Armi da getto (II): il Gaesum e altre armi celtiche

Questa volta non ho scritto nulla. Semplicemente, ho deciso di ospitare l’articolo scritto dal dott. Gioal Canestrelli, presidente dell’Istituto di Archeologia Sperimentale Fianna apPalug, fondato nel 2004 a Verona.

Foto di gruppo dell’associazione

Lo scopo dell’Istituto è la ricerca e la divulgazione della storia degli antichi popoli celtici dell’Italia in epoca preromana, in particolare dei Galli Cenomani che abitavano nelle zone del veronese.  Iniziativa lodevole, quella dei ragazzi veronesi, visto che la cultura celtica ha fornito il substrato etnico-culturale cui si è appoggiato il superstrato romano. Troppe volte infatti, i popoli preromani della penisola vengono relegati nelle note dei libri di storia, spinti ai margini dalla civiltà romana. Eppure, quando parliamo dei celti, parliamo della civiltà primigenia dell’Europa occidentale, non di un branco di primitivi che passavano le giornate a brucare l’erba.

Ora vi lascio all’articolo, sottolineando che a breve potrebbe essere ampliato e integrato dallo stesso Gioal Canestrelli.

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Come in tutte le culture guerriere, anche in quella celtica le armi da getto ricoprono un ruolo fondamentale.

Il giavellotto celtico, detto mataris o gaballacos, con cuspide ammanicata a cannone, viene solitamente trovato in coppia in tutte le sepolture tra il V e il IV secolo a.C.

Diodoro Siculo ricorderà in particolare che se alcuni giavellotti celtici erano a cuspide lanceolata, simili in tutto e per tutto ai suoi omologhi mediterranei, altri avevano le cuspidi “ritorte dentro e fuori in figure a spirale per la loro intera lunghezza: il motivo è che così il colpo può non solo tagliare la carne, ma anche straziarla e che l’estrazione dell’asta può lacerare la ferita”(1), ed effettivamente gli scavi ci hanno restituito alcune cuspidi dalla morfologia sinusoidale, simili alle lame dei kris orientali.

Alcune tipi di lama riscontrabili nel kris

In contesto italico in particolare, sempre dal IV secolo a.C. in poi, troviamo presso alcune enclave celtiche (ad esempio i Boi) la saunia, una sorta di pilum arcaico proprio delle popolazioni sabelliche.

La similitudine della cuspide più grande con la lama di un kris è netta

Nel De Bello Gallico inoltre, Cesare accenna all’utilizzo da parte dei Galli dei veruti, corti dardi da lancio comunemente impiegati anche dai popoli italici. (2)

Caratteristico dell’armamento celtico, che non trova equivalenti negli armamenti dei popoli coevi, è invece il gaesum (3), un particolare giavellotto pesante che compare la prima volta nelle fonti in maniera indiretta, nella citazione di una peculiare casta mercenaria gallica, i Gaesati (letteralmente “portatori di gaesum”),

“Quelli che sono chiamati, perché facevano la guerra per il soldo, Gaesati”(4).

Nelle fonti romane il gaesum viene a volte chiamato anche soliferrum, e descritto come un’unica barra di ferro forgiata (5) munita di cuspide, e le parole dei classici sono state confermate completamente dai ritrovamenti; inoltre la maggior parte dei gaesa che l’archeologia ci ha restituito sono in gran parte muniti di punta arpionata, omologa a quella del pilum romano.

Gaesa con relative sezioni

La lunghezza dei gaesa varia da 140 cm, come quello ritrovato nella tomba Benacci n°953 di Bologna, datato tra la fine del IV secolo a.C. e gli inizi del III sec. a.C., ad esemplari che raggiungono 2 metri, trovati nella Penisola Iberica, mentre il diametro dell’asta non superava i 2 centimetri nel punto di massima larghezza.

Il penso ingente, se paragonato a quello degli altri giavellotti, doveva dare al gaesum un’enorme forza di penetrazione dagli effetti devastanti sugli scudi dei nemici e sulla coesione della formazione avversaria stessa, dato che a seguito dell’impatto senza dubbio la sottile asta metallica si deformava, andando ad intralciare i combattenti.

Al contempo però, senza dubbio il gaesum doveva avere una portata ridotta rispetto alle altre armi da getto.

