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La Rivolta degli Zanj (869-883): Parte 2


Nella prima parte dell’articolo abbiamo seguito l’inizio della rivolta guidata dallo schiavo nero Alì. Sfruttando un momento di debolezza del Califfato abbaside e la pessima condizione degli schiavi neri, riuscì a far sollevare questi ultimi e a combattere il potere imperiale.

Gli uomini di Alì avevano un ottima guida, conoscevano bene un territorio ostico, fatto di acquitrini e canali, e mostravano grande coraggio in battaglia. Nelle prime settimane, gli Zanj vinsero parecchi scontri, anche perché le truppe imperiali avevano comandanti mediocri che sottovalutarono la forza degli schiavi.  Alì, avvalendosi anche di ottimi esploratori, utilizzò quasi sempre tattiche di guerriglia. In particolare, i suoi uomini utilizzavano la copertura di canali e canneti per piombare sulle retroguardie degli eserciti imperiali. In questo genere di scenario, non era raro che molti degli sconfitti morissero annegati negli acquitrini.

Questi primi scontri permisero agli Zanj di ottenere le armi e le armature necessarie a proseguire lo scontro. I prigionieri venivano uccisi senza troppe remore (come abbiamo detto, la dottrina Khargita li considerava miscredenti), mentre donne e bambini venivano fatti schiavi.

Dopo aver sconfitto un’armata proveniente da Basra, Alì marciò sulla città, convinto che alcune fazioni della città (quelle con cui aveva intrattenuto dei rapporti in passato) lo avrebbero appoggiato, ma i suoi calcoli si rivelarono errati. Gli abitanti di Basra affrontarono il suo esercito di Zanj il 23 ottobre 869 e lo sconfissero. Alì combatté con coraggio e riuscì a salvarsi. A quel punto, gli abitanti di Basra passarono all’attacco, ma Alì aveva già riorganizzato i contingenti superstiti ed era pronto a un’imboscata.

Il giorno successivo, l’esercito vittorioso organizzò dei vascelli, ma questi vennero assaliti dai Kanj e molti si rovesciarono. Gli schiavi combattevano con furia, e anche le loro donne partecipavano lanciando sassi dagli argini. Anche il contingente di Basra che avanzava via terra fu distrutto. Morirono molti membri delle famiglie più importanti, compresi i discendenti di Solimano, fratello dei primi due Califfi Abbasidi.

 IL CALIFFATO ABBASIDE
Sebbene ci sia la diffusa tendenza, nella storiografia occidentale, a considerare il mondo islamico come un blocco monolitico, bisogna sottolineare come, in realtà, le divisioni istituzionali (cui si sovrapponevano quelle religiose o viceversa) fossero piuttosto marcate. La dinastia abbaside regnò, dal punto di vista formale, dal 750 al 1258, ma raggiunse il suo apice molto presto, con il Califfo Hārūn al-Rashīd e il figlio al-Ma’mun, morto nell’833. Gli omayyadi (la dinastia precedente) regnavano però in modo indipendente su Al-Andalus già dal 756, gli idrisidi facevano lo stesso in Marocco e parte dell’Algeria dal 788, gli aghlabidi in Tunisia e Tripolitania dall’800 (furono loro a prendere la Sicilia, ma furono presto soppiantati dai fatimidi, che presero anche i domini egiziani dei tulunidi). Ovviamente questi dati grattano solo la superficie di un mondo ancora più complesso che spero di trattare in un apposito articolo.

Per fa capire come sarebbero andate le cose da quel momento in avanti, Alì spedì a Basra un vascello pieno di teste degli abitanti uccisi.

Alì però non si sentiva ancora pronto a governare una grande città, e preferì stabilirsi in una parte all’asciutto del territorio che aveva conquistato. Probabilmente il campo base degli Zanj era costituito da capanne fatte con legno di palma o mattoni di fango. Piano piano si aggiunsero altri edifici, come la prigione e le moschee, fino a quando il campo base divenne una vera e propria città, al-Mukhtara (“la Città Eletta”). La città sorgeva a sud di Basra, sulla riva occidentale del Tigri, ed era attraversata da diversi canali.

