Schiavitù Bianca negli Stati Barbareschi

white slaveryIl prossimo volume della Zhistorica riguarderà uno degli argomenti più interessanti e meno trattati dalla storiografia moderna: la Schiavitù Bianca negli Stati Barbareschi.

Qualche anno fa ho scritto un articolo sullo Schiavismo Islamico, in particolare sulla tratta e sulle rotte sahariane delle carovane degli schiavisti arabi, ma ho solo accennato alla questione dei milioni di europei che, nel corso dei secoli, caddero in mano a questi ultimi.

Il testo su cui sto lavorando si intitola White Slavery in the Barbary States (1853) di Charles Sumner, uno dei senatori più importanti nella storia degli USA. Repubblicano e collaboratore di Abraham Lincoln, Sumner era un convinto abolizionista e, in tutta la sua opera, paragona la schiavitù dei neri negli Stati Uniti meridionali con quella dei bianchi nei territori nordafricani. A volte il parallelo è ardito, altre volte sensato, ma in ogni caso stimolò (e stimola tuttora) una riflessione storica, politica e sociale sul concetto di schiavitù.

  L’obiettivo di Zhistorica
Purtroppo molti storici di oggi sono costretti a fare i conti con un politicamente corretto che stringe sempre di più la libertà della ricerca, ed è per questo motivo che ho sempre avuto una fortissima attrazione per i testi antichi, specie quelli redatti fra il XVIII e l’inizio del XX secolo (per quanto ricchi di influenze anticlericali, antisemite o, per gli odierni standard, razziste). Sareste sorpresi di vedere in che modo questi documenti siano stati ritagliati, ripuliti e riproposti al pubblico come opere originali dal professore di turno. Con i volumi della Zhistorica, invece di appropriarmi di testi altrui, ho l’obiettivo di ripristinare il testo originale (tramite traduzione o, in caso di lingua italiana, “modernizzazione”) e arricchirlo con box di commento e link ipertestuali che possano agevolarne la lettura.

L’estratto:

L’argomento che voglio prendere in considerazione è la Schiavitù Bianca ad Algeri o, forse, sarebbe meglio chiamarla Schiavitù Bianca negli Stati Barbareschi.
Visto che Algeri era il suo centro, il suo nome è entrato nell’uso comune quando si parla di Schiavitù Bianca. Questo non comporta alcun problema, visto che parleremo, per l’appunto, di Schiavitù Bianca, o Schiavitù dei Cristiani, presso gli Stati Barbareschi.

Il soggetto potrebbe non essere particolarmente interessante, ma di certo è innovativo.Non siamo infatti a conoscenza di altri tentativi di sistematizzare il materiale frammentario che lo riguarda in un saggio omogeneo.

Il territorio che oggi facciamo rientrare nella denominazione «Stati Barbareschi» ha una storia importante. Iscrizioni classiche, archi diroccati e antiche tombe – le memorie di età differenti – rappresentano ancora una testimonianza istruttiva degli sconvolgimenti che lo hanno interessato.

Un’antica leggenda Greca lo considera la dimora del terrore e della felicità. Si trovava lì il rifugio della Gorgone, che con i suoi ricci di serpente trasformava in pietra tutto ciò che guardava; il giardino delle Esperidi, con i suoi pomi d’oro. È anche lo scenario di avventura e mitologia. Lì Ercole lottò con Anteo, e Atlante sosteneva, con le spalle doloranti, l’arco del cielo.

Gli esuli Fenici portarono sulla sua costa lo spirito del commercio; e Cartagine, che quei girovaghi fondarono lì, divenne la signora dei mari, l’esploratrice di regioni lontane, la rivale e vittima di Roma. Lì la forza e la furbizia di Giugurta avevano contrastato per un breve periodo la potenza di Roma, ma alla fine l’intera regione, dall’Egitto alle Colonne di Ercole, era stata annessa alla vorace repubblica dei tempi antichi.
La popolazione fiorente e il suolo fertile lo avevano reso un immenso granaio. Era ricco di città famose, una delle quali fu il rifugio e la tomba di Catone, fuggito dalle usurpazioni di Cesare.
Più tardi, alcuni dei vescovi più santi diffusero lì la Cristianità. Il fiume dei Vandali, che prima aveva devastato l’Italia, passò poi in quel terriorio, e le armate di Belisario ottenero lì le più grandi vittorie.

