Gli Arabi in Israele: un Documento del 1952 (parte III)

Le direttrici dell’offensiva araba e della controffensiva israeliana nel 1948

Terza parte (Prima Parte; Seconda Parte) del documento che narra i fatti successivi al Piano di Partizione della Palestina elaborato dall’ONU nel 1947. Ritengo che la lettura di questo testo sia fondamentale per chiunque voglia approfondire l’argomento:

L’ESODO ARABO

Il primo e più importante risultato dell’isteria di massa che colpì la popolazione Araba quando divenne evidente il collasso e la disintegrazione della loro forze armate e la fuga della loro leadership, fu un flusso di profughi che lasciavano il paese. Circa 30.000, principalmente delle classi benestanti, ma anche abitanti dei villaggi dello Sharon, avevano lasciato il paese durante la prima fase del conflitto per aspettare al sicuro che passasse la tempesta, come avevano fatto nei difficili anni fra 1936 e 1939. All’inizio dell’Aprile 1948, l’esodo aveva assunto proporzioni di massa, con il numero degli emigrati stimato in oltre 130.000 persone. Nel mese di maggio, Faris al-Khoury, il delegato siriano presso le Nazioni Unite, stava già parlando  di 250.000. 

L’esodo fu innanzitutto il risultato della paura e della disperazione causata dalla debacle. Gli Arabi avevano sperato non solo di infliggere una sconfitta schiacciante agli ebrei, ma anche di liquidarli in modo definitivo e di saccheggiare i loro beni. È comprensibile che l’Arabo medio, pensando a quello che avrebbe voluto fare al suo vicino Ebreo, si aspettasse che l’Ebreo vittorioso gli avrebbe inflitto un destino simile. A parte questa paura generale, c’era stata l’apprensione, affatto innaturale, di rappresaglie individuali. Erano state fatte cose così terribili che non pochi si sentivano in ansia al pensiero di un’imminente vendetta. La sola e unica occasione di atrocità Ebraica, la distruzione del villaggio arabo di Deir Yassin da parte di un gruppo di Ebrei estremisti operanti in spregio alle autorità nazionali e militari Ebraiche, e severamente rinnegato dalla comunità Ebraica organizzata, gettò benzina sul fuoco – anche perché l’episodio fu sfruttato senza pietà dalla stampa e dalle trasmissioni Arabe – un tragico esempio dell’effetto boomerang della propaganda Araba sul suo stesso popolo.

[stextbox id=”info” caption=”Un massacro ingiustificato”]L’ammissione e la non giustificazione del massacro di Deir Yassin è una prova ulteriore della maggiore imparzialità di questo documento rispetto agli usuali testi pro-Palestina, che non addebitano mai alcuna colpa alle popolazioni arabe.[/stextbox]

La seconda causa furono gli ordini diretti alla popolazione emessi dal Supremo Comitato Arabo e dai comandanti militari di lasciare il paese in previsione dell’invasione degli eserciti Arabi. Erano stati avvertiti di tenersi fuori dai guai con la promessa che sarebbero tornati entro breve tempo a seguito della forze Arabe vittoriose, si sarebbero riappropriati dei loro averi e avrebbero ottenuto in aggiunta un bella quota del previsto bottino di guerra. Allo stesso tempo, la popolazione fu avvertita che chiunque fosse rimasto indietro e si fosse sottomesso al dominio Ebraico sarebbe stato considerato come un traditore e adeguatamente punito una volta ottenuta la vittoria.

La maggior parte dei fuggitivi erano fermamente convinti che sarebbero ritornati entro un breve periodo. Questo è confermato da innumerevoli commenti della stampa delle trasmissioni radiofoniche Arabe. Un’intervista, concessa dall’Arcivescovo greco-cattolico di Galilea, l’Arabo mons. George Hakim al giornale Libanese “Sada al-Janub” il 16 agosto 1948, può essere citata come un esempio. “I rifugiati,” disse l’Arcivescovo “erano fiduciosi che la loro assenza dalla Palestina non si sarebbe protratta a lungo, che sarebbero tornati nel giro di pochi giorni – entro una settimana o due. I loro capi avevano promesso che gli eserciti Arabi avrebbe schiacciato le “bande Sioniste” molto rapidamente e che non c’era motivo di andare nel panico o di temere un lungo esilio.

