I Neri e la Schiavitù nelle Colonie Spagnole

La condizione degli schiavi ha sempre suscitato grande interesse negli storici di ogni epoca.

Qui sotto troverete il testo scritto nel 1867 da un eccezionale testimone della vita sudamericana. Il dott. Pietro Tettamanzi, è un chirurgo italiano trapiantato in Messico, nel cui esercito ha servito come Comandante-Maggiore del Corpo Medico.

Fine osservatore e persona di grande cultura, Tettamanzi propone una interessante lettura dello schiavismo. Abolizionista convinto, come testimonia in modo inequivocabile uno dei primi passi del suo libro:

Così prima di parlare della Schiavitù quale attualmente si pratica nelle Colonie Spagnuole, Avana e Porto-Ricco, premetto ai miei scritti una pubblica professione di fede, e dico, che la Schiavitù è un avanzo d’antica barbarie, è una istituzione odiosa, contraria ai precetti della moderna filosofia, che non è più del nostro secolo, e per conseguenza deve essere distrutta ovunque regna oggidì; ma aggiungo ben anco, che se dobbiamo concorrere con tutte le nostre forze a sollevare la condizione dello schiavo, non ci è lecito per giungervi, servirci della calunnia, della ingiustizia, della menzogna.

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Tettamanzi tuttavia porta una serie di esempi, testimonianze e dati attraverso i quali suggerisce che, in realtà, pur cambiando l’inquadramento giuridico (non “schiavi”, ma “lavoratori”), la maggior parte degli operai e contadini italiani (o degli immigrati genovesi in Messico) sono in una condizione peggiore di quella degli schiavi nelle colonie spagnole.

Il chirurgo italiano è contrario all’emancipazione dello schiavo avvenuta in Giamaica o in Perù, dove torme di neri senza casa e denaro vagano per la città come fantasmi, morendo di colera, tifo ed elefantiasi in mezzo alla strada. Il pensiero di Tettamanzi è chiaro.
tettamanzi libertà

Tettamanzi si scaglia in particolare verso l’abolizione della schiavitù avvenuta in Perù nel 1854. Il motivo è che, dopo l’abolizione, si è aperta una nuova via per far arrivare manodopera servile a bassissimo costo, quella cinese. Il chirurgo italiano trova inaccettabile che non ci sia nessuno a levare la voce per fermare l’arrivo di decine di migliaia di cinesi, strappati alle loro famiglie con l’illusione di un lavoro o di una vita migliore, che finiscono alle aste dei pubblici mercati per 500 o 600 colonnati.

Dopo aver consultato centinaia di documenti di viaggiatori europei, Tettamanzi si convince anche che la condizione dei neri africani sia quasi sempre peggiore nel loro paese d’origine rispetto a quella che ottengono nelle Americhe.

Tettamanzi cita diversi casi.

Il primo riguarda Glele, sovrano del Dahomey dal 1858. Volendo superare le festività d’insediamento di tutti i suoi predecessori, egli ordina di scavare un canale da riempire con il sangue di 4.000 uomini (voleva abbastanza sangue da poter attraversare il canale con una zattera). Nonostante le richieste inglesi di evitare l’osceno sacrificio, Glele procede al massacro, convinto che i morti serviranno anche nell’aldilà il padre (e precedente sovrano) appena morto.

Il secondo parte del racconto del capitano di una nave negriera. Questi lo informa che le tribù dei Congos, Lovumy, Cararbolis e altre sono sempre in guerra, e per loro i prigionieri sono un grosso problema. Non avendo intenzione di mantenerli, di solito li uccidono o li sacrificano. Alcuni schiavisti sono riusciti a convincerli di venderli a loro quando si fossero trovati in un porto vicino. Tuttavia, alcune tribù non intendono attendere più del dovuto. Se non c’è accordo sul prezzo, i capi tribù si rifiutano di continuare le contrattazioni e decapitano appena possibile i prigionieri (200 in una notte nella vicenda occorsa al menzionato capitano).

