Armi Immanicate/Inastate da Taglio (I): l’Ascia Danese

Parlare di ascia in oplologia non é semplice. Dall’ascia neolitica al tomahawk, dall’ascia danese a quelle orientali, ne sono state create decine di specie. Insomma, nulla di diverso di quanto accaduto per armi più nobili come la spada. Come mazza, martello e altre armi, l’ascia nasce come utensile per tagliare legname, ma non ebbe grossi problemi a ritagliarsi immediatamente uno spazio come arma.

Dalla lama di pietra a quella di bronzo a quella di ferro, insomma, ormai siete abbastanza pratici da poter immaginare le classiche evoluzioni della lama.

Quando si parla di ascia da guerra, è difficile non pensare a una enorme bipenne in mano a un barbaro. Il problema è che nessuna bipenne vide mai il campo di battaglia. In fondo, l’ascia deve essere in grado di colpire duro ed avere un buona maneggevolezza. La bipenne, oltre a non dare alcun beneficio in termini di forza del colpo, porta dei gravi problemi di bilanciamento. Insomma, se volete due lame meglio una spada, se volete un’ascia vera, meglio l’ascia danese.

Rispetto ai romani, le popolazioni germaniche avevano sempre avuto un certo amore per l’ascia. Addirittura, un tipo di ascia (la “francisca“) prese il nome proprio dal popolo che la utilizzava maggiormente. Possiamo presumere che le ragioni della buona diffusione dell’ascia siano analoghe a quelle relative alla diffusione della lancia:

-facilità di costruzione;

-costi contenuti;

-eccellente rapporto qualità/prezzo.

Proveniente dalla Scandinavia, l’Ascia Danese iniziò a diffondersi in Europa attorno al IX-X secolo e già nell’XI secolo divenne una delle armi più amate dalle elite guerriere. Le sue rappresentazioni più famose sono quelle cucite nella Bayeux Tapestry (vedi foto sopra), dove è in dotazione a molti degli Huscarl che fanno parte della scena. In Inghilterra ebbe tanto successo da essere conosciuta anche come “English Long Axe”. Anche la famosa Guardia Variaga la adottò come arma d’ordinanza (e di rappresentanza) fino all’inizio del XIII secolo.

Ovviamente, l’Ascia Danese era un’arma da fanteria pesante, e necessitava di una certa stazza e forza fisica.

Molti di voi penseranno che l’Ascia Danese fosse un’arma per minus habens capaci solo di tirare mazzate a destra e a manca. Errore.

bella immagine da http://poorcnightsofstchad.boozeboy.co.uk/ (dovrebbe essere un ingaggio individuale durante la battaglia di Hastings)

Per usare bene l’Ascia Danese -ovvero evitare la sequenza colpo sullo scudo/deviazione verso l’esterno/lama nella propria pancia- ci voleva un buon addestramento, che immagino ogni padre e/o capo militare fosse felice di impartire a figliuoli e sottoposti.

Non che i danesi dell’VIII-IX secolo avessero inventato niente di nuovo. Come ho detto nell’articolo sulla spatha, le torbiere danesi (come quella di Nydam) ci hanno restituito, oltre alle spade, centinaia di teste d’ascia, progenitrici di quelle impiegate per assemblare l’ascia danese. Lo studioso che ha lavorato più a lungo le tipologie di ascia è stato senza dubbio Petersen, autore del famoso (fra gli appassionati di oplologia) “De Norske Vikingesverd“, del 1919. Dal testo di evince chiaramente come, nel nord europa, l’ascia si sia evoluta da strumento per boscaioli a gustoso tritacarne. In particolare, i tipi identificati da Petersen come L ed M sono da considerarsi come species del genus “Ascia Danese”.

Quanto alle caratteristiche strutturali, l’ascia era costituita da un’asta e da una testa. Come viene spiegato sul famoso sito www.hurstwic.org:

In the early part of the Viking era, the cutting edge was generally 7 to 15cm (3-6in) long, while later in the Viking age, axes became much larger. Breið-øx (broad axes) had crescent shaped edges 22 to 45cm (9-18in) long.

La testa era dunque il blocco d’acciaio che serviva a aumentare la penetrazione della lama, le cui dimensioni variarono nel corso dei secoli. Prima erano molto vicine a quelle di un’ascia da legna, poi sempre piú adeguate a spiccare capocce dal collo. Ad ogni modo, se le dimensioni del taglio erano superiori, le asce da guerra avevano una lama più sottile rispetto a quelle da legna.

Tipo L (43) ed M (44-45) secondo la classificazione di Petersen.

Alcune asce venivano assemblate con un taglio rinforzato, ad alto contenuto di carbonio, in modo da renderle più adatte ad affettare . Ma ridurre i metodi di costruzione della testa di un’ascia a questo unicum (come fanno in molti) sarebbe da dilettanti. Infatti, le indagini archeologiche ci hanno restituito delle lavorazioni differenti, riassunte da  Radomir Peiner’s in “Staré evropské kovářství” (Praga 1962). Visto che non parlo una parola di ceco, mi affido a quanto detto da Jeff Pringle di MyArmoury.com e all’illustrazione postata da quest’ultimo.

1 – Belgium, 6 to 7 Century,
2 – Morley-Meuse 4th Century (center lap steel),
3 – Lezéville, hr. 200, beginning 6th century,
4 – Novgorod, 11 century. (Welded edge),
5 – Kent, 6 to 8 century. (Welded edge).

le parti ad alto contenuto di carbonio sono quelle colorate in neretto.

Ingegnoso, non trovate? Io apprezzo particolarmente la n.2. In pratica un cuneo di cafonaggine dritto dal 300 d.C.