Più o meno allo stesso modo Emil Ghoury, il segretario del Supremo Comitato Arabo, scrivendo per il “Telegraph” di Beirut il 6 agosto 1948, addossava in modo netto ai governi Arabi la responsabilità per l’esodo di massa Arabo. “Il fatto,” egli scrisse, “che ci siano questi profughi è la conseguenza diretta dell’opposizione degli Stati Arabi al piano di Partizione delle Nazioni Unite e allo Stato di Israele, e quindi sono loro a dover condividere la soluzione di questo problema. E’ inconcepibile che i rifugiati possano essere rimandati alle loro case mentre sono occupate dagli Ebrei… La stessa proposta è un rifiuto di responsabilità da parte dei responsabili. Servirebbe come primo passo verso il riconoscimento Arabo dello Stato di Israele e della Partizione. Infatti, molte persone considerano questo come prova dell’intenzione, da parte dei responsabili, di non voler portare avanti le azioni necessarie al salvataggio della Palestina.

Habib Issa, direttore di “Al-Huda”, il principale quotidiano Libanese negli Stati Uniti, scrivendo l’8 giugno 1951 sul tema “La Lega Araba e profughi Palestinesi”, dichiarava:” Il Segretario generale della Lega Araba, Abd ar-Rahman Azzam Pasha, rilasciò numerose dichiarazioni rassicurando i popoli Arabi e tutti gli altri che per gli eserciti Arabi l’occupazione della Palestina e di Tel Aviv sarebbe stata semplice come una parata militare . Dichiarazioni di Azzam Pasha sottolinearono che gli eserciti erano già sulle frontiere e che tutti i milioni che gli ebrei avevano speso per i terreni e per lo sviluppo economico sarebbero stati di certo un facile bottino per gli Arabi, dal momento che si sarebbe trattato semplicemente di gettare gli ebrei in fondo al Mar Mediterraneo. Quando il momento del ritiro Britannico si fece più vicino, lo zelo della Lega Araba raddoppiò… Agli Arabi di Palestina fu dato un consiglio fraterno, l’esortazione a lasciare le loro terre, case e proprietà e andare a stare temporaneamente nei vicini Stati fraterni, per timore che i cannoni delle eserciti Arabi invasori massacrassero anche loro. Gli Arabi Palestinesi non avevano altra scelta che obbedire al “consiglio” della Lega e credere a quello che Azzam Pasha e altri responsabili della Lega avevano detto loro, che l’allontanamento dalle loro terre e dal loro paese era solo temporaneo e si sarebbe concluso in pochi giorni con il successo dell’ “azione ‘punitiva contro Israele” da parte Araba.

Azzam Pasha si mostrò sempre contrario a qualsiasi piano di partizione.

Invano le autorità Ebraiche, civili e militari, avevano supplicato la popolazione Araba di fermare la loro fuga nel panico. Infatti, fin dall’inizio dei disordini gli enti pubblici Ebraici, nazionali e locali, avevano fatto ogni sforzo per mantenere rapporti pacifici con gli Arabi. Dall’inizio di dicembre 1947 nei villaggi e nelle città Arabe erano stati distribuiti volantini che esortavano la popolazione a mantenere la pace e non lasciarsi influenzare dai guerrafondai a porre in essere atti ostili contro i loro vicini Ebrei. Da parte delle stazioni radio Ebree furono trasmesse quasi tutti i giorni, in Arabo, esortazioni dello stesso tenore. La stampa Araba di quei giorni testimonia il fatto che quelle trasmissioni furono ascoltate da molte migliaia di Arabi palestinesi. In quasi ogni risoluzione adottata dalll’Agenzia Ebraica in quei mesi critici, il “Vaad Leumi” (Consiglio Generale degli Ebrei di Palestina) e le municipalità Ebraiche e i consigli locali,  vi erano richieste urgenti agli arabi di ripristinare la pace e rimanere nelle loro case in condizioni di buon vicinato. Quando iniziò l’esodo, i consigli della comunità ebraiche di Tiberiade, Haifa, Safed e di altri luoghi colpiti indirizzarono appelli urgenti alla popolazione in preda al panico dove chiedevano agli Arabi di non fuggire.

