L’Assedio di Malta del 1565: dalla Caduta di S.Elmo all’Assalto della Senglea

Nella PRIMA PARTE abbiamo narrato la presa di Forte S.Elmo, che è costata a Mustafà oltre 8.000 dei suoi uomini migliori, mentre i difensori maltesi hanno perso circa 1.500 fra Cavalieri e soldati. Il computo rimane comunque a vantaggio degli Ottomani, che continuano a ricevere aiuti da migliaia di corsari provenienti dal nord Africa in cerca di bottino.

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Giannizzeri sulla breccia di S.Elmo

A S.Elmo, Mustafà spera di impadronirsi dell’artiglieria maltese; perde il senno quando capisce che i Cavalieri mutilati e più gravemente feriti hanno passato le ultime ore di vita a danneggiare tutti e 27 i pezzi rimasti, che risultano inutilizzabili. Dall’altra parte del Porto Grande, La Valette si trasferisce da S.Angelo all’Albergo d’Italia, negli appartamenti del Commendator De Mailloc. Non sopporta infatti la vista della mezzaluna che sventola sulle macerie di S.Elmo, ma al popolo e ai Cavalieri non mostra alcuno scoramento. Si reca anzi nella piazza del Borgo per parlare con i cittadini e rassicurarli; non annulla neanche i festeggiamenti (con fuochi pirotecnici) per il giorno di S.Giovanni. Il giorno dopo, come già ricordato nel precedente capitolo, i cadaveri mutilati e crocefissi dei Cavalieri arrivano, galleggiando, fino al Borgo. Il Gran Maestro si reca a osservare l’osceno spettacolo assieme al popolo. Stavolta non trattiene la rabbia. Mentre i cadaveri degli amici vengono portati sulla terraferma per avere degna sepoltura, tiene un discorso direttamente in loco, infuocando gli animi anche delle donne e dei fanciulli.

Agli armati si rivolge invece così:

Cosa potrebbe desiderare di meglio un Cavaliere, che morire con le armi in mano? E cosa potrebbe essere più adatto, per un membro dell’Ordine, che sacrificare la vita in difesa della propria fede? Non dobbiamo abbatterci perché i Turchi, alla fine, sono riusciti a piantare il loro maledetto stendardo fra le rovine di S.Elmo. I nostri Fratelli, che sono morti per noi, hanno insegnato loro una lezione che ha causato angoscia in tutto l’esercito Turco. Se il povero, piccolo e insignificante S.Elmo è stato in grado di resistere ad attacchi violenti per un mese, come può aspettarsi di avere successo contro la più forte e numerosa guarnigione del Borgo? Noi Vinceremo.

Il Gran Maestro non si dimentica degli altri combattenti, maltesi e mercenari, e parla anche a loro:

Siamo tutti soldati di Nostro Signore, anche voi fratelli miei. E se per sfortuna tutti i Cavalieri e gli ufficiali dovessero morire, sono sicuro che voi continuerete a battervi con la stessa veemenza.

È comunque interessante notare come il Vassallo, nella sua cronaca, non giustifichi la rappresaglia di La Valette, che fa piovere le teste dei prigionieri sul campo turco.

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La Valette, caduto S.Elmo, chiede al Cav. Mesquita (il comandante della Notabile) di inviargli alcuni contingenti della milizia cittadina e di cercare, ancora una volta, aiuto dalla Sicilia. Nel frattempo, un Piccolo Soccorso proveniente proprio quell’isola giunge in vista di Malta. A guidarlo è Don Giovanni di Cardona, che però gira le vele appena vede le bandiere ottomane sventolare su S.Elmo. Il Vicerè è infatti stato chiaro: se S.Elmo è già caduto, non avvicinarti all’isola.

La Valette dirige e partecipa in prima persona a tutti i lavori e alle opere necessarie a rendere il più sicure possibili le due penisole fortificate di Borgo e Senglea. In pochissimi giorni, fa abbattere tutti gli alberi dei giardini nelle vicinanze delle città e anche decine di abitazioni che i Turchi potrebbero utilizzare come riparo o come materiale di recupero per piattaforme o per altre difese. Davanti alle mura vuole tabula rasa.

Il 29 Giugno, a sei giorni dalla caduta di S.Elmo, arrivano alla Notabile (favoriti da una densa nebbia) i primi soccorsi dalla Sicilia. In tutto circa 600 uomini, fra cui 44 Cavalieri (compreso Enrico La Valette, nipote del Gran Maestro), 200 soldati spagnoli, 200 mercenari italiani e una quarantina di benestanti avventurieri europei.

