Armi Inastate: Lancia, Picca e Giavellotto (parte II)

Armi Inastate, parte seconda. Continua dalla parte I

Ecco a voi la seconda parte dell’articolo scritto da Gabriele Cerone. Pensare e costruire articoli divulgativi è molto complicato, e mi prendo la colpa di avergli chiesto di essere così succinto nonostante le tonnellate di materiale e le ore di studio dedicate all’argomento. Se ci sarà tempo e modo, vorrei dedicare ad alcune armi inastate delle monografie analoghe a quelle scritte per spade, mazze e asce.

Nella battaglia di Hastings (1066 d.C.) il muro di scudi e lance sassone resse per 9 ore contro gli assalti della cavalleria normanna, che scagliava le proprie lance come giavellotti mentre gli arcieri tentavano di decimare il nemico. Anche se la spontanea rottura dei ranghi della formazione sassone fu decisiva per la vittoria normanna, si assistette ad un anticipo di ciò che avrebbe caratterizzato buona parte del Medio Evo: il cavaliere che cerca di caricare la fanteria dotata di armi inastate senza venirne trafitto.

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Durante il Medio Evo si cercò di applicare la lancia alla cavalleria, comprendendo il potenziale decisivo che tale arma avrebbe potuto avere in battaglia. La lunghezza di una lancia da cavaliere si aggirava intorno i 4 m, ma divenne sempre più robusta e pesante. Durante la carica, l’asta tendeva spezzarsi se penetrava troppo in profondità nel corpo del nemico e quindi, dietro la punta, furono introdotti dei bracci d’arresto. In questo modo, la lancia avrebbe potuto resistere a più a lungo.

Armi inastate - lancia, picca e giavellotto
Cavaliere Normanno (in alto a destra, si nota una punta di lancia con bracci d’arresto)

Tuttavia, l’introduzione della resta – un gancio a forma di uncino fissato all’armatura sotto la spalla destra che permetteva di fissare la lancia al cavaliere – fece sì che l’intera forza d’urto dell’uomo e del cavallo fosse concentrato sulla punta dell’arma. Il cavaliere inoltre, era solito puntare i piedi sulle staffe e protendere il corpo in avanti appena prima dell’urto al fine di aumentarne la potenza. Se da un lato ciò permise aumentare l’efficacia della carica di cavalleria (anche contro guerrieri pesantemente armati, come altri cavalieri), dall’altro rese l’impatto talmente devastante da poter disarcionare il cavaliere. Di conseguenza, le lance erano fatte in modo tale da spezzarsi dopo l’impatto.

Cavaliere con lancia (si noti la forma del paramano ideale per bloccare l’arma sotto l’ascella)

Mentre la cavalleria era solita caricare lancia in resta e si dotava di armature sempre più robuste, la fanteria  iniziò ad usare armi inastate derivate da utensili – forche da guerra, falcioni e ronconi, che potevano avere una lunghezza di 5 m- il cui raggio d’azione era spesso inferiore a quello delle lance dei cavalieri, poiché dovevano essere sufficientemente maneggevoli per il combattimento contro altri fanti.

Un giorno tuttavia, successe qualcosa che avrebbe stravolto le tattiche militari in uso fino ad allora. Nel 1302 d.C., a Courtrai, nei Paesi Bassi, una milizia ribelle di Fiamminghi, composta quasi esclusivamente da fanteria, sconfisse un’armata francese in leggera inferiorità numerica, ma che annoverava ben 2.500 cavalieri, tra cui molti membri della nobiltà. I ribelli oltre ad armi derivate da comuni utensili, brandivano picche dette geldon, lunghe 6-7 m e formarono una linea compatta che la cavalleria francese non riuscì a sfondare. Furono sterminati così tanti cavalieri francesi che i ribelli tolsero gli speroni dai cadaveri e appesero questi in chiesa per celebrare la vittoria (per tale motivo fu chiamata “Battaglia degli Speroni d’Oro”).

E il giavellotto?
Ebbe un periodo di buona diffusione in Spagna nella fase finale della Reconquista , soprattutto grazie agli almogavri (o a come volete tradurlo in italiano). Questi erano soldati professionisti il cui equipaggiamento era formato da due giavellotti pesanti e una spada corta e vennero impiegati anche in altri teatri bellici del Mediterraneo (Grecia, Sicilia, Sardegna, Medio-oriente, ecc.)

