Risposta al volumetto “Come asfaltare chi difende Israele…” (parte 1)

Questo volumetto di Paolo Barnard, che si autoassegna la vittoria dialettica, mi ha subito attirato. A farmelo conoscere è stato un amico pro-palestina, no-global e no-tav che, leggendomelo, era convinto di farmi cambiare idea su Israele.

In questo ed in altri articoli farò emergere la modestia delle 10 argomentazioni addotte da Barnard.

Il pdf si apre con il titolo e le foto di Saviano e Travaglio. Ora, pur apprezzando pochissimo il primo (mentre il secondo non mi dispiace nella maggior parte dei suoi interventi), non vedo quale sia il nesso con gli argomenti trattati nelle pagine seguenti. I due sono favorevoli a Israele, ma prenderli come archetipo del sionista militante mi sembra un poco esagerato.

Comunque, iniziamo dall’introduzione del volumentto.

paolobarnard.info docs Come_asfaltare_chi_difende_israele_in_10_mosse 1

Il riferimento al genocidio dei Palestinesi, o il parallelo olocausto-genocidio palestinese, sono menzogne che trovano particolare favore presso taluni ambienti. Forzare la storia in modo da mettere sullo stesso piano fatti già condannati e fatti che non hanno nulla a che vedere con i precedenti è un ottimo metodo per distorcere il sentire comune. Martellato dalla propaganda pro-palestina, l’uomo medio è portato a credere che in Palestina sia in atto un massacro indiscriminato di arabi, analogo a quello subito dagli ebrei nella germania nazista. Al parallelo fra il vero genocidio subito dagli ebrei e quello, fasullo, degli arabi di Palestina, non può che seguire quello fra nazismo e sionismo.

Ai poveri di spirito e cultura che parlano di pulizia etnica e genocidio (tecnicamente sono due fattispecie distinte, ma le lascio nello stesso calderone per semplicità) è necessario far notare una cosa:
1) nel 1933 in Germania c’erano 500.000 ebrei, nel 1943 circa 20.000 (quasi tutti sposati con cristiani). 
2) nei territori Palestinesi nel 1970 abitava 1 milione di arabi, 3.5 milioni nel 2004 , 4.4 milioni nel 2013.

Quanto al conflitto arabo-israeliano, questo viene visto come la modalità principale attraverso cui Israele porterebbe avanti il genocidio degli arabi di Palestina. Tuttavia, Gunnar Heinsohn and Daniel Pipes hanno dimostrato ampiamente come il questo conflitto sia uno dei meno letali della seconda metà del XX secolo. Dal 1948, nelle guerre con Israele sono morti infatti 46.000 arabi musulmani (compresi quelli appartenenti alle forze armate giordane, libanesi, siriane ecc.), ma questi numeri sono sufficienti a raggiungere solo la 49° posizione nella classifica della “letalità” dei conflitti dal 1950 ad oggi. Al termine dello studio, i due professori hanno affermato:

“Nonostante la relativa non letalità del conflitto arabo-israeliano, la sua fama, notorietà, complessità, e importanza diplomatica probabilmente continueranno a dargli una rilevanza esagerata nell’immaginario comune. E la reputazione di Israele continuerà a farne le spese.”

Che strano modo di portare avanti un genocidio, non trovate? Arabi di Palestina quadruplicati in quaranta anni, conflitti con un basso indice di letalità, parità di diritti fra cittadini a dispetto della fede professata. Sono dati incontrovertibili che rendono ridicola ogni accusa di pulizia etnica o genocidio.

Passiamo alla definizione di Sionismo.

da wikipedia:

Il sionismo è un movimento politico internazionale il cui fine è l’affermazione del diritto alla autodeterminazione del popolo ebraico mediante l’istituzione di uno stato ebraico, inserendosi nel più vasto fenomeno del nazionalismo moderno.”

Garzanti:

“Movimento politico e culturale ebraico nato alla fine del secolo XIX per opera dello scrittore Th. Herzl (1860-1904) con lo scopo di ricondurre gli ebrei nell’antica terra di Israele per costituirvi una comunità nazionale | dopo la proclamazione dello stato d’Israele (1948), movimento internazionale d’opinione che sostiene il diritto all’esistenza del nuovo stato

la Treccani si spinge oltre:

Movimento politico-religioso ebraico, espressione di vari orientamenti ideologici, costituitosi a Basilea nel 1897 allo scopo di creare in Palestina uno stato nazionale indipendente per il popolo ebraico, e praticamente esauritosi nel 1948, con la proclamazione dello Stato d’Israele. Nell’attuale pubblicistica politica, il termine è passato a indicare, con connotazione polemica, la politica di intransigente chiusura del governo di Israele nei confronti del movimento per l’autodeterminazione del popolo palestinese.”

Barnard però va oltre, e ha la pretesa di riscrivere il significato del termine. Lo fa, per giunta, prima ancora di provare, tramite le sue famose “10 argomentazioni”, che questo nuovo significato possa avere una qualche veridicità.

