Storia della Marina Pontificia nell’VIII Secolo

Le vicende relative alla “marina pontificia” nell’VIII secolo, termine forse troppo istituzionale ma che ben identifica l’oggetto dell’articolo, sono legate indissolubilmente a quelle di una città poco distante da Roma: Centum Cellae (oggi conosciuta come Civitavecchia).

Già Procopio narra l’importanza strategica della città, che i Romani d’Oriente strappano dalle mani dei Goti nel 538. In quel periodo, Civitavecchia è ancora un centro abitato popoloso (μεγάλη καὶ πολυάνθροπος) e dotato di un porto fondamentale per i traffici commerciali nel Tirreno.

Questo articolo guarda ancora una volta a una monumentale opera del passato, Storia della Marina Pontificia, redatta dal Guglielmotti nella seconda metà del XIX secolo. Lo fa con il rispetto che i dieci volumi meritano, essendo il frutto di una raffinata e indefessa indagine storica che ha impegnato il Guglielmotti per intere decadi. Uno dei progetti portati avanti qui su Zweilawyer è proprio quello di recuperare i testi storiografici più interessanti, riportandoli in italiano moderno e con link ipertestuali e box di commento che ne rendano più semplice la fruizione.


Nel VII secolo, il porto ha ancora la struttura impostata da Traiano e, stando alla testimonianza di Rutilio Namaziano, si insinua in pieno centro abitato e ha un’isola artificiale che ne protegge l’accesso.

In C. ZACCARIA, L’epigrafia dei porti ( Atti della XVII° Rencontre sur l’épigraphie du monde romain)- Antichità Altoadriatiche LXXIX (79), l’intervento di Maria Grazia Granino Cecere e Cecilia Ricci riguarda proprio il porto di Civitavecchia, descritto come ancora perfettamente funzionante da Rutilio Namaziano nel 417.

Consapevole della necessità di mantenere un controllo saldo su Civitavecchia, il governo di Costantinopoli fa governare la città da un Conte (comes), capo della guarnigione lì presente, che a sua volte fa riferimento al reggente del Ducato Romano.

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Un dromone bizantino

Nell’anno 727, poco dopo l’emanazione, da parte Leone l’Isaurico, imperatore d’Oriente, del famoso decreto contro il culto dello sacre immagini, le città italiane sottoposte alla sua autorità (fra cui Civitavecchia) si ribellano. Papa Gregorio II non accetta che i magistrati imperiali possano sottrarre le immagini sacre e bruciarle, ed incita gli abitanti dell’Esarcato a non seguire le direttive imperiali. Il ducato Romano si sottomette spontaneamente, al governo papale.

Per via di questo fatto iniziamo a trovare la città fra quelle sottoposte alla giurisdizione papale. Gregorio III, nell’anno 740, si rivolge ai Civitavecchiesi e li esorta a riparare le muraglie e le torri per difesa della patria, del porto e delle loro navi. Parimenti, lo stesso Pontefice ordina a Roma lavori di fortificazione e di restauro delle mura; facendosi da ciò manifesta non solo l’interesse del nuovo pontefice, ma anche i danni patiti dalla fine del V secolo.

Le prime cure del Pontefice, ripartite tra Civitavecchia e Roma, dimostrano ab antico come la prima fosse vista come naturale sostegno della seconda e sua prima barriera difensiva. Dal loro simultaneo rafforzamento si fa palese che nella metà dell’ottavo secolo entrambe le città sono ancora popolose, poiché sarebbero stati impossibili ed inutili la fatica e il dispendio per la riparazione e costruzioni di torri e fortezze nel caso non ci fossero stati gli operai necessari ai lavori, o gli uomini e capitani preposti alla loro difesa.