[stextbox id=”info”]Un rapporto un alto ufficiale di polizia britannico a Haifa, diretto alla Questura dell’Amministrazione Mandataria di Gerusalemme del 26 Aprile 1948 afferma:
“Ogni sforzo è stato fatto dagli Ebrei per convincere la popolazione Araba a rimanere ed a andare avanti normalmente con le loro vite, a tenere aperti i loro negozi e le loro imprese, ad essere certi che le loro vite ed i loro interessi sarebbero stati salvaguardati.” Due giorni dopo, la stessa fonte riferisce: “Gli ebrei stanno ancora facendo ogni sforzo per convincere la popolazione Araba a rimanere e a condurre la vita di tutti i giorni in città.” (da L’esercito di Israele di Moshe Pearlman, Philosophical Library, New York, 1950, p. 116).[/stextbox]

Tutti questi appelli si rivelarono inefficaci in quanto la stampa Araba e le stazioni di radiodiffusione avevano avvertito la popolazione Araba di non credere alle rassicurazioni delle autorità Ebraiche e di non dare retta ai loro appelli a rimanere nel paese. Forse l’esempio più lampante di evacuazione Araba dovuta a un comando perentorio fu l’esodo Arabo da Haifa. Il 21 aprile 1948, i leader Arabi locali di Haifa stipularono una tregua con le autorità e le forze di difesa Ebraiche. I suoi termini prevedevano che la popolazione Araba dovesse continuare la sua vita in città. Il Supremo Comitato Arabo, tuttavia, non permise l’attuazione di questa tregua, in quanto implicava il riconoscimento, da parte Araba, di un’autorità Ebraica, e sotto la sua pressione i leader Arabi di Haifa furono costretti a cambiare la loro decisione, rinnegare le loro firme e ad ordinare l’immediata evacuazione da Haifa di tutti i suoi abitanti Arabi.

[stextbox id=”info”]Sulla conquista ebraica di Haifa l’Alto Commissario Britannico inviava la seguente dichiarazione al Segretario Coloniale: “L’attacco ebraica di Haifa è stato una diretta conseguenza di continui attacchi da parte degli Arabi contro gli Ebrei nel corso dei quattro giorni precedenti. L’attacco è stato condotto da dall’Hagana e non c’è stato alcun massacro.” (“Palestina Post”, 25 aprile 1948). Una dichiarazione in termini analoghi è stata fatta da Sir Alexander Cadogan al Consiglio di Sicurezza il 23 aprile 1948 (Consiglio di Sicurezza, Documenti ufficiali, n ° 62, p. 9.)[/stextbox]