C’è da dire che le lavorazioni n. 4 e 5 erano, con tutta probabilità, le più adatte per il compito che doveva svolgere l’ascia danese (o qualsiasi altra ascia da guerra).

Il manico (o asta) dell’ascia danese poteva raggiungere i 170cm, specie negli esemplari da rappresentanza/parata della Guardia Variaga , ma in linea di massima la lunghezza media doveva aggirarsi attorno ai 90-130cm. Nella Bayeaux Tapestry (vedi la prima foto) ci sono diversi esempi della parte alta della forbice.

Il peso di un’ascia danese di grandi dimensioni, diciamo con un manico di 150cm, superava difficilmente i 2 kg, mentre gli esemplari più piccoli non arrivavano a 1kg. Ehi, guardate che vi vedo, ogni volta che parlo del peso di un’arma mi appaiono le vostre facce distorte in una smorfia di “così poco?”, quindi smettetela. Combattere stanca. Da morire. Per questo le armi da taglio/botta/perforazione migliori di sempre hanno sempre mantenuto un ottimo compromesso fra peso e maneggevolezza.

Meglio non caricare il colpo al rallentatore.

Ritornando al combattimento con l’ascia danese, resta da dire che il fendente a due mani sopra la testa manterrà sempre il suo fascino brutale (anche se l’immagine qui sopra dovrebbe provocare più di una riflessione), ma è interessante notare come potesse essere utilizzata anche per degli attacchi molto, molto sgradevoli:

1. Via lo scudo. Metodo vecchio, lo so, già utilizzato dai traci contro i romani, ma molto efficace quando ci si trova di fronte un nemico con lo scudo. Il problema è che il nemico con lo scudo di solito ha un’arma nell’altra mano. E sono cazzi.

2. Sgambetto. La punta bassa della lama va dietro la caviglia del nemico, agganciandola e facendogli perdere l’equilibrio.

3. Affondo. L’ascia danese con testa di tipo M poteva essere utilizzata come arma da perforazione grazie allo “svolazzo” della punta alta. Un uomo abbastanza forte poteva sfondare una maglia ad anelli senza problemi.

Oltre a questi, i manuali medievali e rinascimentali dedicati al combattimento con le armi in asta suggeriscono che anche l’Ascia Danese potesse essere utilizzata nel complicatissimo “gioco stretto”, dove la conoscenza di una leva in più del proprio avversario poteva fare la differenza.

Dall’Ascia Danese si svilupparono buona parte delle armi in asta medievali. Dall’azza all’alabarda, tutte cercarono di migliorare e potenziare la struttura originaria rappresentata da un’asta con una grossa lama alla fine. In particolare, l’Ascia Danese sopravvisse nelle fila dei Gallowglass sotto forma di “Sparth” fino al XVI secolo.

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203 comments

  1. CescoNo Gravatar says:

    Oltre alla “forza muscolare”, ci sono mediamente altre differenze fra uomo e donna, che magari possono essere appainate, ma non saprei come (allenamento/addestramenti mirati?; poi c’è sempre la singolarità dell’individuo da considerare) cioè : statura, agilità, prontezza di riflessi, velocità di decisione e non da ultimo… essere disposti a morire brutalmente in un lago di sangue (il proprio), magari guardando le proprie viscere, oppure finire i propri giorni mutilato o col viso sfigurato!

  2. StefanoNo Gravatar says:

    @nurades
    lo so che non esistono allenamenti per la velocità stile dragon-ball :) volevo solo direche se è inverosmile un personaggio donna tostissima con muscoli come meloni, la si può mettere su un piano di non troppo svantaggio come energia dei colpi caratterizzandola come un pò più rapida del suo avversario

    oppure possiamo piazzare al bruto la tipica armatura zinne-e-cosce-al-vento delle guerriere fantasy e sperare che l’ imbarazzo si mangi un pò della sua ram :aie:

  3. NuradesNo Gravatar says:

    Credo che l’unico modo di rendere credibile una donna che sia una grande guerriera, a parte la donna nerboruta come un uomo :bloody: , sia puntare sulla tecnica. Una donna “maestra di spada” con un tecnica straordinaria.

  4. CercavoceNo Gravatar says:

    Una donna “maestra di spada” con un tecnica straordinaria.

    Posso chiedere una spiegazione riguardo al “Via lo Scudo”?

    Ah, ripeto la domanda di prima, qualcuno conosce un saggio/libro/testo in inglese o in italiano che spieghi nel dettaglio l’uso della danese?

  5. NuradesNo Gravatar says:

    Un’altra nota sulla guerriera.
    Noi spesso dimentichiamo l’essenza stessa del concetto di combattimento. Il combattimento è tattica e strategia, ovvero è sempre subordinato alla situazione. Laddove combattere significa cercare di vincere, l’elemento più importante è mettersi nella condizione di essere in vantaggio sull’avversario. Il modo migliore per mettersi in vantaggio è essere in vantaggio prima ancora che il combattimento inizi. Tutto il resto viene molto, molto dopo, ed è un ripiego legato a cambiamenti situazionali imprevedibili o a una mancata possibilità di prepararsi adeguatamente (ovvero, il nostro avversario si è preparato meglio).
    La tecnica stessa, la forza, eccetera, sono solo elementi di questa funzione.

