Amputazione e Protesi dall’Antichità all’Evo Moderno

Amputazione e protesi, due parole che possono fare la differenza tra la vita e la morte, tra la possibilità di riprendere a vivere o rimanere menomato anche nello spirito.

L’uomo lotta per la propria vita dall’alba dei tempi e, qualche volta, questa lotta porta a tagliare un pezzo del proprio corpo. Amputazione e protesi, quindi: la mutilazione e la soluzione dei problemi connessi a passare la vita senza uno o più arti, per quanto macabri, sono argomenti che mostrano fino a che punto possano spingersi la forza di volontà e l’ingegno umani.

Tralasciando quella traumatica (animali, macchinari, altri incidenti), sappiamo che la pratica dell’amputazione volontaria (volontà del medico o del paziente) è stata parte integrante della storia della medicina. Non conosciamo il della prima amputazione, forse cancrena o un braccio bloccato sotto un masso, ma di certo aprì la strada allo studio di soluzioni sempre più perfette.

La prima causa di amputazione, nell’evo antico come in quello medio e moderno, è la cancrena. Questa è l’ultimo stadio della degenerazione della circolazione arteriosa in un arto o in parte di esso e tende, con il progressivo collassare della circolazione nelle aree già incancrenite, ad estendersi ai tessuti sani.

Per gli antichi la cancrena non era l’ultimo stadio, ma il penultimo, ovvero quello prodromico allo Sphacelus (necrosi completa e totale insensibilità della zona). L’ultimo grande medico bizantino, Paolo di Egina (superbo copione di Oribasio), ci dice:

Quando l’arto diventa del tutto insensibile, la necrosi non si chiama più cancrena, ma sfacelo.

Questa distinzione rimane in uso fino a metà del XVIII secolo e, per quanto possa sembrare stupida, probabilmente deriva dalla necessità di distinguere una cancrena reversibile da quella irreversibile.

Oltre alla cancrena, venivano risolte in modo fin troppo definitivo anche deformità di vario genere, ulcerazioni, fratture di particolare gravità ecc.

Non è facile tracciare un quadro storico complessivo di quella che rimane la pratica medica più estrema, quindi proverò ad orientarmi utilizzando l’opera divulgativa A History of Limb Amputation, scritta da John Kirkup nel 2007 e due punti di riferimento:

1. Soluzioni Emostatiche, Strumenti e Procedimenti di Amputazione

2.  Protesi

 1. SOLUZIONI EMOSTATICHE, STRUMENTI E PROCEDIMENTI DI AMPUTAZIONE

Una cosa è tagliare il braccio di un povero contadino con un colpo di zweihander o la mano di un disgraziato con un ascia, altra è amputare in modo chirurgico un arto. Ovviamente, i primi medici (o chi per loro) avevano difficoltà a concepire un’amputazione differente dal metodo c.d. “a ghigliottina”. A prima vista sembrerebbe un’ottima soluzione grazie alla velocità con cui può essere effettuata, ma comporta molti problemi ed oggi può essere ipotizzata solo in casi estremi (tipo morso di zombie come accade in “Walking Dead”).

amputazioni e protesi amputazione 1500
Raffinata amputazione del 1559. Si riconoscono vari strumenti (ago, filo, coltello, ago da sutura, ecc.) utilizzati dai chirurghi del tempo.

Proprio la velocità di esecuzione è sempre stata la principale preoccupazione dei chirurghi, visto che c’è un rapporto diretto fra durata dell’operazione e dolore provato dal paziente.

Ora, non bisogna pensare che fino a qualche secolo fa i medici non facessero altro che amputare a destra e a manca. Si rendevano perfettamente conto del costo fisico e psichico pagato dal paziente.

“L’amputazione non può essere eseguita senza gettare il paziente in uno stato di dolore violento ed inesprimibile. Il Chirurgo deve evitare questa operazione fino a quando è possibile e non proporla prima di aver provato tutti i rimedi conosciuti dall’Arte Chirurgica per evitarla.”

Pierre Dionis (XVII secolo)

Lo stesso Pierre Dionis aggiunge però:

“Poichè Il Chirurgo si trova spesso obbligato a scegliere se amputare una gamba per salvare la vita di un paziente, è meglio vivere con tre arti che morire con quattro.”

Nell’antichità, specie in Grecia e a Roma, l’amputazione di mano, braccia, piede o gamba (sotto ginocchio) era un’operazione effettuata con buona frequenza.

