L’Assedio di Malta del 1565: dallo Sbarco dei Turchi alla Presa di S.Elmo

Dopo l’Assedio di Rodi (1480) e l’Assedio di Rodi (1522), eccoci giunti all’ultimo capitolo della Trilogia dell’Assedio: l’Assedio di Malta (1565). Avevamo lasciato i Cavalieri sulle loro navi, diretti a occidente dopo aver abbandonato Rodi, rimasta sotto il loro dominio per due secoli. Con la fortezza rasa al suolo e i dintorni della cittadella devastati, si erano arresi alle forze di Solimano dopo averle decimate. Lo stesso sovrano, impressionato dal valore militare degli Ospitalieri, aveva addirittura cercato di corrompere L‘Isle-Adam per farlo diventare generale supremo delle forze islamiche, ma poi si era limitato a concedere qualche giorno affinché i cavalieri abbandonassero l’isola senza essere disturbati.

Tornati in Europa, i Cavalieri si trovarono a dover risolvere la questione “nuova casa”. In realtà, le offerte da parte di alcuni regnanti furono discrete. L’Isola d’Elba, alcune isole del Baltico e altri territori divennero papabili per costruire un nuovo dominio dell’Ordine, ma l’Isle-Adam, d’accordo con i suoi Cavalieri, rifiutò tutte le soluzioni proposte. Da un lato infatti, il Gran Maestro sperava di poter ottenere nuovamente Rodi, dall’altro non voleva allontanare i Cavalieri dal cuore della lotta contro l’Islam, il Mediterraneo orientale.

Dopo Gerusalemme, Acri e Rodi, i Cavalieri attendevano ancora una volta l’enorme esercito nemico e uno scontro finale dopo quasi quattro secoli di battaglie, fughe, inseguimenti e assedi. Attendevano il vecchio Solimano, ancora divorato dalla rabbia per non essere riuscito a sconfiggerli definitivamente 43 anni prima, quando era ancora giovane e invincibile.

Come al solito, i cavalieri affrontarono la sorte con l’armatura indosso e le armi in pugno.

Alla loro testa, l’ennesimo Gran Maestro guerriero, Jean La Vallette, coetaneo di Solimano.

Il Gran Maestro La Vallette aveva 71 anni all'inizio dell'Assedio del 1565
Il Gran Maestro La Vallette aveva 71 anni all’inizio dell’Assedio del 1565

Siamo nel 1565, sei anni prima di Lepanto.

Malta era stata stravolta dall’arrivo di Cavalieri. Prima non era altro che uno scoglio battuto dal sole, terra di pescatori e corsari, senza fortificazioni degne di nota a parte quelle della Città Notabile (o Notabile, oggi Medina) e con un’economia basata esclusivamente su quello che il mare aveva da offrire. I Cavalieri costruirono città e fortezze, imposero una legislazione moderna e la portarono ad essere una dei paesi più ricchi del Mediterraneo. 

Avendo utilizzato l’opera del De Caro per i primi due assedi, ho deciso di passare alla narrazione, meno prolissa ma ben strutturata, di Giovanni Antonio Vassallo, reperibile nel suo volume Storia di Malta raccontata in compendio (1854).

Visto che il Vassallo a volte commette piccoli errori di cronologia o narrazione militare, consiglio di leggere anche l’ottimo Osprey di Tim Pickles, Malta 1565 Last Battle of the Crusades (1998).

L’Ordine si era mantenuto sull’offensiva per diversi anni, affondando o sottraendo ai Maomettani (qui intesi sia come Pirati Barbareschi che come forze “regolari” ottomane) oltre 60 vascelli corsari e commerciali. I governanti delle roccaforti barbaresche situate ad Algeri, nell’attuale Marocco e in altri punti della costa settentrionale africana, chiedevano a Solimano I di espugnare Malta, promettendogli adeguati rinforzi per l’impresa.  Alcuni consiglieri e strateghi si Solimano, come Mehemed Pascià e Pialì Pascià, erano contrari a un attacco, mentre l’anziano Dragut, nemico giurato degli Ospitalieri, spingeva per iniziare i preparativi.

Ad ogni modo, la voce di una enorme armata turca, pronta a muoversi nella primavera del 1565, si sparse in Europa e, soprattutto, a Malta.

