Marcantonio Bragadin e l’Assedio di Famagosta (1571): Introduzione

La storia di Marcantonio Bragadin, governatore veneziano di Cipro, del comandante Astorre Baglioni, e della loro difesa della fortezza di Famagosta, rappresenta uno degli eventi più significativi della lotta fra ottomani e veneziani per il controllo del Mediterraneo orientale. Pochi mesi prima della famosa Battaglia di Lepanto (1571), un manipolo di soldati europei difese Famagosta per un anno nel corso di un assedio che vide schierati, fuori dalle mura, quasi 100.000 soldati e guastatori ottomani.

Storiografia 2.0

Il presente volume è costituito dalla traduzione in italiano dell’opera Storia di Salamina Presa e di Marc’Antonio Bragadino Comandante, redatta da Antonio Riccoboni nel XVI secolo, e da una serie di commenti, curiosità storiche e link ipertestuali aggiunti dal sottoscritto.

Vista la presenza di questi ultimi e l’assenza di note a fondo pagina, il testo può essere fruito nel modo migliore su dispositivi dotati di connessione a internet.

Le uniche parti che ho sostituito integralmente sono la prefazione del 1842, il capitolo I (che, nella sua versione originale, non introduceva in modo corretto i fatti oggetto della trattazione) e l’epilogo.

Faccio comunque presente che sia nella narrazione del Riccoboni, sia nella traduzione ottocentesca (che contiene diversi errori) sono presenti piccole discrepanze rispetto all’effettivo svolgersi dei fatti storici.

Il rapporto fra VeneziaCipro iniziò a essere sempre più stretto a partire dalla metà del XII secolo. In particolare, già nel 1139 era presente a Limassol, nella parte meridionale di Cipro, una compagnia mercantile veneziana. Dopo tre secoli tormentati, in cui bizantini e arabi si erano contesi l’isola e spartiti la tassazione sugli abitanti, nel 958 Cipro fu riconquistata in via definitiva dall’Imperatore Niceforo II Foca. E nel 1147 fu proprio un Imperatore bizantino, Manuele I Comneno, a includere Cipro fra i luoghi in cui i veneziani avevano diritto di commerciare liberamente. Meno di mezzo secolo dopo, nel 1192, Cipro finì in mano ai Lusignano, con i quali i veneziani ebbero inizialmente qualche problema. Ciononostante, i traffici della Repubblica a Cipro continuarono e, nel 1306, ricevettero i crismi dell’ufficialità grazie a un’intesa firmata nella città di Nicosia, capitale del Regno. Tale documento concesse ai veneziani la possibilità di avere proprie piazze commerciali, possedimenti e un proprio giudice.

cipro candia 1571
Le due isole maggiori in possesso dei veneziani nel 1570. In giallo i territori ottomani che le circondano.

I rapporti fra Lusignano e Venezia si strinsero ulteriormente nelle decadi successive, in particolare grazie ai continui finanziamenti concessi da quest’ultima ai regnanti ciprioti (basti pensare che il riscatto di Re Giano, catturato nel 1426 dai mamelucchi, fu pagato dai veneziani), e portarono al matrimonio fra la nobile veneziana Caterina Cornaro e Re Giacomo II di Cipro. Ovviamente, alla morte di quest’ultimo, avvenuta nell’agosto 1474, Venezia prese, di fatto, il controllo dell’isola. Visto che la nostra trattazione riguarda Famagosta, o Salamina che dir si voglia, bisogna ricordare che questa rimase in mano ai genovesi dal 1372 al 1464, resistendo a ben cinque assedi dei sovrani di Cipro.

Demografia di Cipro fra XV e XVI secolo

Nel secolo di dominio veneziano su Cipro, la popolazione dell’isola crebbe in modo impressionante. In B.ARBEL, Cypriot Population under Venetian Rule: A Demographic Study, Μελέται καίΥπομνήματα, (1984), ristampato in: Cyprus, the Franks and Venice (13th-16th Centuries), Londra 2000, leggiamo che fra la fine del XV secolo e l’inizio della dominazione ottomana (1571), gli abitanti di Cipro passarono da 100.000 a 190.000. I cittadini della capitale, Nicosia, erano circa 25.000 (pari a una città europea come Strasburgo), mentre quelli di Famagosta erano 10.000. Anche nel contado si formarono villaggi di grandi dimensioni, come quello di Lapithos, che avvicinava i numeri di Famagosta, e altri che si aggiravano sui 1.000 abitanti. Contando anche quelli più piccoli, i villaggi presenti a Cipro nella seconda metà del XVI secolo erano ben 906. In MICHAEL. M.N., KAPPLER, ALTRI, Ottoman Cyprus: A Collection of Studies on History and Culture, 2009, viene riportato che solo alla fine dell’ottocento, in piena dominazione britannica, la popolazione di Cipro tornò ai livelli del XVI secolo.