Nonostante alcuni accenni da parte di scrittori romani, solo nel 2000 si è trovata (vicino Roma) la prova materiale di un’amputazione operata con successo nel II secolo d.C. Si tratta, fra l’latro, dell’amputazione più rischiosa, quella transfemorale. Il paziente romano deve aver vissuto molti anni dopo l’amputazione poiché, oltre ai segni della sega, il femore riporta concrezioni e rimodellamenti dovuti proprio all’operazione. I

l fatto che sia vissuto così a lungo dopo l’amputazione ha convinto diversi studiosi ad accettare l’idea che il moncone d’osso fosse stato coperto da un lembo di pelle (come decritto anche da Celso). Di conseguenza, abbiamo ad oggi una prova concreta che medici romani erano in grado di legare i vasi ed effettuare un taglio tale da permettere l’utilizzo di un lembo di pelle per incapsulare l’osso.

Dopo aver analizzato l’osso, il Dr. David Weaver della Wake Forest University (North Carolina), si è anche arrischiato a sostenere:

Gli antichi medici romani avevano almeno la stessa competenza di quelli che operarono nel corso della Guerra Civile Americana, che amputavano arti con un livello di abilità molto simile.

La Legatura
Niente di complesso, si tratta infatti della procedura utilizzata per bloccare l’emorragia occludendo il vaso. Si  possono utilizzare delle pinze, oppure  si tira fuori il vaso sanguigno tagliato, magari tramite l’uso di un tenculum, e lo si lega con del filo (inizialmente di seta). I vantaggi rispetto all’uso del cauterio sono enormi: non si infetta/distrugge parte della ferita, il dolore provato dal paziente è minore e il medico mantiene pulita l’area di intervento. Ci sono anche degli svantaggi, dovuti alla lentezza del processo e soprattutto al contatto di un corpo estraneo, pinza o filo, con la carne viva.

Nel medioevo si tornò ad il metodo di amputazione “a ghigliottina”. Ora, non ci vuole molta immaginazione per capire di cosa stiamo parlando. Senza troppi giri di parole, i medici  tagliavano pelle e muscolo e poi segavano l’osso, il tutto in pochi secondi, ma lasciavano un moncherino “esposto” che guariva con molta difficoltà”.

Dunque, persa l’arte della legatura e quella del taglio volto a preservare una porzione di pelle per la vestizione del moncherino, alcuni chirurghi medievali tornarono ad alcune vecchie considerazioni:

Ciò che i medicinali non curano, il coltello cura; ciò che il coltello non cura, il cauterio cura; ciò che il cauterio non cura, si deve considerare incurabile.

Ah, quanti danni causò questo aforisma del Corpus Hippocraticum!

Bloccare il flusso sanguigno con il metallo bollente, quindi tramite una ustione scientifica sulla carne viva, è una pratica molto complessa. È infatti quasi impossibile “dosare” calore e contatto in modo da ottenere un effetto emostatico perfetto. 

Con un cauterio troppo caldo si rischia che il tessuto cicatriziale rimanga attaccato al cauterio stesso o si stacchi dalla ferita, con uno non abbastanza caldo bisogna ripetere l’operazione più volte; il tutto con il mare in tempesta, il buio, il fragore di una battaglia, il puzzo della carne che brucia, le urla… come dice John Bell nel 1801 (pensando che il suo sia un tempo di grande avanzamento tecnologico):

“… gli orrori sofferti dal paziente, e le sue urla incontrollabili, la fretta di chi operava e degli assistenti, lo scintillare dei ferri roventi, lo sfrigolare del sangue contro questi ultimi, devono essere state scene terribili, e la chirurgia, in quei tempi oscuri, era certamente un affare terribile”

Ciononostante, il cauterio diviene lo strumento emostatico d’elezione per tutto il medioevo, anche nella sua versione più delirante, quella chimica. L’orrore appena descritto portò infatti alla ricerca di emostatici chimici che, per quanto potessero avere successo nel momento dell’amputazione, portavano poi a un inferno di necrosi, ulcerazioni e avvelenamenti. Parlo di arsenico, agenti corrosivi e caustici, olio bollente e tutto quanto possa venirvi in mento.

Olio Bollente?
L’olio bollente veniva versato anche sulle ferite, specie quelle da arma da fuoco gravi, come disinfettante prima della fasciatura. Fu sempre Ambroise Parè, nel 1537, ad abbandonare per primo questa pratica. Secondo lui (e la medicina moderna), si trattava di una inutile crudeltà nei confronti del paziente, che soffriva come un cane e non aveva grandi vantaggi in termini di guarigione. Al posto dell’olio bollente, Parè sperimentò con buon successo una mistura di albume, trementina e olio di rosa.