    E’ più forte una lancia o una spada? E’ una domanda priva di senso, se posta in questi termini. Lancia o spada danno un cantaggio a seconda della situazione in cui si combatte. E’ più sensato affermare, ad esempio, che nella maggior parte delle situazioni di ingaggio una costituisca un vantaggio sull’altra.
    Nel Giappone feudale, molte donne di famiglie samurai avrebbero potuto sconfiggere un samurai. Sulla carta. Il samurai portava in giro le sue due spade, per ragioni simboliche, e di solito era addestrato efficacemente nel suo uso. Una donna di famiglia nobile studiava più comunemente la naginata. E nella situazione del duello una naginata dà un enorme vantaggio sulla spada.
    Poi però entra in scena il fatto che la maggior parte dei combattimenti non sono duelli: non c’è una forma cerimoniale precisa che impone un luogo adeguato, delle condizioni iniziali (distanza, mano sull’arma) e norme d’onore strettissime. Una naginata è un’arma vantaggiosissima in molte situazioni, ma pessima in altre – segnatamente, ovunque non ci sia ampio spazio e distanza, come tutte le armi inastate. Inoltre una naginata è dannatamente scomoda da portare in giro, rispetto a una spada. Poi è una dichiarazione di belligeranza, al contrario delle due spade. E via dicendo.

    Senza considerare questi elementi, si potrebbe pensare erroneamente che le donne di famiglia nobile fossero “più forti” perché spesso concentravano l’addestramento marziale su un’arma che nel duello era “più forte”.

    Un autore di narrativa che si approcci correttamente alla natura del combattimento può trovare varie ragioni che giustifichino una donna che sia un efficace combattente. A prescindere dalle nostre considerazioni sugli svantaggi del corpo muliebre nel combattimento. Svantaggi, appunto; la donna combattente avrà quindi una difficoltà ancora maggiore a portarsi in quella situazione di vantaggio strategico e tattico necessaria alla vittoria, eppure ciò è possibile.
    Mi viene in mente a questo proposito un episodio di Lone Wolf and Cub che racconta di una donna combattente. Costei si era fatta tatuare sul seno e sulla schiena delle immagini inquietanti. Nel momento di combattere, si denudava fino alla vita, mettendo in mostra i tatuaggi. Tra l’altro era una strafiga. Questo è un ottimo esempio di tattica, che lei aveva attentamente considerato.

    1. I suoi avversari sono quasi sicuramente maschi (se per caso fossero femmine, lo svantaggio fisico comunque non sussisterebbe). E’ estremamente probabile quindi che la sottovalutino, prendendosela comoda. Il fatto che sia una donna (e per di più bella) li spingerà a perdere altro tempo per sbeffeggiarla in quanto inferiore e magari fare battute triviali. Il fatto di essere donna, quindi, le garantisce un margine di tempo precedente lo scontro per operazioni che le portino in vantaggio. E’ praticamente impossibile che i suoi avversari la colpiscano prima che possa prepararsi, dato l’enorme stigma sociale di una donna, per di più guerriera (wannabe, secondo i maschi), per di più di umili origini, per di più – per chi ne è a conoscenza – ex-attrice (ovvero, secondo la considerazione dell’ambiente di riferimento, ex-puttana).
    Avrà quindi tutto il tempo di compiere l’operazione preparatoria: prendere l’arma tra i denti, liberando le mani, e spogliarsi fino alla cintola. Non solo: qualora gli avversari le lascino anche solo poco tempo, è sufficiente riuscire a iniziare l’operazione: a quel punto nessun maschio resisterà alla tentazione di vedere la puttana che si spoglia per lui, oltre alla curiosità di capire che minchia stia facendo.

    2. Le immagini tatuate hanno lo scopo di confondere l’avversario, gettandolo nell’incertezza (l’incertezza rallenta le capacità decisionali); e di eccitarlo, dandogli stimoli che lo rendano ancora più incerto. le due immagini sono un’orrenda megera sulla schiena e un bambino che succhia il latte dal capezzolo sinistro con aria maliziosa.
    I maschi sono maschi. Hanno una risposta fisiologica velocissima agli stimoli sessuali. La situazione è quella di un avversario misogino che si vede davanti una preda che vuole uccidere, che attua comportamenti seduttivi (spogliarsi in una società dove la donna non poteva farsi vedere nuda), che si qualifica come lurida troia (i tatuaggi erano appannaggio del ceto basso e una donna tatuata infrangeva le condizioni sociali a prescindere) eccetera. Tutti questi stimoli estremi e paralleli, se non mandano completamente in tilt la capacità di ragionare e reagire dell’avversario maschio, quantomeno la rallentano.

    Questo è un esempio di preparazione tattica efficace in relazione a determinate condizioni: io donna figa, tu maschio sciovinista. Non si vive solo della potenza dei colpi.

  6. CescoNo Gravatar says:

    @ Nurades

    Sono completamente d’accordo con te nella prima parte del tuo commento, sul concetto che non esiste in assoluto un arma migliore di un’altra.

    Certo che l’episodio della guerriera che si denuda facendo vedere i tatuaggi, la ritengo veramente una tamarrata letteraria al femminile, molto bella e spettacolare se vuoi… e anche un po’ “trash” (quindi mi piace).

    Nella realtà una che si comportasse come lei, forse ne coglie di sorpresa uno (forse), perchè se si combatte: si combatte! non si fa altro… (prendere l’arma tra i denti??), ma gli avversari sono tutti mentecatti allupati?
    …. insomma finirebbe uccisa subito dopo nella migliore delle ipotesi, probabilmente violentata e poi sgozzata per la sua sfrontatezza.

    Cmq…finche è invenzione… non molto realistica però!

  7. LuxiferNo Gravatar says:

    Alt. Stiamo parlando di realtà o di fantasy?

    Perchè se è realtà l’esempio in questione non mi pare molto realistico e concordo con i dubbi di Cesco.

    Se invece è fantasy, essendo verosimile e non reale, si potrebbe pure accettare. Personalmente proverei a rendere più solida la cosa, magari spiegando che si cosparge di qualche olio profumato che, se odorato, aumenta gli stimoli sessuali.