Mokhtàra viveva grazie a quello che si riusciva a raccogliere nei dintorni e alle provviste comprate da commercianti e Beduini.

L’Impero non rimase con le mani in mano, ed incaricò il generale Turco Jolàn di eliminare gli Zanj. Le sue truppe però erano costituite in massima parte da cavalieri, la scelta peggiore per il combattimento negli acquitrini. Jolàn passò quasi sei mesi accampato vicino agli Zanj, e alla fine si ritirò in seguito a un attacco notturno di questi ultimi, che in precedenza avevano respinto un altro attacco dei cittadini di Basra.

La forza degli schiavi continuò a crescere, tanto che riuscirono ad aggredire con successo una flotta di ventiquattro navi diretta a Basra, da cui trassero un enorme bottino (comprensivo di donne e bambini).

Il 19 Giugno 870, gli Zanj attaccarono Obolla, situata dove oggi sorge Bassora. La battaglia fu breve e violentissima. La città cadde e fu data alle fiamme. Questo evento terrorizzò a tal punto i cittadini di Abbàdàn, una città alla foce del Tigri, da convincerli a sottomettersi agli Zanj (che pretesero armi e schiavi).

Un paio di mesi dopo, Alì prese possesso anche dei territori a est. Il 14 agosto 871 cadde Ahvaz, capitale del Khùzistàn, in pratica senza combattere, visto che le sue milizie si erano ritirate prima dell’arrivo degli Zanj.

In meno di un anno, un avventuriero alla testa di un esercito di schiavi neri aveva conquistato città e territori, gettato nel terrore Basra, e creato un grave danno ai commerci di Bagdad, visto che controllava la foce del Tigri.

abbasidi e altre dinastie
La frammentazione del Califfato Abbaside (vedi anche il primo box dell’articolo)

Nel frattempo, alla guida del Califfato si trovava al-Mu’tamid, ma in realtà il potere era esercitato dal fratello Al-Muwaffaq, che riuscì a ristabilire, almeno in parte, il potere degli abbasidi. All’inizio fu costretto ad occuparsi della grave instabilità politica dell’Impero, ma all’inizio dell’estate dell’871 inviò un esercito per fronteggiare Alì.

Il comandante di questo esercito, Said, ottenne degli iniziali successi, ma poi subì gravi perdite a causa del solito attacco notturno. Al Muwaffaq lo sostituì con un altro generale, che però ebbe ancora più sfortuna, visto che le teste di cinquecento dei suoi uomini furono sparse nei dintorni di Basra.

In quel periodo, agli Zanj si unirono gruppi di Beduini. In realtà, gli arabi guardavano i neri con disprezzo, ma la possibilità di unirsi alle loro razzie e saccheggi li convinse ad aggregarsi.  I nuovi arrivati fornirono Alì con un corpo di cavalleria leggera che ben conosceva il territorio.

Il 7 settembre 871, il generale Zanj Mohallabì si mise alla testa di un esercito formato da fanti neri e cavalleria beduina. L’obbiettivo era, ancora una volta, Basra. Riuscì a penetrare nella città e ad incendiare alcuni edifici, ma ottenne il completo controllo della città solo due giorni dopo. Ne seguì un vero e proprio bagno di sangue, con gli abitanti che venivano appositamente riuniti per essere fatti a pezzi in modo più spedito. Alcune stime parlano addirittura di 300.000 morti. Le donne e i bambini furono resi schiavi, e alcuni Kanj ebbero anche più di dieci schiavi come ricompensa.

Alì però non aveva intenzione di occupare la città. Il suo esercito avrebbe avuto enormi problemi in una battaglia campale o in un assedio, quindi preferì riportarlo alla sua capitale. Il Califfo, saputo del massacro, spedì subito il comandante Mowallad con le sue truppe, ma questi venne sconfitto nel solito agguato notturno.

