giudicarlo, che lo spedì in un manicomio.

Ancora prima della “vicenda Dagström”, re Federico chiese a Maigret un resoconto sulla morte di Carlo. Questa richiesta, a giudicare dalle risposte del francese, verteva su due domande principali: date le circostanze, la possibilità o meno di un omicidio e l’opinione dell’ufficiale sui sospetti riguardo a Sicre.

Secondo Maigret non c’era possibilità che si fosse trattato di omicidio: il proiettile, valutato delle dimensioni di un grosso uovo di piccione, non poteva provenire da un’arma portatile. Per quanto riguarda Sicre, egli credeva che il suo connazionale fosse stato vittima di una campagna diffamatoria.

A Federico bastò la risposta di Maigret per chiudere la vicenda. Il problema è che quest’ultima rimase confidenziale fino al 1817, così voci e sospetti su Sicre continuarono a susseguirsi nel corso dei decenni.

A questo punto qualcuno potrebbe pure pensare che re Federico avesse tutto l’interesse ad insabbiare la vicenda, legato com’era il nome di Sicre al proprio. Nel 1940 lo storico Carl-Fredrik Palmstierna sostenne la tesi che gli agenti di Federico, durante il processo contro Dagström, fecero di tutto per insabbiarne le dichiarazioni circa la distanza ravvicinata del colpo che stroncò la vita del re. Tale tesi fu confutata da Nils Ahlund, che rivelò come quelle di Palmstierna fossero tutto congetture senza prove.

In verità, molte delle accuse rivolte a Federico, a Sicre e agli assiani, le aveva già trattate un altro storico svedese, Stig Jägerskiöld, qualche anno prima di Palmstierna. Jägerskiöld, servendosi di materiale proveniente dagli archivi assiani, dimostrò come Federico e il suo ‘partito’ considerassero tutt’altro che favorevole la possibilità della morte di Carlo. Anzi, tra di loro circolava il sospetto che il barone Görtz incoraggiasse la campagna norvegese del re, nella speranza che cadesse sul campo di battaglia.

Il memorandum redatto nel 1718 per Ulrica Eleonora non era stato l’unico: nel 1715 ne era già stato compilato uno. La redazione di tali documenti sembra legarsi ad una sola esigenza: la preparazione ad un possibile evento negativo per la causa di Federico. Gli assiani infatti temevano un attacco del partito costituzionalista all’assolutismo monarchico.

Come abbiamo già visto, la minaccia divenne realtà, e, insieme a Carlo XII morì anche la monarchia assoluta. Fin dagli inizi della sua storia, la Svezia ebbe una solida base costituzionalista: le azioni del monarca venivano controllate e spesso consigliate dai rappresentati degli stati, su cui spiccava naturalmente quello dei nobili, riuniti nel riksdag (il parlamento svedese). Questo equilibrio tra la figura del monarca, del riksdag e del consiglio di stato – un altro organo inteso a sostenere e a controllare le azioni del re – fu compromesso nel 1680, quando il padre di Carlo XII, Carlo XI, emancipò la corona da quasi ogni dovere nei confronti di dette istituzioni. Ebbe così inizio il periodo dell’assolutismo monarchico e l’opposizione costituzionale non poté che tacere, giacché in un primo momento questo coincise con un periodo di ritrovata prosperità per la Svezia.

Inutile dire che la situazione era totalmente cambiata nel 1718, con una guerra che perdurava da 18 anni e aveva privato la Svezia di gran parte delle risorse, economiche e umane. Re Carlo e il barone Görtz erano così divenuti l’emblema di un ‘regime’ tirannico, che non soltanto aveva soffocato le vecchie libertà costituzionali, ma aveva pure permesso che la catastrofe si abbattesse sul Paese.

È lecito pensare che i veri mandanti dell’omicidio di Carlo non fossero tanto Federico e i suoi sostenitori, quanto i costituzionalisti, desiderosi di abbattere il ‘tiranno’ e porre fine alla monarchia assoluta. In fondo furono loro a trionfare e fu proprio il parlamento a ritrovare il potere perduto, mentre a Federico fu riservata una carica che era stata spogliata di quasi ogni autorità effettiva, portatrice più d’onore che non di autorità.

L’opinione di Jägerskiöld, ma anche di altri storici svedesi, è che il movente costituzionalista sia quello più probabile, prendendo sempre per certo che Carlo sia stato assassinato.