Assieme all’isola, i Veneziani ereditarono anche un tributo di ottomila ducati l’anno da pagare al Sultano come ulteriore (e ricorrente) prezzo per la liberazione del citato Re Giano. Come già spiegato nel box qui sopra, il dominio veneziano su Cipro non solo diede un forte impulso alla demografia, ma fece crescere il numero di vascelli in entrata e uscita dai porti isolani.

Oltre alle navi onerarie, attraccavano e si rifornivano anche le galee da guerra dei Cavalieri di Malta e dei corsari provenienti da ponente. La presenza di queste ultime imbarcazioni rendeva poco sicura la navigazione ottomana nel tratto di mare fra Cipro e le coste egiziane, tanto che le lamentele dei musulmani che viaggiavano verso la Mecca arrivarono fino ai piani alti dell’Impero Ottomano.

Le ragioni di una guerra
Prima di una disamina molto interessante sulle ragioni dell’interesse turco su Cipro, in PARUTA P., Storia della Guerra di Cipro (3 libri), 1599 (ristampata nel 1827), si legge: «Cagione di questa guerra per certo fu quella, che similmente già molti anni travagliata quasi tutta la Cristianità, cioè l’immoderato appetito d’imperio, e di gloria militare dei Principi Ottomani, nei quali, insieme con la successione del Regno pare che, quasi meravigliosamente, sia passato in tutti questo quasi naturale istinto di guerreggiare, generato in loro dagli ordini di quello Stato, tutto ordinato, e disposto all’opere, ed esercizi militari; talché stimando questi sufficiente cagione di guerra l’allargare i confini dell’Imperio, hanno sempre travagliati i vicini con l’armi…»

A Costantinopoli, Selim II, forse convinto da alcuni pascià (e da Giuseppe Nasi), decise che era giunto il momento di mettere fine al dominio veneziano su Cipro. In realtà, Selim II aveva molti problemi a dimostrarsi all’altezza del padre, morto nel 1566 appena un anno dopo la sconfitta inflittagli da La Valette a Malta. Chiamato Sarhoş (l’Ubriacone) e probabilmente omosessuale, vide nella conquista di Cipro un’ottima occasione per sollevare la sua reputazione. Ad ogni modo nel 1568, chiusa (temporaneamente) la contesa con gli Asburgo nei Balcani, Selim II poté pianificare la presa del dominio veneziano in relativa tranquillità.

Nei primi giorni del 1570, il bailo di Venezia nella capitale ottomana, Marcantonio Barbaro, avvisò il Senato che iniziavano ad esserci voci insistenti su una spedizione contro l’isola e movimenti sospetti fra gli alti gradi militari.

Il 13 gennaio 1570, Selim II bloccò le navi veneziane a Costantinopoli, i traffici della Repubblica nell’area, e mandò alcuni contingenti in Dalmazia per infastidire il confine veneziano. La sua idea era quella di dimostrare quanti danni potesse arrecare a Venezia e alla sua economia se quest’ultima non gli avesse concesso Cipro. Circa un mese dopo, Selim II inviò un ambasciatore a Venezia per procedere con una richiesta formale:

«Noi vi chiediamo Cipro, e ce la darete con le buone o con le cattive; e guardatevi bene dall’attirare su di voi la nostra orrenda spada, perché sarà guerra crudele su tutti i fronti; e non vi fidate del vostro tesoro, perché lo faremo passare e correre via come un torrente.»

Il senato veneziano rifiutò con forza, e l’ambasciatore turco supplicò di poter uscire da una porta segreta poiché temeva di essere linciato dal popolo veneziano. Nei mesi successivi vi furono le solite scaramucce, sequestri di beni e altre ritorsioni fra turchi e veneziani.

Poi, nel luglio 1570, l’esercito ottomano, guidato da Lala Mustafà Pascià, sbarcò a Cipro. Dopo tre settimane di razzie e studio del territorio, il 22 luglio Mustafà fece muovere le truppe verso Nicosia dopo aver mandato 500 cavalieri a impedire i collegamenti fra questa e Famagosta. Così facendo, operò in modo opposto a quanto consigliato da Pialì Pascià, comandante delle forze navali ottomane.