Successivamente dall’Arabia arrivarono i Saraceni,messaggeri di una nuova religione, e con i potenti mezzi di conversione rappresentati dal Corano e dalla spada, si riversarono su quelle coste diffondendo la fede e gli insegnamenti di Maometto.
Il loro impero non rimase all’interno di questi ampissimi confini, ma, sotto Musa, entrò in Spagna e arrivò fino a Roncisvalle, alla «dolorosa sconfitta», e batté la cavalleria Cristiana di Carlomagno in difficoltà.

charles sumner
l’autore dell’opera

Il potere Saraceno non ha più la sua unità o la sua forza. Guardando il territorio in oggetto, all’alba delle storia moderna, quando i paesi Europei appaiono nelle loro nuove identità nazionali, possiamo individuare cinque diverse entità politiche o stati: Marocco, Algeri, Tunisi, Tripoli e Barca. L’ultimo, di poca importanza, viene spesso incluso in Tripoli, ma tutti insieme costituiscono ciò che erano, e sono ancora, gli Stati Barbareschi.
Questo nome è stato talvolta riferito ai Berberi, o Berebberi, che costituiscono una parte della popolazione, ma preferisco seguire l’autorità classica di Gibbon, il quale pensa che questo termine, inizialmente concepito dall’orgoglio dei Greci per indicare gli stranieri, e infine riservato solo a coloro che erano selvaggi od ostili, sia ormai condiviso come denominazione locale per la costa settentrionale dell’Africa.

Gli Stati Barbareschi portano dunque la loro antica fama nel loro stesso nome.
Questi Stati occupano un posto importante nel mondo; a nord, bagnati dal Mediterraneo, possono avere scambi immediati con l’Europa Meridionale, tanto che Catone fu in grado di mostrare al Senato Romano fichi freschi raccolti nei giardini di Cartagine; confinanti a est con l’Egitto e ovest con l’Oceano Atlantico, e a sud con le vaste e indefinite sabbie del Sahara che li separa dal Sudan e dalla Negrolandia.
Hanno una posizione geografica che dà loro grandi vantaggi rispetto al resto dell’Africa – ad eccezione forse dell’Egitto – essendo loro permesso di comunicare facilmente con le nazioni Cristiane, e così, come anche in passato, entrare in contatto con l’ultimo avamposto della civiltà.

negroland
La Negroland, o Nigritia, era l’ampia fascia di territori che si estendeva dall’oceano atlantico all’africa centrale, appena sotto il deserto del Sahara e sopra la Guinea

Il clima è un’altra attrattiva della regione, che sfugge al freddo del nord e al caldo soffocante dei tropici, ed è ricca di aranci, limoni, olive, fichi, melograni e fiori meravigliosi.
La sua posizione e le sue caratteristiche invitano a una comparazione tanto singolare quanto suggestiva. È infatti posizionata fra il 29° ed il 38° parallelo nord, occupando in pratica la stessa posizione degli Stati Schiavisti dell’Unione che ora sembrano estendersi, ahimè, dall’Oceano Atlantico al Rio Grande. Gli Stati Barbareschi probabilmente occupano una superficie di 700.000 miglia quadrate, una misura analoga a quella occupata da quelli che potremmo chiamare Stati Barbareschi d’America.
E le similitudini non finiscono qui. Algeri, per lungo tempo il più detestabile luogo degli Stati Barbareschi, il centro principale della Schiavitù Bianca, una volta definito da un cronista indignato «la roccaforte del mondo barbarico» è collocato vicino al parallelo di 36°30’ latitudine nord, in linea con quello che è stato definito il Compromesso del Missouri, che segna la linea di confine della Schivitù cristiana, in America del Nord, a ovest del Mississipi.
Si possono identificare altri punti di contatto, meno importanti, fra i due territori.
Entrambi sono bagnati dall’oceano e dal mare per la medesima estensione, ma con una differenza: le due regioni sono bagnate dalle acque in modo diametralmente opposte, la Barbaria Africana a nord e a ovest, quella Americana a sud ed est. Non ci sono due territori della stessa estensione, sulla faccia della terra (e un esame delle mappa vi convincerà di quello che sto dicendo) che presentano così tante caratteristiche simili, sia che consideriamo la latitudine in cui sono situati, la natura dei loro confini, la loro produzione, il clima, o le «peculiari istituzioni domestiche» che hanno trovato accoglienza in entrambe.
Introduco questo parallelo farvi comprendere il più possibile, la posizione e le caratteristiche precise del territorio che era il centro del male che sto per descrivere.
Di certo sarebbe interessante comprendere per quale motivo la schiavitù Cristiana, abolita in tutta Europa e in quelle parti del globo che giacciono sulla medesima latitudine, sia riuscita a stabilirsi in entrambi gli emisferi nei medesimi paralleli di latitudine, tanto che Virginia, Carolina, Mississipi e Texas dovrebbero essere considerati l’equivalente americano di Marocco, Algeri, Tripoli e Tunisi.
Questa insensibilità nei confronti delle richieste di giustizia e umanità, presente in entrambe le regioni, deriva forse dalle similitudini in fatto di clima, di indolenza dell’istruzione, di debolezza e di egoismo.