“L’Economist” di Londra, il 2 ottobre 1948, citando un testimone oculare britannico, descrisse così quanto accadde ad Haifa in quei giorni fatidici: “Durante i giorni successivi le autorità Ebraiche, che erano ormai in completo controllo di Haifa (salvo limitati distretti ancora amministrati dalle truppe britanniche), hanno esortato tutti gli Arabi a rimanere presso Haifa e hanno garantito la loro protezione e sicurezza. Per quanto ne so, la maggior parte dei i civili britannici lì residenti, interpellati da amici amici arabi per un consiglio, avevano risposto a  questi ultimi che sarebbe saggio rimanere. Tuttavia, dei 62.000 arabi che già vivevano in Haifa, non ne rimasero più di 5.000 o 6.000. Diversi fattori hanno influenzato la loro decisione di cercare la sicurezza nella fuga. C’è poco dubbio che il più potente di questi fattori furono gli annunci radiofonici del Supremo Comitato Arabo che esortavano tutti gli Arabi di Haifa ad abbandonare la città. La motivazione data per questa richiesta era che, dopo il ritiro definitivo degli inglesi, gli eserciti congiunti degli stati Arabi avrebbero invaso la Palestina e “gettato gli Ebrei in mare”, ed era stato detto in modo chiaro che gli Arabi rimasti ad Haifa sotto la protezione Ebraica sarebbero stati considerati come rinnegati.”

Soldati inglesi pronti a lasciare Haifa

Non tutti i gruppi della popolazione Araba agirono sulle basi della fuorviante esortazione del Supremo Comitato Arabo e dei suoi comandanti. Un certo numero di villaggi Arabi e tribù semi-nomadi che avevano fatto la loro pace con le autorità e le forze di difesa Israeliane rimasero nei loro insediamenti. Uno di questi gruppi, la tribù di al-Heib nel nord-est Galilea, si unirono alle forze Israeliane e costituirono un’unità di cavalleria che si oppose all’ “Esercito di Liberazione” invasore. Anche un altro gruppo musulmano, appartenente alla comunità Ahmadiya (Qadhiani), si astenne dal prendere parte alle ostilità contro Israele, rimanendo nel paese e continuando le proprie attività religiose e culturali sotto le nuove condizioni. Della comunità drusa, di circa 15.000 anime, non una solo lasciò il paese. Mantennero tutte relazioni amichevoli con i loro vicini Ebrei e accettarono da subito lo Stato di Israele. Anche loro misero insieme delle unità per aiutare le forze militari Ebraiche contro quelle di Qawuqjfs. Dei cristiani Arabi – anche se erano per la maggior parte abitanti delle città ed i cittadini di solito erano i primi a fuggire – emigrò una percentuale molto più bassa rispetto ai Musulmani. Mentre dei circa 630.000 Musulmani che vivevano, nel 1947, all’interno della zona che ora costituisce il territorio di Israele, circa 500.000 (cioè l’80 per cento) abbandonarono le loro case, solo circa 35.000-40.000 cristiani (cioè la metà dei 70.000 residenti nella zona) divennero rifugiati. Gli altri rimasero come cittadini di Israele.

CONSEGUENZE

Quando le nubi della guerra si sollevarono, il nuovo Governo di Israele, nell’affrontare il problema presentato dalla minoranza Araba nel suo territorio, si trovò di fronte ad una situazione di sconcertante complessità. Gli Arabi rimasti nel paese avevano subito una profondo sconvolgimento psicologico così come uno scompiglio completo della loro vita sociale ed economica. Molti villaggi erano stati gravemente danneggiati durante i combattimenti. Attrezzi agricoli e macchinari, magazzini, semi, ecc. erano stata distrutti. Quasi tutte le grandi proprietari terrieri e la maggior parte dei contadini ricchi, i capi di stampo semi-feudale e le famiglie influenti nelle quali il contadino medio aveva cercato supporto e guida nella sua vita sociale ed economica di tutti i giorni, erano fuggiti. I vecchi mercati e le usanze commerciali erano svaniti. La campagna Araba si era ridotta ed il suo rapporto con i centri della vita urbana era stato completamente trasformato. La situazione nelle città era ancora più disastrosa. Mentre l’abitante del villaggio che era rimasto aveva almeno mantenuto la sua terra e avrebbe potuto ricominciare, il cittadino rimasto dietro  si trovò privati delle intere basi della sua esistenza materiale. I proprietari terrieri avevano perso i loro coloni; banchieri, uomini d’affari e avvocati la loro clientela; impiegati e funzionari di Governo il loro lavoro.