E’ liberissimo di farlo, così come io sono libero di definire, da domani, il “comunismo” come “un insieme di idee economiche, sociali e politiche, volto a privatizzare i mezzi di produzione e ad approvare il più sfrenato capitalismo individualista”.

Definendo il sionismo come il movimento della “Elite ebrea criminale genocida dominante in Palestina”, si dimostra solo una completa ignoranza della questione (oltre a una certa difficoltà nell’uso della punteggiatura).

Vogliamo definire il Sionismo in due parole? Si tratta semplicemente dell’aspirazione degli ebrei ad avere un proprio stato nei territori una volta appartenuti al Regno di Giuda e di Israele. Niente di più. Chi si proclama orgogliosamente antisionista (specificando, di solito, “ma non antisemita”), non fa altro che dichiararsi contrario allo Stato di Israele. Un antisionista vuole uno stato arabo palestinese e tutti gli ebrei fuori dalla zona. Non ci può essere, di conseguenza, un antisionista che sia a favore della soluzione a due stati o anche solo all’esistenza di Israele.

Dopo questa premessa, passiamo al punto 1.

asf israele punto 1

Devo essere sincero: penso di non aver mai sentito (quantomeno non in questi termini) un sionista utilizzare questa argomentazione. Gli arabi di Palestina, dopo secoli di immobilismo istituzionale, economico e sociale dovuto alla dominazione ottomana, erano ovviamente felici di vedere rimpolpate le piccole comunità ebraiche presenti in Palestina e la creazione di nuove. Già negli ultimi decenni del XIX secolo, gli Ebrei (che nel 1925 rappresentavano il 15% della popolazione) erano riusciti a costituire centri agricoli e commerciali che migliorarono in modo massiccio le condizioni di vita degli arabi. Questo porta a poter considerare il primo punto proposto da Bernard come un “autogoal”, o almeno a denotare una certa confusione del soggetto in questione.

Per approfondire il discorso, bisogna sottolineare come l’immigrazione degli ebrei fu accompagnata da una parallela immigrazione di arabi dalle province ottomane limitrofe. Purtroppo le statistiche relative alla Palestina pre-Mandataria sono mediocri, ma sappiamo che fra il 1922 e il 1930 la popolazione della Palestina si modificò così:

ANNO  MUSULMANI EBREI
1922 589.177 83.790
1930 733.149 164.796

Ad un aumento della popolazione ebraica pari a 80.000 unità (il doppio rispetto al 1922), ce ne fu uno di quella musulmana pari a 150.000.

Fra tutti le fonti che poteva citare Barnard sulla coesistenza fra arabi ed ebrei, pescare proprio Baruch Kaplan è pura sfortuna (per lui).  Barnard infatti dice, giustamente, che il rabbino si formò a Hebron negli anni ’20, ma omette un piccolissimo particolare.

Hebron era una delle comunità ebraiche più antiche della Palestina, composta perlopiù da Sefarditi e da Ashkenazi giunti nel secolo precedente. A metà agosto del 1929, prendendo a pretesto le mire ebraiche sul Muro Occidentale (Muro del Pianto), Haj Amin El Husseini e Aref el Aref istigarono una folla inferocita a massacrare gli Ebrei. Il 24 agosto ne furono uccisi 67. I rapporti parlano di rabbini castrati, bambini decapitati e giovani cui erano state amputate le dita o le mani.

Molti Ebrei riuscirono a rifugiarsi presso la stazione di polizia o alcune famiglie arabe, ma quella fu la fine della convivenza pacifica ad Hebron.

Un concetto di pacifica convivenza tipicamente islamico, in cui finché sei capace di fornirmi denaro o vantaggi sei il benvenuto, ma se alzi la testa meriti di essere massacrato. Come testimoniò Mousa J. Kaleel (arabo cristiano), nel suo libro When I was a boy in Palestine (1914):

When I was a boy in Palestine

 Vai alla SECONDA PARTE.

20 pensieri riguardo “Risposta al volumetto “Come asfaltare chi difende Israele…” (parte 1)

  1. La tattica del bombardamento di cazzate (cit.).

    Si buttano lì un mucchio di nozioni a caso, decontestualizzate quando non false, sperando che l’interlocutore non conosca la storia a sufficienza per replicare nel merito.
    Si citano nomi altisonanti come fonti di autorevolezza: “il celebre genetista Asdrubale Selassié Blacksmith scrisse nel 1961 che bla bla bla, e anche bla e bla.” Magari Asdrubale è un autopubblicato oppure ha affermato un mucchio di cose contro la tesi proposta dall’intellettuale, ma chissene, l’importante è l’effetto auctoritas.
    Si copiaincolla qualsiasi cosa confondendo il copy&paste con la ricerca di fonti.
    Quando l’interlocutore ribatte, niente paura: c’è la cazzata numero due dell’elenco. E si riparte.

    Non so quante centinaia di ore ho perso dietro a discussioni impostate così su forum e blog.

  2. Non mi sono mai interessato molto alla storia del medio oriente, causa mancanza di tempo mista al dover apprendere nozioni più urgenti.
    Penso che comincerò a cercare notizie sulla questione.
    Non vedo l’ora di poter leggere i prossimi articoli.