Un Mosaico Svelato. Giuliano e gli Ebrei

huqoq mosaicUn Mosaico Svelato. Giuliano e gli Ebrei, è un articolo che ho scritto per il think-tank Progetto Dreyfus pochi giorni fa. Visto che si tratta di un argomento di particolare interesse, ve lo propongo anche qui.

Pochi giorni fa sono divenute di pubblico dominio le scoperte archeologiche fatte, negli ultimi anni, presso Huqoq, un villaggio della Bassa Galilea. La più interessante riguarda senza dubbio il mosaico ritrovato fra i resti di una sinagoga del V secolo.

Ad effettuare gli scavi è stato il team della Professoressa Jodi Magness, della University of North Carolina, la quale ha rilasciato le seguenti dichiarazioni:

“[il mosaico] è composto da tre differenti strisce che contengono figure umane e animali, compresi degli elefanti. Quella più in altro, la più grande, mostra l’incontro fra due uomini, che forse rappresentano Alessandro Magno e un alto religioso Ebreo.” 

Per la prima volta, dunque, troviamo all’interno di una sinagoga una scena tratta dalla storia e non dal Vecchio Testamento.

Pur apprezzando lo sforzo interpretativo della Prof.ssa Magness, non appena ho visto le foto del mosaico ho pensato che l’uomo raffigurato non fosse Alessandro Magno, ma un grande imperatore romano che, però, regnò solo per tre anni (360-363): Flavio Claudio Giuliano.

Per le sue credenze pagane, egli fu soprannominato l’Apostata.

Per quale motivo ritengo che il mosaico ritragga Giuliano e non Alessandro? Ve lo spiego subito.

mosaico sinagoga

Giuliano mostrò sempre grande amicizia nei confronti del popolo ebraico, tanto che le fonti riferiscono unanimemente che egli aveva intenzione di ricostruire il Tempio.

Al giorno d’oggi potremmo considerarlo un conservatore (con tutte le cautele necessarie all’applicazione di categorie moderne all’evo antico), ma in realtà Giuliano apprezzava i popoli che rimanevano fedeli alle proprie tradizioni. Questo lo portò a lanciare ai cristiani accuse del genere: “Perché voi Galilei avete dimenticato l’antico credo degli Ebrei, assieme a tutti i suoi insegnamenti e le sue cerimonie?”

Egli sosteneva la superiorità del paganesimo rispetto alle altre religioni, ma ciò non gli impedì di dire, sempre ai cristiani: “considerata nel suo complesso, è preferibile  la religione di Israele al vostro credo appena creato.”

Probabilmente Giuliano aveva un’ottima conoscenza del Vecchio Testamento o, meglio, della sua traduzione in greco.

Nella sua famosa lettera agli Ebrei, egli definisce “fratello” il Patriarca Hillel II (“Iulon”) Nasi del Sinedrio per quasi 65 anni (320-385). Nella stessa missiva, Giuliano sancisce l’abolizione delle imposte speciali chieste agli ebrei ed esprime la volontà di “vederli prosperare ancora di più”. Sottovalutata è invece una richiesta fatta dall’Imperatore agli ebrei, quella di “pregare il Creatore (“demiurgo”)” per lui.

Nell’estate del 362, Giuliano (oltre a essere un filosofo si dimostrò un eccellente generale e guerriero) era ad Antiochia, pronto a lanciare una violenta campagna militare contro i sasanidi. Si mosse alla testa dell’esercito quasi un anno dopo, nella primavera del 363.

