Marcantonio Bragadin e l’Assedio di Famagosta (1571): la Resa della Città

La penultima parte della ricostruzione storica dell’Assedio di Famagosta del 1571. Alla fine, Marcantonio Bragadin e Astorre Baglioni ottengono buone condizioni di resa, non prima di aver respinto molti altri attacchi generali dei Turchi. Negli articoli precedenti, abbiamo introdotto l’Assedio, narrato la caduta di Nicosia e l’inizio degli assalti generali.

Il 9 di luglio i turchi cominciarono il terzo assalto generale durante l’assedio di famagosta e lo continuarono per sette ore, e sette volte furono respinti con grande clangore e rovina. A ogni modo, dato il numero smisurato di soldati di cui disponevano, per loro era facile sostituire quelli che restavano uccisi. Nella città invece, la ristrettezza di uomini non permetteva di sostituire le perdite giornaliere, che rendevano i difensori sempre più pochi e più deboli.

Fu fatto saltare in aria un cunicolo nella fortezza per colpire i turchi; ma fu acceso prima che tutti i difensori si fossero portati al sicuro, e quindi tutti quelli che combattevano lì morirono, turchi ed cristiani; il numero dei primi si dice che arrivasse a millecinquecento, quello dei cristiani a centocinquanta.

Un luglio di sangue
Le ultime settimane d’assedio furono, se possibile, ancora peggiori delle altre. Ai primi di luglio, i turchi costruirono altri sette forti per l’artiglieria molto vicino alle mura e riuscirono a trasferirvi ottanta pezzi. Le fonti narrano che la notte dell’8 luglio arrivarono sulla città oltre cinquemila cannonate. Il 9 luglio i turchi assaltarono congiuntamente il Rivellino, il torrione di Santa Nappa, l’Andrucci, la cortina e il torrione dell’arsenale, venendo respinti da tutti i luoghi. L’episodio raccontato sopra è proprio relativo a questo avvenimento. Avendo infatti considerato che il Rivellino sarebbe comunque caduto in mano al nemico, il Martinengo lo fece minare da un ingegnere militare, il Cavalier Maggi. Purtroppo, la ritirata dei veneziani, che ormai erano allo scontro con le armi in asta, fu ritardata troppo a lungo, e il Rivellino saltò in aria uccidendo assedianti e assediati. Il Martinengo cercò a lungo l’amico Roberto Malvezzi, rimasto seppellito sotto le rovine, ma senza successo. Per un caso fortuito, dopo quattro secoli gli scavi archeologici a Famagosta portarono alla luce una sezione intatta della galleria che portava al Rivellino. All’interno giacevano i resti di un uomo, comprensivi di anello d’oro e fibbia da ufficiale veneziano: in silenzio, per quattro secoli, Roberto Malvezzi aveva continuato a difendere i cunicoli di Famagosta.

Il comandante ebbe grande dispiacere da questo accaduto, poiché le sue forze diminuivano ancora.

Nel giorno 14 di luglio seguì un quarto assalto. Il Bragadin ordinò che si facesse saltare un altro cunicolo, nel cui crollo perirono settecento turchi e nessun cristiano. Spedì poi una celoce a Candia che annunziasse in quale stato si trovava Salamina, quanto ristretto era il numero dei difensori rimasti e quanto questi fossero a corto di ogni cosa.

Il 14 luglio i turchi appiccarono il fuoco alla porta della curia, e avendo trasportato lì e legato legni di tiglia, che provocano un forte puzzo quando bruciano, con molti fasci di legno, di piante e di travi, accesero un tal fuoco che poteva paragonarsi a un nuovo Etna.

Il comandante cercò di proteggere la porta con un duplice muro. Per spegnere l’incendio mandò anche le botti di vino riempite con l’acqua, ma non ci fu modo di estinguerlo. ll fuoco cresceva mano a mano che i turchi lo alimentavano, e creava così tanto calore, puzza e fumo che gli assediati furono costretti alla ritirata. L’incendio durò alla fine per quattro giorni.

Il 16 luglio il vescovo fu ferito al capo e alla gola da una palla di cannone mentre sedeva a tavola all’interno della curia, e pochi giorni dopo morì.