Qualche anno dopo, nel 1314 d.C., a Bannockburn, in Scozia, un’armata scozzese sconfisse forze inglesi numericamente superiori e meglio equipaggiate. Gli scozzesi usarono delle picche miste ad altre armi inastate ma non disposero la propria fanteria in linea, per evitare di offrire il fianco alla cavalleria nemica. Manipoli di circa un centinaio di uomini si disponevano in cerchi concentrici, puntando le proprie armi verso l’esterno. Tale formazione, dall’aspetto simile ad un porcospino, era detta schiltron e, fino ad allora era stata usata solo a scopo difensivo. Gli Scozzesi si erano esercitati in segreto per riuscire a muovere lo schiltron in modo ordinato, per chiudere la distanza con il fronte nemico nel minor tempo possibile, poiché erano un facile bersaglio per gli arcieri inglesi.

I cavalieri inglesi caricano invano lo shiltron scozzese

La picca, era impugnata a due mani. La prima fila la utilizzava in modo statico, piantando il piede dell’arma nel terreno, rivolgendo la punta verso il ventre del cavallo e restando quasi accucciati a terra. Le file successive, invece vibravano pesanti affondi mentre la cavalleria nemica si girava per preparare una nuova carica. Un affondo di una picca non garantisce certo di poter sfondare l’armatura di un cavaliere, né di trovare un punto meno protetto, poiché la punta è molto distante da colui che impugna l’arma. Tuttavia era frequente vedere i cavalieri, disarcionati dalle proprie cavalcature, rimanere a terra inermi contro i fanti nemici.

Dal Rinascimento, con l’introduzione della polvere da sparo, dalla guerra di movimento, si passò alla guerra di posizione e la fanteria armata di  picca difendeva l’artiglieria che bersagliava il nemico, supportata dagli archibugieri. Quando i due fronti di picchieri giungevano a contatto, la prima fila rimaneva rannicchiata come descritto sopra, reggendo la picca solo con la mano sinistra (in caso di picchieri destrorsi), mentre la destra era già sulla spada, poiché si scivolava sotto le picche per raggiungere il diretto avversario. Il corpo simbolo di questa tecnica è, probabilmente, il Tercio spagnolo La picca venne rinforzata con guance che correvano lungo l’asta di legno, vulnerabile alle lame nemiche.

picchieri
Formazione di picchieri (notare la mano destra pronta ad estrarre la spada)

Tuttavia, gli Svizzeri prima e i Lanzichenecchi poi, utilizzarono la picca anche per attaccare. Gli Svizzeri, quasi del tutto privi di cavalleria e artiglieria da campo, erano costretti a raggiungere rapidamente il fronte nemico e ad usare le armi a propria disposizione. Essi caricavano letteralmente il nemico facendo della picca il proprio simbolo. Si sviluppò una vera e propria “scherma” basata sulla picca con diverse scuole. Infatti, gli Svizzeri impugnavano il piede dell’arma con la mano dominante, aumentando lo spazio tra le due mani e, dunque, la maneggevolezza della picca. I Tedeschi, invece, impugnavano l’asta in un punto leggermente più avanzato rispetto al piede dell’asta, mantenendo una presa più salda al fine di vibrare colpi più potenti.

picca_impugnatura_tedesca
impugnatura tedesca
picca_impugnatura_svizzera
impugnatura svizzera

Progressivamente, la picca venne sostituita dall’alabarda, che offriva maggior versatilità nelle tecniche, sacrificando parte della gittata, per poi sparire del tutto con l’introduzione della baionetta e lo sviluppo di reggimenti di cavalleria che bersagliavano i picchieri con armi da fuoco, (come accade nella battaglia di Rocroi, nel 1643).

Le cavallerie europee, mantennero corpi di lancieri a cavallo fino al XIX secolo, che avevano il compito di gettare scompiglio tra i ranghi nemici con rapide cariche portate ai fianchi dello schieramento.

lancieri napoleonici
lancieri napoleonici

In conclusione, con alterne fortune, la lancia, nelle sue varie forme, ha accompagnato buona parte della storia  dei nostri antenati, prima come strumento da caccia e poi come arma. Va segnalato, a mio parere, il carattere di arma “da truppa” della lancia, poiché rendeva al meglio in una formazione compatta e con un adeguato supporto, non avendo le caratteristiche proprie della spada, che offre maggior versatilità, ma richiede maggiore spazio di manovra e una minore distanza dall’avversario.