La Vallette fece erigere nuove cortine ai baluardi del Borgo (Birgu, oggi Vittoriosa) e della Senglea, approfondire i fossati, alzare terrapieni, insomma, si preoccupò di tutti gli accorgimenti necessari a respingere un assedio. Tutti lavorarono ai miglioramenti difensivi, comprese le donne e gli “uomini agiati“; lo stesso Gran Maestro “portava la corba per quattro ore al giorno”.

La Vallette iniziò subito anche il razionamento dell’acqua, aggiungendo vasche e condutture per massimizzare l’approvvigionamento di acqua piovana. Il problema delle c.d. Bocche Inutili venne risolto imbarcando per la Sicilia tutta la popolazione non in grado di combattere.

Oltre alle questioni tecniche, c’era da risolvere anche quelle monetarie. Bisognava assoldare i mercenari e acquistare tonnellate di vettovaglie; alla fine il Gran Maestro fu costretto a imporre una tassa di 30.000 scudi a ciascuna commenda e i singoli cavalieri misero a disposizione le loro finanze personali. In prestito dai banchieri genovesi arrivarono 12.000 scudi, 20.000 li fornirono i notabili maltesi e 10.000 giunsero dal Papa.

Il Cav. Pietro Mesquita fu nominato Capitano d’Armi e Governatore della Notabile, il Cav. Guglielmo Coupier Generale di tutta la campagna, mentre il Cav.Torellas rimase a proteggere il Gozo con i suoi uomini e altri cento soldati inviati da La Valletta. All’inizio di era pensato di evacuare il Gozo e portare tutti i suoi abitanti a Malta, ma alla fine prevalse l’idea di mantenere la roccaforte durante l’Assedio.

Il 9 Aprile 1565 raggiunse l’isola, alla testa di 27 galere, il Viceré Don Garcia. Era in viaggio per raggiungere la Goletta e preparare anche lì le difese, visto che nessuno conosceva l’effettivo obbiettivo finale dei Turchi. Rimase solo un giorno,  ma ebbe modo di consigliare al Gran Maestro l’aggiunta di un revellino al Forte di S.Elmo. In realtà, Don Garcia chiese anche “in prestito” le galee dell’Ordine, sostenendo che non sarebbero servite in caso di assedio, ma La Valletta accettò di inviargliele a Messina solo dopo aver ottenuto da lui mille uomini e vettovaglie. In breve: non se ne fece nulla.

Verso i primi di Maggio, il Gran Maestro chiese ai suoi commissari di redigere un rapporto completo sulle forze militari disponibili.

LINGUA CAVALIERI SERVENTI d’ARMI
Provenza 61 15
Alvernia 25 14
Francia 57 24
Italia 160 5 (oltre a 10 volontari)
Inghilterra 1 0
Aragona 86 2
Alemagna 13 1
Castiglia 68 6
TOTALE 471 77

A questi numeri vanno aggiunti i 44 cappellani militari, per un totale di 592 uomini in arme appartenenti all’Ordine.

Il calcolo finale porta, comprendendo anche i 5830 della milizia maltese e i 1120 mercenari, a 9117 combattenti. Un numero molto vicino agli 8500 menzionati dal Bosio.

Pochi giorni dopo, a Costantinopoli, l’Armata pronta a lasciare il porto ha dimensioni molto differenti. Al comando di Pialì Pascià ci sono 138 galere in assetto da guerra, che portano oltre 50 cannoni da campo e una forza di sbarco, comandata da Mustafà Pascià, di 38.300 uomini.

Gli obbiettivi affidati ai due generali da Solimano sono tre:

  • Prendere Malta
  • Prendere La Goletta (città tunisina in mano europea)
  • Conquistare la Corsica

Cinque giorni di navigazione, e le vele della flotta turca compaiono all’orizzonte della costa orientale maltese. Il Forte di S.Elmo avverte il resto dell’isola con tre colpi d’artiglieria, cui rispondono quelli di Forte S.Angelo, della Notabile e di Gozo.

Gli abitanti di Malta piombano nel terrore. Chi è rimasto fuori dai luoghi fortificati si affretta a raggiungerli,  altri cittadini radunano gli averi e le provviste rimanenti, mentre gli addetti ai lavori di fortificazione moltiplicano gli sforzi (poiché non tutte le opere sono complete).