Altra considerazione: dato che molte ferite venivano trattate con il cauterio, questo era esso stesso causa di infezione e possibile amputazione. Immaginate un brutto taglio che, invece di essere pulito e suturato, viene bruciato rozzamente. Dolore, infezione… e la possibilità di una conseguenza estrema.

cauteri amputazioni e protesi
Cauterizzazione e strumenti cinquecenteschi

A partire dal XVI secolo, l’evoluzione delle soluzioni emostatiche subì un notevole avanzamento (come quasi tutte le branche della medicina, tra cui l‘Oftalmologia e la Rinoplastica) A spingere per delle soluzioni più adeguate fu probabilmente la maggiore frequenza con cui venivano effettuate le amputazioni rispetto al medioevo. L’introduzione delle armi da fuoco sul campo di battaglia costrinse ben presto i medici a fare i conti con nuovi tipi di ferite, amputazioni scomposte e casi medici impensabili solo pochi decenni prima.

A diffondere l’arte della legatura fu Ambroise Parè. Nel suo Treatise on Surgery (1564), egli la raccomanda al posto della cauterizzazione. Per portarla a termine, Parè utilizza uno strumento di sua invenzione: il Bec de Corbin.

Ho utilizzato il verbo “diffondere” e non “scoprire“, perché la legatura era già conosciuta. Come dice Kim Sellegren nel suo An Early Histoty of Lower Limb Amputations and Prostheses:

Le legature erano conosciute anche prima di Parè. Sono state descritte da Ippocrate, Celso, Avicenna, Guy de Chauliac, de Vigo, Vesalio, Tagault, e Croce. Anche al tempo di Parè l’uso della legatura nelle ferite fresche non era una rarità. Di certo, però, fu grazie a Parè che l’uso delle legature dei maggiori vasi sanguigni nel corso di un’amputazione fu, se non sperimentato, almeno tentato in modo sistematico e divenuto di maggiore diffusione. 

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Il Bec de Corbin di Parè

La legatura di Parè non divenne pratica comune all’istante. Sappiamo che nel 1670 presso l’Hotel-Dieu, l’ospedale più antico di Parigi, molti medici preferivano ancora l’applicazione di emostatici chimici, in particolar modo il vetriolo, al posto della nuova procedura.

Pochi decenni dopo (1707), il già citato Dionis dichiara invece che ormai i chirurghi usano il cauterio solo in casi estremi. Dionis dice di mostrare vecchi cauteri ai suoi studenti:

Più per provocare in loro un moto d’orrore pensando a quanto dovesse essere  crudele usarli su un paziente, che per istruirli sul loro uso. 

La lunga e difficile strada che portò all’uso quasi esclusivo della legatura viene spiegata in modo esemplare sempre da Kim Sellegren:

Ad ogni modo, dobbiamo ricordare quanto fosse lento il lavoro di legatura, in un periodo, tra l’altro, in cui anestesia e personale qualificato quasi non esistevano.  Uno studio tedesco del 1890 rivelò che, per le amputazioni transfemorali (sopra il ginocchio) senza uso del cauterio, erano necessarie 53 legature.  Molti venivano effettuate su piccoli vasi sanguigni, che prima venivano cauterizzati tutti insieme. 

A dare un ulteriore impulso alla pratica chirurga fu la “scoperta” del laccio emostatico. Da alcune incisioni del periodo rinascimentale siamo a conoscenza del fatto che già nel ‘500 si utilizzava un bendaggio stretto sopra e sotto al punto scelto per l’amputazione (potete notarlo nella prima immagine dell’articolo). Oltre a delimitare l’area di amputazione, il doppio bendaggio doveva sembrare una buona idea, specie se pensiamo che nessuno aveva ancora mai dimostrato la circolazione sanguigna.

Solo nel 1628, la Exercitatio anatomica de motu cordis et sanguinis in animalibus di William Harvey dimostra e spiega, per la prima volta, la circolazione sanguigna e la funzione di pompaggio del cuore. Ottanta anni dopo, nel 1714, Jean Louis Petit inventa il laccio emostatico. Qui il passaggio da francese a italiano penalizza la comprensione di detta invenzione.

In realtà il laccio emostatico, inteso come semplice compressione (tramite corda, legacci, ecc.) dei vasi, è sempre esistito. Quello che Petit inventa è il tourniquet (da “tourner”, girare), ovvero il laccio emostatico a vite.