Il giorno seguente un cristiano prigioniero dei turchi riuscì a raggiungere la città. Appena entrato, fu condotto subito dal Bragadin e gli disse che nel campo dei turchi si era diffusa la notizia dell’avvistamento di un’armata cristiana a nord della parte occidentale dell’isola, cosa che aveva disturbato e preoccupato i turchi.

Interrogato se i nemici stessero ancora scavando gallerie sotto le mura, egli rispose che i turchi lavoravano a esse ancora più di prima.

Ciononostante, la notizia che era stata avvistata l’armata cristiana diede morale agli abitanti di Salamina.

Nel frattempo, i turchi avevano issato l’ennesima bandiera per richiedere di trattare e, alla risposta positiva di Salamina, Mustafà spedì un suo messaggero cui aveva affidato delle lettere, avvolte in un contenitore chiuso, e con il sigillo d’oro, dirette al Bragadin, con le quali chiedeva la resa della città alle condizioni che lo stesso Bragadin desiderasse, e richiedeva che gli fosse data risposta.

Il Bragadin rispose così al messaggero di Mustafà:

«Dirai al tuo signore che difenderò questa città fino alla morte.» E subito gli ordinò di lasciare la città.

Il 29 luglio i turchi diedero fuoco a cinque cunicoli, e tentarono il quinto assalto. A mezzogiorno incendiarono altri due cunicoli. Alla sera un altro, l’ottavo.

famagosta 1571

Guerra di Mina
Il metodo di scavare gallerie sotto le mura nemiche, per farne crollare intere sezioni, veniva utilizzato già da millenni quando arrivò la polvere da sparo. In assenza di quest’ultima, gli ingegneri militari facevano scavare un tunnel che portasse sotto le mura nemiche, facendo attenzione a puntellarlo con travi di legno e a evitarne il crollo fino al momento prestabilito. Una volta arrivati alle mura, il tunnel veniva riempito di materiale combustibile con cui si faceva bruciare la legna di sostegno e collassare il cunicolo. Ovviamente, l’introduzione della polvere da sparo rese possibile infliggere danni ancora più massicci alle fortificazioni. Spesso dunque alla battaglia che si combatteva in superficie se ne aggiungeva una sotterranea. Gli assedianti tentavano di arrivare alle mura, piazzare un certo quantitativo di esplosivo e farlo saltare, mentre gli assediati scavavano delle contromine per «ascoltare» il progredire del cunicolo nemico, intercettarlo o farlo crollare. In questo tipo di assedio sotterraneo fu maestro il condottiero spagnolo Pietro Navarro, che nel 1503 minò e fece saltare le mura di Castel NuovoCastel dell’Ovo a Napoli.

Mustafà aveva stabilito di occupare la città in quel giorno a qualunque costo. Eppure, dopo aver riunito tutto l’esercito, abbandonò il suo proposito nonostante la maggior parte dei cristiani fosse perita a causa delle frecce piovute come tegole, dei sassi scesi come una tempesta, delle batterie violente come fulmini, tanto che il mondo sembrava essersi rovesciato e che fosse sul punto di essere distrutto.

I turchi non potevano fare più di quello fecero in quel giorno. I pochi cristiani rimasti erano mezzi morti, e quasi sordi e ciechi per l’eccessivo rumore, per le grida, per il fumo e la polvere che, sparsi ovunque nell’aria, oscuravano cielo, aria e terra.

Durante tutta la giornata il comandante Bragadin, armato di tutto punto, correva da un posto all’altro a seconda di dove ci fosse più bisogno di lui. Dava un insigne esempio di strenua opposizione e difesa della città.

Lo stesso facevano Astorre Baglioni, Luigi Martinengo, Giovanni Antonio Querini e Andrea Bragadin, castellano di Salamina. E tutti i capitani sopravvissuti. E anche tutti i soldati italiani, albanesi e i greci si impegnarono al massimo.