L’espansione islamica del VII secolo tocca per la prima volta l’Italia nel 652, quando gli uomini di Mu’awiya ibn Hudayj, veterano della battaglia di Yarmuk, raggiungono e saccheggiano la costa siciliana, riportando in Siria un enorme bottino. La razzia del 669 è ancora più feroce. Questa volta gli arabi arrivano su 200 navi, partite da Alessandria d’Egitto, e saccheggiano Siracusa e dintorni per oltre un mese, trascinando in Egitto migliaia di schiavi e molti beni preziosi. E’ però con la conquista definitiva del Nordafrica bizantino-berbero, alla fine del VII secolo, che gli arabi ottengono delle basi vicinissime alla costa italiana; una condizione strategica che permette loro di lanciare decine di raid sulla terraferma siciliana. In breve tempo, nell’VIII secolo, il Tirreno diventa dominio degli arabi, che oltre a intercettare le navi italiane, puntano spesso agli insediamenti costieri.

Questi racconta che nell’anno 749 re Astolfo dei Longobardi muove da Milano verso Roma, oltrepassa il Tevere, si accampa a Tivoli, e, prima di stringere d’assedio la capitale, spedisce l’avanguardia del duca Grimoaldo a Civitavecchia per chiudere ai Romani la strada dei soccorsi dal mare. La stessa cosa fa poco dopo in Terracina. E’ un segno inequivocabile che le predette città marittime hanno, nell’VIII secolo, una grande efficacia nelle file strategiche delle sue operazioni.

Il fatto è confermato da un antico Cronista che scrive intorno all’anno mille e pubblicato per la prima volta in Germania dal Pertz. Il suo scritto, sebbene risenta della corruzione barbarica che imbastardiva la lingua latina, ha però il pregio di essere la miglior lezione riguardante la storia di quei tempi e particolarmente in relazione alla marina.

Meglio anche dallo stesso Cronista si ricava il novero e l’importanza delle nostre città marinaresche allorché narra gli la preparazione della flotta voluta Carlo Magno. Nel 777 circa, al re franco serve una flotta per poter avere il giusto appoggio nel suo tentativo di conquista della Spagna musulmana (Sulayman al-Arabi, governatore pro-abbasidi di Barcelona, chiede infatti l’aiuto di Carlomagno contro gli Omayyadi di Cordoba) e per avvicinarsi al potenziale marittimo bizantino e saraceno.

A tal proposito il Cronista chiama a rassegna le marittime città che devono fornire navi e soldati al sovrano franco. Dice infatti che non solo dalla Francia e dalla Germania, per ordine di Carlo, devono essere messi in punto imbarcazioni di ogni tipo, ma anche dalle parti d’Italia, cioè dai confini di Venezia e d’Aquileja, dalle città di Ancona, di Rimini e di Ravenna, e da tutti i lidi del mare Adriatico convenire al passaggio uomini e navi.

Similmente da ogni luogo del mar Tirreno, dalla Liguria, Corsica e Sardegna devono radunarsi i bastimenti necessari all’impresa insieme con i Pisani e con i Civitavecchiesi, e dai confini di Roma e dì Napoli. Si può quindi affermare che, nell’ottavo secolo, Ancona, Rimini, Ravenna, Civitavecchia, il Porto romano ed Ostia, mantengono l’esercizio della navigazione, ed hanno numero e qualità di imbarcazioni tale da poter partecipare nella milizia navale alla chiamata di Carlo.

Questo non vuol dire che il governo papale sia dotato, alla fine dell’VIII secolo, di una flotta professionale come quella romana o in senso moderno, ossia dipendente dal solo sovrano la costruzione e per mantenimento.

Anzi una lettera di papa Adriano, ed altri documenti che vedremo, confermano che né il Papa, né l’Imperadore usano tenere un’armata navale professionale, da loro stipendiata e al servizio dello “stato”. Al contrario, danno mandato alle imbarcazioni private delle città marittime, al comando dei governatori del luogo. I bisogni di quei tempi sono molto diversi dai nostri.