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Mesquita decide che il Gran Maestro deve sapere la buona novella, e quindi ha l’idea di spedire al Borgo un maltese, Bajada, in abiti ottomani. Bajada ha trascorso diversi anni come schiavo dei turchi e padroneggia la loro lingua. In pieno giorno, passa in mezzo ai ricognitori turchi e arriva senza problemi davanti al Gran Maestro.

Il 3 Luglio l’intero contingente di soccorso giunto alla Notabile (con l’eccezione di 60 uomini trattenuti in città da Mesquita) percorre quasi 20 miglia a piedi per aggirare gli Ottomani e arrivare al Borgo passando dalla parte meridionale dell’isola.

I Cavalieri sono a conoscenza, a grosse linee, del piano d’assalto di Mustafà, ma a confermarlo in modo completo è uno schiavo greco, Filippo Lascaris, che fugge dall’accampamento turco e raggiunge a nuoto la Senglea.

La storia di Filippo Lascaris merita un approfondimento. Egli è infatti un aristocratico greco, discendente degli Imperatori Romani d’Oriente, catturato in gioventù dai Turchi. Pur avendo raggiunto una buona posizione all’interno dell’esercito ottomano, egli racconta che la difesa dei Cavalieri ha fatto scattare qualcosa in lui, e che non può più accettare di stare dalla parte di coloro che hanno umiliato la sua famiglia. Definiamolo un ravvedimento operoso e tardivo.

I Turchi avrebbero attaccato in massa, via terra e via mare, la Senglea. Per evitare le cannonate di S.Angelo, Mustafà ha intenzione di trasportare le barche via terra, attraverso la penisola di S.Elmo, fino al Porto Grande. Mustafà ha inoltre già deciso anche la strategia post-conflitto: dopo aver massacrato tutti i Cavalieri, lascerà a Malta il Pascià di Rodi (l’isola strappata all’Ordine quaranta anni prima) con 10.000 uomini. Mustafà pensa infatti anche alla conquista de La Goletta, ossia il secondo obiettivo fissato da Solimano.

Mentre la parte della penisola Senglea che guarda al Borgo è protetta dalla grossa catena che unisce le punte delle due penisole e da un sufficiente quantitativo di artiglieria, sul lato interno le mura non sono ancora abbastanza alte. La Vallette chiede ai suoi ingegneri di trovare una soluzione per impedire lo sbarco delle forze turche sul litorale, e il costruttore Orlando Zabbar, coadiuvato dai piloti Paolo Micciolo e Paolo Burlò, propone la costruzione di una palizzata lungo tutta la penisola, da piantare in acqua a 15 passi dal litorale. I pali, distanziati di 10 passi fra loro, saranno uniti da una grossa catena Si tratta dell’unica soluzione fattibile per impedire uno sbarco. La Valette ordina di costruirla solo nelle ore notturne, e gli operai riescono nell’impresa impossibile di ultimarla in poco più di una settimana. Altri intralci allo sbarco (alberi, tronchi, vecchie imbarcazioni) sono disseminati nei luoghi strategici.

Il 4 Luglio, Mustafà viene a sapere che un contingente (di cui non conosce esattamente la consistenza numerica) è riuscito ad aggirare i suoi uomini e a raggiungere i Cavalieri. Dopo la rabbia iniziale, invia a Solimano una missiva per chiedergli nuove truppe, giustificandosi, a detta del Vassallo, così:

Perché le fortezze di Malta sono assai più bellicose ed ostinate di quello ch’era stato dato a intendere.

Inizia inoltre a pensare di offrire ai Cavalieri dei termini di resa favorevoli, simili a quelli già concordati a Rodi nel 1522. Addirittura, vuole proporre una nuova isola ai Cavalieri, forse nell’Egeo, al prezzo di un modesto tributo annuo.

Le teste dei prigionieri turchi, recapitate a colpi di cannone nell’accampamento, fanno però riflettere Mustafà sull’opportunità di mandare uno dei suoi come messaggero. Decide quindi di inviare un anziano schiavo cristiano. Il Gran Maestro pretende però che lo schiavo giunga a lui bendato, senza avere la possibilità di osservare le forze cristiane. Dopo aver ascoltato le condizioni turche, il Gran Maestro rimane in silenzio per qualche secondo e poi dice una sola parola: Impiccatelo. Lo schiavo lo prega di risparmiarlo e La Valette gli concede la grazia e la possibilità di tornare da Mustafà. Non prima, però, di averlo portato ai bastioni di Provenza e Alvernia, i più possenti e presidiati, e avergli fatto osservare l’altezza delle mura.