Combatterono egregiamente tutti i religiosi, monaci e preti, e anche le donne si opposero con forza e coraggio ai nemici. Grazie a questo sforzo, alla ventitreesima ora i turchi furono costretti a una ritirata vergognosa, dopo aver sofferto gravissime perdite fra le unità migliori del loro numerosissimo esercito.

La città però era ridotta in completa rovina, non solo perché erano crollate le mura, ma anche perché erano morti la maggior parte dei soldati.

Questo fu il giorno in cui le forze di Salamina furono completamente distrutte.

Il giorno seguente, i turchi tentarono un sesto assalto utilizzando l’artiglieria come mai prima, sia quella di terra, sia quella navale.

Ciononostante furono respinti nove volte e costretti alla ritirata prima del tramonto.

Dopo questa battaglia incredibilmente dura, i cristiani erano in preda allo sconforto. In parte morti, in parte feriti, in parte così stanchi da non poter sostenere più alcuno sforzo, non avevano nulla da bere e mangiare ad eccezione di due pani al giorno, per giunta piccoli, e dell’acqua.

Per questo, nonostante il Bragadin tentasse di consolare tutti come poteva, non poteva nascondere ciò che era più chiaro della luce: erano ridotti allo stremo.

Eppure si poteva vedere in quell’uomo eccezionale un animo grande ed eccellente, tanto che tutti quelli che erano scossi da una grande paura, al suo cospetto non temevano nulla, e tutti sembravano sperare per la grande magnanimità dell’uomo, di certo erano contrariati da tanta sfortuna e dal fatto che gli aiuti dell’armata cristiana potessero non arrivare in tempo, ma senza alcuna paura erano disposti e preparati a versare il sangue per la loro patria.

L’ultimo giorno di luglio i turchi diedero l’ultimo assalto, e nonostante tre tentativi e i difensori quasi tutti morti, furono respinti.

A mezzogiorno furono costretti alla ritirata.

ll Bragadin passò in rassegna tutti i forti e comprese, con suo sommo dolore, che erano ridotti in pessimo stato e che non davano più alcun vantaggio agli assediati nei confronti degli assedianti. Capì perfettamente che tutto era ridotto all’osso. Le truppe erano distrutte, la polvere da fuoco consumata e mancava qualsiasi cosa potesse sostenere la città.

Dopo aver valutato la situazione comprese ciò che era palese: non si poteva fare più nulla per fare in modo che la città resistesse ancora. Per questo motivo decise quanto dettato dalla necessità: se i turchi avessero concesso condizioni oneste, bisognava consegnare loro Salamina. Non poteva neanche più definirsi «città», ma piuttosto «deserto», visto che mancava qualsiasi cosa necessaria alla vita, eccezion fatta per il coraggio dei difensori. Nel caso in cui i turchi non avessero voluto concedere buone condizioni ai superstiti di Salamina, il Bragadin voleva un’ultima battaglia, una vittoria cruenta e luttuosa per i turchi, piuttosto che lasciar impunita la morte dei cristiani e lasciare trucidare come pecore quelli che erano rimasti.

assedio di famagosta
Famagosta nell’estate del 1571, completamente circondata dall’esercito e dalla marina ottomani.

Eppure dentro di sé pensava che con i turchi, presso cui regnava una grande crudeltà e dove non c’era fede, la pace non potesse essere difesa con la sola ragione.

Ricordava però che i turchi avevano rispettato le condizioni di resa dopo aver espugnato Rodi, nella guerra in Ungheria e anche in altre circostanze. Aveva quindi ragione di credere che, nel caso si fossero concordate delle condizioni oneste, avrebbero mantenuto la parola anche con lui.

L’epilogo dell’Assedio di Rodi del 1522
Sul finire dell’assedio di Rodi, Solimano chiese al Gran Maestro degli Ospitalieri di fargli visita al campo. Una volta faccia a faccia, Solimano gli chiese di convertirsi all’Islam e divenire un suo generale. Il Gran Maestro però si limitò a rifiutare e venne licenziato dopo aver ricevuto una gran copia di doni (che fece dividere fra i Cavalieri).
Successivamente, fu Solimano a voler incontrare il Gran Maestro nel suo palazzo in Rodi. Fu un colloquio molto amichevole, durante il quale Solimano disse al Gran Maestro di sbrigare con comodo le faccende dell’Ordine, senza preoccuparsi del termine di 12 giorni, visto che lo avrebbe prolungato a piacimento dei Cavalieri. Lo appellò anche con il titolo di «padre» e ordinò che i suoi uomini consegnassero agli Ospitalieri tutte le vettovaglie necessarie per il viaggio. Inoltre, fece restaurare a proprie spese la caracca del Gran Maestro, lo rifornì di grosse somme di denaro e gli diede un salvacondotto nel caso fosse stato attaccato dai pirati turchi nel Mediterraneo.