Nell’872, fu lo stesso Mowaffak a guidare l’esercito abbaside, ma anche lui venne sconfitto dagli Zanj il 29 aprile, dopo aver perso in battaglia il suo comandante militare Moflih. Il fratello del Califfo rimase in zona, e riuscì anche a liberare alcuni dei prigionieri, ma alla fine il caldo, le malattie e un incendio nel campo base lo costrinsero a ritirarsi a Wàsit.

Nel gennaio 873, con i propri soldati ormai allo sbando, Mowaffak tornò a Sàmarrà, lasciando Mowallad alla testa del contingente di Wàsit.

SAMARRA, LA CAPITALE
Come avrete capito leggendo l’articolo, per un certo periodo Bagdad cessò di essere la capitale del Califfato. Fu l’ottavo Califfo abbaside, al-Mu’tasim, a spostarsi a Samarra nell’836, mentre il ritorno a Bagdad fu voluto da al-Mutadid nell’892. Samarra fu fondata proprio nell’836, e divenne presto un’importante metropoli. Il palazzo del Califfo era affiancato dai baraccamenti per le sue guardie (specialmente turche, che avevano creato diversi problemi a Bagdad), e nell’847 fu eretta la famosa Grande Moschea.  Con il ritorno degli abbasidi a Bagdad, lo splendore di Samarra declinò rapidamente, tanto che attorno al 940 era ormai deserta.

Con l’armata imperiale a debita distanza, nel maggio 873 Alì riuscì a prendere per la seconda volta Ahwàz. Occorre sottolineare che il comandante degli schiavi non occupava mai le città in modo permanente. Il suo primo obbiettivo era sempre quello di razziare e terrorizzare i nemici. Alcuni pensano che questo sia stato il suo limite, ma non si può sorvolare nemmeno sull’ipotesi contraria, ossia che Alì riuscì a mantenere il potere così a lungo solo grazie a un saggio sfruttamento delle condizioni geografiche del luogo.

I Kanj furono cacciati dalla Susiana solo mesi dopo, grazie all’azione delle milizie guidate da Musà il Turco, figlio di Boghà, ma anche lui non riuscì ad arrivare allo scontro decisivo.

Ad “aiutare” indirettamente la causa dei Kanj fu Yakub, il capostipite della dinastia saffaride che, partendo da est, stava puntando su Bagdad. Fortunatamente per l’Impero, Muwaffak riusci ad intercettarlo e distruggerlo fra Wàsit e la capitale nell’aprile dell’876.

Alì sfrutto la situazione spingendosi a nord, verso Wàsit, trovando l’aiuto di alcune tribù arabe. In quel momento, a sette anni dall’inizio della rivolta, comandava su quasi tutta la Susania. Ebbe anche modo di allearsi con Mohammed, un luogotenente curdo di Yakub che controllava parte di quella provincia, ma la cosa durò poco. Alla fine Yakub e Alì si limitarono a una tregua, che rimase in piedi fino alla morte del primo, nel giugno 879.

Il Califfo non perse tempo, e subito riuscì a concludere una pace con il successore di Yakub, il fratello Amir, in modo da potersi dedicare agli Zanj senza correre il pericolo di essere sorpreso alle spalle o sul fianco.

L’anno prima, gli Zanj avevano preso nuovamente Wàsit e altre città di Babilonia, ma, perseverando nel loro modus agendi, evitarono di stabilirvisi. Nonostante gli sforzi degli ufficiali di Mowaffak, Alì ed i suoi uomini arrivarono fino a Jarjaràyà,  a sole settanta miglia da Bagdad.

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Per agevolare la lettura, ripropongo anche in questo articolo la mappa del territorio iracheno nella seconda metà del IX secolo

Ciononostante, proprio alla fine dell’879, anno del culmine del potere di Alì, Mowaffak riuscì, anche grazie alla nuova pace con Amir, a guadagnare terreno. Affidò a suo figlio, Abul Abbàs, il compito di espellere gli Zanj dai territori vicino a Wasìt. Abbàs riuscì a sconfiggerli più volte e concesse il perdono ad alcuni ufficiali catturati.  Questo nuovo atteggiamento rese più instabile il potere di Alì, visto che i suoi ufficiali avevano ora un importante incentivo per passare dalla parte degli imperiali.

