Spade (III): la Spatha

La spatha, un’arma bianca largamente diffusa nell’esercito romano negli ultimi secoli di vita dell’Impero, ha iniziato a ricevere le giuste attenzioni degli storici solo negli ultimi decenni, visto che in precedenza (in realtà per le pubblicazioni più divulgative il problema sussiste tutt’ora) si preferiva relegarla alle ultime pagine dei manuali, liquidandola con due parole.

Il problema è che per lungo tempo è stato difficile strappare la figura del legionario dalle grinfie degli stereotipi peplum; elmo piumato, scudo rettangolare, gladio, lorica segmentata. Non si andava oltre.

Solo lo studio dei reperti e la passione dei reenactors hanno portato nuova luce sulla storia dell’esercito di Roma.

Ora sappiamo con certezza che il legionario romano, nel corso dei secoli, ha conosciuto alcune variazioni del proprio armamento, spesso sostanziali. Una di queste è rappresentata proprio dalla progressiva sostituzione della spatha al gladio come arma da lato. Sappiamo per certo che, fra la fine del II e l’inizio del III secolo, il gladio di tipo Pompeii lascia il posto ad un’arma bianca di dimensioni maggiori (ma dal peso contenuto, circa 1 kg), la spatha, utilizzata dalle truppe a cavallo già da qualche secolo.

Un soldato romano del 400 circa. Notare la spatha, portata al fianco sinistro

La lunghezza della spatha del cavaliere varia dai 65 ai 90 cm, e ce ne sono pervenute diverse raffigurazioni sulle lapidi dei soldati ausiliari. Quanto agli esemplari ritrovati, il meglio conservato sembra essere quello di Colonia, del IV secolo, con una lama di 72 cm per 5.2 cm e un’impugnatura in avorio ancora integra. Altri due esemplari, del II secolo, sono stati rinvenuti nella tomba di due cavalieri presso Canterbury. Fra l’altro, la sepoltura frettolosa (i due furono gettati in una fossa scavata in modo rozzo) lascia presupporre una morte violenta (forse furono vittime di un omicidio).

La spada ritrovata a Colonia

Viste le dimensioni, era impossibile portarla al fianco destro come un gladio e quindi i legionari iniziarono a portarla sul fianco sinistro, come facevano gli ufficiali con il gladio.

Sono state ritrovate più spade romane nelle torbiere danesi che nel resto dell’Impero e  coprono un periodo che va dal II al V secolo d.C.

Collocazione geografica delle principali torbiere

Con tutta probabilità, le spade giunsero fuori dai confini come bottini di guerra, attraverso mercanti (c’era un mercato nero di armi trafugate dal territorio romano?) e assieme ai soldati federati che ritornavano a casa. Spesso venivano gettate negli specchi d’acqua come offerte agli Dei, e grazie a questo costume barbarico sono giunte fino a noi. I principali siti danesi, tutti fuori dai confini romani, sono quelli di Thorsberg, Vimose e, soprattutto (con riferimento alle spade), quello di Nydam.

1) Thorsbjerg (60-200 d.C.)

Sono state trovate diverse spade con else in legno coperte di bronzo e argento. La datazione è stata semplificata dl ritrovamento di 37 monete romane coniate fra il 60 d.C. (Nerone) ed il 194 d.C. (Settimio Sever0).

Elsa di una spatha di Thorsbjerg, l’impugnatura è costituita da strisce di bronzo intrecciate

2) Vimose (70-260 d.C.)

Qui sono stati trovati oltre 4.000 oggetti in un’area con un diametro di 35 metri, probabilmente gettati in un lago come offerte agli Dei in tre distinte occasioni: la prima fra il 70 ed il 150, la seconda attorno al 150 e la terza (quella che conta più reperti) fra 210 e 260. In tutto 67 spade e 150 pugnali.

3) Nydam (200-350 d.C.)

Le 34 monete romane ritrovate sono comprese tra il 69 ed il 217 d.C., ma Oakeshott e altri studiosi concordano sul periodo 200-350. Dal fango di Nydam sono state estratte 106 spade, ben 93 pattern-welded. Questo ci dimostra come la lavorazione dell’acciaio fosse cambiata a favore di un sistema più complesso, che rimarrà in auge fino al IX secolo circa, quando iniziarono ad essere forgiate le spade vichinghe di Uflbert (vedi La Spada Vichinga). Anche la presenza di molti sgusci (anche cinque) sembra testimoniare l’importanza di questo strumento per alleggerire la lama (oppure un cambiamento nel gusto estetico di soldati e armaioli).

