Schiavitù Bianca negli Stati Barbareschi (2)

Per avere tutte le informazioni necessarie alla comprensione del testo (schiavismo bianco), vi rimando al primo articolo sull’argomento. L’argomento è quello, poco trattato, dello schiavismo bianco negli Stati barbareschi dal XVI all’inizio del XIX secolo.

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Di seguito la traduzione dall’originale inglese:

Gli Stati Barbareschi, dopo il declino del potere Arabo, sono stati avvolti dall’oscurità, resa ancora più palpabile della luce, sempre più accesa, proveniente dalle nazioni Cristiane.

Osservandoli nel XV secolo, nel crepuscolo della civiltà Europea, sembrava che a governare le vite degli arabi ci fossero poco più che bande scalcagnate di ladri e pirati – i «ratti di terra e ratti d’acqua» di Shylock – che governano le vita degli Ismaeliti.

Un antico viaggiatore descrive Algeri come «un covo di grandissimi ladri, riuniti in un organo dal quale, effettuata confusa divisione dei compiti, essi governano». E ancora un altro scrittore, contemporaneo dell’orrore che descrive, la definisce «Il teatro di tutte le crudeltà e il santuario dell’iniquità, che tiene prigionieri, in miserabile schiavitù, centoventimila Cristiani, quasi tutti sudditi del Re di Spagna

La loro abitudine di schiavizzare i prigionieri, presi in guerra e durante le azioni di pirateria, alla fine ha condotto contro questi stati la sacra ostilità dei Cristiani.

Ferdinando il Cattolico, dopo la conquista di Granada, e nonostante fosse preso dalle enormi scoperte di Colombo che stavano dando alla Castiglia e all’Aragona un nuovo mondo, trovò comunque il tempo di effettuare una spedizione in Africa sotto il comandano militare del grande ecclesiastico Cardinale Jimenes.

Si dice che questo valoroso soldato della Chiesa, nell’effettuare la conquista di Oran nel 1509, si prese l’indicibile soddisfazione di liberare oltre trecento schiavi Cristiani.

I successi delle armate spagnole portarono il governo di Algeri a richiedere aiuto al di fuori del paese. In quel periodo, Horuc (Aruj) e Hayradin (Haradin), figli di un vasaio di Lesbo, erano diventati famosi corsari. In un periodo in cui la spada di un avventuriero spesso portava fortune più grandi di quelle che potevano essere ottenute da uno sforzo non violento, loro erano temuti per le loro abilità, il loro coraggio e la loro forza. Algeri chiese aiuto a loro.

I corsari lasciarono il mare per dominare la terraferma o, meglio, con incursioni anfibie presero possesso di Algeri e Tunisi mentre continuavano le loro scorrerie per mare. Il nome di Barbarossa, con cui sono conosciuti fra i Cristiani, è uno dei più terribili della storia moderna.

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ll famoso Barbarossa

Infestarono i mari con le loro navi pirata, ed effettuarono scorrerie sulle coste spagnole e italiane fino a che Carlo V fu sollecitato a prendersi l’impegno di sconfiggerli. Le varie forze dei suoi ampi domini furono impiegate in questa nuova crociata.

«Se l’entusiamo» dice Sismondi «che armò la Cristianità dei primi giorni era ormai quasi estinto, un altro sentimento, più legittimo e razionale, ora univa l’Europa in un voto. La sfida non era più riconquistare la tomba di Cristo, ma difendere la civiltà, la libertà e le vite dei Cristiani.»

Un fedele corpo di fanteria dalla Germania, i veterani di Spagna e Italia, il fiore della nobiltà Castigliana, i Cavalieri di Malta, con una flotta di quasi cinquecento vascelli provenienti da Italia, Portogallo e anche dalla lontana Olanda, sotto il comando di Andrea Doria, il più grande comandante navale di quel periodo andò verso Tunisi. La spedizione, sotto gli occhi dello stesso Imperatore e con il permesso e la benedizione del Papa, era costituita da uno degli eserciti più completi mai visti.

Barbarossa si oppose con coraggio, ma con forze inferiori. Mentre cedeva lentamente agli attacchi Cristiani, la sua sconfitta fu accelerata da un’inaspettata rivolta interna.