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prigionieri di guerra neri condotti verso i velieri europei

Il Dahomey e le sue pratiche degeneri ritornano anche nelle memorie dell’abate Borghero, che descrive un sacrificio notturno molto particolare:

testimonianza abate dohemeyAncora nel Dahomey, il giornale spagnolo Discusion del 21 ottobre 1865 narra dell’ennesimo sacrificio (questa volta agli “spiriti delle tenebre”) di 200 prigionieri, i primi dieci decapitati direttamente dal sovrano. Il giornale chiede la formazione di una confederazione internazionale per porre fine alla barbarie, sottolineando che questa lotta dovrebbe avere la stessa dignità di quella per debellare il colera.

Tettamanzi arriva a chiedersi (dandosi una risposta positiva) se non sia meglio finire schiavi nelle colonie spagnole che non finire nello stomaco dei membri di qualche tribù nemica.

schiavitù inglesi

Nel prosieguo dell’opera, Tettamanzi porta un enorme quantitativo di dati, raccolti durante i suoi viaggi, sulle condizioni di salute (tratta addirittura l’incidenza di ogni singola malattia), l’alimentazione e la longevità degli schiavi.

Come accennato all’inizio dell’articolo, il Tettamanzi reputa peggiore la condizione dell’emigrato italiano in Messico rispetto a quella dello schiavo. A sostegno della sua tesi, racconta come si svolge l’arrivo in Messico e la vita dei suoi compatrioti.

Un italiano che voglia raggiungere il Messico parte da Genova, dove il capitano chiede di solito 50 o 60 scudi a persona. Di conseguenza, le persone in possesso di un centinaio di scudi pensano di poterne avere ancora 40 o 50 per sostentarsi nel nuovo paese fino al momento in cui troveranno lavoro.

Per il povero emigrato italiano, i problemi iniziano all’arrivo presso la rada di Vera Cruz, dove le navi gettano l’ancora. Questo luogo, a detta del Tettamanzi e di altri testimoni diretti, è un vero e proprio ricettacolo di malattie e morbi. Vomito nero, febbri di ogni tipo, elefantiasi, colera. Fra cure, costo dei mezzi per percorrere le 99 leghe che separano la rada dalla capitale e altri problemi, solo pochi riescono a raggiungere la città. Molti altri finiscono immediatamente i soldi rimasti e finiscono in mezzo alla strada a morire di fame e malattie.

Quando poi ragiona intorno ai motivi della lotta inglese per l’abolizione, mostrando come il principale sia la volontà di fiaccare la produttività spagnola, Tettamanzi si mostra molto più acuto del 99% degli storici attuali.

L’interesse verso questa opera, caduta nel dimenticatoio, è massimo, quindi spero di poterle dedicare altri articoli.

12 pensieri riguardo “I Neri e la Schiavitù nelle Colonie Spagnole

  1. Molto bello e corretta la riflessione sull’azione inglese, in cui l’abolizionismo della tratta era un condimento “umanitario” a un’azione dai motivi politici (intanto, umanitariamente, imbottivano la Cina di oppio per trasformare il deficit commerciale storico per l’acquisto del tè in un guadagno, ribaltando il gioco). Se davvero gli fosse importato tanto degli schiavi, la loro azione sarebbe stata più decisa. Il che ci ricorda che i migliori amici degli USA (e dell’occidente), oggi, sono gli islamici peggiori di tutti, i wahhbiti. ^_^

    L’Africa come sempre si rivela un continente ben amministrato da nativi ragionevoli. Tutte le sue disgrazie sono colpa dell’uomo bianco, ovvio. ^___^

    Il Dahomey era un bel palo nel culo, comunque. Non un avversario facile. Diede grane alla Francia anche nel 1892, durante l’ennesimo conflitto, quando sotto re Behanzin aveva un esercito di oltre 12mila soldati addestrati da ufficiali occidentali e armati secondo gli standard europei. Tutto grazie ai soldi ottenuti con la vendita di schiavi agli arabi. Frederic Martyn, veterano della legione straniera, narra che tra quei soldati vi erano reparti di élite di amazzoni in gonnella e tette nude al vento, tutte belle, addestrate al tiro di precisione e armate con carabine a ripetizione Spencer, all’epoca un’arma di gittata non molto elevata ma molto maneggevole e perfetta per il combattimento entro i 200-300 metri (quindi, a tutti gli effetti, validissima).