Abbàs comunque si distinse per le proprie imprese in combattimento, tanto che una volta tornò dalla battaglia con venti frecce conficcate nella protezione di feltro che indossava sopra l’armatura.

L’offensiva di Abbàs era iniziata da meno di un anno, quando sopraggiunse anche il padre, alla testa di una grande armata. Mowaffak prese subito la città di Manìa, fondata dagli schiavi a poche miglia da Wàsit, e lì riuscì a liberare oltre cinquemila donne e bambini fatti schiavi a loro volta.

Mowaffak avanzò con calma, continuando a liberare migliaia di sudditi. Lasciò poi al figlio il compito di controllare i territori più vicini alla capitale degli Zanj, mentre lui si diresse in Susiana. Gli Zanj che stazionavano lì si ritirarono frettolosamente (Alì voleva concentrare tutta la sua forza militare in un solo punto). Il curdo Mohammed cercò subito la pace con Mowaffak, che quindi si unì di nuovo ad Abbàs e all’altro figlio, Hàrùn.

Nel febbraio 881, il Califfato era pronto a sferrare l’attacco decisivo contro gli Zanj, ormai costretti nel territorio intorno a Mokhtàra.

Nel frattempo, Mowaffak continuava a concedere l’amnistia agli Zanj che decidevano di passare dalla sua parte. Molti abbandonarono Alì e furono trattati con tutti i riguardi dagli uomini di Mowaffak.

Il fratello del Califfo iniziò l’assedio di Mukthara con grande calma, assicurandosi in primo luogo di tagliare i rifornimenti al nemico e mantenere stabili i suoi. D’altronde, la capitale degli schiavi aveva diverse fortificazioni (mura, pozzi, canali da inondare, ecc.) e, almeno all’inizio, il numero degli Zanj era superiore a quello dell’esercito di Mowaffak.

Negli scontri fra Zanj ed esercito, quest’ultimo utilizzò anche gli “uomini nafta”, che utilizzavano il fuoco Greco su uomini e fortificazioni.

L’esercito del Califfato riuscì più di una volta a penetrare le difese di Mukthara e a distruggere degli edifici prima di essere ricacciato. In particolare, il 10 dicembre 882, un’incursione guidata da Mowaffak portò alla distruzione della moschea. L’impresa costò cara al fratello del Califfo, perché uno schiavo bizantino lo ferì gravemente con una freccia.

Nei giorni successivi, sembrava che gli eventi stessero girando nuovamente a favore di Alì. Questi si era arroccato nella sua capitale sicuro che, prima o poi, un qualche evento interno all’Impero avrebbe costretto Mowaffak a distogliere buona parte delle sue forze dall’impresa. E in effetti, sempre nel dicembre 882, il fratello del Califfo decise che era giunto il momento di liberarsi dalla tutela di Mowaffak. La sua idea era quella di raggiungere il principe vassallo d’Egitto, Ibn Tùlùn, ma il governatore di Bagdad, Ibn Kondàj, riuscì a intercettarlo e a riportarlo presso la sua residenza di Samarra (febbraio 883).

La Grande Moschea di Samarra
La Grande Moschea di Samarra (foto 1911-1913)

Sfruttando questi eventi e il lungo decorso di Mowaffak, Alì riuscì a ripristinare parte delle difese e a resistere tutta la primavera (nonostante i nemici fossero riusciti a bruciare anche il suo palazzo). Le defezioni degli ufficiali intanto continuavano.

Nella battaglia del 21 maggio 883, le forze imperiali presero l’harem di Alì e bruciarono buona parte delle scorte di grano, ma gli Zanj riuscirono a respingerle con l’ennesimo sforzo.