Il Generale Coupier si apposta vicino al porto Marsascirocco con circa 1500 uomini, dove una barca turca si avvicina e poi ritorna alla flotta. Coupier continua a seguire gli spostamenti della flotta turca dalla costa e a un certo punto quasi tira un sospiro di sollievo, perché l’armata punta verso sud. Molti altri sperano che Pialì Pascià si diriga verso La Goletta e non molesti Malta, ma i Turchi gettano l’ancora  nelle insenature di Migiarro e Ghain Toffiha.

Giunta la notte, Coupier fa riparare il grosso della truppa nella Notabile, ma teme che i Turchi vogliano assediare proprio la città. Indecisi se evacuare la città, Coupier e i notabili inviano un messaggero al Gran Maestro, che lo riceve a tarda notte e lo incoraggia a mantenere la posizione; all’alba parte per la Notabile un contingente di uomini e munizioni.

malta 1565 assedio
I tre forti presidiati dai Cavalieri: S.Elmo, S.Angelo (Borgo), S.Michele (Senglea). La mappa è di poco successiva al Grande Assedio, quindi è già presente la cinta muraria de La Valletta nei pressi di S.Elmo

La mattina seguente, La Valletta assegna la difesa del Borgo ai cavalieri francesi, spagnoli e tedeschi, mentre alle più numerose schiere italiane, comandate dall’Ammiraglio De Monte, spetta quella della Senglea. Al Forte di S.Elmo decide di mandare il Balì Cav. d’Eguaras con 40 cavalieri e 200 mercenari spagnoli, in modo da supportare l’anziano Balì De Broglio, che è già lì a difenderlo con 120 uomini.

La Valletta ordina anche di avvelenare tutti i pozzi e le riserve idriche dell’entroterra. I Turchi però non mostrano interesse per la Notabile, e nel giro di un giorno e mezzo tutta la flotta ritorna a Marsascirocco, dove poche ore prima erano sbarcati 3000 uomini di avanguardia. I Turchi costruiscono lì gli accampamenti.

È domenica e Fra Roberto d’Evoli, un cappuccino rimasto schiavo dei musulmani per molti anni, infiamma gli animi dei soldati con le sue prediche. Un contingente di cavalleria si avvicina per provocare i Turchi e riesce a portarli fino alla fanteria di Coupier, che a sua volta indietreggia per far arrivare il nemico a distanza di tiro dell’artiglieria di Borgo. Dalla fortezza escono però 800 uomini, non autorizzati dal Gran Maestro, per aiutare Coupier. Lo scontro con i Turchi è violento e mette in rotta questi ultimi. I maltesi li inseguono a lungo, massacrandone molti e catturandone sei. Il Cav. Melchiore d’Eguaras, comandante della sortita di cavalleria, viene ferito a una gamba e sostituito con il Cav. Barrese, che riporta i cavalieri alla Notabile, mentre la fanteria rientra nel Borgo.

Il 21 Maggio il Gran Maestro fiuta un attacco turco al Borgo, quindi ordina a Coupier di accamparsi con 600 archibugeri sulla collina di S.Margherita e al Gen. Gioù sotto i baluardi di fronte al Borgo con altri 400. Vieta inoltre ai Cavalieri di uscire e combattere allo scoperto, poiché molti di loro hanno intenzione di affrontare il nemico in campo aperto. Quando i Turchi attaccano, gli archibugeri si fanno trovare pronti e rispondono al fuoco, supportati dai cannoni del Borgo. Le ondate dell’attacco musulmano si infrangono contro il muro di piombo di quasi mille bocche da fuoco. Alla fine della giornata, i Turchi si ritirano lasciando sul campo 900 morti. Le perdite maltesi sono insignificanti.

Mustafà Pascià posiziona gli accampamenti nelle pianure di casal Tarxen, in quelle della Marsa e di fronte alla Sanglea (ovviamente a distanza di sicurezza dall’artiglieria maltese). Non riesce però a concordare una strategia precisa con Pialì Pascia, anche perché entrambi sono in attesa di Dragut. L’ottantenne corsaro rimane il favorito del Sultano, e proprio quest’ultimo vuole che sia consultato per ogni decisione importante.