Nel frattempo i turchi avevano innalzato di nuovo la bandiera per le trattative, e i cristiani avevano risposto in modo affermativo innalzandola a loro volta.

Mustafà inviò quindi un nunzio per comunicare al comandante che, se fosse stato d’accordo, avrebbe spedito un suo incaricato per trattare la resa.

Accettata la richiesta, da entrambe le parti si emisero editti che sancivano la pena di morte per chiunque avesse attaccato il rispettivo nemico.

Dopo i convenevoli, il legato di Mustafà fece il suo ingresso in città e chiese quali fossero le condizioni richieste dal Bragadin. Fece inoltre capire che il seguente giorno sarebbe giunto un altro incaricato dotato dell’autorità di concedere ai cristiani, una volta consegnati gli ostaggi che questo tipo di trattativa esigeva, piena facoltà di stabilire le condizioni.

Ohime! con quanto dolore del Bragadin, con quanto fastidio del Baglioni, e con quante lacrime, sospiri e lamenti della città sofferente e di tutto il popolo, era giunto il momento di arrendersi al nemico!

Il 5 agosto gli ostaggi dei turchi furono introdotti con tutti gli onori, e furono consegnati come tali Ercole Martinengo e Matteo Colzio di Salamina, i quali furono ricevuti con riverenza dal figlio di Mustafà e condotti presso il padre.

Le condizioni offerte furono consegnate dal Bragadin, ed il legato di Mustafà, ch’era uno degli ostaggi, giurò sulla sua testa che tutto quanto stabilito dal Bragadin sarebbe stato rispettato.

Di seguito le condizioni dettate.

In primo luogo, non doveva essere arrecato danno agli Italiani e, abbassate le bandiere, doveva essere loro permesso di uscire al suono del tamburo con tutte le batterie al seguito e di imbarcarsi con tre cavalli, le armi, le mogli, i figli e tutte le loro cose sopra tre navigli turchi, cioè tre galere, una nave e altre otto imbarcazioni più piccole. Dovevano inoltre essere riforniti delle provviste necessarie e lasciati partire per Candia.

Secondo, che fosse permesso anche ai Greci e agli Albanesi di partire con gli Italiani, e agli Italiani di rimanere, qualora lo avessero voluto.

In ultimo, che i Greci rimanessero liberi, fosse loro preservata la vita, le facoltà e l’onore, e fossero loro concessi due anni per decidere se partire o restare. Passati questi, quelli che rimanevano dovevano poter vivere liberamente nella loro casa, seguire il loro rito religioso, e possedere i loro beni; se alcuni di loro avessero voluto partire, si chiedeva che gli fossero fornite imbarcazioni adeguate e si garantisse il loro viaggio sino ai luoghi prescelti per vivere. Queste furono le condizioni che il Bragadino spedì con sue lettere a Mustafà, affinchè questi le sottoscrivesse. Mustafà accettò tutte le condizioni, ad eccezione di quella relativa alle batterie.

Su questo punto fece specificare, per mezzo di un suo giannizzero, che non voleva far rimanere la piazza senza cannoni, ma che ne avrebbe lasciati loro cinque per decoro e per la loro difesa.

La cosa fu esaminata con diligenza dal Bragadin, il quale decise che bisognava adeguarsi alla volontà di Mustafa, e perciò, apportata detta modifica, le condizioni furono rispedite a quest’ultimo. Dopo averle lette, Mustafà le trovò onestissime e le firmò subito.