Confinati nella cittadella c’erano molti schiavi Cristiani, che, sostenendo il diritto alla libertà, ottennero una sanguinosa emancipazione puntando l’artiglieria contro i loro vecchi padroni.

La città si arrese all’Imperatore, i cui soldati però si concessero i disumani eccessi della guerra. Il sangue di trentamila abitanti innocenti tinse di rosso la sua vittoria.

In mezzo a queste scene di orrore ci fu uno spettacolo che gli offrì una certa soddisfazione.

Diecimila schiavi Cristiani gli andarono incontro, non appena fu entrato in città, e si inginocchiarono davanti a lui, omaggiandolo come loro salvatore.

Nel trattato di pace che seguì, fu stipulato espressamente che tutti gli schiavi Cristiani, di qualsiasi nazionalità, dovevano essere liberati senza riscatto, e che nessun suddito dell’Imperatore sarebbe dovuto finire in schiavitù.

La manifesta generosità di questo impegno, la magnificenza con cui fu portato avanti, e il successo da cui fu coronato, portarono all’Imperatore più omaggi di qualsiasi altro evento accaduto durante il suo regno.

Ventimila schiavi, liberati dal trattato o dalle armi, elogiarono il suo nome in Europa. È probabile che, in questa spedizione, l’Imperatore fosse governato da motivi non molto più alti della volgare ambizione o della fama; ma i risultati che ottenne, ovvero l’emancipazione di così tanti Cristiani dalla crudeltà delle catene lo mettono, assieme al Cardinale Jimenes, fra i primi Abolizionisti dell’era moderna.

Questo accadeva nel 1535. Solo pochi anni prima, nel 1517, egli aveva concesso a un mercante Fiammingo il privilegio di trasportare nelle Indie Occidentali 4.000 schiavi neri dall’Africa.

Si dice che Carlo V sia vissuto abbastanza da pentirsi di tale decisione sconsiderata.

Di sicuro non si ricorda una singola concessione, fatta da re o Imperatori, che abbia prodotto risultati a lungo termine più disastrosi di questa. Il Fiammingo infatti vendette il suo privilegio a una compagnia di mercanti Genovesi che organizzò un traffico di schiavi sistematico fra Africa e America.

Europe1535
Una delle mappe più interessanti che ho trovato sul periodo in questione.

Così, mentre da un lato aveva mosso una imponente forza militare per contrastare le scorrerie del Barbarossa e per abolire la schiavitù Cristiana a Tunisi, l’Imperatore aveva, dall’altro, gettato la pietra angolare di un nuovo sistema schiavistico in America, in comparazione al quale l’enormità che aveva cercato di sopprimere appariva triviale e fuggitiva.

Esultante per la conquista di Tunisi e con l’ambizione di soggiogare tutti gli Stati Barbareschi, estirpando così la piaga della Schiavitù Cristiana, nel 1541 l’Imperatore guidò una grande spedizione contro Algeri.

Ancora una volta il Papa aggiunse la sua influenza allo schieramento militare. Ma la natura si mostrò più forte sia del Papa che dell’Imperatore. In vista di Algeri, una tempesta improvvisa fece a pezzi la sua flotta imponente, e fu costretto a tornare in Spagna, frustrato, senza poter portare alcuno dei trofei di emancipazione che avevano coronato la sua spedizione precedente.

Il potere degli Stati Barbareschi era in quel periodo al suo apice.

I corsari divennero il flagello della Cristianità, mentre il loro tanto temuto schiavismo portò nuovi terrori.

Le loro scorrerie non erano più confinate al Mediterraneo. Penetrarono l’Oceano e raggiunsero gli Stretti di Dover e il Canale di St. Giorgio. Dalle bianche scogliere inglesi, e anche dalle distanti coste occidentali dell’Irlanda, abitanti inconsapevoli venivano ridotti in schiavitù.

Il governo Inglese fu spinto a fare degli sforzi per fermare queste atrocità. Nel 1620, una flotta di diciotto navi, sotto il comando del Vice-Ammiraglio inglese Sir Robert Mansel, fu spedita contro Algeri.