Sarebbe interessante tracciare anche l’ultima parte (quella XIX-XXI sec.) dell’arco evolutivo degli strumenti emostatici e chirurgici in generale, ma ci sarebbe bisogno di un articolo a parte che, almeno per me, è difficile solo immaginare. A proposito di strumenti, però, se bende, cauteri con pezzi di carne bruciata ancora attaccati e parti di animali dovevano essere dei veri e propri ricettacoli di batteri, gli strumenti utilizzati per completare il taglio non erano da meno. 

L’evoluzione di coltelli, seghe e scalpelli ha seguito quella dei materiali utilizzati dall’uomo. Abbiamo prove archeologiche di amputazioni effettuate con la selce (roba di una brutalità sconcertante), ma nel corso della storia si passò al rame, al bronzo e infine al ferro/acciaio.

Gli strumenti fondamentali per portare a termine la parte cruenta dell’amputazione sono rimasti, con le dovute varianti storiche e territoriali, solo due: coltello ricurvo (per i tessuti molli) e sega (per le ossa).

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A sinistra, due strumenti del 1556. Da notare come le decorazioni della sega per ossa siano talmente sfarzose da pregiudicarne la maneggevolezza. A destra, un tavolo con vari strumenti chirurgici della fine del XVI secolo

Non si tratta di strumenti altamente specializzati, visto che abbiamo resoconti di centinaia di amputazioni portate a termine con coltelli da cucina e seghe da carpentiere.

Ad ogni modo, sappiamo che il coltello aveva due varianti, una grande (per i tessuti morbidi più succosi) e una piccola (per i tessuti morbidi difficili da raggiungere, tipo quelli fra ulna e radio). Durante tutto il periodo oggetto di questo articolo le lame rimasero a forma di falcetto, visto che ben si adattavano all’amputazione “a ghigliottina”. Solo a partire dal XVIII secolo furono introdotte lame sempre più dritte (come quelle moderne) e molto più adeguate all’amputazione “a lembi” (“flap amputation“).

Il Coltello Incandescente
Anche nel caso dei coltelli non mancarono sperimentazioni che ai nostri occhi sembrano assurde, ma che all’epoca avevano un senso. Il chirurgo veneziano Giovanni Andrea Della Croce nel XVI e Wilhelm Fabry nel XVII iniziarono ad utilizzare coltelli incandescenti per affettare i tessuti, sicuri che ci sarebbe stato un netto vantaggio in termini emostatici (coltello e cauterio al tempo stesso, oibò). Manco a dirlo, questo causò dolori immani ai loro pazienti e, secondo Wheiseman, questi strumenti avevano anche il fastidioso problema collaterale del rimanere appiccicati ai tessuti che tagliavano. Con buona pace (eterna) dei suoi fautori, la pratica di Croce e Fabry fu ben presto abbandonata.

L’amputazione a ghigliottina rimase in uso, e rimane in uso a tutt’oggi, specie negli interventi di urgenza (guerra, arto bloccato, ecc.). Il problema maggiore è dovuto alla difficile guarigione del moncherino.

Vale la pena menzionare l’ingegnoso metodo utilizzato nel medioevo per avvolgere quest’ultimo. Nel 1517 Von Gerssdorff, avo del noto generale tedesco della WW II, testimonia l’uso di vescica suina o bovina per avvolgere le estremità; una soluzione ottimale per evitare la compromissione della ferita con lerciume e batteri!

In alternativa, si applicava un semplice bendaggio. Anche in questo caso immaginate quanto dovevano essere pulite le bende e quanto spesso venivano cambiate…

Kim Sellegren, sempre preciso con nomi e numeri, ci parla così dei due tipi di amputazione (consiglio di leggerlo tutto, perché merita):

Fino allo sviluppo dell’anestesia, in tutte queste procedure la velocità era l’elemento essenziale. Jacques Lisfranc di Parigi,  all’inizio dell’Ottocento, usò oltre 1.000 cadaveri l’anno per insegnare le tecniche di amputazione e riusciva a eseguire una transfemorale su un cadavere in 10 secondi.  Egli sosteneva che un elemento essenziale della sua tecnica fosse quello di evitare di inginocchiarsi sul pavimento, perché si perdeva troppo tempo a ritrovare le giuste misure una volta tornati in posizione eretta. Benjamin Bell riusciva a separare tutti i muscoli e i nervi della coscia (escluso il femore quindi) in 6 secondi; James Woods, a New York, riusciva ad amputare una coscia in 9 secondiDominique Larrey (capo chirurgo dell’Esercito Napoleonico), per eseguire un’amputazione del genere con tutte le legature, si prendeva 3 minuti, ma era capace di disarticolare una spalla in 17 secondi, escludendo, ovviamente, le legature. 