Discrepanza fra le fonti sulle condizioni di resa
In C.CAMPANA, Delle historie del mondo descritte dal sig. Cesare Campana, volume I, 1602, le condizioni di resa riportate sono leggermente diverse:
«I) Che la città si rendesse ai turchi salve le persone, l’armi, e le robbe dei soldati, e d’ cittadini; i quali, restando, potessero viver nella legge Christiana, e senza esser offesi nell’honore, goder delle loro sostanze.
II) Che coloro, i quali volessero partire avessero libero passaggio fino in Candia, e tempo tre anni, e che i soldati vi si accompagnassero da galee turchesche, perché non fossero oltraggiati, e che potessero condurre con essi cinque pezzi di artiglieria, e tre bellissimi cavalli.
III) Che non di facessero delle Chiese Moschee; e che non fossero imposte ai cittadini gravezza alcune di carraggi, o i decime

Dopo aver apposto il sigillo di Solimano Imperatore dei Turchi, le consegnò assieme alle lettere che consentivano la partenza degli abitanti di Salamina. Vi dichiarava che il Bragadin, assieme a tutto il presidio di Salamina doveva essere condotto a Candia incolume e, in caso di incontro con le truppe turche, quest’ultimo non doveva essere aggredito, ma assistito nel viaggio. E anche nel caso di incontro con i corsari, il suo viaggio non doveva essere impedito, pena l’indignazione di Solimano. Consegnò inoltre due lettere firmate di sua mano, dirette una al comandante, l’altra al popolo di Salamina, che recitavano così:

«Mustafà, supremo comandante dell’esercito turco, a Marcantonio Bragadin, geniale comandante di Salamina.

Non posso dirti quanto desideri conoscerti di persona dopo aver ammirato e sperimentato per molto tempo il tuo valore. Per questo quando dirò a Solimano, il nostro grande e potente re, di essere stato testimone della tue capacità, riceverai di certo molte ricompense. Pur avendo preso ed espugnato molte città ben fortificate, non ho mai trovato tante difficoltà come qui a Salamina, a causa dell’ immenso valore tuo e di tutti gli altri comandanti, cui riserverò la benevolenza che merita il vostro coraggio.

State quindi tranquilli, e se avete bisogno di qualcosa che è a disposizione di questo esercito, state certi che, ove possibile, vi accontenterò in tutto e per tutto

«Mustafà, supremo comandante, a tutto il popolo di Salamina.

Vi confermo, abitanti di Salamina, che testimonierò e racconterò il vostro valore a Solimano, nostro sovrano invincibile, nel nome del quale vi prometto piena libertà di restare sotto il suo impero, mantenendo sia la vostra religione che i vostri beni, o di partire in sicurezza con le vostre cose. Mantenete fede alla vostra resa, e aspettatevi da me tutta la gentilezza e la benevolenza possibili.»

Queste lettere diedero grande conforto alla popolazione, specie quando si vide che Mustafà stava iniziando a fare ciò che aveva promesso.

L’11 agosto infatti mandò al porto tre galere, una nave e alcuni navigli più piccoli, nei quali ordinò che si iniziassero a imbarcare donne, bambini, ammalati e i bagagli.

Allora i turchi e i cristiani iniziarono a mescolarsi come fossero amici, i primi meravigliandosi del piccolo numero dei secondi, questi ultimi invece dell’enorme numero dei turchi. Sembrava incredibile che così pochi soldati avessero potuto fronteggiarne moltissimi e supportati dalla forza di tanti uomini.

assedio di famagosta 1571
eccezionale mappa con le linee di tiro delle artiglierie, le opere di trincea turche e il posizionamento delle truppe.

Raccontava uno degli assedianti, un aiutante di Mustafà, che erano stati portarti a Cipro duecentocinquantamila soldati, fra i quali vi erano settemila cavalli e quarantamila guastatori; che ad espugnare Salamina c’erano in tutto centosessantamila fanti, settemila cavalli, quarantamila guastatori; che si erano eretti diciassette forti per battere la città con l’artiglieria; che si erano adoperati centoquattordici cannoni, cioè settanta nell’esercito, quaranta nelle galere, e quattro di smisurato calibro, chiamati basilischi; che si erano sparate sessantamila cannonate in settantacinque giorni, parte con palla di ferro, parte caricate con i sassi; che si erano scavati nove cunicoli più grandi di tutti quelli scavati nei precedenti assedi. Assicurava che erano ottantamila  i Turchi periti nell’assedio di Salamina, ma che erano stati sostituiti da altri uomini provenienti dai luoghi confinanti in modo che le loro perdite non fossero palesi.