Sicre, aldilà di tutto, non è stato il solo ‘sospettato’ dell’omicidio. Dalla metà del XVIII secolo cominciò a girare un nuovo nome sospetto: quello del maggior generale Carl Cronstedt, non un soldato di ventura straniero, bensì uno svedese che aveva partecipato praticamente a tutte le guerre di re Carlo. Tra il 1751 e il 1759 Fredrik Axel von Fersen, scrittore del prezioso Historiska Skrifter (pubblicato postumo nel 1867), udì una voce secondo cui Cronstedt in punto di morte avrebbe confessato ad un famoso teologo pietista, Tollstadius, di aver assoldato un soldato di nome Magnus Stierneroos per uccidere il re. Lo stesso Fersen in seguito si confrontò con Tollstadius, che smentì tutto categoricamente.

Nonostante la smentita del teologo, la storia della confessione di Cronstedt si diffuse e assunse man mano varie mutazioni. Tutti aneddoti e nessuna prova scritta, almeno fino al 1837. Quell’anno Per Wieselgren, alle prese con i vasti archivi della famiglia De La Gardie, ritrovò una nota scritta nell’agosto 1799 da Jacob De La Gardie, che riportava la storia della confessione di Cronstedt.

Ciò che differenzia tale versione da tutte le altre è la pretesa di riportare un documento attribuito al Tollstadius stesso, ritrovato tra le sue cose dopo la morte. Il documento, prima di finire perduto per sempre, sarebbe stato visto dal barone Balte Ramel, che ne avrebbe fatto un riassunto. Quest’ultimo sarebbe stato copiato da Jacob De La Gardie e inserito negli archivi di famiglia.

La ‘prova’ di Wieselgren fu privata di ogni valore da C. Paludan-Muller, uno storico danese, nel 1846. Egli espose a una serrata critica il documento, dimostrando come fosse soltanto un falso.

Un altro punto che contribuì ad acuire i sospetti su Cronstedt fu la sua appartenenza al partito assiano. Appartenenza che, come abbiamo visto prima seguendo gli studi di Jägerskiöld, significava poco e nulla.

In questa prima parte abbiamo fatto un po’ di luce sui moventi del possibile omicidio di re Carlo, riportando anche parte della documentazione sui due personaggi sospettati del misfatto. Ci sembra utile ricordare che tale documentazione contiene nulla di più che sospetti, giacché nessuno di questi documenti, se utilizzato come prova definitiva sulla morte di Carlo XII, ha retto alla critica degli storici.

Ora ci concentreremo sulla parte tecnica e esporremo i risultati delle ricerche scientifiche per offrire un quadro più completo della situazione. Che re Carlo sia stato assassinato o meno rimane una questione aperta, ma se non altro i dati che forniremo ci aiuteranno a rendere un po’meno nebulose le circostanze della sua morte.

I vari sospetti sulla natura della morte di re Carlo portarono ad una prima riesumazione e autopsia del corpo nel 1746. Pare che l’iniziativa fosse dovuta alla regina Lovisa Ulrika, assertrice convinta della teoria dell’omicidio. L’autopsia fu condotta in maniera superficiale e senza grande perizia, eppure sembrò giungere ad un punto certo: la provenienza del colpo fatale da destra.

A tale affermazione si giunse dalla constatazione che il foro sulla parte destra del cranio era più piccolo di quello sulla parte sinistra. Al tempo era un fatto accettato che il foro d’uscita di un proiettile fosse più grande del foro d’entrata. Insomma, le conclusioni dell’autopsia del 1746 davano a intendere che re Carlo fosse stato assassinato.

Una seconda esumazione avvenne nel 1799, ma per un motivo piuttosto bizzarro e poco attinente al nostro tema: soddisfare la curiosità di re Gustavo Adolfo IV sulla presunta verosimiglianza o meno del ritratto di Carlo fatto da David Kraft.

Nonostante la superficialità con cui condotta, le conclusioni dell’autopsia del 1746 furono accettate per quasi un secolo. Fu soltanto nel 1859 che ne fu svolta una seconda, su richiesta dello storico Anders Fryxell. A condurla, nella giornata del 31 agosto, furono un chirurgo, un anatomista e un medico di corte. Essi stabilirono che il re fu colpito dalla lunga distanza, da un proiettile di moschetto o di un colpo a mitraglia proveniente da sinistra. Praticamente un verdetto che ribaltava totalmente quello del 1746.

