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Schiavi a Zanzibar: Tre Testimonianze Ottocentesche

Il Mercato degli Schiavi a Zanzibar raggiunse il massimo sviluppo nel XVIII e nella seconda metà del XIX secolo.

Schiavismo Islamico ed Europeo
Lo studio dello schiavismo e delle sue ramificazioni storiche è di estremo interesse. Nel corso degli anni, mi sono occupato in particolare dello schiavismo islamico, più esteso e sistematico (sia dal punto di vista cronologico che da quello quantitativo) di quello europeo atlantico, della condizione degli schiavi neri in America Latina e dello schiavismo che ha riguardato i cristiani.

Di recente, mi sono imbattuto in alcuni documenti sull’argomento che testimoniano la terribile condizione della popolazione di Zanzibar, che nel XIX secolo era costituita da poche migliaia di ricchi arabi dell’Oman e da 150.000 schiavi.

È una storia poco conosciuta, ma l’Oman costruì, a partire dal XVI secolo, un impero coloniale in continua lotta con quello inglese e portoghese. Tutti e tre avevano intenzione di controllare i ricchi traffici commerciali fra Mar Rosso, Golfo Persico e India.

La prima testimonianza sullo schiavismo è contenuta nel Fifteenth report of the directors of the African Institution, letto nel meeting annuale dell’ente nel marzo 1821.

L’African Institution, attiva dal 1807 al 1827, fu una delle associazioni per l’abolizione completa dello schiavismo più attive nel Regno Unito. Nacque in contemporanea con lo Slave Trade Act, che aveva reso il traffico di schiavi (e non la schiavitù) illegale in tutto l’Impero Inglese, ma non arrivò a vedere  lo Slavery Abolition Act del 1833.

Lo Schiavismo Ottocentesco
I testi più approfonditi sullo schiavismo e sulla condizione dello schiavo arrivano dal XIX secolo. Proprio mentre la lotta di alcuni europei contro lo schiavismo raggiungeva grandi risultati, le classi abbienti musulmane, non avevano alcuna intenzione di rinunciarvi. Il massimo afflusso di schiavi a Zanzibar si registrò infatti negli anni’40 dell’Ottocento. In quel periodo, Said bin Sultan, Sultano dell’Oman e di Zanzibar, aveva spostato la capitale da Muscat, nella penisola araba, a Stone Town, a Zanzibar.

Prima di leggere il testo originale (tradotto in italiano), è necessaria una brevissima introduzione storica.

Zanzibar era rimasta in mano portoghese per un paio di secoli, dal 1500 circa al 1698, quando le forze del Sultano dell’Oman avevano preso l’ultimo forte europeo. I nuovi dominatori potenziarono le capacità commerciali dell’isola, in particolare il commercio di schiavi.

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da “Zanzibar the island metropolis of eastern Africa”, 1920

Ogni anno, fino alla prima metà del XIX secolo, oltre 50.000 schiavi neri passavano per il Mercato di Zanzibar, facendone il più importante Mercato di schiavi dell’Africa orientale. Le condizioni di viaggio degli schiavi erano talmente crudeli che Livingstone stimò in 80.000 il numero degli schiavi che moriva prima di raggiungere l’isola.

Nel report dell’African Institution si legge:

[…] Gli schiavi vengono portati al mercato al mattino presto, ma l’esibizione principale inizia alle 3 o alle 4 del pomeriggio.

Li mettono in linea, senza distinzione di sesso ed età, dal più basso al più altro. Per metterli in mostra nel modo migliore, li lavano e li ungono con l’olio, dipingono i loro volti con strisce bianche e rosse, ne ricoprono i capelli lanosi con una polvere gialla, ritenuta da quelle povere creature un marchio di bellezza ed eleganza, ornano i loro piedi e le mani con anelli e braccialetti e gli mettono in vita una veste colorata a strisce o in tinta unita.

All’inizio della fila c’è il proprietario, scortato da due o tre schiavi, armati come guardie del corpo, su entrambi i lati.

Così organizzata, la processione passa attraverso il mercato e le strade principali; il proprietario cantilena a voce alta le buone qualità dei suoi schiavi, e annuncia i prezzi cui sono messi in vendita.

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Zanzibar oggi

Quando uno di questi suscita l’interesse di uno spettatore, la fila si arresta e inizia un’ispezione che, quanto ad accuratezza, non è eguagliata da alcun mercato di bestiame europeo. Il compratore si accerta innanzitutto che lo schiavo sia in grado di parlare e di ascoltare e chiede al proprietario di essere rassicurato sul fatto che lo schiavo non russi e non digrigni i denti nel sonno, entrambe le cose considerate un grave problema, e poi continua l’esame.