Diceva che nell’ esercito turco c’erano cinque comandanti, ciascuno preposto a un quinto delle truppe, e con il compito di colpire un punto specifico: Mustafà, supremo comandante, Abraimo Pascià di Bitinia, Musaferro di Leucosia, Assano di Cilicia, Scandero di Comagene, che era stato ucciso da un colpo di cannone. Diceva inoltre che era straordinario che così pochi avessero difeso per così tanto tempo un luogo così grande.

Già il 12 di agosto si cominciarono a caricare le truppe sulle imbarcazioni e si portarono nel porto gli stendardi abbassati e le batterie. Si caricarono sulle medesime imbarcazioni i tre cavalli ciascuno, come previsto dalle condizioni di resa. Anche il 14 agosto si continuarono le operazioni di imbarco.

Il 15 il Bragadin mandò Nestore Martinengo presso Mustafà perché gli comunicasse che, se per lui andava bene, gli avrebbe spedito le chiavi della città, lasciando la stessa nelle mani di Lorenzo Tiepolo fino a quando i turchi non l’avessero occupata; e al tempo stesso lo pregò di mandargli altre imbarcazioni per le rimanenti truppe cristiane, e che non fossero infastidite dai turchi.

Mustafà rispedì indietro Martinengo, affinché avvertisse il Bragadin che gli avrebbe fatto piacere averlo al suo cospetto assieme agli altri capitani che si erano dimostrati tanto valorosi nella difesa di Salamina. Nella ventesima ora di quel giorno spedì un giannizzero per informare i turchi che non si doveva fare del male al Bragadin, comandare che fossero messe a disposizione dei cristiani altre due navi e comunicare allo stesso Bragadin di recarsi presso di lui non appena volesse.

L’ora italiana
Leggere ventesima ora potrebbe trarre in inganno il lettore e farlo pensare alle 20.00 della sera, quindi occorre fare un breve e non esaustivo riassunto relativo alla storia del calcolo delle ore. Egiziani, Greci e Romani suddividevano la giornata in 12 ore diurne e 12 ore notturne; poiché il sole non tramonta e sorge sempre alla stessa ora nel corso dell’anno, le ore non avevano tutte la stessa durata (si parla infatti di sistema a Ora Ineguale). Sul finire del XIII secolo iniziarono a trovare spazio i primi orologi meccanici da campanile, di cui abbiamo il primo esempio italiano con quello  installato a Milano sulla chiesa del San Gottardo nel 1335. Questi orologi battevano 24 ore di uguale durata e il conteggio iniziava sempre dopo la preghiera del tramonto. La Prima ora era quindi la prima ora della sera, mentre la Ventiquattresima Ora era quella del tramonto del giorno successivo. Questo nuovo modo di contare le ore del giorno, caratterizzato dall’uso di orologi con 24 tacche (come quello della Torre dei Mori a Venezia del 1497), si estese presto a tutta l’Europa con il nome di Ora Italica e nel nostro Paese sopravvisse fino all’Ottocento, quando l’esercito napoleonico introdusse l’Ora Oltramontana, ovvero quella utilizzata ancora oggi, che fa iniziare il nuovo giorno alla mezzanotte.

Per questo il Bragadin, allo scoccare della ventunesima ora, dopo aver lasciato Salamina nelle mani del Tiepolo per andare a portare a Mustafà le chiavi della città, uscì con gli altri principali personaggi: Astorre Baglioni, supremo comandante delle milizie, Luigi Martinengo, comandante dell’artiglieria, Andrea Bragadin, castellano, Giovanni Antonio Quirini, patrizio veneto, Astione cavaliere, comandante delle truppe italiane, Ettore, comandante veneto, Francesco Stracchio da Urbino, anch’egli capitano, e molti altri. Questi vennero accolti da uno dei luogotenenti di Mustafà con molti cavalli. Tutti li salutarono con grandi riverenze e posero ciascuno dei cristiani fra due a cavallo. Poi li condussero tranquillamente alla grande tenda di Mustafà.