Sta di fatto che il modo con cui venne condotta l’autopsia fu quantomeno discutibile, come molti contemporanei non mancarono di segnalare. Il rapporto finale differiva dalle note prese sul posto al tempo dell’esaminazione. Senza contare che, nel calcolare la grandezza della ferita mortale, si era fatta grande confusione tra misure decimali e non decimali.

Qualche maligno ipotizzò che i risultati fossero stati pilotati. In realtà è facile immaginare che i medici che la condussero fossero stati inconsciamente condizionati dall’opinione generale del tempo. Proprio nel 1859 era salito al trono Carlo XV, un uomo dai tratti cavallereschi e dalle notevoli abilità, idoneo, secondo l’opinione pubblica, a vendicare la disfatta svedese nella Grande guerra del Nord. La sua incoronazione risvegliò un diffuso sentimento patriotico e anti-russo. Conseguenza di tale sentimento fu la rivalutazione della figura di Carlo XII: non più tiranno o artefice della rovina, ma eroe morto per difendere la patria.

D’altronde ogni epoca storica ha una propria misura delle cose. Gli uomini dell’Età delle libertà avevano una visione contrastante nei confronti di Carlo: aborrivano di certo il suo assolutismo, ma d’altra parte non potevano negare come avesse combattuto fino alla morte da eroe. Gli hattarne (i ‘cappelli’), filo-francesi e anti-russi, lo ammiravano molto. Oltretutto, in quanto diretti discendenti degli holsteniani, non mancavano di rispolverare la teoria del regicidio per mano degli assiani. I mössorna (i ‘berretti’), convinti assertori di una politica pacifista con la Russia, lo valutavano con molto più distacco e freddezza.

Gustavo III, il re che reinstaurò l’assolutismo nel 1772, lo considerava un modello. Non è difficile capirne il motivo: il colpo di stato incruento del 1772 rappresentava una sorta di vendetta per il 1719. Gustavo si riteneva erede diretto di Carlo nella lotta contro le forze costituzionaliste e con quest’ultimo condivise la fine violenta. Che Carlo fosse caduto per mano di una cospirazione aristocratica, come nel caso accertato di Gustavo, fu invero una suggestione condivisa da molti degli uomini della tarda epoca gustaviana.

Nel 1859 le cose erano molto cambiate: non era più questione di partiti opposti, il sentimento nazionale accomunava praticamente tutti. Re Carlo non poteva essere stato vittima di un altro svedese. Non un assiano né un costituzionalista, solo un nemico poteva aver posto fine alla vita del grande eroe nazionale.

La terza e ultima autopsia sul corpo di re Carlo fu fatta nel 1917. Venne svolta con le maggiori tecnologie del tempo e fu presieduta dal medico e professore Adolf Henrik Algot Key-Åberg. Il team di scienziati coordinato da quest’ultimo lavorò senza sosta e alla fine stabilì un verdetto. Decretò che il proiettile fatale era sferico, di ferro o piombo, tra i 18 e i 20 mm, dimensione che escludeva un proiettile di pistola, ma non di moschetto. Per quanto riguarda la provenienza, il colpo era senza dubbio arrivato da sinistra, colpendo il re alla massima velocità. Nulla di quanto analizzato suggeriva la possibilità che fosse stato esploso da breve distanza.

Il team di esperti si fermò qui e non si azzardò a dare un giudizio sulle modalità della morte di re Carlo, anche perché i dati raccolti di fatto non escludevano nessuna delle possibilità e lasciavano la questione quanto mai aperta. Negli anni successivi vennero portarti avanti nuovi tipi di studi, nella speranza che potessero dare una risposta certa o quasi certa sulla questione.

Negli anni 30 del ‘900 gli studi topografico-balistici arrivarono ad una svolta grazie al lavoro del generale norvegese Bruusgaard. Di stanza a Friedrikshald egli, con ogni probabilità, riuscì ad individuare il punto in cui erano ubicate le trincee svedesi nel 1718. Le sue conclusioni furono che, nel punto in cui trovava, re Carlo era a perfettamente a portata di moschetto nemico. Dunque, la possibilità di un colpo di moschetto non era necessariamente legata a quella di un omicidio.