Ferguson si prendeva 12-20 secondi per fare il lavoro sporco di un’amputazione all’anca. Queste tecniche potevano portare a gravi complicazioni. Un collega di Liston a Londra fece un’amputazione transfemorale in pochi secondi, ma nella foga amputò anche due dita dell’assistente ed entrambi i testicoli del paziente. Larrey eseguì 200 amputazioni in 24 ore durante la Campagna di Russia, una ogni sette minuti, giorno e notte. La maggior parte furono portate a termine  in modo crudo, “a ghigliottina”, con ossa e tessuti molli tagliati allo stesso livello. Questo tipo di amputazioni ebbero un decorso insoddisfacente a causa delle ossa sporgenti. 

Mentre molti chirurghi erano più preoccupati della velocità, altri iniziarono a lavorare sul miglioramento delle tecniche volte a ottenere un moncherino sano. Già Parè raccomandava di tirare indietro pelle e muscolo prima di segare l’osso, in modo da lasciare una maggiore copertura per l’osso. Le prime “flap amputation” ben strutturare sono attribuite però a  James Younge (1679).

amputazione e protesi
A volte erano velocissimi ad amputare. E spesso il paziente non sopravviveva.

Le differenze principali tra le due amputazioni sono riportate in modo illuminante da Huggins:

“I moncherini non guariti sono, di solito, il risultato delle cosiddette “amputazioni a ghigliottina” . . . in questo caso, o in quello in cui non vi sia comunque stata copertura dell’osso esposto, si dovrebbe ricorrere immediatamente a una continua. Questo tipo di procedura è in grado di coprire un moncherino da amputazione a ghigliottina in poche settimane.”

“Rimboccare” la pelle
Sarebbe ingeneroso però non menzionare i passi avanti fatti anche per guarire i moncherini dopo un’amputazione a ghigliottina.  Parlo del (temo doloroso) tiraggio progressivo della pelle. Con questo metodo, la pelle sul bordo della ferita viene messa in tensione continua (tramite un qualcosa di molto simile ad amo e lenza) in modo da coprire progressivamente la parte esposta del moncherino. per completare il processo servono poche settimane, ed i risultati sono molto soddisfacenti.

Nominati gli strumenti e le procedure, mi sembra doveroso parlare di chi, sotto quegli strumenti, ci finiva.

Parlando dell’amputazione, molti dimenticano che la preparazione del paziente ha un ruolo fondamentale nella buona riuscita dell’operazione. 

Pierre Dionis ci lascia questo consiglio:

Il Chirurgo deve incoraggiare il Paziente, e dargli mezzo bicchiere di vino perché lo aiuti a sopportare il dolore. 

Nulla di eccessivo direte voi, solo un po’ di vino per aumentare il coraggio, ed è difficile non concordare. Ambroise Parè parla sia del pre-amputazione: 

La prima attenzione deve essere quella di preservare la forza vitale del paziente. Per questo, fatelo rifocillare con carne di facile digeribilità…

Sia del recupero post-amputazione:

(una dieta ricca di) rossi d’uovo, pane tostato e inzuppato nel vino rosso (“sacke”) o nel Muskedine.”

Carne, uova, pane tostato inzuppato nel vino… imbottire un paziente di cibo prima di staccargli un arto sembra davvero una pessima idea. 

A parte il quantitativo di cibo presente nello stomaco del paziente, i medici dei secoli scorsi si chiedevano se fosse meglio amputare a “caldo” o dopo aver ponderato a lungo la decisione, magari di concerto con il futuro operato.

John Atkins, chirurgo navale che ci ha lasciato molti resoconti, fa una considerazione che rimane condivisibile in assenza di anestesia:

“La foga dell’azione e la sorpresa creano un momento adatto per l’amputazione. Gli uomini affrontano questa sfortunato evento con maggior forza e risoluzione rispetto a quando passano prima una notte di pensiero e riflessione.”

Egli nota che, nel caso di amputazione rimandata di due, tre o dieci ore, il paziente arriva all’operazione in uno stato di panico assoluto, mentre l’amputazione “a caldo” permette di sfruttare appieno il flusso di adrenalina che invade il corpo umano durante una battaglia.