Poi, nel giugno 883, all’armata imperiale si aggiunse quella di Lùlù, comandante delle milizie di Ibn Tùlùn (governatore dell’Egitto) in Siria Settentrionale. Così, il 5 agosto 883 le truppe imperiali piombarono in massa su Mokhtàra e la conquistarono. Alì si diede alla fuga, ma successivamente tornò indietro e sorprese gli imperiali intenti nel saccheggio della città. Riuscì ad allontanarli per qualche giorno, poi, l’11 Agosto Muwaffak prese definitivamente Mokhtàra.

Non si sa se Alì sia morto combattendo o abbia preferito il veleno. Fatto sta che la sua testa venne portata a Mowaffak quello stesso giorno.

Il 23 novembre 883, Abbul Abbàs entrò a Bagdad con la testa di Alì su una picca (spero fosse imbalsamata).

Alì, lo schiavo nero, il ribelle, colui che si riteneva (o faceva finta di ritenersi) il degno successore di Maometto, aveva tenuto testa alle forze imperiali per quattordici anni. Quella degli Zanj fu la rivolta di schiavi più incredibile della storia.

6 pensieri riguardo “La Rivolta degli Zanj (869-883): Parte 2

  1. Oltre alla figura di Alì, mi sarebbe piaciuto approfondire la figura di Mowaffak, che fu il regnante di fatto fino all’892 (rimase Califfo il fratello minore). Egli lasciò da parte le prerogative religiose e si occupò esclusivamente di restaurare il potere abbaside. Morì a 49 anni deformato progressivamente dall’elefantiasi.

    1. Caro Zwei, sei sicuro di questo passaggio?

      Negli scontri fra Zanj ed esercito, quest’ultimo utilizzò anche gli “uomini nafta”, che utilizzavano il fuoco Greco su uomini e fortificazioni.

      Io sapevo che il fuoco Greco fosse uno dei segreti meglio custoditi dell’alto medioevo e che i musulmani non riuscirono mai a riprodurre la formula (e il relativo sistema di armamento). E’ un falso mito?

      P.S: secondo te, una legione romana avrebbe incontrato le stesse difficoltà degli arabi (a parità di condizioni tattiche) nell’asfaltare i rivoltosi?

      Un saluto.

      1. Assolutamente certo. Per molto tempo il “Fuoco Greco” è stato considerato un’arma misteriosa e oscura da buona parte della storiografia, ma in realtà venne utilizzato ampiamente anche dagli Arabi. Lo stesso inventore del fuoco greco, Kallinikos, potrebbe aver avuto un qualche ruolo nella marina omayyade prima di fuggire da Damasco (attorno al 670-680) e raggiungere Costantinopoli con la sua ricetta segreta.
        Nonostante i richiami imperiali a non diffondere la formula ed il meccanismo di propagazione, già nel IX secolo il segreto non era più tale. Nella prima metà del IX secolo gli Aglabidi già disponevano di navi con sifoni per il fuoco. Il “naffatùn” (così lo definisce Al-Tabari, ovvero “lanciatore di nafta”) era l’equivalente del “siphonator” bizantino.

  2. Allora i primi schiavisti degli africani furono i paesi mussulmani, nell’VIII° e IX° secolo. Ma il motivo per cui gli africani non hanno mai saputo – fino ai nostri tempi – difendersi dall’essere presi schiavi, sarà stata la mancanza di essersi saputi costituire come Stati di numerosi cittadini, organizzati per difendersi dai predoni. Lo confermerebbe l’Egitto dei Faraoni, che per millenni ha mantenuto l’indipendenza, magari sfruttando mano d’opera di schiavi africani, insieme a quella degli ebrei “ante Mosè”. Al proposito si potrebbe ricordare anche la città di Lucca, in Toscana, intorno alla quale hanno saputo mantenere in efficienza l’intera cinta di alte Mura. Che, come deterrente, sono valse – come noto – a contribuire in misura molto rilevante alla salvaguardia della libertà e indipendenza propria e dei suoi cittadini per molti secoli, come nessun’altra città-stato almeno d’Italia.
    Sarebbe interessante conoscere sul punto il parere anche di altri commentatori.

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