Il Gran Maestro gli indica soprattuto l’ampiezza e la profondità del fossato. Lo schiavo si sporge dalle mura e mormora “I Turchi non prenderanno mai questo posto“. La Valette risponde:

Dì al tuo padrone che (il fossato) è l’unico terreno che gli concederò. Ecco lì il luogo che potrà avere per i suoi. Lo riempirà con i corpi dei sui Giannizzeri.

La Valette non prende neanche in considerazione una possibile resa. Preferisce farsi massacrare come i difensori di S.Elmo. I maltesi di Borgo e Senglea sono della stessa idea: con i Cavalieri fino alla morte.

Di fronte al rifiuto, Mustafà giura che ucciderà ogni Cavaliere e ogni maltese di Borgo e Senglea.

Si rivolge poi alla Notabile, questa volta facendo leva direttamente sui maltesi. Cerca di convincerli che turchi e maltesi, una volta eliminati i Cavalieri, potrebbero vivere in pace e prosperità. Per la seconda volta in pochi giorni, i maltesi rifiutano di venire a patti con gli Ottomani, dicendo che hanno giurato alla Religione (ossia ai Cavalieri) “fedeltà inviolabile”.

Il giorno successivo, Mustafà ordina di aprire il fuoco sulla Senglea. Il posizionamento iniziale della sua artiglieria prevede sette cannoni sulle alture di S.Margherita, sette a Corradino e dodici sul monte Sceberras.

Un drappello turco attacca il fronte della Senglea (la parte della penisola che dà sulla terraferma), dove alcuni difensori si sono sistemati fra il revellino e un riparo di botti piene di terra. L’avamposto maltese riesce a resistere per qualche tempo, ma alla fine è costretto a ritirarsi nelle mura; non prima, però, di aver fatto saltare in aria il revellino.

I Turchi iniziano subito a lavorare a un ponte di assi per attraversare il fossato e tentare la scalata. Dall’altro lato delle difese cristiane, il 7 luglio tocca anche al Borgo subire un bombardamento.

L’8 luglio, La Valette viene a sapere che ai Turchi sono arrivati nuovi aiuti: si tratta di Hassan Pascià, governatore di Algeri, con 28 galere e 2.500 soldati. Si risolve quindi a scrivere, per l’ennesima volta, al Vicerè di Sicilia, chiedendo il “Gran Soccorso” atteso da settimane. Il Gran Maestro descrive con minuzia di particolari le forze nemiche che stanno cannoneggiando Borgo e Senglea, e spera in una forza di sbarco cristiana di 12.000 fanti e 80 galere. Nel corso della missiva, considerando la penuria d’acqua che i Turchi sono costretti a fronteggiare, reputa sufficienti anche soli 6.000 uomini. Anche i Cavalieri hanno però quasi esaurito le riserve idriche, tanto che il Gran Maestro chiude così la sua missiva:

acqua malta

Il Vicerè però fa dei calcoli diversi. A Malta ci sono più di 200 galee turche e circa 40.000 (visto che i rinforzi avevano quasi pareggiato i caduti) uomini in armi. Don Garcia di Toledo ha a sua disposizione meno di 100 galee e sa che S.Elmo è già caduta. Il rischio di condurre alla distruzione buona parte delle forze armate poste a difesa della Sicilia è grande. Chiede quindi consiglio a Re Filippo. Nel frattempo però, a Messina si sono radunati 600 fanti, inviati dal Papa e comandati da Pompeo Colonna, 200 mercenari spagnoli e altri cavalieri e avventurieri per un totale di 1200 soldati. Caricati su 4 galee, i soldati sostano al Gozo e, la notte del 12 Luglio, arrivano nei pressi del Grande Porto, pronti a forzare il blocco turco. La Valette però segnala da S.Angelo che l’attracco non è sicuro e che il rischio di essere affondate dal fuoco turco è troppo grande. Le galee quindi riprendono la rotta per la Sicilia.

assedio malta luglio 1565
In rosso la linea difensiva dei Cavalieri. Le mezzelune verdi rappresentano il posizionamento dell’artiglieria ottomana diretta sulla Senglea. La freccia verde mostra invece il tragitto terrestre per portare le navi ottomane nel Porto Grande.