Per comprendere meglio le ragioni dei continui scontri fra i due generali, consiglio di leggere la serie sull’Assedio di Malta del 1565 in quattro parti. Anche in quel caso i due comandanti ottomani ebbero i loro diverbi. Sotto le mura difese dal Gran Maestro La Valette e dai suoi Cavalieri, trovarono la morte 20.000 ottomani.

Il 9 settembre, per una serie di errori di valutazione da parte del comando veneziano, la fortezza di Nicosia, capitale del Regno, cadde dopo soli 45 giorni di assedio. Ventimila uomini furono massacrati nel giro di pochi giorni, mentre i sopravvissuti furono ridotti in catene e spediti a Costantinopoli.

Dunque tutto il regno di Cipro fosse sotto il controllo dei turchi a eccezione della sola Salamina; e fu lì che si portò Astorre Baglioni, supremo comandante della milizia, poiché temeva che i nemici l’avrebbero assediata prima di Leucosia, ora detta Nicosia, cosa che però non accadde.

Astorre Baglioni: un comandante poco conosciuto
Oggi quasi sconosciuto, Astorre Baglioni ebbe grande fama nei secoli scorsi. Uno studioso del XVI secolo, Bernardino Tomitano, impiegò gli ultimi anni della sua vita (1572-1576) a redigere la colossale opera Vita e fatti di Astorre Baglioni, in otto libri. Viste le dimensioni e l’argomento di nicchia, nessun editore si è mai preso la briga di curarne un’edizione stampata. Ad oggi, i tre manoscritti sono conservati presso Perugia (Archivio dell’Abbazia di S.Pietro), Roma (Bibl. Naz. Vittorio Emanuele), Vaticano (Bibl. Vaticana). Come riportato da GIRARDI M.T., Il sapere e le lettere in Bernardino Tomitano, Vita e Pensiero, 1994, le tre copie sono state segnalate in KRISTELLER P.O., Iter Italicum, volume II, Londra, The Warburg Institute, 1967.
Astorre Baglioni era stato assoldato da Venezia a trent’anni, nel 1556, quando aveva già sulle spalle quasi quindici anni di esperienze militari. Dagli scontri con i turchi in Ungheria alle incursioni contro i corsari nordafricani, il Baglioni si era sempre distinto per valore e disciplina. A dimostrazione della sua indole battagliera, vale la pena ricordare che, in VERMIGLIOLI G.B., Biografia degli scrittori perugini e notizie delle opere loro, Volume I, Perugia, 1829, viene citato un opuscolo riassuntivo della sua contesa cavalleresca con il Conte Giulio Landi, composta nel 1546 (quando il Baglioni aveva 20 anni) dal Consiglio di Giustizia di Parma. Nello stesso testo si fa anche riferimento a un apprezzamento personale di Torquato Tasso nei confronti dell’Astorre Baglioni poeta e letterato.

Il governo civile di Salamina era affidato a Marcantonio, nato dalla famiglia Bragadin, la quale – se proprio non vogliamo credere che abbia preso il nome dal celeberrimo fiume africano che lambiva la città di Utica, chiamato Bragada, nelle cui vicinanze Attilio Regolo si dice abbia ucciso un enorme serpente lungo centoventi piedi (e infatti si congettura che le origini della famiglia risalgano proprio a Regolo) – è comunque una delle famiglie più nobili di Venezia.

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Mappa di Famagosta con l’esercito otomano schierato all’esterno (fonte: wiki)

Dotato di un grande intelletto, egli dimostrò di avere grande forza fisica e d’animo e di essere un uomo ingegnoso, pronto, buono e probo. Ma egli era soprattutto devoto a Dio e attaccato alla sua patria a tal punto che, qualora ce ne fosse stato bisogno, sarebbe morto mille volte per la difesa del culto di Dio, della religione cristiana e della patria. Perspicace nel prevedere, pronto a eseguire, indefesso nel vigilare, Marcantonio era davvero nato per governare le cose della Repubblica Veneziana.

Quando, il primo giorno di maggio dell’anno 1149 dopo la fondazione di Venezia, ovvero il 1570 dopo Cristo, fu annunciata in tutta Cipro l’imminente guerra fra turchi e veneziani, il Bragadin era privo di denaro, senza il quale i saggi reputavano impossibile porre in essere tutti gli adempimenti necessari alla difesa, e anche a corto di oro ed argento, già utilizzati per pagare fanteria e cavalleria.

A causa della distanza dagli altri possedimenti veneziani, non poteva neanche sperare in un opportuno aiuto finanziario, e quindi rinnovò l’antico uso di battere moneta con quello che aveva a disposizione.