[stextbox id=”info” caption=”Una situazione difficile”]Trovo interessante che una fonte ufficiale israeliana non cerchi di indorare la pillola, magari dicendo che gli Arabi residenti erano usciti indenni dal conflitto. Dal documento emerge con chiarezza che le autorità Israeliane erano pienamente a conoscenza della difficile situazione degli Arabi israeliani, e che avrebbero cercato di affrontarla dopo la messa in sicurezza del territorio.[/stextbox]

Ma il crollo fu limitato solo alle basi economiche della società Araba. L’intero tessuto sociale della vita Araba era andato in pezzi. I vecchi partiti, associazioni, club e giornali erano scomparsi dal giorno alla notte. I leader politici e comunali erano fuggiti e nessuno avevano preso il loro posto. Ancor più fondamentale, lo shock di trovarsi sconfitti in modo incondizionato e ridotti alla posizione di minoranza difficile aveva completamente destabilizzato la mentalità Araba. Il collasso militare aveva anche prodotto una crisi morale acuta. Aveva dimostrato alla popolazione Araba che era stata ingannata dai suoi capi e abbandonata nel momento del bisogno più disperato. Il risultato fu un’amara delusione ed una generale apatia qualsiasi cosa relativa alla politica. Tuttavia, il risentimento contro i loro ex leader non rese la popolazione Araba più ben disposta nei confronti di Israele. Il nuovo Stato veniva guardato con profondo sospetto, non di rado con odio violento. Non avrebbe potuto essere altrimenti. L’odio per tutto quello che era Ebraico veniva predicato da così tanto tempo da non poter essere eliminato con un colpo solo.

Astiosa e amareggiata, la rimanente popolazione Araba affrontò la nuova situazione. Nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto nel prossimo futuro. Inoltre, molti ancora si rifiutavano di credere che il nuovo Stato di Israele fosse un qualcosa di stabile. Le minacce di un “secondo round” ascoltate giorno dopo giorno nelle trasmissioni provenienti dai paesi limitrofi non erano certo dirette a favorire la riconciliazione con il nuovo stato. Fintanto come gli Stati Arabi si rifiutavano di riconoscere Israele e proclamavano apertamente di essere ancora in guerra con quest’ultimo, non ci si poteva aspettare l’Arabo medio potesse adeguarsi alle nuove condizioni, poiché un simile comportamento lo avrebbe esposto all’accusa di tradimento una volta che eserciti Arabi fossero tornati per riconquistare il paese.

Una pagina del New York Times del 1948

Il dilemma era tanto più acuto in quanto queste minacce provenivano dai più autorevoli leaders degli Stati Arabi, membri del governo ed alti ufficiali dell’esercito. Per esempio, Mohammed Salah ad-Din Pascià, attuale Ministro Egiziano degli Affari Esteri, in un articolo di “al-Misri,” principale quotidiano egiziano, del 11 ottobre 1949, dichiarava che la Risoluzione delle Nazioni Unite allora adottata relativa al ritorno dei profughi era in conflitto con la precedente Risoluzione delle Nazioni Unite sulla partizione della Palestina e sulla creazione dello Stato d’Israele. Un prerequisito per il ritorno dei profughi, disse, è “la completa espulsione di Israele dalla Palestina.” 

E aggiungeva: 

“Mettiamo in chiaro che, nel chiedere la sistemazione dei profughi in Palestina, gli Arabi intendono che essi dovranno ritornare come padroni della loro terra e non come schiavi. Più esplicitamente: essi intendono annientare lo Stato di Israele.”