Sebbene molte delle spade di Nydam siano state ritrovate senza elsa, alcune la possedevano ancora: di legno (coperto d’argento), avorio, osso o bronzo massiccio. L’origine romana della maggior parte dei reperti è testimoniata dalle iscrizioni latine presenti sulle lame (una sola invece presenta una runa).

Altra particolarità delle spade di Nydam è la presenza del marchio del fabbro sul codolo o sulla lama. Ce ne sono giunti diversi: stella, mezza luna, uno scorpione, un disegno geometrico. Stranamente, nel periodo compreso fra la fine del XV secolo e l’inizio del XVIII ritornano in uso diversi marchi con lo scorpione. Fra le spade di Nydam non mancano neanche i nomi degli armaioli che le hanno fabbricate: Ricus, Riccim, Ranvici, Cocillus, Tasvit, tutti incisi in piccole depressioni rettangolari ricavate nelle spalle della lama o nel codolo.

Alcune spade di Nydam. In alcune di esse di notano le depressioni rettangolari con i nomi degli armaioli

Classificare le sottospecie di spatha è molto complicato. Per questo articolo, ho deciso di seguire la sistematizzazione di Giuseppe Cascarino, autore della migliore opera sugli armamenti romani mai edita in Italia (compratela se possibile).

Per quanto riguarda il periodo II- prima metà del IV secolo, conosciamo due tipi principali di spatha:

1. Straubing/Nydam (in uso fino alla prima metà del IV secolo).

Sono le spatha con lama lunga e stretta, rastremata verso la punta, in cui il rapporto fra lunghezza (65-80cm) e larghezza (4.4cm) è di circa 15-17:1, addirittura 23:1 nella variante Nydam. Quest’ultimo tipo è senza dubbio il più particolare, tanto da attirare l’attenzione di E. Oakeshott in molti suoi lavori.  E’ una spada che ha delle caratteristiche simili a quelle dello stocco del XVI secolo, compresa la lama sottile rastremata e la sezione romboidale. Osservandola attentamente, si comprende come l’equazione gladio:affondo=spatha:fendente non sia affatto veritiera. La famosa variante Nydam ha una lama pattern-welded e una lunghezza totale di 101 cm (la larghezza della lama invece è inferiore ai 4 cm). La guardia massiccia di bronzo presenta due spirali simili  a quelle di alcune spade del periodo La Tène.

Straubing/Nydam. Spathae utilizzate dal 200 al 340 (v. Ejsbol) d.C. circa

2. Lauriacum/Hromowka (II-III secolo).

Parliamo in questo caso di spatha con lama più corta e larga e punta trinagolare, in cui il rapporto fra lunghezza (55.7-65.5 cm) e larghezza (6.2-7.5cm) è 8-12:1. La spatha Lauriacum, pur avendo dimensioni maggiori e presentando spesso degli sgusci multipli, ha una forma molto vicina a quella del gladio Pompeiano.

Lauriacum/Hromowka. Spathae utilizzate dal 200 al 300 (v. Hromowka) d.C. circa

Nel periodo successivo, IV-V secolo, emergono altri tre tipi, ognuno dei quali contiene diverse varianti:

3. Illerup/Wyhl (seconda metà del III-V secolo)

La lama è meno larga del tipo Lauriacum, ma è comunque più ampia del tipo Straubing/Nydam (in particolare di quest’ultimo). Non c’è rastremazione verso la punta, i due fili scorrono paralleli per tutta la lunghezza della lama. I due esemplari riportati nell’opera di Cascarino sono di grandi dimensioni. Il ritrovamento della variante Illerup ha una lama di 82cm per 4.6cm (lunghezza totale della spada di 94cm), quello della variane Wyhl 81cm per 5.4cm (lunghezza totale 93cm).

Illerup/Wyh. Spathae utilizzate dal 270 al 500 (v. Wyhl) d.C. circa

4. Osterburken/Kemathen (IV-V secolo)

Lama molto larga, con un rapporto lunghezza-larghezza analogo a quello del tipo Lauriacum. Non è presente alcuna rastremazione, anche in questo caso i due tagli scorrono paralleli fino alla punta triangolare. Qui Cascarino riporta i dati di un solo esemplare (variante Osterburken), ritrovato in Francia, che possiede una lama di 72.5 cm per 6.0cm (lunghezza totale 85cm).