Sappiamo infatti che Domenico Michiel principe e ventiseiesimo doge di Venezia, nella spedizione asiatica fatta contro i turchi in Siria per salvaguardare gli interessi cristiani, si ritrovò sprovvisto di denaro. Per pagare marinai e soldati, ordinò che fosse istituita una moneta in pelle e la distribuì al posto di oro e argento a tutti gli stipendiati con la promessa che, una volta tornati in città, avrebbero potuto cambiarla con del denaro vero.

Così il Bragadin per prima cosa volle costituire una tesoreria, e ordinò di battere giorno e notte monete di rame, alcune da dodici assi, altre da quattro quadranti, con cui pagò la fanteria italiana, greca, la cavalleria e tutti quelli che facevano parte del presidio. Emanò quindi un’ordinanza che prevedeva la pena di morte per coloro che si fossero rifiutati di ricevere quel tipo di moneta in pagamento.

La monetazione ossidionale
Per indicare la monetazione d’emergenza in caso di assedio, in numismatica si usa il termine «moneta ossidionale». A partire dal XVI secolo, questo tipo di monetazione venne utilizzata da molti governanti europei che si trovavano rinchiusi in fortezze poste sotto assedio. Mancando sia il denaro che materiale per coniarlo, si procedeva a utilizzare ciò che era a disposizione degli assediati, dalle forniture d’argento a tutti i tipi di metallo. In Italia la monetazione ossidionale fu decretata in diversi casi, come quello di Crema nel 1514, di Pavia nel 1524, di Cremona nel 1526. Lo stesso Clemente VII emise monete ossidionali durante l’assedio dei lanzichenecchi nel 1527. In TRAINA M., Gli assedi e le loro monete (491-1861), Bologna, R. Giannantoni Editore, 1975, si legge
«I Bisanti, battuti durante l’assedio di Famagosta, tutti in rame e con la data 1570, recano al dritto l’impronta del leone di San Marco con la leggenda PRO / REGNI / CYPRI / PRAESIDIO a spiegazione dello speciale carattere della emissione; sotto la data. Al rovescio, in quattro righe, VENETORV // FIDES/INVI // OLABILIS; sopra un amorino (che accenna alle tradizioni mitologiche dell’isola cara a Venere), che implora il cielo per vendicare la perfidia dei turchi e sotto l’indicazione del valore BISANTE…»
Fra i molti altri esempi europei, vale la pena ricordare quelli risalenti alla Guerra civile inglese. In BEYNON ‎V.B.C., Siege Money of the Civil War, British Archaeological Association1935, viene ricordato che diverse fortezze realiste – Carlisle (1645), Scarborough (1645), Newark (1646), and Pontefract (1648) – coniarono monete ossidionali. Della monetazione ossidionale di Carlisle abbiamo anche una testimonianza diretta, ricavata dal diario di una diciassettenne, Leslie Tullie, che si trovava nella fortezza durante l’assedio: «fu pubblicato un editto che ordinava a tutti i cittadini di portare i loro piatti d’argento perché fossero marcati, cosa che fecero in modo diligente».

In questo modo riuscì a risolvere lo stato di grave necessità come se avesse avuto a disposizione vere monete d’oro e d’argento.

Inoltre il giorno 4 giugno spedì per tutto il contado di Salamina delle persone che, in modo veloce e ordinato, raccogliessero e riportassero in città qualsiasi cosa necessaria a sopravvivere in condizioni di assedio: frumento, vino, olio, formaggio, legna, carbone, pecore e altro. Inoltre, per non lasciare nulla al nemico, il Bragadin ordinò di mettere a ferro e fuoco tutto ciò che non poteva essere riportato in città. E il suo ordine fu subito eseguito.

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Cipro nel 1573

All’interno della città, ordinò alla popolazione di porre in essere tutto il necessario alla difesa di Salamina, cioè aumentare, diminuire, dilatare, distruggere, abbattere, restringere, appianare i luoghi a seconda della necessità, restaurare gli antichi baluardi, erigerne di nuovi nei punti più deboli, e provvedere alle altre cose che un preside dotato di grandi capacità riteneva necessarie.

Si occupò di spronare i lavoratori a compiere le operazioni, promettendo con grande eloquenza non solo lodi e premi dalla Repubblica Veneta, ma anche una ricompensa divina.