Il compratore ispeziona la bocca e i denti, e successivamente ogni altra parte del corpo, comprese quelle che il senso di decenza suggerisce a molte tribù selvagge di nascondere dalla vista, e che forse lo stesso schiavo ispezionato non mostrerebbe senza arrossire.

Dopo questo, lo schiavo deve dimostrare di essere in grado di correre; se non ci sono difetti agli arti o l’indicazione di un altro tipo di patologia, l’affare si considera concluso.

Alla fine della giornata i poveretti che sono stati venduti vengono spogliati delle loro decorazioni e inviati nelle case dei compratori.

Alcuni gruppi sono talmente malnutriti che le loro ossa sembrano sul punto di bucare la pelle. Bambini di sei anni vengono venduti per 4, 5 o 6 dollari. Il valore di uno schiavo di prima qualità è 50 dollari, quello di una ragazza giovane 60. Le donne con figli hanno un costo inferiore rispetto a quelle senza.

Quando uno schiavo muore, il suo corpo viene spesso lasciato a decomporre sulla spiaggia, senza neanche uno straccio o un pugno di terra a coprirlo.

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Un passo dal testo originale

A causa di questa pratica disgustosa e rivoltante, il tanfo intorno alla città è intollerabile; e in concomitanza con gli effluvi nocivi provenienti dai vegetali che marciscono, arrivati con la corrente durante la stagione delle piogge, tendono a causare febbri e dissenterie  che provocano tremende devastazioni fra gli abitanti. […]

Gli schiavi che vengono portati ogni anno a Zanzibar, di cui circa 10.000 raggiungeranno l’India, Mouscat, Borubon e Île de France, provengono da varie tribù che non possono essere descritte in modo accurato.

Sono condotti a Zanzibar dal continente, a volte da luoghi lontani tre mesi di cammino dalla costa: è il caso dei Mechmacries, le cui terre sono ricche di oro e avorio. I Meechocoos sono lontani due mesi; i Mee-a-hoo cinquanta giorni; i Mee-geer-doo un mese; i Gooroo quindici giorni; i Doai dieci giorni, e si dice siano cannibali; i Jiggiea quattro giorni, mentre i Morjeeir-bana tre. […]

Il secondo documento all’esame, Zanzibar: city, island, and coast (1872), descrive l’isola nel 1857. In questo, gli orrori subiti dagli schiavi a Zanzibar sono testimoniati da Sir Richard Burton, uno dei più grandi avventurieri di sempre (e fondatore dell’oplologia):

Tutti [gli schiavi] erano orrendamente magri, con le costole sporgenti come i cerchi di una botte, molti dei quali malati e accovacciati in terra. […]

… le atrocità della cattura, le brutalità durante l’acquisto, il terrore della marcia, gli orrori cui sono sottoposti questi disgraziati quando entrano in territori semi-civilizzati. Accade spesso che gli schiavi vengano gettati fuori bordo quando si presenta il sintomo fatale [dovuto alla fame], la coprofagia. Un singolo carico appartenente al principe Kalid ha perso 500 schiavi durante il tragitto a causa della malattia e dell’affondamento di un ponte mobile […]

Arrivare a mangiare i propri escrementi e quelli dei compagni di sventura la dice lunga (e dovrebbe stimolare una riflessione) su quale tipo di fame e disperazione dovesse attanagliare i disgraziati subsahariani.

Ma la descrizione che più mi ha colpito proviene da Black Ivory (1873), di Robert Michael Ballantyne. Si tratta, in questo caso, di un romanzo basato su tutte le fonti che Ballantyne era riuscito a reperire sulle zone “di caccia” e le rotte dello schiavismo arabo e portoghese in Africa orientale. Pur trattandosi di un’opera di narrativa, le descrizioni fatte delle navi cariche di schiavi e di ciò che accadeva a bordo sono di eccezionale realismo.