Come possiamo desumere da Cesare infatti “I nemici ad un segnale dato presero a scendere di corsa da ogni parte e a scagliare pietre e gaesa”(6) il lancio dei gaesa avveniva durante l’assalto, pochi momenti prima di entrare nel corpo a corpo.

Guerrieri celti

Visto il notevole ammontare di metallo necessario per la sua realizzazione comunque, nei contesti celtici il gaesum doveva con tutta probabilità essere un’arma elitaria, e ciò, unitamente alla sua modalità d’impiego, lo colloca magistralmente in relazione con la casta mercenaria dei Gaesati, che combattevano indomiti nelle prime fila degli eserciti celtici.

La sua indubbia efficacia rese durante il III secolo il gaesum un’arma molto popolare nell’Europa Centro-Occidentale, e sappiamo di un suo massiccio impiego presso tutti gli abitanti della Penisola Iberica, Celti e non (7); inoltre grazie a del materiale epigrafico reperito in Britannia, sappiamo che il gaesum venne adottato anche dai Reti, popolazione dell’arco alpino che entrò in contatto con i Celti Vindelici e Taurisci, e che, dopo la conquista romana, coorti di ausiliari retici armati di gaesum militarono nelle truppe imperiali.

Accanto al gaesum, presso i Celti e anche in questo caso particolarmente popolare tra i Celtiberi troviamo la tragula, una sorta di giavellotto al quale era legata una corda o una cinghia, che ne poteva consentire dopo il lancio il recupero a mo’ di fiocina. Un’altra arma da getto caratteristica dei Celti, della quale purtroppo sappiamo assai poco, era la cateia.

Le principali tribù dei Celtiberi riportate su una mappa attuale

Citata la prima volta da Virgilio,

“…sono abituati a lanciare la cateia, alla maniera dei Teutoni.”(8)

che ne attribuisce l’uso alle popolazioni germaniche, la cateia viene presentata con accuratezza da Isidoro di Siviglia, che a sua volta si rifà ad Orazio:

“…era chiamata clava, simile a quella di Ercole, poiché era formata da due clave ferrate innestate ai lati; aveva la lunghezza di mezzo cubito (22 cm., n.d.r.). Questa era la cateia, che era chiamata caia da Orazio. Si tratta di un proiettile delle genti galliche molto flessibile; che, se lanciato, non vola molto lontano, per via del suo grande peso, ma dove arriva colpisce molto forte. Si può rompere solo se scagliato con molta forza. Ma se viene lanciato dal suo artefice, ritorna nelle mani di chi l’ha scagliato. […] dai Galli e dagli Ispanici è chiamato tautanos.”(9)

Benché il passo di Isidoro possa portare a molte e disparate interpretazioni, l’opinione comune è che l’arma descritta sia una sorta di bastone da lancio, con le medesime proprietà del boomerang degli Aborigeni australiani.

Sappiamo che i bastoni da lancio, con effetto ritornante o meno, erano di uso comune in Europa già dal Neolitico, e a Magdeburg, in Germania, è stato trovato un bastone da lancio curvo, in tutto e per tutto simile ad un boomerang, datato tra l’800 e il 400 a.C.

La particolarità della cateia gallica risiederebbe però nell’applicazione di componenti metalliche su entrambi i bracci del bastone, per aumentarne l’efficacia in un contesto bellico e, forse, regolarne la bilanciatura. Certo è che l’arma in questione comunque non doveva ricoprire né un ruolo primario né fondamentale nell’armamento dei guerrieri celtici, poiché con l’eccezione del passo di Isidoro nelle fonti classiche non ne troviamo menzione.

Bibliografia

1. Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, V, 30

2.  Cesare, De Bello Gallico, V, 44

3. Virgilio, Eneide, VIII, 661-662

4.  Polibio, Storie, II, 22, 2-3

5.  Giulio Polluce, Onomasticon (Vocabularium), VII, 156

6. Cesare, De Bello Gallico, III, 4, 1

7.  Livio, Ab Urbe Condita, XXVI, 6 ; Silio Italico, Punica, II, 444

8.  Virgilio, Eneide, VII, 741

9. Isidoro, Enciclopedia, XVIII, 7, 7

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