Nello stesso periodo il dottore Gustaf Hultkvist svolse delle ricerche specifiche sulla natura della ferita sul cranio del re. Egli giunse alla conclusione che, dall’entità del danno, un colpo di moschetto nel raggio di 25 metri dall’obiettivo era praticamente impossibile.

I dati emersi nelle ricerche degli anni ’30 sembravano poter chiudere una volta per tutte la vicenda, togliendo quasi ogni appiglio alla teoria dell’omicidio. Sembravano, perché proprio in quegli anni delle nuove ricerche, condotte dal dottor Albert Sandklef, portarono la controversia ad un punto mai raggiunto fino ad allora.

Albert Sandklef era intendente del Varberg Folk Museum, un museo specializzato nella raccolta e riproduzione di racconti e memorie della regione. Nel corso della vita egli aveva raccolto vari tradizioni concernenti la figura e la morte di Carlo XII. Alcune di queste si concentravano sul fatto che il sovrano fosse praticamente invulnerabile a ogni tipo di proiettile ordinario. Altre asserivano che il re fu colpito e ucciso da un proiettile ‘speciale’, variabilmente descritto come una pallottola d’argento o un bottone proveniente da un suo soprabito.

La prima cosa che ebbe da notare Sandklef è che gran parte di tali tradizioni si concentravano nelle province che i soldati svedesi avevano attraversato per tornare a casa, in seguito alla morte di re Carlo. Ricorrevano per lo più nei paesi di Öxnevalla e Horred nel Västergötland. In particolare le versioni di Öxnevalla presentavano un curioso seguito. Narravano come, dopo aver colpito a morte il re, il proiettile speciale fosse stato raccolto e custodito da un soldato originario del villaggio.

Nel 1922 un tale di nome August Carlson rivelò a Sandklef ulteriori particolari sulla tradizione. Egli affermò che il soldato, una volta ritornato al villaggio, avrebbe mostrato orgogliosamente il proiettile al parroco locale. Reguardito da costui, lo avrebbe in seguito gettato in una cava di ghiaia di Deragård. Un altro signore intervistato da Sandklef affermò che tale soldato si chiamava Nordstierna.

Il 25 maggio 1932 il dottor Sandklef ricevette al museo una visita molto importante, da un certo Carl Hj.Andersson, il maniscalco di Horred. Egli portò con sé un oggetto di sfera metallica, fatto di due semisfere di rame riempite di piombo e saldate insieme. Munito di quella che sembrava una cruna, presentava su un lato i segni di un impatto con una roccia.

Foto scattata durante l’ultima autopsia di Carlo XII

Andersson asserì di averlo trovarlo nel vialetto del giardino di casa, dopo averci sparso la ghiaia. E, caso incredibile, quest’ultima proveniva dalla cava di Deragård. Il maniscalco era convinto di aver ritrovato il bottone-proiettile descritto dalle tradizioni inerenti alla morte di re Carlo. Pure Sandklef lo era, talmente tanto che sul bottone di Andersson basò tutta la sua ricerca.

In primis, lo studioso di folclore indagò sulla natura del bottone, un oggetto piuttosto inusuale per la Svezia del tempo. Mostrandolo a vari studiosi, ottenne l’impressione che fosse di origine turca. Tale impressione risultò significativa, dato che un disegno di re Carlo ad opera di Axel Löwen, eseguito durante la ‘cattività turca’, lo mostrava con dei bottoni sul panciotto molto simili all’oggetto di Andersson. Non è tutto. Consultando i ruolini reggimentali del tempo, Sandklef scoprì che il soldato stanziato nella zona si chiamava proprio Nordstierna.

La cattività turca
In seguito alla sconfitta di Poltava del 1709, Carlo XII e parte del suo seguito ripararono nei territori dell’impero ottomano. Il re fu accolto con tutti gli onori del caso dai rappresentanti del sultano e si stanziò nei pressi di Bender, nell’odierna Moldavia. Il sovrano di Svezia ebbe parte integrante negli intrighi di palazzo che portarono alla guerra russo-turca del 1710-1711. Furioso per la conclusione prematura del conflitto, re Carlo divenne presto un ospite indesiderato per il sultano. Nel 1713 fu assediato e arrestato, non prima di aver passato a fil di spada una decina di soldati turchi. Soltanto un anno dopo il re fu libero di tornare in patria. Cavalcando mezza Europa, riuscì a raggiungere Straslund sulla costa baltica (oggi Germania, al tempo parte dei domini svedesi) nel novembre del 1714. La città era assediata dalle forze congiunte russe, prussiani e danesi, ma l’arrivo del re diede nuova linfa agli assediati, che resistettero per un altro mese alla cattura.]