Osterburken/Kemathen. Spathae utilizzate dal 330 al 500 (v.Osterburken) d.C.; Asiatica. Spatha utilizzata dal 400 al 470 d.C.

5. Asiatico (V secolo)

Questo tipo viene riportato da Cascarino senza alcun dato tecnico, e probabilmente riguarda l’evoluzione della spatha nella parte orientale dell’Impero. Lo riporto per completezza d’informazione, sperando di poter approfondire più avanti.

Naturalmente, esistono esemplari che non rientrano precisamente all’interno di un gruppo o dell’altro.

La spatha nacque come arma da cavalleria per motivi facilmente intuibili. La lama del gladio era infatti troppo corta per poter essere utilizzata in modo proficuo a cavallo, quindi si sviluppò un’arma bianca con una lama più lunga, adatta a colpire il nemico ad una distanza maggiore. Dobbiamo tenere presente questa funzione se vogliamo comprendere a fondo i motivi della sua adozione da parte della fanteria.

Cavaliere armato di spatha

L’adozione di un’arma, di ogni tipo di spada, risponde alle necessità specifiche di un determinato stile di combattimento individuale o di gruppo. Un lanzichenecco non si sarebbe mai gettato a tagliare le picche svizzere con un gladio, così come nessun legionario avrebbe voluto brandire una zweihander mentre i suoi compagni organizzavano la testudo.

Sulla spatha le tesi sono molte:

  • La spatha è stata adottata a causa della decadenza nell’addestramento dei legionari, per cui era necessaria un’arma adatta a colpire soprattutto con il taglio e meno con la punta (come dice Oakeshott: la stoccata è un’arte acquisita, mentre menare fendenti è un gesto molto più naturale);
  • La spatha è stata adottata per non essere in svantaggio contro gli eserciti barbarici, che già utilizzavano delle lame più lunghe;
  • La spatha è stata introdotta dai soldati germanici che servivano nelle legioni, e sarebbe quindi  frutto della barbarizzazione dell’esercito.
  • La spatha ebbe successo perchè si adattava meglio al nuovo stile di combattimento dei romani, a ranghi meno serrati.

Sinceramente, ritengo che queste ipotesi siano costruite con degli argini troppo netti fra l’una e l’altra.  Infatti nessuna delle quattro, considerata singolarmente, sembra fornire una spiegazione adeguata.

Quanto alle prime due, nel III secolo l’esercito romano era ancora la miglior macchina da guerra del Mondo. Combatté e vinse altre centinaia di battaglia, eppure sembra che molti storici non resistano alla tentazione di piazzare un bel pietrone con su scritto “decadenza” a partire da Marco Aurelio (alcuni addirittura da Adriano o Traiano).

I romani avevano affrontato barbari per secoli, senza mai pensare che il gladio fosse un’arma svantaggiosa rispetto alla spatha della cavalleria o alle lame lunghe celtiche. Inoltre, sempre riguardo alla prima ipotesi, resta da sottolineare come alcune spathae specificamente quelle del tipo Straubing/Nydam, siano molto più adatte allo stocco che non al taglio, tanto da suscitare l’interesse di Oakeshott (che le paragonava ad alcune lame del XIV e XVII secolo) e di altri studiosi.

Soldato del IV secolo: spatha al fianco sinistro, scudo ovale ed elmo sasanide

Probabilmente bisogna cercare la ragione di un simile cambiamento in tutte le cause riportate sopra. Immaginiamo un incremento dei legionari germanici/originari delle regioni di confine, immaginiamo che questi comincino a preferire la spatha dei cavalieri, più vicina al loro retaggio militare. Senza dubbio si tratta di un’arma più adatta quando si devono affrontare bande di barbari che passano entro i confini dell’Impero o quando si dovono tentare delle sortite in cui non è necessario avanzare a ranghi serrati. Forse siamo troppo ancorati all’idea di un esercito che avanza in campo aperto, perfettamente schierato, verso il nemico, e scordiamo invece che le battaglie campali non erano all’ordine del giorno. Tutt’altro, per ogni Battaglia di Strasburgo i legionari affrontavano centinaia di scaramucce e incontri sgraditi durante i pattugliamenti. In una cornice del genere non sembra impossibile che i legionari, sempre più germanizzati, abbiano iniziato ad utilizzare anche nelle battaglie campali la spatha, che avevano trovato più versatile del gladio nella vita militare di tutti i giorni.

La maggior parte delle Legioni erano ammassate nei pressi del confine Reno-Danubiano e di quello orientale. Guarda caso, furono proprio Germani e Sasanidi ad influenzare maggiormente le ultime evoluzioni dell’armamento romano.