  8. NuradesNo Gravatar says:

    Si tratta dell’episodio XXIII di Lone Wolf & Cub di Kazuo Koike e Goseki Kojima.
    Il fumetto è di genere storico, non fantastico. E’ strettamente realistico, sebbene alcune delle capacità atletiche e percettive dei samurai e dei ninja coinvolti siano credibili, IMHO, solo per chi vuole credere che le arti marziali giapponesi portino a sviluppare abilità sovrumane.

    La ragazza, una besshiki-onna (donna che combatte, figura abbastanza diffusa da essersi meritata un appellativo specifico), è una combattente con una tecnica fuori dall’ordinario a prescindere dal resto. Per portarsi in vantaggio sui suoi assalitori sfrutta anche altri elementi.
    Io non ci vedo nulla di irrealistico. Essere sottovalutati dall’avversario è in assoluto uno degli elementi più utili alla vittoria. Rispetto all’incertezza indotta nell’avversario, si tratta di qualcosa che dia un margine di vantaggio a una guerriera già molto capace, non di un elemento che assicuri la vittoria di per sé. Non stiamo parlando di Ataru che vede un seno e non capisce più un cazzo.

    Il concetto di “quando si combatte, si combatte” è esattamente ciò che criticavo sopra: il considerare il combattimento come una tipizzazione avulsa dal contesto. Può ben darsi che il guerriero conosca bene il suo lavoro, ma la situazione è del tutto diversa dal frame “combattimento tipo”.
    L’avversaria non è una vera minaccia. E’ una donna, ovvero un essere inferiore (poco più che una schiava); il rapporto del detto guerriero con le femmine, nella società di riferimento, è fatto di comando assoluto, di disprezzo e di abuso. La femmina guerriera, nella mente dell’avversario, è una preda da violentare e uccidere, e il fatto che conosca “un po'” di arti marziali renderà più divertente la cosa.
    Questa idea del guerriero che conosce il suo lavoro e quindi parte immediatamente all’attacco è completamente estranea alla situazione e anche al contesto culturale. I guerrieri di cui sopra non hanno fatto considerazioni tattiche adeguate, del tipo “prima attacca e poi fai domande, non lasciarti ingannare dalla sua apparente fragilità, non lasciarle tempo per trucchi sporchi”; questo atteggiamento sbagliato è ciò che li perde.

    Il fatto che “si combatte” non cambia la natura delle cose. Anche solo vedere una tetta, in un contesto in cui non dovrebbero vedersi tette, è fonte di grande distrazione, per un maschio. Inoltre non si tratta di una situazione tipo (per esempio) battaglia campale, che induce uno stato di coscienza alterata e può fare da barriera a determinati stimoli. Il guerriero che vede la donna (che non considera una vera minaccia, ma il topo con cui giocare) che si spoglia non si metterà mai ad attaccarla in quel momento. La lascerà fare, questo è garantito.
    La tattica può perdere la sua efficacia in molti modi. Prima di essere ammazzata, Oyuki ricorre a questo trucco diverse volte, uccidendo i suoi sicari. Via via le vengono mandati contro gruppi più forti. Questo dovrebbe indurre i suoi avversari alla cautela, ma così non è. La considerazione delle donne come prede e esseri inferiori è talmente radicata nella cultura che non basta la morte di alcuni guerrieri a modificarla.

    La considerazione sul “se si combatte: si combatte” è, nei termini stessi in cui è espressa, uno stereotipo. Significa: il guerriero è consapevole che combattere è vita o morte, e quando è di fronte al combattimento, la sua mente assume un assetto tipico fatto così e cosà. Il problema è che i guerrieri in questione non sono affatto consapevoli che questo combattimento sarà vita o morte; e di sicuro non ci si pongono come farebbero se di fronte a loro ci fossero avversari degni di essere temuti (altri maschi di pari ceto, per esempio).

  9. NuradesNo Gravatar says:

    Riassumendo: la tattica attuata da Oyuki risulterebbe assurda e improduttiva (o controproducente) nella stragrande maggioranza delle circostanze. Questo non ha alcuna importanza: una tattica va considerata solo e soltanto in riferimento alla situazione in cui viene attuata. Non esiste un combattimento archetipico.
    La tattica di Oyuki è particolarmente atipica perché ha senso in condizioni precise e molto atipiche. Cionondimeno, esse sono la cornice in cui Oyuki sa che combatterà, e quindi la sua tattica è giusta ed efficace.

  10. HinorNo Gravatar says:

    Scusa, ma disegnarsi un tetta direttamente sullo scudo allora? (tral’altro ora che mi ci fai pensare, c’è qualcosa del genere in asioaf, ma vabbè…).

    Insomma, secondo te un guerriero tipo si lascia distrarre da un donna che si spoglia (armata), a tal punto da restare imbambolato a guardarla… e questa sarebbe un “Tattica”?

    Non è semplicemente plausibile, dai, al massimo un guerriero, mentre quella si spoglia, invece di ucciderla la tira in terra a suo di mazzate (senza ucciderla) per poi violentarsela con calma…

    Quanto al fatto del “Quando si combatte, si combatte” secondo me esageri all’opposto: insomma, nel medioevo anche dei semplici tagli potevano infettarsi, e portare alla morte o come minimo alla necessità di un amputazione. E mi dici che un guerriero, che di ste cose ne vede accadere di continuo, si mette a giocare con un donna armata solo perchè questa si sta spogliando?

    Io penso che un qualuncue soldato con un minimo di esperienza cerchi di neutralizzare ogni minaccia il più in fretta possibile: anche un donna con un coltello, con un poco di fortuna può piantartelo nell’occhio.