È questo il periodo, durato meno di un anno, cui si riferiscono i mosaici di Huqoq?

Dalla testimonianza di un monaco di Edessa del VI secolo, pubblicata nel 1880 a Leiden con il titolo Julianos der Abtruennige e riportata da The Jewish Quarterly Review, Vol.5, No.4 (Jul.,1893) a pagina 620 , sappiamo che Giuliano, all’inizio della sua spedizione contro i Sasanidi, fu raggiunto a Tarso da una processione di ebrei provenienti da Tiberiade. Costoro gli chiesero umilmente di poter ricostruire il Tempio, e Giuliano diede loro il permesso di iniziare a gettare le fondamenta (visto che avrebbe ricostruito il Tempio al ritorno dalla spedizione militare). È proprio questo, penso, l’episodio rappresentato nei mosaici scoperti a Huqoq. L’antico insediamento ebraico era infatti a 10 km da Tiberiade e quest’ultima era stata completamente distrutta dai romani solo nove anni prima durante la Rivolta contro Gallo.

“L’alto religioso Ebreo” menzionato dalla Prof.ssa Magness potrebbe essere il capo della delegazione inviata da Tiberiade all’Imperatore romano, ma, visto che la città non era stata ancora del tutto ricostruita, è anche possibile che diversi religiosi si fossero spostati nei centri vicini com’era, appunto, Huqoq.

giuliano mosaico
Comparazione fra la figura trovata ad Huqoq e alcune rappresentazioni di Giuliano l’Apostata.

Un altro particolare che mi fa propendere per questa interpretazione è che tutte rappresentazioni artistiche di Giuliano sono estremamente simili al ritratto contenuto nel mosaico di Huqoq. Al contrario, quelle di Alessandro non hanno né la barba, né la sottile fascia per i capelli, che invece sono sempre presenti in quelle di Giuliano.

Comparazione fra le rappresentazioni artistiche di Giuliano. In alto a sinistra il particolare del mosaico di Huqoq.

Anzi, durante la sua permanenza in Oriente, la satira degli abitanti di Antiochia su Giuliano riguardava spesso la sua barba, cosa che lo spinse a scrivere un libello satirico di risposta intitolato Mispogon (“il nemico della barba”).

Inoltre, la vicinanza cronologica fra la sinagoga in cui sono stati trovati i mosaici (V secolo) e la permanenza di Giuliano in quei territori (fine IV secolo) lascia presupporre una connessione molto più stretta con l’Imperatore che non con Alessandro Magno.  È anche molto probabile che il mosaico sia stato posato qualche anno prima dell’abbandono della sinagoga in questione, portandoci quindi a una sovrapposizione cronologica perfetta con l’episodio narrato dal monaco di Edessa.

Quanto gli elefanti, che, temo, siano stati il motivo che ha spinto la Prof.ssa Magness a dare una didascalia frettolosa dei mosaici, bisogna sottolineare che furono utilizzati spessissimo dai sasanidi, specie contro i Romani.

A questo punto però, assodato che gli elefanti del mosaico non rappresentano quelli incontrati da Alessandro Magno, è necessario fornire due interpretazioni alternative circa la loro presenza nella sinagoga di Huqoq.

Sappiamo infatti che, nella decisiva Battaglia di Maranga, il 22 giugno 363, Giuliano sconfisse l’esercito sasanide, il cui centro era formato da elefanti da guerra. Tuttavia, l’Imperatore morì pochi giorni dopo per le ferite causate da un giavellotto (che alcune fonti dicono scagliato da un legionario cristiano).

Il mosaico potrebbe essere quindi antecedente alla morte di Giuliano, e quindi darci un’istantanea dell’incontro fra Giuliano e gli ebrei nell’imminenza della campagna contro i sasanidi, oppure essere successivo.

In questo caso sarebbe una straordinaria testimonianza di quella pace fra romani ed ebrei che, sembrata impossibile per secoli, era stata sancita in modo inequivocabile dal potere imperiale per finire in frantumi poco dopo a causa della guerra con i sasanidi (rappresentati per mezzo della loro unità militare più rappresentativa, gli elefanti).