In mancanza di anestesia, i medici antichi sperimentarono un buon numero di intrugli, ma alla fine l’unica soluzione per tenere fermo il paziente si rivelarono essere dei robusti assistenti. Parè ne utilizzava addirittura 6, ma dubito che il loro impiego risolvesse l’altro problema, ovvero il dolore.

2. LE PROTESI

Il titolo dell’articolo è Amputazione e Protesi, dunque passiamo a questa seconda, e più breve, parte. Non vi nascondo che sono sempre stato affascinato dai tentativi di raffinare le protesi, e sono convinto che, nel giro di cinquant’anni, potrebbero anche essere superiori agli originali in carne e ossa.

Inizialmente le protesi erano del tutto passive, ma potevano avere una loro funzionalità.

Nelle sue Storie (484 a.C.), Erodoto narra la vicenda di Egesistrato, un prigioniero che si amputò una parte di piede dopo essere stato incatenato (quindi un anticipatore di Saw) e la sostituì con una protesi di legno.

Nulla di cui meravigliarsi, visto che la più antica protesi del mondo risale ad un periodo antecedente (X-VII sec. a.C.). Si tratta proprio di un alluce in legno ritrovato ancora attaccato al piede di una mummia egizia.

La protesi più antica mai recuperata è pero italica. Si tratta di un gamba, realizzata in rame e legno, trovata in una tomba presso Capua nel 1858. Il reperto, del 300 a.C. circa, è andato distrutto durante uno dei bombardamenti di Londra occorsi nei primi anni quaranta.

Oltre alle protesi per gli arti inferiori, sappiamo che si trovarono ben presto delle soluzioni anche per quelli superiori. Il generale romano Marco Sergio, persa una mano nel 167 a.C., se ne fece costruire una in ferro che gli permetteva di sorreggere lo scudo. 

protesi protesi antiche protesi romane
A sinistra, la protesi egiziana menzionata nell’articolo. A destra, una protesi raffigurata su un’anfora romana.

Durante il medioevo e il rinascimento si continuarono a fabbricare protesi inferiori in ferro e/o legno. Il peso di alcune lascia presupporre che potessero essere utilizzate solo a cavallo. In pratica, erano una soluzione più estetica che funzionale.

Anche riguardo a mani e braccia si utilizzarono a lungo protesi passive, che potevano essere bloccate (tramite viti o lacci) in determinate posizioni. Lo abbiamo visto per quanto riguarda il generale Marco Sergio e, soprattutto, per la protesi superiore più complessa fra quelle realizzate fino al XVI secolo.

Parlo, ovviamente, dell’avambraccio meccanico di Götz von Berlichingen, che ho trattato in un apposito articolo qualche tempo fa. A quell’articolo posso solo aggiungere che, a proposito della sua manona d’acciaio, il mercenario tedesco disse:

“In combattimento mi è stata molto più utile della carne originale.”

Von Berlinchingen non doveva essere l’unico a vantare una protesi capace di fargli compiere (opportunamente bloccata) dei compiti elementari come tenere le briglie o firmare. Abbiamo notizie di un chirurgo italiano che, durante un viaggio in Asia nel 1512, aveva conosciuto un amputato bilaterale che, tramite due protesi, riusciva a togliersi il cappello, aprire la borsa e firmare.

Una complessità analoga possiamo riscontrarla anche nella protesi inferiore ideata dall’onnipresente Ambroise Parè. Si tratta della prima protesi per amputazioni tranfemorali dotata di articolazioni. Una protesi fatta per camminare.

Sarà un fabbro francese, Lorrein, ad introdurre pelle, carta e colla per eliminare la maggior parte del metallo dalle protesi.

Come anticipato, il miglioramento della “flap amputation” portò a costituire dei moncherini che non presentavano infiammazioni, parti doloranti, ascessi e tutto quanto poteva rendere inutilizzabile un arto artificiale. I medici furono quindi sempre più interessati al post-operazione, a come migliorare la vita di tutti i giorni dell’amputato.

Come spiega Pierre Dionis:

When the Chirurgeon has been forc’d to cut off a Leg or an Arm to save the Life of a wounded Patient, although he be perfectly cured, he is yet unable to go, by the loss of the Part which was necessary to the Performance of that function: ‘tis not then enough for a Chirurgeon to have drawn him out of the Grave, he must by his Industry add an Organ in composition and use like the former.

Come accade anche oggi però, ricchi e poveri potevano usufruire di protesi molto differenti. Basta prendere come riferimento i due dispositivi qui sotto. Alla eccezionale protesi di Parè (sinistra) ho affiancato la classica “peg leg”, descritta nel testo originale “the form of a woodden Leg made for poor men”.