In linea di massima, Mustafà vuole attaccare il Borgo, mentre Pialì ha messo gli occhi su S.Elmo. Alla fine, prevale l’opinioni di Pialì, che ha intenzione di spostare la flotta da Marsascirocco a Marsamuscetto (una delle due insenature che delimitano la penisola ove è posizionato S.Elmo), in modo da precludere ogni possibilità di soccorso da parte di navi cristiane.

S.Elmo sorge all’estremità di una lingua di terra che viene interamente occupata dai Turchi. I lavori di costruzione delle trincee, posizionamento delle artiglierie e sistemazione della logistica continuano a ritmo incessante sotto la direzione dei due Pascià, che prevedono di prendere il forte in meno di cinque giorni. Il monte Sciberas, di fronte a S.Elmo, è un luogo impervio e roccioso, quindi gli Ottomani sono costretti a creare dei terrapieni portando terra dalla base del monte. Il 24 Maggio, i cannoni iniziano a cantare.

Dal canto suo, il Gran Maestro si rallegra per la scelta turca. Immagina infatti una lunga resistenza di S.Elmo, che possa almeno dare il tempo di finire le fortificazioni della Sanglea o di vedere arrivare i soccorsi del Viceré. Per questo, invia al forte altri uomini e munizioni, portando il numero dei difensori totali a 600: 500 soldati e 100 cavalieri. Alla notizia, poi, che le riserve idriche maltesi consentiranno ai cristiani di sopravvivere per circa quattro mesi, La Valletta ordina di uccidere tutto il bestiame e salarne le carni, in modo da risparmiare tutto il consumo idrico animale.

Purtroppo per l’Ordine, il Vicerè continua a negare gli aiuti e l’arrivo di una grande flotta cristiana, guidata da Filippo II di Spagna, sembra lontano.

Arrivano invece i rinforzi turchi, sia quelli guidati dal rinnegato calabrese Luccialì (con la sua “Guardia di Alessandria”), 6 galee e 900 uomini, sia quelli di Dragut (il 30 Maggio), altre 15 galee e 1500 uomini.

Il Gran Maestro teme soprattutto le capacità tattiche e militari di Dragut, tanto da mettergli alle calcagna la sua galea personale per spiare i suoi movimenti prima dell’arrivo a Malta.

In una settimana di bombardamento continuo, le mura di S.Elmo subiscono gravi danni.

Il Gran Maestro decide di radunare un contingente e raggiungere S.Elmo per barricarvisi all’interno assieme ai suoi, ma gli altri Cavalieri gli impediscono di partire. Tuttavia molti di loro, vedendo i fratelli in difficoltà, si imbarcano su scafi leggeri per raggiungere la zona calda; il Gran Maestro cerca di favorirne il passaggio bersagliando il campo dei Turchi con l’artiglieria di S.Angelo. Una scheggia di pietra ferisce gravemente Pialì Pascià e tra i suoi uomini si sparge la voce della sua morte.

Il 29 Maggio i Cavalieri approfittano del caos nella catena di comando nemica e improvvisano una sortita, massacrando inizialmente molti turchi. La loro reazione è però pronta, e dopo un breve scontro, riescono a spingere di nuovo i Cavalieri all’interno del forte. Le sorti della giornata propendono a favore dei turchi quando il fumo delle armi viene portato dal vento proprio sugli spalti. Il tempo di aspettare che si diradi, e i Cavalieri si ritrovano con un cannone turco, piazzato sulla controscarpa, che fa fuoco sul revellino.

I fanti turchi mostrano grande coraggio, approntano le scale e tentano di arrivare agli spalti. Purtroppo per loro, le scale sono troppo corte, e la scalata si trasforma ben presto in un massacro. Le scale cadono sui soldati, la ritirata è resa difficile dalla controscarpa e i Cavalieri li bersagliano senza sosta. In poche ore, dall’alba a mezzogiorno, 3000 cadaveri riempiono il fosso. I Cavalieri morti sono 20, i soldati 100.