Pur essendo in numero sempre maggiore e con enormi quantità di artiglieria a disposizione, i Turchi non se la passano troppo bene. L’arrivo di Hassan crea infatti un altro triumvirato che raramente si trova d’accordo. Il governatore di Algeri vuole concentrare gli sforzi sulla Senglea (che vuole affidati al suo comando), mentre Mustafà preferirebbe un assalto generale a entrambe le fortificazioni. Inoltre, i pozzi fatti avvelenare dal Gran Maestro provocano una moria di soldati.

Mustafà e i suoi, nonostante la costruzione notturna, si sono accorti della palizzata davanti alle sponde della Senglea e vogliono distruggerla prima dell’assalto generale. Alcuni soldati turchi in grado di nuotare sono inviati a smantellarla, ma dopo pochi minuti si gettano in acqua anche i maltesi, che nel nuoto sono molto più abili. Lo scontro acquatico si risolve infatti a favore dei maltesi, che non subiscono perdite, mentre i turchi lasciano sul fondo del mare uomini e strumenti.

Alla fine comunque, prevale il piano di Hassan, che porta i suoi uomini e migliaia di guastatori alle porte della Senglea. I difensori non perdono tempo e, nell’attesa dell’assalto, costruiscono un ponte di barche (idea del Cav. Ottone Bosio) per favorire le comunicazioni fa la Senglea e Borgo e colpiscono con diverse sortite notturne.

I Turchi tentano ancora i Maltesi con vantaggiose proposte di resa, ma la risposta rimane la stessa:

Il Popolo fra mille stenti volentieri morrebbe, anziché mettersi sotto lo stendardo dell’aborrita mezzaluna.

Il grande assalto si fa imminente. Hassan è pronto a guidare le truppe via terra, mentre un suo ufficiale, il vecchio corsaro Candelissa, quelle di mare. Pialì Pascià ha invece il compito di tenersi pronto con le sue 60 galee, trasportate all’estremità più lontana dell’insenatura del Grande Porto.

All’alba del 15 Luglio, inizia il cannoneggiamento generale. Hassan porta i suoi verso S.Michele, mentre Candelissa appronta decine di navi di ogni dimensione per tentare lo sbarco sui lidi protetti dalla palizzata. Le lodi ad Allah assordano i difensori, mentre Mustafà osserva l’azione dalla collina di Corradino.

La palizzata impedisce lo sbarco lungo tutta la costa interna della Senglea, ma un migliaio di Giannizzeri riesce ad approdare sullo sperone, ossia sulla punta della penisola. Candelissa, onde evitare una ritirata dei suoi, ha scelto i soldati fra coloro che non sanno nuotare.

Sulla punta dell’altra penisola, quella di Borgo, il Cav. De Guiral presidia una delle batterie di S.Angelo. Dall’arrivo dei Turchi, ormai quasi due mesi prima, non ha ancora sparato un colpo.

Quel giorno però, osserva con attenzione le manovre turche. Impedisce ai suoi artiglieri di far fuoco subito e chiede loro di caricare i cinque cannoni a sua disposizione con pezzi di ferro, catene e mitraglie. De Guiral attende che tutte e dieci le imbarcazioni turche abbiano completato le operazioni di sbarco. Quando mille Giannizzeri si ammassano sulla punta scogliosa della Senglea, De Guiral ordina di fare fuoco con tutti i pezzi. Palle di piombo, catene e chiodi investono in pieno Giannizzeri e imbarcazioni. È una carneficina. In cinque minuti ne muoiono 800 e tutte le imbarcazioni, tranne una, finiscono a picco.

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Lo sventurato sbarco di Candelissa

Nonostante questo, uno sfortunato evento rischia di far cadere la punta della Senglea. Un soldato di galera cristiano infatti, tale Ciano, accende per sbaglio una pignatta infuocata e, impaurito, la getta via; la pignatta finisce nel mucchio delle altre pignatte provocando una deflagrazione che, pur facendo pochi morti, crea una grande scompiglio in quella sezione dei bastioni. Candelissa riesce a sbarcare altri dei suoi, che arrivano a ridosso delle mura (dove i cannoni di S.Angelo non possono più colpire senza rischiare di uccidere anche i difensori) e li spedisce all’assalto dicendo loro che le forze di Hassan, dall’altro lato della Senglea, sono già entrate in città e hanno iniziato il saccheggio senza di loro.