    Insomma, al massimo mi pare un tattica ideale per un guerriera che vuole essere certa di essere violentata prima che uccisa ( o forse no, dipende dai gusti del nemico…).

  11. CescoNo Gravatar says:

    Rimane sempre una cosa di fantasia assolutamente irrealistica buona solo per un racconto pulp.
    Nella realtà una che fondasse le sue “strategie” sui presupposti descritti sarebbe una malata di mente…

  12. DagoRedNo Gravatar says:

    Il fatto che “si combatte” non cambia la natura delle cose. Anche solo vedere una tetta, in un contesto in cui non dovrebbero vedersi tette, è fonte di grande distrazione, per un maschio. Inoltre non si tratta di una situazione tipo (per esempio) battaglia campale, che induce uno stato di coscienza alterata e può fare da barriera a determinati stimoli. Il guerriero che vede la donna (che non considera una vera minaccia, ma il topo con cui giocare) che si spoglia non si metterà mai ad attaccarla in quel momento. La lascerà fare, questo è garantito.

    Non credo proprio. Un gurriero con un minimo di sale in zucca, specie se professionista, tutti sti pipponi sul sesso dell’avversario, il contesto, gli stimoli sessuali ecc ecc imho non se li fa proprio. Anche se hai le bocce della Sho innestate sul corpo della Satta, nel momento in cui sfoderi un’arma contro di me, io guerriero vado in modalità “Uccidi prima, fai le domande dopo”. E tutte le coreografie con le bocce tatuate e i piercing alla fregna ti serviranno ben poco.

  13. HinorNo Gravatar says:

    @Nurades

    Scusa, ma non sono riuscito, non conoscendo il manga questione, a capire l’ultima parte del tuo discorso: tu stesso hai detto che la tattica risulterebbe controproducente o inutile nella stragrande maggioranza dei combattimenti, ma che è utile in un specifico ambito.

    Quindi ti chiedo: per quali specifiche ragioni nell’ambientazione tale tattica funziona?

  14. NuradesNo Gravatar says:

    x Dago

    Uccidi prima, fai le domande dopo. Esattamente il tipo di stereotipo che con la realtà del combattimento non c’entra nulla. Immaginare poi un simile atteggiamento in un guerriero maschio del periodo Tokugawa posto di fronte a una sedicente guerriera femmina è ridicolo.

    x Hinor

    L’ambientazione è una ricostruzione del Giappone feudale accuratissima. In questo contesto la tattica di Oyuki, per quanto rischiosa, ha un senso particolare per due ragioni.

    1. misoginia e sciovinismo.
    E’ inutile tracciare qui una storia del ruolo sociale della donna giapponese. Si parla comunque di una condizione estremamente subordinata. Tra i samurai era molto diffusa l’omosessualità virile, che si basa sulla considerazione che la donna non sia una via di mezzo tra animale e uomo. Ancora oggi ci si aspetta, da una donna giapponese beneducata, che segua una certa etichetta che indichi a sua condizione di inferiorità e di debolezza rispetto al grande e possente maschio.
    Un uomo non poteva mostrarsi intimorito da una donna. Nella situazione messa in scena nel manga, mostrarsi baldanzosi, sprezzanti e incuranti della propria incolumità era un vero obbligo sociale. In questo contesto il fatto che gli aggressori siano più di uno diventa addirittura un vantaggio per Oyuki, visto che gli uomini si trovano in un gruppo di pari che non perdonerebbe una qualsiasi dimostrazione non dico di timore, ma anche solo di rispetto per la donna in questione.
    Che questo gruppo di guerrieri attacchi Oyuki senza prima sbeffeggiarla e insultarla in coro è un’eventualità da non prendere nemmeno in considerazione, tanto è assurda.

    2. pudore.
    L’effetto di una tetta su un uomo del Giappone feudale è assolutamente diverso da quello che può avere per noi oggi.
    Negli anni trenta del ventesimo secolo le commesse di un grande magazzino di Tokyo preferirono morire bruciare piuttosto che saltare sui teloni tenuti dai pompieri sotto le finestre, come ben racconta Martin Crùz Smith in Tokyo Station. La prospettiva di mostrare culo e figa pubblicamente era talmente improponibile da impedir loro di slavarsi. A livello più o meno consapevole, preferirono bruciare vive piuttosto che affrontare l’imbarazzo del rischio di mostrare le proprie parti intime. Il governo giapponese promulgò, in conseguenza di questo episodio, una legge che obbligava le commesse a indossare biancheria intima.
    Gli anni trenta giapponesi sono un periodo infinitamente più moderno del periodo Tokugawa. I guerrieri dello scontro di cui parliamo di tette e fregne ne avevano sicuramente viste in quantità: puttane e talvolta qualche ragazza stuprata. Quello che non avevano mai visto era una donna che si spoglia in un contesto completamente sbagliato. Davvero vogliamo credere che nel mondo di oggi, se la bella ragazza in coda dietro di noi all’ufficio postale richiama la nostra attenzione, ci sorride e si cala i jeans mettendosi in posizione provocante, la cosa non ci turberebbe? Che non ci creerebbe imbarazzo, eccitazione, confusione? Bene: il contesto sociale del fumetto è infinitamente più pudico, senza cartelloni pubblicitari pieni di culi nudi e spiagge piene di tette al vento. La situazione – potenziale combattimento – è infinitamente più assurda di una coda alle poste. Chi vuole continuare a credere in uno stereotipo di professionalità militare o in stati pseudoberserker è libero di farlo, ma si tratta di miti e stereotipi che con la realtà non hanno nulla a che fare.