    Da qualche anno volevo fare un articoletto in cui le citavo…

    1. Ragazze in carine + armi da fuoco merita senz’altro un articolo!
      È il motivo per cui i calendari dell’IDF vanno per la maggiore…

  2. Zwei, segnalo solo un piccolo refuso:

    Il giornale chiedono la formazione

    Tutto interessantissimo comunque ^.^ anche se mancano le fanciulle (morigerate!) al comando di mech e le divisioni dßassalto lagomorfe del Duchino.

      1. Quello, o ‘escile il pesce!’, per mantenere un tono consono e raffinato.

        (Menzione di disonore anche a me per l’ß a tradimento… dannate tastiere teutoniche!)

        1. Nì, sarebbe stato meglio ‘Häschen(panzergrenadier)divisionen’ (essendo i coniglietti, secondo mio insindacabile head-canon, fanteria motorizzata).

  3. Articolo molto interessante. Complimenti Zwei.

    Le osservazioni del Duca invece mi fanno venire in mente un paio di considerazioni sulla questione.
    Delle vicendevoli relazioni Africa-Europa, la vulgata prevede uno schema del tipo:
    Scoperta delle Americhe –> Raid per catturare schiavi in Africa (1500-700) –> Invasioni coloniali dell’800–> Decolonizzazione.

    Uno schema fatto di guerra, guerra e ancora guerra.
    In realtà è vero soprattutto il contrario: con gli africani si facevano affari. Affari d’oro.
    Il primo punto di raccordo delle tratte negriere era rappresentato dalla vendita di schiavi operata da neri nei confronti dei loro “fratelli” (in realtà tribù nemiche o clan rivali sconfitti). Gli europei molte volte si limitavano semplicemente a comprare.
    Un esempio molto interessante di tutto questo è lo sconosciutissimo Regno del Congo, che prosperò tra il XIV°e il XIX° secolo. Per gli standard africani era impressionante: c’era uno stato centralizzato, un’aristocrazia più o meno definita e la capitale Mbanza -dicono alcune fonti- era perfino più grande della Londra del ‘500 (che all’epoca contava qualcosa come 45.000-50.000 abitanti). Quando il Congo entrò in contatto con i Portoghesi non fu annientato: stabilì, invece, ottime relazioni commerciali con i Kattivissimi bianchi.
    Relazioni che si basavano sulla massiccia vendita di schiavi, of curse.
    Il mercato era talmente lucroso che quando giunsero le missioni cattoliche, il primo obiettivo che cercarono di raggiungere fu quello di fornire un’alternativa, sviluppando il settore agricolo. Fu uno sforzo vano.

  4. Sì, i rapporti erano ottimi e proficui.

    Spesso, anzi, erano i regnanti locali ad avere il coltello dalla parte del manico: fino a tutto il Settecento non era raro che gli africani distruggessero fortezze/centri commerciali occidentali poste col loro consenso in loco e massacrassero le piccole guarnigioni solo per dimostrare ai bianchi chi comanda.
    Voglia di lavorare o imparare qualcosa spesso pari a zero: mentre gli Ottomani avevano imparato a fabbricare armi a pietra moderne in fretta, gli africani in generale preferirono comprarle pagando con schiavi e se ne fregavano di imparare a farle da soli.
    Lungimiranza nigga da spacciatore all’angolo di strada, con corriere minorenne e pistola poggiata sul pneumatico dell’auto accanto: in pratica la storia degli africani. ^_^

    A tema schiavitù e funzionamento della tratta, il mio libro preferito è “La tratta degli schiavi” di Olivier Pétré-Grenouilleau, portato in italia da Il Mulino. ^-^

  5. Molto interessanti le testimonianze riportate, come confutarle?
    Argomento ostico per le polemiche che genera.
    Attendo gli episodi successivi. 😀

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