Ricordiamo inoltre che i romani, più meno nello stesso periodo (III secolo), abbandonarono anche lo scudo rettangolare, una delle pietre angolari su cui era stato edificato l’Impero, in favore dello scudo tondo. Quest’ultimo era senza dubbio meno protettivo e permetteva di maneggiare meglio un’arma più ingombrante.  Avvenne lo stesso con l’elmo sasanide, che nelle province orientali soppiantò del tutto il design romano. Quando due popoli, due eserciti, vengono in contatto, è inevitabile un influsso reciproco. All’inizio del V secolo era già difficilissimo distinguere un soldato romano da uno germanico, all’inizio del VI uno romano e uno sasanide (che si combattevano da secoli) erano davvero molto simili.

Tornando a noi, per avere una risposta definitiva sull’annosa questione “dal gladio alla spatha” sarebbero necessarie delle sessioni di archeologia sperimentale su larga scala, davvero difficili da organizzare. In mancanza di solide basi pratiche, non possiamo fare altro che rimanere nella nebbiosa valle delle congetture.

Bibliografia
  • The Archaeology of the Weapons (1960), E. Oakeshott
  • Roman Military Equipment: From The Punic Wars To The Fall Of Rome (2006), M.C. Bishop & J.C.N. Coulston
  • The Sword in the Age of Chivalry (1964), E. Oakeshott
  • L’Esercito Romano. Armamento ed organizzazione. Volume II: da Augusto ai Severi (2008), G. Cascarino
  • L’Esercito Romano. Armamento ed organizzazione. Volume III: dal III secolo alla fine dell’Impero d’Occidente (2009), G. Cascarino & Carlo Sansilvestri
  • Le Legioni Romane. L’armamento in mille anni di storia (2006), S. Mattesini
  • Imperial Roman Legionary AD 161-284 (2003), Ross Cowan
  • The Roman cavalry: from the first to the third century AD (1992), Karen R. Dixon, Pat Southern
  • The Book of the Sword (1884), Sir Richard F Burton
  • Iron and steel in ancient times (2005), Vagn Fabritius Buchwald

13 pensieri riguardo “Spade (III): la Spatha

  1. complimenti bell’articolo, ma una tirata (vabbè ina ina) d’orecchie te la devo fare. dopo Marco Aurelio l’impero romano entra in crisi, certo militarmente era sempre avanti anni luce ai barbari, ma l’instabilità politica (non a caso si dice l’anarchia militare del 3°secolo), l’inefficienza delle strutture economiche e produttive e la parassitarietà della classe senatoria e della plebe dell’urbe portò alla decadenza dei secoli successivi.
    Poi se mi dici che a scuola la storia viene insegnata da cani… sono d’accordissimo!

  2. Complimenti per l’ottimo articolo, che ho letto tutto d’un fiato.
    Chiederei, se possibile, altre referenze fotografiche e/o illustrative dell’elmo sasanide (non serve un articolo a parte, basterebbe una – due fotine, perché da quella che c’è non si capisce granché).
    E i bizantini? Com’erano armati i discendenti orientali dei legionari, nella Guerra Greco Gotica e nelle altre folli spedizioni contro l’occidente ordinate da gisutiniano?
    Erano ancora legioni quelle che combatterono nella battaglia di Ninive, o assomigliavno già a qualcos’altro?
    E la cavalleria? Quali erano le tattiche di combattimento dei combattenti a cavallo?
    Grazie in anticipo, e ancora complimenti per gli articoli

    1. Sull’equipaggiamento del miles bizantino mi sono sempre domandato anche io motivo per cui ti consiglio per cominciare “La grande strategia dell’Impero Bizantino” di Edward Luttwak , in cui l’autore tratta in alcuni capitoli la questione basandosi proprio sui manuali militari bizantini pervenutici. Senza dubbio posso dirti che in età giustinianea la cavalleria costituisce il vero nucleo dell’esercito, il soldato Bizantino è infatti addestrato a combattere sia a cavallo che a piedi e perfino a maneggiare l’arco composito ricurvo ( retaggio unno) a cavallo esattamente come i popoli nomadi. Senza contare che diviene sempre più massiccio l’uso di cavalleria pesante da urto atta a sconvolgere le formazioni di fanteria, come già descrive Ammiano Marcellino nella sua storie.