    A tutto questo si unisce il sovrastimolo sessuale della donna tatuata, cosa che nel contesto è ben più intenso rispetto alla donna tatuata di oggi (che pure imbarazza e turba un mucchio di persone, soprattutto le meno giovani che associano il tatuaggio a camalli e galeotti). E poi il sovrastimolo emotivo dell’incongruenza delle immagini (spirito-bambino che succhia il latte/stimola l’amante; vecchia megera mostruosa che nessuno si tatuerebbe addosso e qui invece deturpa una donna giovane e bellissima). Nel complesso e in relazione al contesto, c’è un bombardamento di stimoli così intensi da rallentare notevolmente le capacità di chiunque; quel rallentamento dà il margine di vantaggio di vantaggio che permette a Oyuki di sfruttare al massimo le sue ottime capacità di besshiki-onna.

    Alla fine Oyuki combatte con Ogami Itto, che è preparato ai suoi trucchi – li conosce in anticipo – e la sconfigge uccidendola.

  15. DagoRedNo Gravatar says:

    Nurades, tutto quello che vuoi, ma imho se pure cambiano il pudore, la sensibilità, ecc ecc l’istinto di conservazione è comune in tutte le epoche. E no, francamente continuo a credere che un tizio che abbia già rischiato la propria vita almeno una mezza dozzina di volte non si farebbe fregare da un paio di tette tatuate. Posto anche che desse alla tipa il tempo utile di fare sto strano spogliarello.

  16. LuxiferNo Gravatar says:

    Innanzitutto si sta passando da ‘un espediente per usare una donna combattente’ a ‘un espediente per usare una donna combattente nel periodo Tokugawa’.

    Chiusa questa parentesi per me può pure essere fattibile questa cosa in un certo periodo storico, visto che sono ignorante come una zappa ed il periodo Tokugawa non so manco quale sia. Però, a voler tracciare una linea, non mi pare un buon espediente nel caso si volesse scrivere una storia. Perchè? Perchè, tranne persone più acculturate su quel periodo, nessuno la reputa una cosa credibile. E allora che fai? Un testo godibile solo dai pochi esperti? Oppure un testo godibile da tutti ma su cui devi spendere un’enormità di tempo per giustificare la cosa con il rischio di non essere comunque credibile?

  17. NuradesNo Gravatar says:

    L’istinto di conservazione è sopravvalutato :D

    L’esempio delle commesse degli anni trenta esprime proprio questo. Per quanto possa sembrare controintuitivo, ci sono innumerevoli situazioni in cui si ignora l’autoconservazione in favore di altre cose. Una di queste cose sono le convenzioni sociali.
    I guerrieri amano restare vivi, ma amano anche – per esempio – il bello. L’arma che ci si porta dietro come principale risorsa guarda all’efficacia, alla versatilità, alla praticità, ma anche all’estetica. Talvolta si preferisce un’arma un po’ meno efficace perché è molto più bella. Personalmente credo che l’affermarsi del rapier rispetto alla longsword sia dovuto, tra le altre cose, anche alla moda. Immaginare il guerriero come una persona che se ne sbatte delle comuni faccende umane perché ha in mente una cosa più “importante” – la sopravvivenza – è un errore.
    La peculiare tecnica schermistica giapponese, per restare in tema, ha un difetto intrinseco, ovvero un deficit di attenzione alle difese. Non che venissero ignorate. Però la stilizzazione progressiva che porta allo Iaido è figlia di considerazioni filosofiche prima che tecniche: il colpo perfetto, il combattimento vinto con un singolo colpo, e soprattutto lo sprezzo della morte. Una tecnica basata sulla difesa è estranea allo spirito dei samurai più tardi. Un vero uomo non teme la morte. Anche il grado di curvatura di una katana evoluta, legato alla tecnica di colpire come parte del movimento di estrazione, ha legami con questo approccio al combattimento. Questo è un altro esempio di come la sopravvivenza venga subordinata ad altri valori anche nel campo di chi dedica la vita al combattimento.

    Fuori dal combattimento, la lista si allunga. La storia è piena di persone che sacrificano la vita per i propri ideali, ovvero che subordinano l’autoconservazione al mondo delle idee. C’è poi la vergogna, la paura di fare una figuraccia. Quella che spinge le persone a ignorare le situazioni di pericolo per non sembrare allarmisti, paranoici, o coglioni. Quante volte avete sentito dire che in caso di terremoto è meglio mettersi in mezzo alla strada? Beh, di recente qui c’è stata una bella scossa di terremoto. Mi sono precipitato in strada. Insieme a me, circa una famiglia su trenta. Gli altri? Istinto di autoconservazione, mah…
    Poi ci sono i mancati allarmi. Megaterremoto, inondazione, tsunami, morti, e tutti a puntare il dito: “perché nessuno ha fatto nulla, prima? Perché nessuno ha detto niente quando si sapeva?” Magari per evitarsi una bella denuncia per procurato allarme. Mi fa ridere la straordinaria presenza di spirito che tutti hanno, nella teoria: “se ci fossi stato io avrei fatto così e cosà”, certo, evidentemente è un caso se nei posti di responsabilità ci sono sempre i più coglioni. Ed è un caso se le masse si comportano sempre in maniera contraria rispetto alla presenza di spirito eroica e cinematografica che tutti dichiarano di avere fino a che non si trovano davvero faccia a faccia con le situazioni drammatiche.

    Le masse, già. Il comportamento delle masse – anche ridotte – è ben conosciuto. S’ode un rumore sospetto. Tutti si guardano di sottecchi. Tutti aspettano che sia un altro ad agire per primo, a dare l’allarme, a rischiare la figura da ritardato. E le masse rimangono paralizzate mentre si muovono verso il disastro.
    Se poi qualcuno l’allarme lo dà davvero, ecco che lo spirito di autoconservazione si attiva, perché i suoi legami sono stati sciolti: la situazione esplode, le convenzioni sociali sono interrotte, e solo allora ci comportiamo come animali. Di solito facendo un bel casino.