Il caso sembrava davvero chiuso e Sandklef, il 20 aprile 1940, poté annunciare in radio la scoperta al pubblico. Ben presto i suoi studi divennero il centro di gravità attorno a cui si riunirono altri studiosi nel novero degli scettici sulle conclusioni delle ricerche di Brusgaard e Hultkvist. Fu così che, nell’autunno del 1940, fu pubblicato Carl XII:s död, un’opera nata dai loro sforzi congiunti. Ogni studioso ne aveva scritto una sezione, dedicata ad un particolare argomento. Oltre naturalmente a Sandklef, ad argomentare le proprie ricerche e critiche ai predecessori c’erano lo storico Carl-Fredrik Palmstierna, il tenente Nils Strömbom e il dottor Sam Clason.

Tra i vari contributi risultò molto interessante quello di Clason. In seguito ad alcuni esperimenti fatti con i moschetti dell’epoca, egli scoprì che i proiettili di questi lasciavano sempre tracce di piombo sulla ferita, cosa non riscontrata nell’autopsia del 1917. Rimanevano così solo due possibili tipi di proiettile: di ferro (di un colpo a mitraglia o di falconetto) o altrimenti un esemplare ‘speciale’, qualcosa di fuori dall’ordinario. Facendo altri esperimenti, Clason arrivò ad affermare che l’impossibilità di un proiettile di ferro. Ma quest’ultima affermazione, a differenza della prima, fu contestata. Motivo della contestazione fu l’uso nelle dimostrazioni di cartucce con grammi inferiori a quella regolamentare da 16.

Al tempo le tesi di Sandklef riscossero molto successo, ma anche non poco scetticismo. Quest’ultimo fu incarnato alla perfezione da Nils Ahnlund. Egli, pur rispettando molto il folclore, non credeva nella validità della tesi sul bottone-proiettile ed ebbe occasione di confutarla quasi totalmente, quando la Karolinska Förbundet, un’associazione di studi dedicata al periodo carolino della storia svedese (1654-1718), gli commissionò un volume sul tema (uscito nel 1941 con il titolo ‘Sanning och sägen om Karl XII:s död’).

Affiancato nella stesura dai già citati Jägerskiöld e Hultkvist, lo storico svedese, con un’accurata critica delle fonti, provvide a mettere la pietra tombale su molte questioni parzialmente ancora aperte. Riprendendo gli argomenti di Jägerskiöld e C. Paludan-Muller, confutò in maniera definitiva le teorie che circolavano su Sicre e Clason, riprese su Karl XII:s död da Palmstierna.

Sciolti quei nodi, poté dedicarsi alla tesi di Sandklef. Iniziò raccogliendo le tradizioni popolari usate da quest’ultimo e le divise in due tipi. Quelle del primo, legate alla presunta invulnerabilità di re Carlo e all’uso del proiettile magico, erano molto comuni non solo a Öxnevalla e Horred, ma anche in altre regioni della Svezia. Invece quelle del secondo, inerenti alla raccolta del proiettile e alle vicende successivo, risultavano solo da Carl Hj.Andersson. Ahnlund infatti scoprì che il signore il quale aveva fatto a Sandklef il nome di Nordstierna nel 1939, nel 1935 gli aveva raccontato una versione totalmente differente della storia. Non sarebbe un fatto così sconcertante, se non fosse che costui ricevette una visita di Andersson il giorno prima di venire intervistato per la seconda volta.

È lecito pensare che anche August Carlson, l’altro informatore di Sandklef, fosse stato vittima dell’opera di convincimento di Andersson. D’altronde, una ricerca svolta nel 1941 da Stina Christensson, nativa di Öxnevalla, rivelò che su 28 abitanti del paese tra i 51 e gli 87 anni, soltanto due avevano udito della vicenda del soldato di Öxnevalla e nessuno quella del bottone-proiettile gettato nella cava. Questo prima che Andersson portasse a Sandklef l’oggetto in questione.

Lo stesso maniscalco di Horred, secondo la ricostruzione di Ahnlund, avrebbe più volte dato versioni contraddittorie circa la data della scoperta e il luogo di ritrovamento. Inoltre lo storico svedese scoprì che Nordstierna non era che il cognome affibbiato per convenzione ai soldati che si susseguirono stanziati nella zona di Öxnevalla, un cognome tutt’altro facile da dimenticare.