Oggi le armate di mare e gli eserciti di terra si mettono in moto con grande spiegamento di uomini e di tutti i mezzi presenti nelle piazze di guerra, nelle caserme, nei parchi e negli arsenali; nell’VIII secolo gli eserciti si formano con la leva di massa, la ferma temporanea, e primariamente con l’apporto dei feudatari e dei loro vassalli. Nel caso della Marina, si procede trasformando i vascelli da trasporto merci in navi da guerra.

Ogni bastimento da remo è armato con un poderoso sperone a prua, preso dal principe, e parte dopo aver caricato duecento guerrieri; arrivato al punto stabiliti, si mette in linea con le altre navi in attesa della battaglia. Comandanti di vascello e marinai hanno il compito di portare le milizie verso lo scontro, come sun un castello mobile. I primi hanno il compito di condurli alla meta, i secondi devono solo attendere e, giunto il loro momento, combattere.

La baronia e tutti coloro che devono essere in arme al seguito del principe nelle battaglie terrestri, sono tenuti ad affiancarlo e a guidare i propri vassalli anche in quelle marittime, secondo le previsioni messe per iscritto nel codice delle leggi capitolari dì Carlo Magno. Di conseguenza anche i Papi mettono a disposizione il contingente navale delle loro città marittime e delle baronie di Campania, Lazio ed Etruria papale.

Si fa quindi necessario premettere alcuni cenni sulla ripartizione geografica della Toscana nel medio evo.

Dall’VIII all’XI secolo la Toscana ha un’estensione maggiore rispetto alla regione odierna. Il suo territorio si estende infatti dalla sponda destra della Macra, lungo tutto il tratto delimitato da mare (a ovest) e Appennini (a est), fino alla  sponda destra del Tevere.

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La tuscia dal Macra alla riva destra del Tevere

In quel periodo le terre toscane  comprendono non solo Pisa e Fiorenza, ma anche Orvieto, Perugia, Viterbo, Cere, e anche il Porto romano, che sorge alla destra del Tevere. La qual regione si divide quindi in tre parti principali, conosciute come le Tre Tuscie; romana, longobarda e ducale.

Le due prime di queste Tre parti sono sotto il dominio pontificio: esso già dipendeva per primitiva dedizione spontanea la Tuscia romana come parte del ducato omonimo, ove si annoverano queste città etrusche: Cere, Porto, Civitavecchia, Bieda, Barberano, Sutri, Nepi, Gallese, Orta, Bomarzo, Amelia, Todi, Perugia, Narni ed Otricoli.

Egualmente per donazione imperiale spetta a Roma la Tuscia tolta ai Longobardi (dai quali prende il nome), con le città d’ Orvieto, Castelfelice, Bagnorea, Ferento, Viterbo, Vitorchiano, Maria, Toscanella, Populonia, Soana, e Rosella.

Rimane quindi la Tuscia ducale, governata dai duchi a nome di Carlo Magno, che comprende Luni, Pisa, Lucca, Firenze, Volterra, Pistoia, Cortona, Siena, Arezzo e Chiosi.

Nel seguito quindi, parleremo di Tuscia intendendola nel suo significato altomedievale, che comprende le tre parti appena menzionate.

Nell’VIII secolo, le città marittime della Tuscia hanno due nemici, i primi ormai alla fine del loro periodo d’oro, gli altri all’inizio: i Bizantini e i Musulmani.

I primi, ormai fuori dalle istituzioni romane, covano un forte rancore nei confronti delle città tirreniche e compiono gravi incursioni e imprese piratesche. Populonia, città della Tuscia longobarda, nell’809 viene completamente depredata prima da un contingente greco (almeno stando agli Annales  Regni Francorum) e poi distrutta da una flotta saracena che aveva appena colpito anche la Corsica.
I Bizantini assaltano anche Comacchio nell’Adriatico, ma vengono respinti dopo aver causato vari danni. Ciononostante, continuano a percorrere Tirreno e Adriatico attaccando molti vascelli. Tanto più che quasi sempre trovano ospitalità e favore dai Longobardi, coi quali sono uniti dall’avversione verso il Re (e poi Imperatore) e il Papa.