    No Dago, il cosiddetto istinto di autoconservazione non è una forza primordiale che ha ragione di tutto ed emerge possente travolgendo ogni ostacolo qualora si sia in pericolo di vita. E’ solo un elemento della configurazione totale che influenza il comportamento in misura diversa, da nulla a completa, a seconda delle circostanze.

  18. CescoNo Gravatar says:

    … non dovremmo spendere troppe parole, ma adesso parlo un po’ io:

    Quando si tratta di avere una spada puntata addosso, quando si rischia la vita, non basta troieggiare per far abbassare la guardia ad un guerriero per quanto bifolco, troglodita, ignorante, maschilista, misogino o che altro… ma stiamo scherzando?!
    Tutte le analisi sulla condizione femminile e sul pudore non contano una benemerita cippa quando si rischia la vita.

    Inoltre, dalle situazioni descritte sembra che questa tipa si denudi fronteggiando un gruppo di omaccioni armati pronti a combattere (non addormentati) quindi :
    – appena lei abbassa la guardia dell’arma per fare lo strip, gli sono addosso
    – magari (ma proprio magari he!) qualcuno capisce che c’è qualcosa di anomalo e non perde l’attenzione sulle poppe
    – nessuno si avvicinerebbe o comunque mantiene la distanza col nemico.
    – se anche per un attimo qualcuno è talmente idiota da entrare o rimanere nel “raggio d’azione” della tipa disarmato e viene colpito… gli altri intanto si fanno le pippe? o credi che forse interverrebbero? e poi il giochetto non potrebbe più attuarlo: fine del vantaggio.
    – potrebbe avere successo solo con un nemico singolo? sarebbe come mascherarsi, qundi non una cosa diversa che vestirsi da vecchio decrepito e sguainare una katana al momento giusto. Certo che se ci si è augurati a vicenda di morire non si è molto credibili.
    – ottima idea denudarsi e non avere alcuna protezione per il corpo!
    ….
    Bhe basta

    anzi : è la stessa valenza di realtà quando entrano in azione Chuck Norris, Van Damme e tipi simili : loro super e gli altri dei subnormali

  19. NuradesNo Gravatar says:

    x Luxifer

    Mi pare che l’essenza del discorso si sia proprio persa. La riscriverò ancora.

    Non ha NESSUNA importanza che le condizioni siano ultraspecifiche. Il combattimento è tattica e strategia, non una situazione ideale. La tattica e la strategia dipendono sempre dal contesto. Approcciarsi a una situazione specifica e rara con la tattica che darebbe un vantaggio in tutte le altre situazioni, ma che dà uno svantaggio in questa, significa non aver capito un cazzo di cosa sia il combattimento. Significa crepare come stronzi.

    Questo ho detto nel mio post. E poi ho portato l’esempio di Oyuki proprio per mostrare come una tattica che sembra assurda approcciandosi al combattimento come se fosse una situazione archetipica sia invece perfetta qualora ci si approcci al combattimento nel modo corretto, ovvero considerandolo una situazione in un sistema complesso.
    L’archetipizzazione del combattimento è un classico delle discussioni da forum. E’ più forte un ussaro alato o un samurai? Tra Bruce Lee e Tito Ortiz chi vince? I vietcong non vinceranno mai con quei quattro fucili e la produttività industriale nulla. Eccetera, le solite chiacchiere.
    Quindi no, non si è passati da una donna combattente a una donna combattente nel periodo Tokugawa. Si è rimasti sul discorso dell’efficacia della donna combattente in genere, cercando di passare da una modellizzazione dello scontro donna-uomo basata sulla situazione tipo a una modellizzazione tattico strategica.

    L’applicazione di tutto ciò alla narrativa è ancora un’altra cosa. Se si scrive una cosa fortemente contestualizzata per un pubblico che non abbia dimestichezza con tale contesto – cosa che può succedere nel romanzo storico, e che succede sempre nel romanzo fantastico – sarà il caso di fornire al lettore gli elementi che rendano la vicenda intellegibile. Farlo in maniera efficace e artistica sta alle capacità dello scrittore.
    Scrivere un romanzo fantastico che forza atteggiamenti del mondo moderno in un contesto del tutto diverso, allo scopo di rendere intellegibile la vicenda senza bisogno di creare un contesto originale, invece, non è un’opzione praticabile. Altrimenti finisci per scrivere Nihal della terra del vento, e a raccontare di fanciulle in un contesto pseudomedievaleggiante (o quel che è) che si comportano come adolescenti del duemila.
    In altre parole: se quando scrivi sai cosa stai facendo, dovresti riuscire a rendere credibile anche le situazioni più incongruenti con la sensibilità moderna, a patto però che essere siano congruenti con un sistema di valori dotato di coerenza (interna e con la mentalità umana). Dovresti far sì che il lettore si cali in quel mondo e quei valori. Non è facile. E’ per questo che non ci si improvvisa scrittori, ma si studia e ci si esercita. E ci si confronta con altri aspiranti scrittori sui forum e sui blog :)

  20. CescoNo Gravatar says:

    @ Nurades

    Ho letto solo adesso il tuo ultimo commento.

    tutte belle parole: solo teoria e niente pratica. Solo filosofia e poca realtà.
    Le persone sono esseri pensanti non idioti.
    sicuramente i samurai si fronteggiavano sfoggiando i loro katà!
    …ma perpiacere!
    e lo Iaido!? il colpo perfetto!? secondo te è nato perchè era bello da vedere e filosofico?! .
    E comunque ti contraddici: tutto questo valore guerriero… e poi non si capisce più un cazzo per 2 poppe?