Insomma, Ahnlund nelle pagine del volume della Karolinska Förbundet tolse quasi ogni appiglio e credibilità alla tesi del bottone-proiettile. Dopo di lui, l’oramai secolare diatriba sulla morte di re Carlo andò man mano scemando. D’altronde la controversia andava avanti da tre secoli, senza che nessuno fosse riuscito a dare un giudizio definitivo.

Certo, diatribe di vario tipo, come quella tra Hultkvist e Clason, continuarono ad esserci, ma rimasero confinate ad un campo strettamente scientifico, senza tra l’altro che ne uscissero dati certi. Al tempo la storiografia svedese stava profondamente cambiando; dalla prospettica sulle personalità si stava passando progressivamente alla prospettica sul periodo. Senza contare che si era fatta finalmente una scelta: accettare di non poter dare un giudizio definitivo sulla vicenda della morte di re Carlo. Così gli sforzi degli storici andarono a concentrarsi su altri argomenti.

Soltanto negli ultimi anni è riaffiorato interesse nei confronti della secolare controversia. Risulta molto interessante a questo proposito uno studio intrapreso nel 2001 dalla dottoressa Marie Allen dell’università di Uppsala. Oggetto della ricerca fu il famoso bottone di Andersson. La studiosa recuperò dall’oggetto due tracce di DNA, una delle quali è presente soltanto nell’uno per cento della popolazione svedese. Quest’ultima aveva la stessa e identica sequenza di un’altra ritrovata nei guanti insanguinati che il re indossava al momento della morte.

Quella della Allen è una scoperta molto interessante che, oltre a ridare nuova linfa alle tesi di Sandklef, apre un dibattito sulla possibilità di una nuova autopsia sul corpo di re Carlo. È pensabile che i mezzi scientifici sviluppatisi dalla metà del secolo scorso possano chiarire alcuni aspetti mai risolti. Così le analisi sopracitate potrebbero aprire la strada ad un nuovo tipo di ricerche sulla controversia. Se sarà così, non ci faremo scrupoli a rispolverare questo articolo e a integrarlo con nuove informazioni.

Per ora siamo costretti a chiudere qui. L’esigenza di un’esposizione il più possibile lineare e chiara per tutti ci ha permesso di affrontare soltanto i punti più importanti della controversia. Comunque, per chi volesse approfondirla, consigliamo l’opera From Oxenstierna to Charles XII: Four Studies dello storico inglese Michael Roberts, la fonte primaria di questo articolo. Molto interessante, per chiunque sapesse lo svedese e riuscisse a procurarselo, il volume della Karolinska Förbundet ad opera di Nils Ahnlund, Sanning och sägen om Karl XII:s död.

L’augurio è che un giorno nuove ricerche possano gettare luce su quello che è uno dei più grandi, se non il più grande, mistero della storia svedese.

9 pensieri riguardo “La Morte di Carlo XII di Svezia: un Caso Irrisolto

  1. I miei complimenti al signor de Montis. L’articolo è interessante ed ho apprezzato il tono thrilleresco impresso in diversi passaggi.

    La lettura mi ha poi portato alla dolorosa constatazione di come sia trascurata la storia dell’Est, e del Nord Europa, nelle nostre scuole.

    1. Nelle scuole non si può mica insegnare tutto, la storia è una materia immensa e gli studenti hanno solo 2 ore la settimana per studiarla, quindi bisogna per forza di cose scegliere cosa insegnare.

      1. Nelle scuole non si può mica insegnare tutto, la storia è una materia immensa e gli studenti hanno solo 2 ore la settimana per studiarla, quindi bisogna per forza di cose scegliere cosa insegnare.

        Con risultati entusiasmanti.

  2. Complimenti al signor De Montis per l’articolo. E ringrazio Zweilawyer per tutti gli articoli che pubblica, il mio commento di prima era una risposta al commento di Ishamael.

  3. Ho trovato questo articolo molto interessante, e ricco di particolari. Sembra quasi di leggere un libro thriller…bravissimo!!!
    Adoro cercare di risolvere casi irrisolti attraverso la storia e le indagini forensi. Ho provato anch’io a scrivere articoli su queste tematiche e devo ammettere che non è per nulla facile.

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