1565 mappa assedio di malta
Il posizionamento finale delle batterie ottomane (blu) e dei forti degli Ospitalieri (rosso)

Il Cav. Bridiers, ricevuto un colpo di moschetto in pieno petto, allontana i confratelli, dicendo loro di occuparsi di chi può sopravvivere (“non mi contate più nel numero dei vivi“); si trascina poi fino alla cappella del forte e muore ai piedi dell’altare. Il balì di Negroponte e il commendator Del Broglio, anziani e sanguinanti, sono trasferiti assieme agli altri feriti a Borgo, ma chiedono a La Vallette di poter tornare al loro posto e morire con le armi in mano. Fra tanti guerrieri c’è anche un cavaliere codardo, che si imbarca con i feriti pur avendo solo una piccola escoriazione (“un colpo di cui appena vedevasi il segno“). Il Gran Maestro, disgustato, lo fa arrestare e condurre in prigione.

Per sostituire i morti e i feriti, La Vallette invia a S.Elmo cento uomini freschi. Ma il forte è ormai un luogo di lacrime e sangue. Moltissimi Cavalieri e soldati sono sulle mura con le braccia al collo, zoppicanti o con le bende sulla testa. Gli arti amputati durante il combattimento rimangono sparpagliati in terra perché non c’è neanche il tempo di raccoglierli. Ogni giorno, gli assediati perdevano altri uomini senza avere più la possibilità di rimpiazzarli.

Alcuni di questi inviano messaggi al Gran Maestro, chiedendogli di abbandonare S.Elmo e partecipare all’ultima difesa di Borgo e Senglea, ma La Vallette chiarisce che devono rimanere sul posto. La maggior preoccupazione dei Cavalieri sembra essere quella di finire sotterrati durante i cannoneggiamenti, considerandola una morte poco onorevole, quindi il Gran Maestro è costretto a ripetere loro di non abbandonare i loro posti e non tentare atti eroici.  Invia anche tre commissari per valutare le effettive condizioni in cui versa S.Elmo; due di loro lo reputano ormai indifendibile e, anzi, non capiscono come abbia fatto a resistere per così tanti giorni, mentre il terzo, Costantino Castriota (che si vantava di discendere da Scanderberg), pensa di poterlo far resistere ancora a lungo, e chiede al Gran Maestro di assegnargli la difesa del forte. Molti cittadini, soldati e abitanti delle campagne sfuggiti ai Turchi chiedono di seguire Costantino, mentre La Vallette stuzzica i difensori del forte dicendo loro che volendo possono ritirarsi, perché per ognuno di loro che abbandonerà S.Elmo ci sono dieci volontari pronti. I difensori del forte, colpiti nell’orgoglio, dichiarano al Gran Maestro (ci vogliono due missive, perché La Vallette rimanda indietro la prima, considerandola poco sottomessa) che rimarranno a difesa di S.Elmo fino alla morte.

La milizia di Costantino viene così sciolta e la difesa del forte rimane ai superstiti dei primi assalti. S.Elmo, gravemente danneggiato, ancora resiste.

Dopo il suo arrivo, Dragut ordina di avvicinare l’artiglieria e di posizionare altre quattro colubrine sulla punta opposta al forte (divenuta poi Punta Dragut), in modo da colpirlo anche al fianco. In realtà, Dragut non approva la scelta di lasciarsi alle spalle sia la fortezza del Gozo che la Notabile, ma essendo arrivato con una settimana di ritardo, accetta le decisioni dei due Pascià.

Il 3 giugno, Mustafà Pascià ha due settimane di ritardo rispetto al piano originale. Ordina quindi un attacco congiunto via terra e via mare, non prima di aver completamente raso al suolo il bastione del forte. Migliaia di Giannizzeri passano sul fossato, ormai riempito, con il supporto di 4000 archibugeri. Per gli assediati è quasi impossibile affacciarsi alle breccia aperta nelle mura. I Giannizzeri arrivano a pochi metri da ciò che resta del forte e trovano la breccia presidiata da tutti i sopravvissuti; la linee di difesa sono costituite da tre soldati alternati a un Cavaliere.

Dopo essersi scaricati addosso gli archibugi, le due parti arrivano a un corpo a corpo furioso. Le alabarde vanno in frantumi, le spade si spezzano, e a molti non rimane che affrontarsi a colpi di pugnale o di pietra.