  21. NuradesNo Gravatar says:

    E’ per interventi come questo di Cesco che avevo glissato con un “come volete”.

    Ho spiegato nel dettaglio come e perché le cose non funzionino in questo modo. Ho portato esempi tratti dalla storia e dall’antropologia. La risposta? Un ennesima riproposizione dello stesso stereotipo cretino: nulla conta quando si rischia la vita. Perché? Entrano in funzione forse sistemi mentali particolari? Magari l’istinto di autoconservazione su cui ho appena scritto un post?
    Se contesti ciò che scrivo – ovvero contesti ciò che dicono le scienze umane, basandosi su ricerche empiriche, sperimentali e analisi – è il caso che tu fornisca degli argomenti. Scrivere “non è vero, perché i guerrieri (della mia fantasia) prima uccidono e poi pensano” non è un’argomento; è un’idea tua. Se questo fantomatico istinto di conservazione come lo immagini, quello per cui nulla “conta una cippa” a parte sopravvivere, esiste davvero, suppongo che tu sia in grado di fornire spiegazioni alternative per gli esempi di comportamenti autoconservativi che ho portato.
    Coraggio. Il mondo della scienza attende l’illuminazione, attende di vedere come finora tutto sia stato frainteso, e come la spiegazione sia un’altra.

    Rispetto all’elenco di critiche specifiche, girano tutte intorno allo stesso punto, riassumibile con “non è così perché i guerrieri hanno l’istinto di autoconservazione perché lo dico io e fine”, quindi non meritano risposte specifiche: è già tutto scritto in questo e nei precedenti post. Fa eccezione l’ultima, quella sulle protezioni.
    Non c’è differenza tra indossare uno yukata e non indossare niente. un sottile strato di cotone non offre protezione, quindi denudandosi Oyuki non acquisisce nessuno svantaggio. Né Oyuki né i suoi sicari portano armature. Laddove questa spiegazione potesse condurre a un’inconcludente discussione pseudooplologica sulla poca credibilità di un guerriero senza armatura, faccio presente una situazione analoga. I gentiluomini europei che andavano in giro con una striscia legata al fianco, e la usavano in duelli all’ultimo sangue. Erano consapevoli che si sarebbero potuti prendere una ferita mortale, eppure andavano in giro senza armatura completa. Probabilmente erano dei gran coglionazzi, inspiegabilmente privi del corretto istinto di autoconservazione, e infatti l’evoluzionismo mostra come si siano estinti tutti (non se ne vedono più in giro, al contrario dei cavalieri in armatura completa).
    Oppure può darsi che non sia il caso di muovere critiche a casaccio senza conoscere il contesto.

  22. AlberelloNo Gravatar says:

    Oltre alla “forza muscolare”, ci sono mediamente altre differenze fra uomo e donna, che magari possono essere appainate, ma non saprei come (allenamento/addestramenti mirati?; poi c’è sempre la singolarità dell’individuo da considerare) cioè : statura, agilità, prontezza di riflessi, velocità di decisione e non da ultimo… essere disposti a morire brutalmente in un lago di sangue (il proprio), magari guardando le proprie viscere, oppure finire i propri giorni mutilato o col viso sfigurato!

    O.o? Non ho capito quale dei due sessi dovrebbe avere avere maggiore prontezza di riflessi e velocità di decisione e soprattutto per quale motivo. Ci sono studi scientifici a riguardo?

    Per tutto il resto, mi duole ammetterlo, ma dò ragione a Dago. Si sta stereotipizzando fin troppo. Conosco ginecologi che non si scompongono davanti ad una figa, così come io ho un’elaborazione del lutto più veloce della norma in quanto ho visto morire un sacco di anziani.

    Quindi mi pare plausibile che un guerriero addestrato a maciullare qualsiasi cosa non si scomponga davanti ad un paio di zizze, se esse sono armate. In quel caso si rientra nella deformazione professionale: C’è un arma davanti a me, potenziale pericolo, uccidere.

    Diversamente se la donna si mostra dapprima debole ed indifesa e fa abbassare la guardia. Ma a questo punto non è una guerriera, al massimo un’abile manipolatrice. Se poi ti capita il guerriero a cui piace fare cameratismo e non piace la figa, son cazzi. Ok che parliamo di narrativa e non literary fiction, ma evitare di creare personaggi fatti con lo stampino del tipo: “Sono cattivo perché si” sarebbe gradevole.

  23. KenarNo Gravatar says:

    @nurades: LoL. Comunque mi ha incuriosito quell’accrocco per il semplice fatto che sembra essere in un museo, e quindi non sembra essere una fantaporcata ecco… il fatto che sembri un’arma steam punk però è sinceramente da WTF.

  24. NuradesNo Gravatar says:

    x Kenar: è uno scudo targa con lame.
    Il tipo di arnese che a vederlo in un disegno fantasy ti fa pensare che i disegnatori non capiscano un cazzo di armi. Poi scopri che è esistito davvero e che – pare – veniva anche usato.

    x Alberello: pure tu mo’?
    Pigliatevi Lone Wolf and Cub. Ne vale la pena a prescindere, perché è un’opera d’arte. Non ci sono “cattivi perché sì”, solo uomini del loro tempo che si comportano come tali.
    E basta con questa storia del guerriero che vede un’arma e si trasforma in una macchina che pensa solo a uccidere. Una volta Errol Flynn, poi Bruce Lee, adesso Russel Crowe. E’ un fottuto stereotipo, che oggi occupa il posto degli stereotipi altrettanto cretini che lo hanno preceduto.

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