È stato un italiano a lasciarci, però,  il progetto più incredibile di quel periodo. Girolamo Fabrizi d’Acquapendente, padre dell’Embriologia moderna e docente di William Harvey, non era specializzato in amputazioni, ma aveva una grandissima esperienza con le dissezioni (nel 1594 progettò il primo teatro permanente per dissezioni didattiche). Le due tavole qui sotto rappresentano la sua “corazza” completa, adatta a supportare qualsiasi tipo di deformità possibile ed immaginabile.

Come potete vedere, non si tratta di protesi per amputati, ma le soluzioni dettagliate dal medico italiano devono aver contribuito allo sviluppo della scienza prostetica.

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Non male per uno scontroso professore del XVI secolo

 Immagino che molti di voi si stiano chiedendo: ma i pirati con uncino e gamba di legno?

Qualcuno c’era. Penso che la storia dell’uncino sia tributaria del personaggio storico Christopher Newport, fondatore di Jamestown (prima colonia inglese permanente in America del Nord). Il nostro bel Cristopher aveva perso la mano durante un arrembaggio nei pressi di Cuba e l’aveva sostituita con un luccicante uncino, ma immagino potesse utilizzare, come altri amputati, diverse protesi a seconda delle necessità (protesi con forchetta, coltello, ecc.).

Infine, quindi, possiamo senz’altro dire che amputazione e protesi sono andate di pari passo nel corso della storia, trovando un momento di fondamentale avanzamento tecnico tra XVI e XVII secolo. In altri articoli ho già accennato al periodo successivo, dal XVIII secolo a oggi, ma proverò senz’altro a raccogliere tutto il materiale in un articolo completo.

23 pensieri riguardo “Amputazione e Protesi dall’Antichità all’Evo Moderno

  1. Daje. Altra iniezione di storia condita dal buon sano splatter 8)

    (Ps: nella tabella “Coltello? No, Coltello Incandescente!” c’è scritto: anche nel caso dei coltelli non mancarono sperimentazioni che hai nostri occhi sembrano assurde. Fila a correggere che poi arrivano i grammar nazi a lapidarti lol)

  2. Bello questo articolo, mi hanno sempre affascinato gli sviluppi (e le convinzioni errate) della medicina e gli aspetti più grotteschi dell’evoluzione scientifica (un po’ di gusto del macabro?).
    In “Acqua buia” di Lansdale (bel libro) c’è una dettagliata scena di amputazione sotto il gomito con metodi paragonabili a quelli che hai illustrato. Quando si appresta a tagliare, la vecchia che esegue l’operazione non sa se riuscirà a tenere pelle a sufficienza o se dovrà lasciare il moncone. Usa coltello e sega, e alla fine ago e filo…

  3. Bell’articolo 🙂 La cosa eccezionale è che della gente sopravviveva. Dovevano avere un sistema immunitario dalla madonna >_<

  4. Selezione naturale, cara Tenger…arrivare alla pubertà era già un’impresa, quelli che ci arrivavano erano abbastanza scafati da sopportare simili trattamenti decisamente meglio del cittadino medio occidentale odierno ^^

  5. Tanto per cambiare, questo articolo mi ha lasciato in eredità altri due draft su argomenti collegati. E’ per questo che amo e odio lo studio della storia.

  6. E quali sono questi due argomenti? Non fare il misterioso su… 🙂

    PS: siccome mi sono dimenticato di dirlo nel precedente intervento: articolo fenomenale, complimenti, ed è la dimostrazione che lungo è meglio ;P

  7. Amo amputazioni(altrui) e storia medica, ottimo articolo. Non smetterò di ringraziare di essere nato in un’epoca con anestesia e antibiotici.

  8. Tanto per cambiare, questo articolo mi ha lasciato in eredità altri due draft su argomenti collegati. E’ per questo che amo e odio lo studio della storia.

    E’ inevitabile ^.^

    Be’, ora quando avrò bisogno di informazioni precise sulle amputazioni so dove andarle a cercare. E naturalmente mi sono segnato il libro di Kirkup.
    Adesso come minimo mi aspetto un bell’articolo su come curassero, invece, le malattie! O magari qualcosa sulle fratture…

  9. Sono più superficiale e vado sul tema delle protesi! Impressionante quella del Fabrizi, anche se sembra più un supporto per collocare altre protesi. Come complessità quella usata dal buon Berlinchingen mi sembra ancora insuperata.

    per tutto il resto: porcatroia.