Sul modo di stipare la nave di schiavi, l’autore scrive:

Erano sistemati in modo molto ordinato, per assicurare uno “stoccaggio” economicamente favorevole. Ogni essere umano sedeva rannicchiato con le cosce contro il petto e la mascella appoggiata alle ginocchia. Erano messi in file, spalla contro spalla e tibia contro schiena, in modo da coprire il ponte della nave con una solida falange di carne umana. Non era previsto cambiare posizione, anzi, non era possibile. Il ponte non aveva alcuna copertura. Il sole batteva sulle teste degli schiavi tutto il giorno e l’acqua salata cadeva su di loro tutta la notte. Il viaggio poteva durare giorni o settimane, e non c’era mai alcun tipo di sollievo per quella disgraziata moltitudine. Non potevano muoversi per alcun motivo da quella posizione terribile, eccezion fatta per quando venivano buttati in mare una volta morti.

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Nelle navi degli schiavisti europei (XVII secolo) la disposizione degli schiavi era differente.

Gli schiavi venivano stipati anche in un ponte mobile nella stiva e addirittura sulle pietre della zavorra. Nutriti con riso crudo e poca acqua, gli schiavi morivano a decine, specie le donne e i bambini.

La parte più interessante del lavoro di Ballantyne riguarda lo scoppio di un’epidemia a bordo:

[…] fra gli schiavi era scoppiata un’epidemia di vaiolo.

Si trattava di un’emergenza terribile, ma Moosa [il capitano della nave araba] se ne occupò senza perdere la calma. Ordinò che gli infetti e i sospetti fossero portati sul ponte in modo da poterli esaminare. In quest’operazione era assistito da due uomini ben piazzati e armati. C’erano dei passeggeri a bordo del vascello, per lo più Arabi, oltre alla ciurma e agli schiavi. La ciurma e i passeggeri contavano in tutto 34 persone, tutte armate fino ai denti. Per tutti loro questa ispezione era importantissima, poiché era nel loro interesse liberarsi il prima possibile della mortale malattia.

Il primo schiavo esaminato, un giovane di circa quindici anni, era all’ultimo stadio della malattia, morente. Uno sguardo fu sufficiente e, a un cenno di Moosa, le due massicce guardie presero il ragazzo e lo gettarono in mare. La povera creatura era molto debole e non lottò neanche per la propria vita; andò a fondo come una pietra. Seguirono altri bambini. Erano innegabilmente affetti dal vaiolo e furono tutti buttati in mare.

Ogni tanto le due grosse guardie furono quindi costrette a usare il coltello per facilitare le operazioni. Ma si trattò di casi rari. La maggior parte delle vittime era completamente arrendevole; in alcuni casi volontariamente.

Per buona parte del XIX secolo, gli Inglesi lavorarono per porre fine al commercio di schiavi  a Zanzibar, ma la loro attività ebbe successo solo nel 1876, quando il commercio di uomini fu ufficialmente abolito. Nel 1886, il Sultano siglò un accordo che impediva a un nuovo sultano di insediarsi senza l’approvazione degli Inglesi. Trovò applicazione dieci anni dopo, nel 1896, quando il sultano Sayyid Hamad bin Thuwaini Al-Busaid fu avvelenato dal cugino, sgradito agli Inglesi, che voleva sottrargli il trono.

Il fatto portò alla Guerra anglo-zanzibariana, famosa per essere stata la più breve nella storia dell’umanità. Durò 38 minuti, il tempo necessario agli Inglesi per sparare qualche colpo di cannone sul palazzo del Sultano e altri edifici strategici. Il Sultano fuggì a gambe levate e gli Inglesi insediarono Hamoud bin Mohammed che, nello stesso anno (sempre il 1896) abolì definitivamente la schiavitù e liberò tutti gli schiavi a Zanzibar.

Bibliografia:
  • Vari, Fifteenth report of the directors of the African Institution, 1821;
  • Sir Richard Burton, Zanzibar: city, island, and coast, 1872;
  • Robert Michael Ballantyne, Black Ivory, 1873;
  • Pearce, F. B., Zanzibar the island metropolis of eastern Africa, 1920;

4 pensieri riguardo “Schiavi a Zanzibar: Tre Testimonianze Ottocentesche

  1. Il sole batteva sulle teste degli schiavi tutto il giorno e la brina cadeva su di loro tutta la notte

    Non ho il testo originale sottomano, ma credo che si tratti di ‘brine’, ‘acqua di mare’.

  2. Solo una curiosità: nell’estratto del report stilato dall’Africa Institution si parla di schiavi valutati in dollari. Mi sembrava di aver capito che tutte le fonti citate nell’articolo fossero inglesi.

    1. Confermo che alcune valutazioni sono riportate in dollari anche nelle fonti inglesi. Posso immaginare che, abbandonato lo schiavismo, alcuni autori non volessero più esprimersi in sterline.

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