Per la prima volta, l’Ordine sperimenta quel giorno un’arma terribile. Dall’alto delle mura, i Cavalieri gettano sugli assalitori, ammassati sotto la breccia, dei cerchi di stoppa infuocati (inzuppati di pece e olio bollente). Ogni cerchio manda a fuoco da tre a sei Turchi, creando un grave scompiglio. Per sei ore è un continuo di cadaveri in fiamme e corpi che volano giù dalle mura sulla massa degli assedianti. A denti stretti, Mustafà fa suonare la ritirata. 2000 dei suoi sono morti, mentre i Cavalieri rimasti sul campo sono 17. Purtroppo i Cavalieri hanno perso 300 soldati (contando anche i gravemente feriti).

Il Gran Maestro è sempre più convinto che la difesa di S.Elmo sia la chiave per resistere fino all’arrivo degli aiuti e, con l’ennesimo stratagemma, riesce a far arrivare al forte altri 150 soldati e Cavalieri. Non ci fu bisogno di convincere nessuno, perché si presentarono tutti volontari.

tomba di S.Elmo
Le parole del Vassallo sono chiare: il forte era diventato una tomba, i volontari erano destinati alla morte.

Mustafà è furioso oltre ogni limite. Addirittura, il 10 Giugno tenta un fallimentare attacco notturno. S.Elmo impegna tutte le sue forze da troppo tempo e i Cavalieri stanno rinforzando le difese delle altre due roccaforti di Borgo e Senglea. Il 15 Giugno, per evitare altri aiuti da Borgo, Mustafà inizia a far scavare una nuova trincea per cannoneggiare eventuali imbarcazioni inviate dal Gran Maestro.

Quest’ultimo continua inoltre a bersagliare, da forte S.Angelo, l’esterno delle linee turche. La sua perseveranza viene premiata.

Il 18 Giugno Dragut, infastidito dai fallimenti ottomani, decide infatti di controllare di persona le fortificazioni nemiche nonostante gli 80 anni suonati. Da forte S.Angelo, l’artigliere siciliano Giovanni Antonio Grugno nota le insegne colorate del drappello e fa fuoco con il suo pezzo. Dragut è fuori portata, ma la palla di Giovanni Antonio frantuma una roccia e le schegge investono Dragut e i suoi accompagnatori. Il capitano corsaro rimane ferito gravemente a un orecchio.

Dragut si trascina al campo aiutato da altri soldati, ma le sue condizioni sono gravissime.

Anche per questo evento, Mustafà opta per una soluzione drastica. Fa allungare le trincee sotto S.Elmo fino al mare (su entrambi i lati) e le riempie di artiglieria, in modo da investirlo con un fuoco a 180°. Fa inoltre risalire 80 galere e numerose barche cariche di archibugeri verso l’imboccatura di Marsamuscetto.

S.Elmo
Posizionamento finale delle artiglierie ottomane che battono S.Elmo

Il 21 Giugno, il Gran Maestro celebra la festa del Corpus Domini pregando per i suoi confratelli di S.Elmo. Nel frattempo, inizia l’assalto finale di S.Elmo, che vede contrapposti duecento assediati a decine di migliaia di turchi. Quando sorge il giorno, centinaia di bocche da fuoco tempestano S.Elmo.

Gli Ottomani compiono tre assalti, uno più violento dell’altro, ma sono respinti. Al tramonto, i Cavalieri sono stremati, arsi dal caldo e feriti. Molti muoiono nel corso della notte, che i sopravvissuti impiegano quasi per intero a medicarsi reciprocamente le ferite. L’unico cappellano rimasto nel forte è un generoso cappuccino, che non potendo più celebrare nella cappella, esorta e prega direttamente sulla breccia. Alla tramonto del secondo giorno S.Elmo ancora resiste, ma i Cavalieri e i soldati rimasti decidono di prepararsi alla morte ricevendo i sacramenti e abbracciandosi fra loro.

Un disperato tentativo di far giungere altri soldati a S.Elmo con cinque galee fallisce nella notte. Fra i volontari ci sono anche due ebrei maltesi.

All’alba del 23 Giugno, nel forte di S.Elmo ognuno va a occupare il posto prestabilito “per morire nel letto d’onore“.