Ritornò senza essere stata capace, secondo il linguaggio dell’epoca «di distruggere quei fottuti pirati» sebbene avesse ottenuto la liberazione di quaranta «poveri schiavi, che provarono a far passare per gli unici presenti in città.»

«Le attività della flotta Inglese» dice Purchas «ebbero il supporto di uno schiavo Cristiano, che nuotò dalla città fino alle navi

Questa spedizione ricorda quella di Carlo V non solo per questo, visto che anche quella ricevette la fondamentale assistenza di schiavi ribelli, ma anche perché possiamo osservare un’analoga condotta ambigua nel governo che la decise.

Fu infatti nel 1620 – anno caro a tutti i discendenti dei Padri Pellegrini di Plymouth Rock come un’epoca di libertà – che una flotta Inglese cercò di salvare gli Inglesi tenuti in schiavitù ad Algeri proprio mentre i primi schiavi neri venivano introdotti nelle colonie Inglesi del Nord America. Fu l’inizio di un sistema orrendo, il cui lungo catalogo di umilazione e sofferenza non è ancora completo.

La spedizione di Algeri fu seguita, nel 1637, da un’altra, guidata dal Capitano Rainsborough contro Salé, in Marocco. Vedendola arrivare, i Mori trasferirono in tutta fretta circa mille schiavi, cittadini Inglesi, a Tunisi e Algeri.

Come riportato in Osborne’s VoyagesJournal of the Sallee Fleet, vol. II. p. 493: «Alcuni Cristiani schiavi che si trovavano a riva, fuggirono dalla città e raggiunsero le navi a nuoto

Anche le lotte intestine dei Salé aiutarono la flotta, e la causa dell’emancipazione trionfò velocemente. Duecentonovanta prigionieri Inglesi furono riscattati. Fu anche estorta una promessa al governo di Sallee, che si impegnò a emancipare gli sventurati prigionieri venduti a Tunisi e Algeri. Un ambasciatore del Re del Marocco visitò l’Inghilterra poco dopo e, mentre girava per le strade di Londra per raggiungere il luogo della sua audizione a corte, era accompagnato da quattro cavalli barbareschi dotati di ricche bardature e di selle ancora più ricche, con briglie impreziosite di gemme. Portava anche alcuni falchi, e «molti degli schiavi che aveva portato le seguivano a piedi vestiti di bianco» (Strafford’s Letter and Despatches, vol. II. pp. 86, 116, 129).

L’importanza dell’impresa di Salé può essere dedotta dalla grande gioia con cui fu salutata dagli Inglesi. Per quanto non fosse stata di grandi dimensioni, si era comunque trattato di una guerra di liberazione. Poeti, ecclesiastici e governanti erano uniti nel complimentarsi per il risultato raggiunto.

Ispirò anche Waller a scrivere un poema intitolato The Taking of Sallee, in cui la sconfitta del nemico schiavista viene descritta così:

Hither he sends the chief among his peers,

Who in his bark proportioned presents bears,

To the renowned for piety and force

Poor captives manumised, and matchless horse.

Diede soddisfazione a Laud, e riempì d’esultanza la mente oscura di Strafford. «Sallee, la città, è presa» disse l’Arcivescovo in una missiva a quest’ultimo, allora in Irlanda, «e tutti i prigionieri a Sallee e in Marocco consegnati; così tanti, dicono i nostri mercanti, che, in base al prezzo di mercato, valevano almeno diecimila sterline.»

Strafford vide nella popolarità di questo trionfo una nuova opportunità di elogiare i disegni tirannici del suo padrone, Carlo I. «L’azione di Sallee» rispose all’Arcivescovo, «le assicuro che è piena di onore».

Le coste inglesi erano ora protette, ma i suoi cittadini che si trovavano in mare continuavano a essere preda dei corsari Algerini che, secondo lo storico Carte, ora «portavano i loro prigionieri Inglesi in Francia, li portavano in catene via terra fino a Marsiglia, per poi imbarcarli in sicurezza verso Algeri.»

I crescenti problemi, che colpirono e poi posero fine al regno di Carlo I, non potevano distogliere l’attenzione dalla disperazione degli Inglesi vittime degli schiavisti Maomettani…

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