Di certo l’eloquenza era propria del genere e del sangue veneti, tanto che sia i fanciulli e gli adulti senza esperienza, sia gli uomini e i vecchi avvezzi alle discussioni nel foro e nel senato, erano eloquenti in modo mirabile. E tuttavia non si può sottolineare abbastanza quanto in quella fosse eccellente il Bragadin, cui la stessa necessità suggeriva le parole. La veemenza della sua orazione proveniva infatti solo dalla forza della sua esposizione, e non dal suo ingegno o da una capacità tecnica acquisita.

Come aveva dimostrato altre volte questa grande eloquenza, così il 14 luglio quell’eccezionale comandante, nella piazza dove il religiosissimo vescovo di Salamina, Girolamo Ragazzoni, aveva celebrato la messa, dopo la consacrazione ricevuta dallo stesso vescovo, e dopo una breve esortazione fatta da quest’ultimo al popolo perché si adoperasse fortemente, con coraggio e fedeltà per Gesù Cristo e per il suo principe, quel comandante, dicevo, giurò solennemente di affrontare ogni pericolo per la difesa della religione cristiana e per la conservazione della Repubblica, di dare la vita, se ce ne fosse stato il bisogno, e di difendere fino alla fine un popolo tanto fedele e onorevole.

Ragazzoni e Giordano Bruno
Ragazzoni divenne poi Vescovo di Bergamo nel 1577 ed ebbe un contatto con Giordano Bruno del quale, forse, avrebbe potuto salvare la vita. Fu proprio a Ragazzoni, nel 1583 nunzio apostolico a Parigi, che Giordano Bruno chiese il permesso di rientrare nell’ordine domenicano («de ritornar nella religione cattolica»). Il vescovo disse che non poteva fare nulla, ma lo indirizzò verso un gesuita in grado di aiutarlo. L’episodio viene commentato in luce negativa in VERRECCHIA A., Giordano Bruno. La falena dello spirito, Roma, Donzelli, 2002.

Giuro per la Santissima Trinità, Dio padre, Dio figlio, Dio Spirito santo, giuro sul sacrosanto Vangelo dei quattro Evangelisti Marco, Matteo, Luca, Giovanni, giuro per la santissima croce di Cristo, sotto il cui vessillo militiamo, che disprezzerò e non avrò considerazione per i pericoli che dovessero presentarsi, non tralascerò alcun adempimento che possa sostenere o migliorare le possibilità della causa cristiana, e che morirò io piuttosto che il mio popolo, il quale in nome di Cristo affronta ogni pericolo e serve la Repubblica in modo così pronto e fedele. Allo stesso modo giurano insieme a me l’inestimabile Lorenzo Tiepolo, prefetto di Pafo, e l’eccellentissimo Astorre Baglioni, comandante in capo di tutta la milizia, e tutti gli altri virtuosi comandanti dei quali non solo potete vedere i volti, ma anche udire le voci.

Lodo voi, abitanti di Salamina, e con gratitudine continuerò a chiamarvi uomini forti e di grande animo; vi esorto con ogni mio potere affinché rimaniate saldi nelle convinzioni che avete ora: difendere i vostri padri, le mogli, i figli, le case, la patria vostra, spargere il vostro sangue, qualora occorresse, per la difesa della patria, dimostrarvi attaccati al vostro principe nel proteggere con tutte le forze voi stessi e le vostre cose, reprimere l’impeto e il furore dei feroci nemici che pensano solo alla crudeltà, alla strage e a godersi la distruzione dei Cristiani; e infine conservare alla Repubblica Veneta quella fedeltà che portate sempre con voi.

Per queste ragioni, mentre ora si è celebrato il sacrificio di Gesù Cristo, e abbiamo preso la Sacra Eucarestia, a voi tutti prometto che non ometterò alcuna cura, fatica, vigilanza, autorità e consiglio che possa servire alla vostra sicurezza. E testimonierò la vostra fedeltà al Senato Veneto, affinché questi possa ricompensarvi con grandi lodi e premi.

Grazie a questo discorso emozionante fu acclamato in modo vigoroso e, innalzate le mani, subito tutti giurarono fedeltà: uomini, donne, fanciulli, fanciulle, cavalieri, fanti, cittadini ed anche forestieri. Una gran moltitudine non solo nelle strade, nei portici e nelle piazze, ma anche alle finestre.

VAI alla SECONDA PARTE.

Ringraziamenti
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3 pensieri riguardo “Marcantonio Bragadin e l’Assedio di Famagosta (1571): Introduzione

  1. Sito pazzesco! A livello accademico ci sono pubblicazioni meno accurate di questo articolo. Sei sicuro di essere da solo? Perché tratti argomenti così diversi che mi sembra difficile possa esserci una sola persona dietro. Comunque complimenti.

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