Questo è dimostrato anche dal fatto che i Bizantini stabiliscono una proficua compravendita di schiavi con i Longobardi. Non solo i nati i schiavi, ma anche i prigionieri di guerra, di debiti, di pena o che si vendono spontaneamente vivono senza libertà, senza diritti civili o politici; sono cose e possedimenti dei padroni, i quali hanno autorità di venderli e donarli, e di esercitare sopra di loro un imperio quasi assoluto, che porta a crudelissimi abusi.

Le righe dedicate dal Guglielmotti alla schiavitù meritano una citazione:

La religione cristiana trovò uomini tra catene, e livide mani rilegate e rilegatrici: fece sentire la parola di fraterna carità, disciolse i ceppi. Ma non fu tanto sollecito il beneficio né tanto universale, che nell’ottavo secolo non rimanesse alcun vestigio di quel morbo inveterato e pertinace, come oggidì non resta in certe colonie, e non ha guari accendeva l’ire fraterne tra i repubblicani della gran Confederazione americana.

I Bizantini quindi approdano alle marine toscane, raggiungono i Longobardi e da loro comprano gli schiavi, rivendendoli a un prezzo molto maggiore in altri mercati.

Attorno all’anno 777, comprano molte famiglie di gente libera. Tra guerre e condizioni metereologiche avverse, cresciuta la carestia e la fame, molte persone non hanno mezzi sufficienti a sostenersi e si vendono di propria sponte con moglie e figli ai Bizantini. Questi ultimi, affamati d’oro, li rivendono ai Saraceni, e passano quindi la loro vita come schiavi in Africa o in Spagna, soggetti alle peggiori vessazioni e costretti ai lavori più duri.

Il pontefice Adriano, venuto a sapere dell’oltraggioso comportamento posto in essere da Costantinopoli, cerca di rimediare. Il suo obiettivo è recuperare gli schiavi, arrestare i pirati e distruggere le navi di questi ultimi. Come d’uso prima dell’istituzione di una marina professionale, Adriano si rivolge a un feudatario, Allone, comandandogli di costruire e metter in acqua un numero di legni sufficiente ad eseguire i suoi ordini.

Per quanto sia difficile ricostruire la gerarchia istituzionale dell’VIII secolo, il Muratori asserisce che Allone è il governatore di Lucca, ma non comanda su tutta la Tuscia ducale, visto che ci sono altri due duchi, nello stesso periodo, a Chiusi (Reginaldo) e a Firenze (Guindibrando). Ad ogni modo, è certo che Allone sia sottoposto (almeno in questo caso) all’autorità del Pontefice; purtroppo non sappiamo se questo sia dovuto a una concessione speciale di Carlo o a un diritto di primazia ormai acquisito.

Allone però non riesce a risolvere la situazione. E dove questi fallisce, hanno successo i Civitavecchiesi, che catturano i pirati bizantini e bruciano tutte le loro navi.

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I possedimenti bizantini in Italia si riducono progressivamente nel corso dell’VIII secolo, ma anche il predominio longobardo è destinato ad avere vita breve.

Molti schiavi cristiani sono stati venduti dai bizantini ai Musulmani in Spagna, contro i quali sta combattendo Carlo Magno. E’ proprio il sovrano carolingio a trovarne parecchi, e liberarli, durante la sua spedizione in Spagna. Questi sono particolarmente adirati sia con i Greci che con Adriano stesso, che non è ancora riuscito a mettere in sicurezza le coste.