Avendo portato le chiavi, la città si era arresa.

Quanta crudeltà  si sia poi scatenata su di loro, lo diremo ora.

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14 pensieri riguardo “Marcantonio Bragadin e l’Assedio di Famagosta (1571): la Resa della Città

  1. Quanta crudeltà si sia poi scatenata su di loro, lo diremo ora.

    Maledetto! Chiudi sempre sul più bello! 😛

    Ottimo articolo. Mi stai facendo appassionare alla guerra di mina. ^^

  2. Una richiesta un po’ strana: ci sono fonti “della controparte”? Ho sempre l’impressione, leggendo le tue interessantissime ed eccellenti “cronache” che queste siano “viziate” da un evidente preconcetto: “noi” siamo i buoni, onesti, corretti, generosi difensori del “vero Credo” e “gli altri” sono i cattivi, ottusi, violenti “infedeli”. Mi piacerebbe sentire (leggere) anche l’altra campana.
    Grazie comunque per il tuo eccellente lavoro.
    gG

    1. Ho citato alcune fonti ottomane per l’Assedio di Malta 1565, che in sostanza concordano sulle perdite e il risultato degli assalti. In linea di massima, le fonti islamiche sono purtroppo molto approssimative e dedite alla lode di Allah. Il problema è che non si è mai sviluppata una vera storiografia, ma una sorta di miscuglio fra storia, insegnamenti religiosi e lode ad Allah che ne pregiudica la fruibilità. Tempo fa, avevo trovato la traduzione in inglese di un testo su Khalid Ibn Walid, uno dei più grandi condottieri di sempre. Era un testo universitario, eppure era quasi impossibile riuscire a trovare qualche notizia che non fosse inframezzata da richiami alla forza donata da Allah, episodi mitici e altro.

  3. “Quanta crudeltà si sia scatenata su di loro”…. Era semplicemente la crudeltà che, all’ epoca, ci si scambiava vicendevolmente in guerra. Si massacravano i nemici, civili o militari, senza troppi scrupoli. Non si teneva (quasi mai) conto della vita umana, era nulla o quasi, morte o schiavi. Era un tempo diverso. La “crudeltà” faceva parte di quel tempo, molto più di adesso, adesso che una testa mozzata da fanatici guerriglieri in qualche parte del mondo ci così fa orrore, molto più di quello che faceva 500 anni fa, fa orrore a noi, abituati alla vita “di pace” dell’ Europa dopo innumerevoli guerre che (per grazia ricevuta alla nostra nascita) non ci hanno toccato.
    La cattiveria, la crudeltà, esistevano, da ambo le parti, è sempre esistita, ma secondo me veniva, per così dire, in quel tempo accettata, o almeno se ne prendeva atto. Finiva lì, forse con propositi di vendetta. Dire che una parte fosse “più crudele” dell’ altra non mi sembra giusto. Era l’epoca, ripeto, il mondo, la gente, era più crudele di adesso, ed era la normalità.
    Una “stupida” discussione con Mustafà portò alla fine (poco bella) di Bragadin e degli altri ufficiali veneziani, in cui nessuno dei due volle cedere, solo che uno era prigioniero dell’ altro (si trattava della voce che i veneziani, durante l’ assedio, avessero ucciso 50 prigionieri turchi, Mustafà ne chiese conto a Bragadin e di lì iniziò il pasticcio). Come scrive Alessandro Barbero nel suo libro “Lepanto – la battaglia dei tre imperi” (basato su di una bibliografia a dir poco “smisurata”, sia veneziana che turca), “l’ accaduto è così abnorme che si può spiegare soltanto con l’ urto fra due caratteri violenti e orgogliosi, in una situazione di estrema tensione e stanchezza, e con la convinzione d’entrambi che giunte le cose a quel punto non si poteva più tornare indietro senza perdere la faccia”.
    L’orgoglio , da tutte e due le parti, che ha fatto scattare la “crudeltà”. Che riempiva buona parte della vita delle persone viventi all’ epoca, di tutte le parti.