    Buon lavoro Zwei.

    1. Oh allora se vuoi farti un’idea del conflitto tra persone che vivevano dove erano nate e stranieri venuti da mezzo mondo che praticavano la stessa religione di un popolo che era vissuto nell’area per qualche secolo secoli prima, sei a cavallo! 🙂 Qui troverai ottime info utili, e soprattutto neutrali. Per esempio traduzioni provenienti direttamente dal ministero della propaganda di Tel Aviv. D’altronde la linea ufficiale del cosiddetto storico che gestisce questo blog è “i palestinesi non esistono” e “la terra è di chi se la prende e sa tenersela”. Prendi un libro di storia se ti interessa la questione: lascia stare la propaganda dell’una e dell’altra parte. Zwei è ottimo quando parla di spade e battaglie storiche, quando fa propaganda spicciola… beh….

      1. che i palestinesi, come popolo, non siano mai esistiti è un fatto accertato. magari, pero, puoi dimostrare il contrario portando alcune prove che ne documentino l’ esistenza, che so, artisti famosi, grandi condottieri, politici, piatti tipici…altrimenti la tua è solo propaganda filo-islamica.

        1. Fino agli inizi degli anni ’60 dare del “palestinese” ad un arabo residente in Palestina era considerato un insulto, perché era il termine con cui venivano appellati gli ebrei residenti nella zona. La formazione di un’identità araba palestinese si ha nella seconda metà del ventesimo secolo, i primi piani per la Palestina erano la sua annessione alla Giordania oppure la formazione della Grande Siria.

          Poi se facciamo a gara a chi c’era prima, le prime tracce di presenza ebraica nella Galilea risalgono al 1250 a.C. I primi arabi (e per arabi intendo popolazioni semitiche residenti nella penisola arabica che parlavano la versione antica dell’arabo letterario moderno, NON i Lakhmidi e i Ghassanidi, che erano chiamati “arabi” così come le numerosissime e variegate tribù che abitavano al di là del Reno venivano chiamate “germanici” dai Romani) giungono a seguito della conquista islamica della Siria e della Giudea, strappate definitivamente ai Bizantini e ai cristiani Ghassanidi nel 638 d.C.
          I Filistei poi non c’entrano niente con gli arabi (sì, ho sentito pure questa argomentazione), visto che erano popolazioni di lingua indoeuropea provenienti dal Mar Egeo, che si insediarono nelle zone costiere pochi decenni dopo la venuta dei primi Israeliti, che di contro si erano insediati prevalentemente sulle colline.

        2. Caro Manu, apprezzo lo sforzo ma è del tutto inutile discutere con fenicio.
          Qualunque cosa tu dica o faccia, il massimo che potrai ottenere saranno insulti che metteranno in dubbio la tua sanità mentale e una serie di risposte assertive preconfezionate.
          Tempo sprecato, credimi.

        3. Fenicio, gli insulti su Internet non mi fanno né caldo né freddo. Qualsiasi persona dotata di un minimo di senso critico arriva automaticamente a capire che rispondere con i soli insulti senza argomentare significa non avere argomentazioni valide a sostegno delle proprie posizioni. Lo dice pure il buon Schopenhauer in “L’arte di ottenere ragione”:

          38. “Argumentum ad personam”: come ultima risorsa, diventare offensivi, oltraggiosi e grossolani.

  3. incredibile, appena domani ti avrei chiesto una tua opinione su Barnard! questa prima parte mi è già piaciuta, spero di leggerne altre presto.
    buon lavoro Zwei

    1. Ciao Buba, grazie del supporto. Ho talmente tanto materiale e così poco tempo. Pensare che alcuni pensano di risolvere una questione del genere dopo aver letto un paio di articoli sui siti pro-Palestina.

  4. Mi scuso per l’insulto, ma davvero per me non c’è differenza tra chi nega le camere a gas e chi nega la dignità di un popolo. Il vostro discorso è arrogante e inquietante, oltre che demenziale. Decidiamo noi chi merita di essere considerato un popolo e chi no. E nel caso decidiamo di no è giusto che stranieri che praicano la stessa religione di un popolo vissuto secoli prima nella regione facciano carne di porco del “non popolo”. Il fatto che il “non popolo” stesse nelle terre in cui era nato e avesse il solo torto di non accettare un’immigrazione selvaggia di stranieri che dichiaravano senza nasconderlo di volere impossessarsi della terra non conta per i negazionisti. Siete aberranti, e sono fiducioso sul fatto che verrete spazzati via dalla storia come accaduto ai teorici del colonialismo, agli schiavisti e ai razzisti.

    1. Veramente colonialismo, schiavismo e razzismo sono ben lungi dall’essere scomparsi.

      La Repubblica Popolare Cinese è maestra in tutti e tre i campi: dal comprarsi indirettamente mezza Africa al negare qualsiasi diritto agli operai e ai contadini fino al discriminare sistematicamente i cittadini di etnia non-Han, Tibetani e Uiguri in testa.

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