  10. Ciao Zwei, articolo bello sanguinolento, come sempre.
    Volendo, potrebbe anche fornire utili informazioni a chi, in narrativa, volesse mostrare una scena o le conseguenze di un’amputazione di un arto in età antica, medievale e moderna. Bello quindi e, soprattutto, utile…

    Domanda alquanto OT… Ti prego non decapitarmi! =(
    Conosci la nuova serie “Vikings” in onda su History Channel? Se sì, cosa ne pensi? Mi interesserebbe molto un tuo parere in proposito…

  11. @Alexander91: Avevo già accennato alla serie in Bacheca Retard, direi che è il caso di parlarne li, giusto per non andare OT 😉

  12. Posso testimoniare sull’uso dell’uncino come protesi per la mano: ricordo un bidello munito di tale prodigio della scienza. Maneggiava secchio e granata con disinvoltura e cambiava pure le lampadine.

  13. Bellissimo articolo come del resto ci hai abituati!
    Gli omini dei disegni hanno comunque una faccia molto felice mentre vengono amputati, ho come l’impressione che i pittori abbiano realizzato le opere per sentito dire.
    Mi sembra di capire che però l’amputazione fosse una pratica minoritaria nel medioevo a fronte invece di azioni volte a sistemare le ossa rotte (se non sbaglio, leggendo te e il Duca mi pare di capire che nelle mischie si tendesse di più a “spaccarsi le ossa” che a tagliarsi le mani) e che quindi i cerusici fossero meno esperti.

    Pongo invece domanda: i medici, sopratutto a servizio degli eserciti, come venivano formati? Sul campo? Avevano dietro uno di quei bei libri miniati? O provenivano comunque da un percorso di studi e d formazione di qualche genere?

    Anche io mi accodo speranzoso di leggere altri articoli in merito :8
    Ancora complimenti!

  14. Veramente i pazienti sembrano svenuti e le rappresentazioni sono piuttosto accurate.
    In battaglia le lacerazioni erano di certo superiori alle fratture. Solo nel caso di armatura completa poteva esserci una inversione. Conta però che, anche nel ‘500 la gran massa dei soldati aveva gambe e/o braccia scoperte, ergo…
    Quanto alle fratture, bisogna ricordare che quelle scomposte potevano portare all’amputazione.

  15. Una buona armatura di solito protegge meglio dalle lacerazioni che dalle fratture, e ciò cascava bene perché una frattura era in genere meno pericolosa di una ferita aperta e sapevano occuparsere. Tuttavia, come dice il buon Zwei, erano in pochi a potersi permettere una buona armatura. Più che in battaglia dovevano esserci molti morti nei quindici giorni che seguivano.
    Per i pazienti, dei tizi di cui non riesco a ritrovare il sito (erano a Pontois nel 2009 se non ricordo male, cercherò di ripescarli >_<) mi avevano detto che dalla fine dell'Impero Romano a praticamente tutto il Rinascimento, il paziente non veniva sedato (si era constato che di solito non aveva l'energia per rivegliarsi dopo e crepava in coma) e, se svenuto, se possibile si sospendeva tutto e lo si rianimava (ovviamente ciò non vale se gli stai segando una gamba).

    Giovanni dalle Bande Nere rimase cosciente per tutto il tempo reggendo il lume.
    E PROSSIMAMENTE ZWEI CI DELIZIERà CON UN SIMILE EXPLOIT, NEVVERO? ^_^

  16. Nell’articolo sull’ascia danese c’era stato un lieve OT a tema medico – di cui mi ricordavo vagamente – lo rilinko qui:

    … e visto che non mi ricordavo esattamente dove si fosse svolta la discussione, ho dovuto procedere a tentoni, quindi Zwei non si allarmi se trova ricerche Google del tipo ‘zweilawyer olio di rosa’ o ‘zweilawyer canfora’ XD la coppia giusta era ‘zweilawyer ambroise parè’

  17. @DolceClio
    Sì, la rianimazione dello svenuto era pratica comune, ma si cercarono a lungo intrugli sedativi. Ricordo un medico della scuola salernitana che aveva inventato una discreta mistura, ma dovrei riguardare qualche pdf dello ZweiArchive.

  18. Posso chiederti le fonti per quanto riguarda il medioevo? Sto facendo una ricerca su questo argomento ma girovagando per gli oscuri ambienti del web ho trovato poco e niente.
    Comunque bell’articolo, complimenti.

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