      1. Oh, pardon, la mia non era una critica, ci mancherebbe…solo una (mia) considerazione.. articolo bellissimo, sono finito qui per caso e ho scoperto che mi piacciono molto anche gli altri articoli, molto interessanti.

  4. Condivido al 100%, purtroppo, quanto scritto da Enrico: la storia va contestualizzata all’epoca in cui viene descritta. Oggi, per fortuna, siamo ESTREMAMENTE più sensibili di quanto lo fossero i nostri progenitori ai temi della “crudeltà” e delle guerre. Anche per questo chiedo, se possibile, di indicare anche “fonti dell’altra parte”. Mi rendo conto, peraltro, dell’estrema difficoltà di trovare “verità storiche” in realtà dove la religione è ed era così invasiva. “Loro” non hanno avuto, purtroppissimo, la Rivoluzione Francese……
    Grazie.
    gG

  5. ok non cancellare i messaggi del genio sopra ma almeno correggete gli errori grammaticali…………

    nuovamente tutto molto interessante,soprattutto i vari piccoli paragrafi che spiegano meglio particolari argomenti,felice di aver saputo la conclusione della storia di Roberto Malvezzi e sempre più incuriositò dalla guerra di mina di cui non si parla mai molto e secondo me un giorno meriterebbe un articolo a parte

    1. Cerco di trattare solo argomenti sui quali ho una preparazione accademica o quasi. La guerra di mina è interessantissima, e se avrò tempo di approfondire su alcuni volumi proverò a scriverne.

      1. tranquillo,non per nulla ho detto un giorno,non ti chiedo di certo di scrivere un articolo per la settimana prossima,ma se prima o poi in futuro che sia tra 6 mesi o 1 anno ti verrà voglia di dedicare il tuo tempo a un articolo del genere la cosa potrebbe aprire spunti molto interessanti,anche per via dei moltissimi articoli riguardanti assedi che stai pubblicando a cui si potrebbe collegare

  6. I miei più vivi complimenti per la ricchezza di informazioni e immagini! Mi chiamo Paolo Francis Quirini del ramo di Santa Giustina, detto anche “di Candia”, in quanto fino al 1669 la mia famiglia reggeva in quest’isola veneziana i feudi di Castel Temene e i Casali di Dafnes. Mi eran note, per tradizione famigliare, le vicende del mio avo Marco Quirini ( o Querini) e del martirio di suo figlio Gianantonio, nonchè le imprese di Marco a Lepanto, ma la ricchezza dei particolari da lei esposti, hanno ampliato con la loro dovizia di informazioni la mia avida conoscenza.
    In questo periodo mi sto occupando della storia di un mio altro antenato, Pietro Querini, quello che dopo il naufragio della sua Cocca oltre il Circolo Polare Artico avvenuto nel 1431, portò per primo a Venezia lo stoccafisso, poi diventato il nostro bacalà veneto. Se lei ne fosse interessato, molte notizie provenienti dalla relazione autografa di Pietro, le può trovare sul mio profilo Facebook sotto Paolo Francis Quirini.
    Grazie ancora e attendo altre sue ricerche!
    PFQ

    1. Grazie Paolo, e complimenti per l’ascendenza. Coltivare le proprie radici e ricostruire la vita dei propri antenati dovrebbe essere un onore per ogni individuo. Sono felice di averle consegnato qualche tassello in più e la ringrazio per l’invito a visitare il suo profilo. La vicenda del 1431 è molto interessante e la seguirò con attenzione.

      Gabriele Zweilawyer

  7. buongiorno.
    L’articolo è molto ben curato sia per la grande chiarezza espositiva che per l’ ordine nella struttura narrativa. C’è un ottimo equilibrio tra oggettività della ricostruzione storica e descrizione delle passioni che agitano l’animo umano e conferiscono grande realismo al racconto.
    Notevole il tacito riferimento al “De coniuratione Catilinae” di Sallustio.

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