  3. Complimenti, effettivamente tanto è stato scritto sui gladi ma davvero poco sulle spathe. Sulla germanizzazione dell’esercito è vero, ma non dimenticherei altri popoli che forse hanno influenzato ancor di più l’organizzazione l’armamento e le tattiche.
    Sui bizantini, so per certo che una nuova rivista on-line chiamata tagmata, i cui articoli dovrebbero uscire a Giugno-Luglio, tratterà tattiche armamento e organizzazione dell’esercito romano d’oriente all’epoca di Giustiniano.
    Grazie, per queste rubriche Zweilawyer.

  4. Molto bello l’articolo, ma una perplessità mi preme: come mai è datato 16 Aprile, se di fatto l’hai pubblicato dopo i post sull’evento a Roma?

  5. mi stavo ponendo una domanda, ma le spade medio-orientali, non erano anch’esse dritte come le loro controparti occidentali e solo poi si sono diffuse le cosiddette,usando un termine improprio, scimitarre?

  6. grazie per l’articolo

    La spatha è stata adottata a causa della decadenza nell’addestramento dei legionari, per cui era necessaria un’arma adatta a colpire soprattutto con il taglio e meno con la punta (come dice Oakeshott: la stoccata è un’arte acquisita, mentre menare fendenti è un gesto molto più naturale).

    ho sempre votato questa opzione, e Vegezio era d’accordo

    La spatha è stata adottata per non essere in svantaggio contro gli eserciti barbarici, che già utilizzavano delle lame più lunghe.

    da escludere. Per es. i Celti usavano spade lunghe anche all’epoca di Cesare prendendole di santa ragione dai legionari muniti di gladio.

    La spatha è stata introdotta dai soldati germanici che servivano nelle legioni, e sarebbe quindi frutto della barbarizzazione dell’esercito.

    ho sempre votato anche questa opzione, che in fondo è parte della prima causa come tu accennavi.

    La spatha ebbe successo perchè si adattava meglio al nuovo stile di combattimento dei romani, a ranghi meno serrati.

    più che una causa sembra una conseguenza.

    azzardo un’ idea: il modello Straubing/Nydam potrebbe essere un adattamento delle tecniche di affondo del gladio per i legionari barbari abituati alle spade lunghe per cercare di mantenere l’impostazione tattica precedente?

    1. Non sono d’accordo.
      1) Per prima cosa, occorre intendersi sul concetto di germanizzazione. Abbiamo indizi che nel periodo in cui la spatha viene a costituire la principale arma da taglio della fanteria (II-III secolo) sia in atto una particolare “germanizzazione” dell’esercito? Non direi proprio.
      Anzi, come illustrato da H. Elton, vi sono buoni motivi per ritenere che la cosiddetta germanizzazione non abbia mai riguardato porzioni consistenti dell’esercito, sino al V secolo inoltrato. Non dimentichiamo poi che l’esercito romano ha sempre fatto uso di ausiliari, tra cui sicuramente molti Celti, per secoli e secoli prima della cosiddetta “rivoluzione antonina”.
      2) Secondo punto: date per scontato che i germani fossero, per retaggio culturale, abituati a usare lunghe spade. Alcun indizio di ciò? Non mi risulta. Anzi, mi risulta che prima del III secolo gli (scarsissimi!) ritrovamenti di armi da taglio consistano di armi a corta lama (seax) o di vere e proprie repliche del gladio romano corto (non dell’hispaniensis, per intenderci). Quello che è chiaro, al contrario di quanto comunemente si pensa, è che siano stati i romani ad aver trainato la transizione verso la spatha ben oltre al limes. Non è un caso che un così grande numero dei primi ritrovamenti di spathae in territorio germanico sia di produzione romana. Altra cosa da non dimenticare è che una percentuale molto ridotta dei guerrieri germanici, dell’epoca delle invasioni barbariche (così come fu in età Vendel e fino alla prima età vichinga) possedeva effettivamente una spada. La lancia e il coltellaccio erano d’ordinanza 😉
      3) E’ mia opinione che il declino qualitativo dell’esercito romano sia un mito bello e buono. Vegezio è da molti ritenuto un “esperto da poltrona”, dotato di un’esperienza sul campo ben lontana da quella di Ammiano Marcellino. L’esercito cambiò perchè fu ritenuto opportuno cambiare. Strano, inoltre, che molti critici dell’esercito tardo imperiale non dirigano la propria critica verso l’esercito d’oriente nei secoli che seguirono. Il mito dell’esercito tardo romano “sfattone” è veramente duro a morire.

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