Non di rado questi articoli e trasmissioni di incitazione erano diretti in modo specifico agli Arabi in Israele, cui era stato assegnato il compito di quinta colonna nell’imminente guerra di vendetta. Così, per esempio, il Libanese “As-Sayyad” del 6 aprile 1950, nel sostenere, come un primo stratagemma, il riconoscimento Arabo dello Stato di Israele, dichiarava che con tale riconoscimento

“il ritorno di tutti i profughi alle loro case sarebbe stato assicurato. In tal modo dovremmo, da un lato, di eliminare il problema dei rifugiati e, dall’altro, creare una vasta maggioranza araba. Questa sarebbe il mezzo migliore per restaurare il carattere Arabo della Palestina nelle more della formazione di un potente quinta colonna per il giorno della vendetta e della resa dei conti.”

Era in tali condizioni che lo Stato di Israele ha dovuto trovare modi e mezzi per integrare la sua popolazione Araba. Doveva farlo in un momento in cui la guerra contro Israele ancora infuriava o era semplicemente sospesa sine die. E dopo, una volta cessate le ostilità con la conclusione degli accordi di armistizio, il rifiuto ostinato degli Stati Arabi di entrare in qualsiasi negoziato di pace aveva lasciato un inquietante peso sulle minacce di un secondo round. In tali condizioni, le considerazioni relative alla sicurezza e all’autoconservazione inevitabilmente dominarono l’approccio di Israele al problema Arabo. Ovviamente non era sicuro eliminare le restrizioni di sicurezza sui movimenti Arabi nelle aree di confine o potenziare i servizi per il ritorno degli emigrati Arabi mentre il rischio della ripresa del conflitto era sempre presente e reale: era difficile trovare il modo di ricostituire la vita economica Araba dal momento la stessa popolazione Araba non era ancora disposta ad accettare la nuovo ordine.

La complessità del problema fu ulteriormente aggravata dal grave problema rappresentato dai predoni Arabi e dalle bande di rapinatori che attraversavano di continuo le frontiere di Israele. Per molto tempo gruppi di infiltrati sono entrati in territorio Israeliano quasi ogni notte. Molti di loro erano armati, e alcuni chiaramente agli ordini da agenzie esterne. Lasciarono una scia di sangue e saccheggi in quasi tutte le regioni di frontiera. Secondo le statistiche ufficiali, fino al giugno 1951 ottantasei abitanti di Israele – senza contare il personale militare di Israele – furono assassinati da queste bande, ai quali bisogna aggiungere un gran numero di feriti. Proprietà per un valore stimato mezzo milione di sterline furono rubate o distrutte. Fino al marzo 1951, la polizia di Israele arrestò 1.369 immigrati clandestini, ma questi rappresentavano solo una piccola frazione del totale. È chiaro che queste gravi e continue incursioni non potevano essere effettuate senza l’aiuto attivo degli Arabi in Israele.

Il famosissimo (anche per la caratteristica benda sull’occhio) Moshe Dyan nel 1951

Non tutti gli infiltrati venivano con intenzioni criminali. Molti entrarono nel paese al fine di stabilirvisi. Quasi 24.000 arabi che passarono in territorio israeliano furono autorizzati a rimanere e legalizzati come cittadini di Israele. Altri 18.000 risiedono illegalmente nel paese. Ci sono inoltre circa 20.000 arabi che durante le ostilità si spostarono in aree che erano allora al di fuori del controllo di Israele, ma che furono prese dall’avanzata di Israele. Alla maggior parte di questi rifugiati fu offerta una sistemazione da parte del governo di Israele coadiuvato dalle agenzie di soccorso delle Nazioni Unite, anche se non si è sempre potuto insediarli nuovamente negli stessi luoghi in cui vivevano in precedenza.  Sono in procinto di essere adottati dei provvedimenti per regolarizzare i diritti di proprietà di quegli arabi che, a causa delle vicissitudini della guerra, si trasferirono dai loro ex villaggi ad altri luoghi di Israele.