I Turchi salgono sulla mura, ma i Cavalieri, guidati da D’Aux e coadiuvati da centinaia di giovani maltesi armati di pietre e fionde, riescono a respingerli. Federico di Toledo, figlio del Vicerè, viene però colpito a morte. I Turchi inizialmente ritentano la scalata, ma alla fine si sparge la voce che Candelissa li ha ingannati (ossia che gli uomini di Hassan non hanno, in realtà, fatto breccia),  e il loro furore si spegne, anzi, si rivolge verso Candelissa, che viene accusato di essere solamente un rinnegato greco e bugiardo.

Nella confusione della ritirata, i Turchi si gettano sulle poche barche rimaste, ma sono colpiti duramente dagli archibugeri sulle mura, dai sassi (le donne rifornivano continuamente i frombolieri), dagli ordigni incendiari e, infine, dai cannoni di S.Angelo, che tornano a tuonare. Lasciando solo poche vedette sul lato verso il mare, tutti i difensori corrono dall’altro lato della Senglea, dove le forze dei Cavalieri, comandate dal Cav. Ricca e dal Cav. De Robles, resistono con grande difficoltà.

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Il fuoco della Batteria di De Guiral (da www.militaryarchitecture.com)

Qui Hassan, perso l’impeto iniziale, abbandona gli assalti e affida il comando all’Agà dei Giannizzeri. Arriva anche Mustafà, che ha appena osservato il disastro delle forze di Candelissa.

Dagli spalti i difensori si fanno coraggio urlando: “Nessuna pietà, ricordate S.Elmo!“.

Dopo sei ore di battaglia, Mustafà fa suonare la ritirata, mentre i soldati maltesi sono trattenuti a stento dall’inseguire il nemico fuori dalle mura. Allo sperone (la parte di Senglea verso il mare) i difensori hanno perso poche decine di uomini; sul fronte interno invece sono morti 42 cavalieri e 200 soldati (mercenari e maltesi). Per i Turchi le cose sono andate molto peggio, visto che all’appello mancano più di 3.000 soldati e, cosa da non sottovalutare per il morale, ben otto stendardi, che il Gran Maestro fa appendere al contrario nella Chiesa di S.Lorenzo.

Sperando almeno di disturbare il sonno dei difensori, Mustafà ordina un cannoneggiamento generale notturno sulla Senglea, ma i maltesi (come ogni notte) non gli danno peso e si calano dalle mura per saccheggiare vesti di sete e gioielli dai cadaveri dei Giannizzeri.

La Valette scrive subito al Vicerè, sperando che la notizia della vittoria lo spinga a inviare almeno gli aiuti che, pochi giorni prima, non si erano potuti avvicinare. Le comunicazioni però, con i Turchi che controllano tutta la zona a ridosso di Borgo e Senglea, sono complicatissime. Ogni messaggio del Gran Maestro deve prima giungere alla Notabile, dove Mesquita si occupa di inviarlo in Sicilia. Bajada, il maltese turcofono impiegato di solito, non può più essere impiegato. Quando era stato schiavo infatti, il suo padrone turco gli aveva mozzato un orecchio e un servo del Cav. Romegas, fuggito dal Borgo, è in grado di riconoscerlo. La Valette affida quindi quattro copie della missiva ad altrettanti valorosi maltesi, che si impegnano ad attraversare a nuoto il Porto Grande per poi raggiungere a piedi la Notabile. Tre di loro sono catturati, torturati e uccisi, ma riescono a disfarsi delle lettere nelle imminenze della cattura, mentre il quarto riesce nell’impresa.

Il 16 Luglio, Mustafà osserva con orgoglio il posizionamento dell’enorme ponte di assi sopra il fossato davanti alla Senglea. I Cavalieri sono preoccupati, perché ci sono diverse brecce nelle mura e il ponte permetterebbe ai Turchi di avanzare in massa o piazzare delle mine sotto le mura. Il fuoco incrociato delle artiglierie dell’Ordine non riesce a colpire il ponte, posizionato in modo ottimale dagli ingegneri turchi. L’unico modo per colpirlo è dalla sezione di mura perpendicolare a esso. Gli ingegneri maltesi e i Cavalieri studiano, nel giro di poche ore, una rischiosissima contromossa. L’idea è quella di calare due gomene ai lati del ponte assieme a un manipolo di soldati, i quali dovranno legare le gomene sotto il ponte e permettere così di rovesciarlo tramite gli argani all’interno della fortezza.