Usi Tardivi
L’impiego tardivo più efficace di armi inastate ebbe luogo nel 1794, durante la Battaglia di Racławice. In questa battaglia la “Piccola Polonia” fornì a Tadeusz Kościuszko 2.000 contadini armati di falci da guerra e picche. Detti poveracci fecero a pezzi gli artiglieri russi e furono fondamentali per la vittoria. La falce da guerra, arma povera per eccellenza, fu utilizzata in varie rivolte dell’est europeo fino al 1921 (Rivolta della Slesia)!

20 pensieri riguardo “Armi Inastate: Lancia, Picca e Giavellotto (parte II)

  1. Bello! In questo passo “Ebbe un periodo di buona diffusione in Spagna nella fase finale della Reconquista , soprattutto grazie agli almogavri (o a come volete tradurlo in italiano). Questi erano soldati professionisti il cui equipaggiamento era formato da due giavellotti pesanti e una spada corta e vennero impiegati anche in altri teatri bellici del Mediterraneo (Grecia, Sicilia, Sardegna, Medio-oriente, ecc.)”
    Pensavo volessi parlare della Virga e del Berrudu, due armi temutissime e per le quali venne coniato dagli Aragonesi anche un verbo apposito (advirgare).

  2. Non potevamo spingerci così tanto nei localismi, ma ammetto che tutto ciò che riguarda la Sardegna, dalla storia militare ai Giudicati fino alla Carta De Logu, mi arrapa.

  3. tutto ciò che riguarda la Sardegna, dalla storia militare ai Giudicati fino alla Carta De Logu, mi arrapa.

    per cui non sarebbe troppo sperare, un giorno di un futuro (auspico non troppo lontano) un bell’articolo in materia? 😛

    Che seriamente, sui Giudicati avevo trovato un po’ di informazioni agli albori dell’Internet e le avevo biecamente riciclate per una ricerca scolastica, ma poi… il nulla. Ricordo ancora con nostalgia un articolo di Storia e Dossier sulla Giudichessa Eleonora d’Arborea (dove si approfondiva anche un minimo la complessità geopolitica che presentava all’epoca la Sardegna, divisa fra le ambizioni di Genovesi, Pisani e, se non ricordo male, addirittura già Aragonesi).

    Mi piacerebbe un sacco approfondire, e sono certo che il buon lessà saprà dire la sua sull’argomento 😛

  4. Zwey per queste parole meriti una sincera quanto virile e disinteressata strizzata di membro. In amicizia naturalmente.

    Non voglio togliere spazio o cambiare la destinazione dei commenti a quest’articolo, ma la storia medioevale Sarda è particolarmente affascinante (e per nulla locale, essendo intrecciata con le vicende di mezza Europa, tra Pisani, Genovesi, Aragonesi e il ramo Francese del giudicato d’Arborea). Alcuni fatti sono degni di una sceneggiatura di un film di Mel Gibson. Come le astuzie di Mariano IV o la disfatta Aragonese tra le paludi e sotto le mura d’Oristano, o quando Arborea ed Aragona erano ancora alleati e questi ultimi vennero massacrati dai Doria nel passo di Aidu de Turdu. O quando Brancaleone Doria tentò di fuggire dal Castello di Caller (Cagliari) perché “veniva trattato peggio di Gesù Cristo”, come scrisse alla moglie Eleonora. Quest’ultima inoltre mise mano sul lavoro già iniziato dal padre Mariano, che viene conosciuto come “Carta de Logu”. A sentire gli esperti questo documento è parecchio più avanti rispetto ad altri e ben più famosi testi medioevali in fatto di tutela dei poveracci e delle donne.
    Ci sono tanti fatti su cui sarebbe interessante discutere, come l’alleanza con i Pisani e le spedizioni contro gli arabi nelle Baleari, o la storia di Gonario II e la famiglia degli Athen, di quasi certa discendenza Bizantina. Ci sono altre storie che sono più famose e leggendarie. Come quella di Adelasia di Torres, e “Sa Duchissa” di Quirra. Io però conosco i fatti solo sommariamente, essendo un semplice appassionato-ricostruttore-rievocatore. Posso considerarmi più esperto nel periodo Nuragico. Alcuni dei miei fratelli di scherma invece hanno studiato/studiano lettere e ne sanno di gran lunga più di me sull’argomento.