Per questo Carlo scrive al Pontefice, chiedendogli di risolvere il problema. Purtroppo, come molti altri documenti antichi, questa missiva è andata perduta. Rimane invece la risposta del Papa al sovrano carolingio (Hadriani Papae, Epist. LXV):

Quanto al traffico degli schiavi molto ne duole che venga attribuito ai nostri Romani, quasi che essi stessi li avessero venduti alla gente malnata dei Saracini. Dio non voglia che siffatta iniquità avvenga per volontà nostra o per colpa loro, siccome non avvenne giammai. I Greci nelle spiagge dei Longobardi praticano, ed avendo fatta alleanza ad uso di trafficanti, comprano e vendono insieme alle altre cose anche gli schiavi. Noi pertanto, volendo impedire il male ci siamo rivolti al duca Allone perché, fatti armare molti bastimenti desse sopra ai Greci, occupasse le navi loro, e lo facesse abbruciare: ma colui non volle piegarsi al nostro comando.

Non avendo noi del nostro navigli o nocchieri, siamo stati troppo piccoli per troncare il corso alle ribalderie di costoro. Nondimeno, chiamando l’altissimo Iddio io testimonianza delle nostre parole e del nostro cordoglio, dichiariamo aver procuralo a lutto nostro potere di impedire il malifìcio. E presso al nostro porto di Civitavecchia abbiamo fatto catturare le navi dei Greci, e gli uomini loro sostenere per qualche tempo nel carcere, ed i bastimenti consumare alle fiamme.

Alla fine del VIII secolo dunque, la marina pontificia, che marina ancora non è, muove i primi passi in funzione anti-saracena e per combattere il traffico di schiavi alimentato da Longobardi e Bizantini. Nel IX secolo, pur essendo ancora in fase embrionale, si troverà ad affrontare sfide molto impegnative.

Bibliografia:
  • L. MURATORI, Annali d’Italia, volume X, 1751;
  • A. FRANGIPANI, Istoria dell’ antichissima città di Civita Vecchia, 1761;
  • A. GUGLIELMOTTI, Storia della Marina Pontificia, v. 1-2 (Storia della marina pontificia nel Medio Evo, dal 728 al 1499), 1871;
  • C. ZACCARIA, L’epigrafia dei porti ( Atti della XVII° Rencontre sur l’épigraphie du monde romain)- Antichità Altoadriatiche LXXIX (79), 2014;
  • L. DE MARIA;  R. TURCHETTI, Rotte e porti del Mediterraneo dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Continuità e innovazioni tecnologiche e funzionali, 2005

2 pensieri riguardo “Storia della Marina Pontificia nell’VIII Secolo

  1. Ho letto con piacere il suo articolo edito nel 2016 riguardante la flotta pontificia nell VIII secolo. Noto la
    forte adesione all opera del Guglielmotti, che trascinato dal suo ottocentesco romanticismo e da un sviscerato amore per la sua città e per la marineria, attribuisce ai “Civtavecchiesi” uno spirito marinaresco che in realtà si manifesterà soltanto nel secolo XVIII .Egli vuole con forza ma senza concreti elementi attribbuire alla sua città il ruolo di Città Marinara. Soprende che Lei non abbia preso visione del primi tre volumi della mia Storia di Cvitavecchia e in particola del I° edito nel 1992 e aggoirnato nel 2014, nonchè del mio artiolo sul numero19 del Bollettino della Società Storica Civitavecc hiese edito el 2004. Cordialità Odoardo Totila mia neBas

    1. Grazie del commento dott. Toti. L’adesione dell’articolo al testo del Guglielmotti è quasi totale, perché il pezzo è inserito nel progetto Zhistorica di recupero dei testi più interessanti del passato. Sostanzialmente, penso che la parte su Civitavecchia abbia una eco nostalgica solo in parte, perché il porto della città funzionava ancora piuttosto bene nel secolo ottavo. Tuttavia, è altrettanto vero che Civitavecchia non fosse dedita anima e corpo alla vocazione navale del periodo romano.
      Leggerò comunque con piacere i suoi volumi, visto che sull’argomento non posso vantare una conoscenza davvero approfondita.

      Un saluto
      Gabriele Zweilawyer

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