In preda a un senso del dovere e dell’onore al di fuori dell’umana comprensione, gli infermi e i gravemente feriti (fra cui il comandate D’Eguaras) chiedono di posizionare delle sedie sulla sponda della breccia, caricano gli archibugi e attendono lì i loro nemici. A detta delle fonti dell’epoca, anche i soldati e i mercenari mostrano lo stesso valore dei Cavalieri.

Il 23 giugno, dopo quattro ore di assalti, a difendere S.Elmo rimangono 60 uomini. Sotto le mura, ci sono 10.000 Ottomani. Il cavaliere posto davanti al forte, abbandonato dai Cavalieri, viene occupato dal nemico, che da quella posizione inizia a tirare all’interno del forte. Si tratta di un vero e proprio tiro al bersaglio, poiché i Cavalieri non hanno più polvere da sparo.

Rimasti a difendere la breccia con picche e spadoni, gli ultimi soldati cristiani vengono spazzati via dall’ultimo assalto. All’interno di S.Elmo, i Turchi trovano seicento fra morti e moribondi. Questi ultimi prendono la prima arma a disposizione e cercano di trovare una morte onorevole. Nessuno di loro sopravvive al massacro, a parte nove Cavalieri presi prigionieri di cui non conosciamo la sorte. Le notizie relative a quegli ultimi momenti provengono da cinque maltesi che, feriti, lasciano l’armatura e raggiungono Borgo a nuoto.

Quando entra nel forte, Mustafà fa cercare i cadaveri dei Cavalieri e li fa inchiodare per un piede alla volta della cappella, strappa i loro cuori e gli amputa le mani. Ad altri fa incidere delle grosse croci sul petto e sulla schiena, li inchioda ad alcune travi e li getta in mare dove la corrente si muove verso Borgo.

Guardando S. Angelo, Mustafà dice:

Allah, se un figliuolo ci è costato così tanto, quale prezzo dovremo pagare per il padre?

Ha perso 8.000 dei suoi uomini migliori per prendere un cumulo di macerie. La notizia della presa di S.Elmo raggiunge anche Dragut, che riesce ad accennare un sorriso prima di morire per le ferite riportate qualche giorno prima.

Quando i cadaveri mutilati dei Cavalieri raggiungono le sponde di Borgo, l’anziano Gran Maestro non resiste alla rabbia. Fa decapitare tutti i prigionieri ottomani e caricare i cannoni di S. Angelo con le loro teste, che raggiungono così l’accampamento di Mustafà come monito di ciò che lo aspetta.

La battaglia per S.Elmo è finita, ma quella per Malta è appena iniziata.

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14 pensieri riguardo “L’Assedio di Malta del 1565: dallo Sbarco dei Turchi alla Presa di S.Elmo

  1. Muahahahahah, ho bramato questo articolo da quello sull’Assedio di Rodi: La Vendetta nel lontano… D: 31 marzo 2010! Sei anni?!

      1. Tre refusini piccini picciò:

        – al comando si Pialì Pascià
        – in poche ora, dall’alba a mezzogiorno
        – soldati sono sulle mura con e braccia al collo

        A quando la seconda metà? Per non scontentare gli amanti della patonza (vedi sotto), ovviamente!

    1. Ahahah, purtroppo anche dividendo l’articolo ho dovuto saltare a piè pari degli eventi molto interessanti. Per esempio, non ho inserito la conquista del revellino da parte dei Giannizzeri, che avevano sorpreso i soldati di guardia nel sonno; i poveri disgraziati si erano praticamente addormentati in piedi dopo giorni di veglia forzata.

  2. gli infermi e i gravemente feriti (fra cui il comandate D’Eguaras) chiedono di posizionare delle sedie sulla sponda della breccia, caricano gli archibugi e attendono lì i loro nemici.

    E infine, uomini morti da quasi 500 anni, riscrivono la concezione che avevi di onore e coraggio.

    Bellissimo articolo Zwei.

    1. Perdonami, pensavo di descrivere le divisioni dell’Ordine in un altro articolo. In breve, l’Ordine di divideva i 8 Lingue (Provenza, Italia, Alemagna, ecc.), ciascuna delle quali suddivisa in circoscrizioni territoriali dette “priorati”. La commenda (in questo caso penso che La Vallette si riferisse alle “commende magistrali”)rappresenta un’ulteriore area all’interno del priorato. Quindi Lingua-Priorato-Commenda.

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