    P.s.
    Dimenticavo: Dante nella divina commedia scrive che i Sardi quando raccontano della loro terra non la smettono più di parlare. In 800 anni non è cambiato molto, aveva fottutamente ragione.

  5. non posso esimermi dal mostrare qualcosa di nipponico

    gli Yari le lance giapponesi sono da considerarsi delle picche, i sistemi marziali trasmessi nelle scuole attuali sono incentrate sul combattimento individuale e non sulla formazione, mea culpa non so rispondere se in giappone ci fosse stato l’uso di formazioni simili a quelle a noi note in europa

    un paio di video
    un documentario sulla OwariKan ryu, scuola di lancia interessante e particolare usa una specie di tubo sulla presa avvanzata in modo da poter fare scorrere liberamente la lancia e permettere agili affondi in sucessione. Altra cosa figa è che questi si menano
    https://www.youtube.com/watch?v=0-ZHHKU1DPc
    notare il Men (er mascherone) con la grata praticamente sfondata a 3:18

    un Embu (dimostrazione formale) della hozoin ryu, altra scuola di lancia che ha come peucliarità l’uso di uno Yari dalla punta a croce (Jumonji Yari)

  6. Articolo molto interessante come il precedente: complimenti!
    Ma oltre che per bloccare la cavalleria (che immagino che le picche se non beccavano il cavaliere potevano tranquillamente invalidare il cavallo), queste formazioni erano utili anche contro la fanteria nemica?

  7. Innanzitutto, grazie di nuovo a tutti per i commenti e le critiche.
    Nicholas, in questa seconda parte (almeno relativamente al periodo che parte dalla diffusione delle armi da fuoco), stiamo prendendo in considerazione la cosiddetta “guerra di posizione”. Lo scontro era piuttosto statico, poichè la fanteria aveva il compito importantissimo di difendere l’artiglieria fissa e formare un “blocco” che gli archibugieri e i moschettieri potevano sfruttare per colpire, ripararsi dietro i fanti e ricaricare.
    Gli Svizzeri ed i Lanzichenecchi usavano la picca per attaccare la fanteria nemica. Zwei ha scelto, come immagine introduttiva di questa II parte, un fotogramma tratto dal film “Alatriste, il destino di un guerriero”. In questo film è possibile osservare la ricostruzione di uno scontro tra fanterie dotate di picca. In questo caso, tuttavia, l’arma viene usata soprattutto per tenere a distanza il fronte nemico in modo ordinato, evitando la temuta “mischia”. Nonostante i propositi, tuttavia, nelle battaglie era molto raro riuscire a mantenere l’ordine ed evitare che lo scontro degenerasse in una vera e propria “rissa”, in cui era molto difficile manovrare un’arma così ingombrante. Ti consiglio, per farti un’idea del ridotto spazio di manovra, di osservare alcune illustrazioni dell’articolo di Zwei sulla Zweihander.

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    nurades, che commento idiota

  9. @ UF

    Perdonami, ma Nurades ha ragione, ci sono virgole fra soggetto e verbo e virgole all’inizio di un inciso ma non alla sua fine, e viceversa… io ho pesantemente perculato il Carrido autore per le virgole sparate alla membro di segugio e cerco di essere coerente, ma la buona sostanza di questo articolo è sminuita dalla forma in cui è presentato. Non è la fine del mondo, un beta reader e si risolve tutto.

  10. Ho ricontrollato l’articolo e ho notato che, effettivamente, ci sono molti errori di punteggiatura.
    Provvedo a correggere a breve e ad inviare il tutto a Zwei.
    Grazie per la segnalazione.

  11. Sempre gentili questi bot, avercene di gente così che discute sui forum di scrittura…
    Il livello culturale tanto è lo stesso e almeno i bot sono educati.

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