Ma non erano solo le considerazioni politiche e di sicurezza ad ostacolare il reinserimento della popolazione Araba nella nuova struttura economica e sociale. Il compito era ulteriormente complicato dalla quasi completa scomparsa di qualsiasi leadership Araba effettiva. Quando le autorità Israeliane iniziarono a riorganizzare l’educazione Araba, i servizi sanitari e sociali, e per dare soddisfazione ai bisogni religiosi della popolazione Musulmana, si trovarono a dover fronteggiare una grave carenza di personale Arabo competente. La posizione era tanto più difficile dal momento che, in passato, gli Arabi di Palestina non avevano mai mostrato molta iniziativa nell’organizzazione dei loro servizi sociali, ed aveva fatto affidamento sul Autorità Mandataria per vedere soddisfatte le loro esigenze.

In base alle nuove condizioni, qualsiasi ritorno a modelli di amministrazione coloniale era chiaramente escluso. Nonostante il limitato personale, le autorità Israeliane dovevano necessariamente poggiarsi su una cooperazione Araba per resuscitare la vita sociale, economica ed educativa degli Arabi. Ed è in base  a questo complesso background che gli sforzi di Israele in questa sfera difficilissima e delicata devono essere valutati.

Vai alla Quarta e penultima parte….

11 pensieri riguardo “Gli Arabi in Israele: un Documento del 1952 (parte III)

  1. Temo che la shitstorm nei commenti al primo capitolo abbia tenuto molti lontani dall’idea di commentare (me per prima).
    Nel mio caso, sapendone poco, leggo, assimilo e taccio, ché temo qualsiasi commento sarebbe o “capitan ovvio” o comunque superfluo.
    Però apprezzo tanto ^^

  2. Ciao Zwei, torno di nuovo a commentare questa serie per segnalare una chicca trovata su you tube, riguardante proprio l’Islam e la sua storia, spero possa fare da complemento.

    P.S. Forse mi sono perso qualcosa, ma… Zodd continua?

  3. Che strano non mi fa mettere il link. Scusa per il triplo commento, comunque su you tube cercate: Perché abbiamo paura dell’islam – Dr. Bill Warner

  4. Non vi preoccupate, la serie sugli Arabi in Palestina è quasi finita. Tanto seguita quanto poco commentata.

    a me, personalmente, la serie è piaciuta. Si tratta di informazioni interessanti e che, per quanto di parte, contribuiscono comunque a fare luce su una problematica che è (purtroppo) un dente cariato per il mondo intero (e per il medio oriente in particolare).

    Bravo Zwei.

    P.S. baideuei: il buon Soul non è l’unico a chiedersi che fine abbia fatto Zodd 😛 X°D

  5. Mi lascia perplessa, la definizione dello scontro avvenuto a Deir Yassin come “atrocità”. A me risultano un centinaio di morti da parte araba, perlopiù combattenti, e una quarantina da parte ebraica; niente stupri, torture o scempi di cadaveri; donne e bambini affidati agli Inglesi, al termine dello scontro. E che, nelle cronache dell’epoca, l’episodio sia stato magnificato dalla Lega Araba, per incoraggiare l’esodo…
    (Aggiungo che questa serie è bellissima e commentarla vale senz’altro qualsiasi shitstorm.)

    1. Deir Yassin è un argomento ostico. Diciamo che Israele, pur avendo tonnellate di documentazione (consultabili anche in inglese) su quanto avvenuto nei giorni precedenti e successivi allo scontro, quasi preferisce prendersene la colpa. È impossibile leggere qualcosa di analogo da parte araba. Ricordiamo che, a Gerusalemme, gli arabi distribuivano blocchetti di foto con i cadaveri mutilati degli ebrei..

      P. S. Mi fa piacere leggerti anche qui

        1. Era proprio questa la documentazione cui mi riferivo, scritto in seno alla ZOA. Bravissima!
          Ho qualche remora a scrivere “di là”, perché leggo degli abomini allucinanti.

        2. E’ proprio a causa degli Abomini, che abbiamo bisogno di te. Non vorrai mica lasciarci a combattere da soli?

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