Il nipote di La Valette, giunto con il Piccolo Soccorso, si offre volontario per guidare la spedizione notturna. I Turchi però sono lì ad aspettarli e li massacrano tutti. La notizia giunge immediatamente a La Valette, che non versa (almeno in pubblico) una lacrima, e anzi, giunta la mattina, tiene un discorso in onore del nipote in cui narra di come sia “bello e onorevole morire da prode per la fede“.

Ma non c’è tempo neanche per le esequie: quel ponte è un pericolo troppo grande. Il Gran Maestro spedisce quindi l’ingegnere maltese Evengelista Menga e l’allievo Girolamo Cassar a concordare con il Cav. Robles (a capo del Piccolo Soccorso) un modo per distruggere l’opera turca. Le sue ultime parole prima di lasciarli andare sono:

Non mi tornate d’innanzi senza aver distrutta quell’opera!

Gli ingegneri si mettono quindi al lavoro… CONTINUA

18 pensieri riguardo “L’Assedio di Malta del 1565: dalla Caduta di S.Elmo all’Assalto della Senglea

  1. un altro articolo incredibilmente dettagliato e ben scritto
    certo che un finale di questo tipo lascia in trepidante attesa per l’ultima parte

  2. da notare che quando i Turchi si scontravano con dei “luoghi forti” le prendevano, nonostante il loro numero. suppongo fosse una caratteristica degli assedi dell’epoca…

    1. Gli Europei, e i Cavalieri in particolare, avevano sviluppato delle incredibili capacità nel creare fortificazioni. I turchi si erano adeguati con ottime artiglierie e bravi ingegneri. Bisogna anche considerare che i soldati ottomani spesso avevano protezioni corporee inadeguate, mentre le armature europee riuscivano a proteggere parzialmente anche dai colpi di archibugio.

  3. non sono molto informato sulla qualità degli archibugi ottomani,sicuramente erano in grado di perforare un armatura a distanza ravvicinata ma sai quale era circa la gittata utile di questa arma contro un cavaliere corazzato?
    sarei anche curioso di sapere il tipo di armature usata dagli ospitalieri,se le fabbricavano da soli o le compravano da fabbri italiani de nord europa?
    visto che hanno affrontato per secoli gli ottomani il loro equipaggiamento si è evoluto diversamente rispetto a quello usato in europa in teatri quindi piuttosto diversi?

    1. Se ti interessa la questione armature vs armi da fuoco, ti consiglio QUESTO articolo, che rimane il migliore sull’argomento. Quanto alle armature dei Cavalieri, provenivano dai migliori armaioli di tutta Europa, ma immagino ci fossero fabbri capaci anche sull’isola che, fra l’altro, aveva delle proprie miniere dei ferro. Non so quanto fossero diffuse durante gli assedi europei, ma durante il Grande Assedio, alcuni Cavalieri indossavano armature rinforzate da piastre di metallo addizionali (ne parlerò nell’ultima parte dell’articolo).

  4. Molto bello ma da Zwei il livello è sempre altissimo.
    Non mi è tanto chiara la storia della Notabile, al di là delle discussioni strategiche tra i turchi perchè si sono lasciati una fortezza alle spalle?
    Era molto complessa da prendere?

    1. L’ultima volta che sono stato a Malta, ho cercato di fare caso alle fortificazioni e ai dintorni della Notabile/Medina. Si trova in mezzo al nulla, su uno dei pochi rilievi dell’isola. La cinta muraria non è molto estesa ma possente e difendibile anche da poche centinaia di uomini. Mustafà, al contrario del più abile Dragut, immaginava di poter prendere S.Elmo, Borgo e Senglea in pochi giorni, quindi aveva preferito concentrare gli sforzi su questi ultimi.

  5. I turchi sembrano una massa di maneggioni, tolto dragut, da questi articoli. L’esercito ottomano era davvero così scarso in confronto a quello europeo?

    1. Assolutamente non era scarso (ed era spesso impegnato su più fronti), ma le fortificazioni dei Cavalieri erano eccezionali così come il loro addestramento. Gli Ottomani rimasero per tutto il XVII secolo avversari temibili, sia per terra (vedi assedio di Vienna del 1683) che per mare. Di certo però contarono troppo sulla loro superiorità numerica, anche perché la maggior parte dei generali ottomani aveva poca considerazione per la vita dei propri subordinati.

  6. A quando il capitolo successivo? Attendiamo con ansia di sapere come finirà… anche se lo sappiamo bene! Sarebbe interessante leggere la versione di una autorevole storico “turco” di questo episodio storico.
    Grazie!!

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