Resta da chiedersi, ed è uno scenario ucronico di eccezionale interesse, cosa sarebbe accaduto al popolo ebraico se Giuliano, tornato dalla guerra, avesse lavorato per farlo prosperare nella sua terra dopo avergli restituito il Tempio.

Figli di Puttana nella Storia: Pregeant de Bidoux

Pregeant de Bidoux è uno dei tanti personaggi straordinari finiti del dimenticatoio della storiografia italiana.

Qualche anno fa lo citai nell’articolo sull’Assedio di Rodi del 1522, suscitando grande curiosità sulla sua figura (tanto che, nel 2013, fu oggetto di un meme di Feudalesimo e Libertà che riportava un passo del mio articolo). Prima di inziare a parlarvi di Pregeant de Bidoux, italianizzato Pregianni, vorrei ringraziare lo staff del sito www.corsaridelmediterraneo.it, da cui ho attinto una parte sostanziosa delle informazioni necessarie alla stesura del pezzo. Oltre a spulciare le monografie dei vari corsari, vi consiglio di consultare anche la ricchissima bibliografia presente nel menzionato sito. Il lavoro che hanno fatto sulle fonti è impagabile e degno della migliore storiografia.

Il buon Pregianni nasce in Guascogna attorno al 1468 in una famiglia nobile. Tuttavia, fin da giovane mostra un’eccezionale propensione per l’avventura e la guerra per mare. La sua presenza è segnalata a Marsiglia nel penultimo decennio del XV secolo e a vent’anni circa gli viene dato il comando di una galea alle dipendenze dei Cavalieri di Rodi. La guerra di corsa diventa la sua vita.

  La Guerra di Corsa
Azione bellica esercitata da privati, con l’autorizzazione dello stato, a danno del naviglio mercantile nemico; si differenzia dalla pirateria che ha come unico scopo quello di depredare le navi assalite, a prescindere dalla nazione a cui appartengono. La guerra di corsa ebbe inizio nel Medio Evo e rappresentò la difesa privata contro la pirateria.

Nel marzo 1495 prende parte al fallito tentativo francese di conquistare Ischia ed è costretto a riparare a Genova. Sull’isola si è rifugiato Ferdinando II, Re di Napoli, il giorno successivo all’arrivo di Carlo VIII a Napoli. L’azione si inserisce nel teatro bellico della Prima Guerra Italiana (1494-1495), che vede una proliferazione di scontri e scaramucce lungo tutta la penisola e si conclude con la studiatissima (visto che ancora oggi gli storici si accapigliano su chi ne sia uscito vincitore e chi sconfitto) Battaglia di Fornovo.

Nelle mani dei francesi rimane infine solo Gaeta, sottoposta a un blocco navale da parte di Federico I, succeduto al nipote Ferdinando II (cui prende parte anche il famoso Ettore Fieramosca). Pregianni, che comanda 3 galee, 2 galeoni e le galeazze Notre-Dame-Sainte-Marie e La Louise, prende il mare nell’estate del 1496 e raggiunge l’isola per portare viveri e soccorsi ai difensori.

Il blocco navale dell’isola è diretto da Domenico Malipiero, quasi settantenne provveditore della flotta veneziana (autore de Annali veneti dall’anno 1457 al 1500, stampato a Firenze nel 1843). Pregianni non si fa intimorire. Dopo essersi aperto un varco a colpi di cannone, fa sbarcare gli aiuti e poi torna a Marsiglia.

Un paio di mesi dopo l’impresa di Gaeta, Pregianni si trova di nuovo di fronte Domenico Malipiero. Questa volta la città da rifornire è Livorno, assediata da Massimiliano d’Austria e dai Veneziani.

Pregianni riesce ad aggirare le 27 navi di Malipiero. Sfruttando il vento, i suoi 26 vascelli sono fuori dalla portata dell’artiglieria veneziana. A Livorno arrivano quindi viveri e soldati.

Pregianni riprende il mare immediatamente e punta ancora su Gaeta, ma questa volta la spedizione non ha successo, e nel novembre 1496 la città finisce per capitolare. Nei due anni successivi, Pregianni si guadagna sempre più la fiducia di Carlo VIII. Nel 1497 salva Marsiglia dalla carestia sequestrando una nave genovese carica di grano, mentre l’anno successivo viene spedito dal nuovo Re di Francia (Luigi XII) a Roma, per ottenere una dispensa papale che gli permetta di sposare Anna di Bretagna, già moglie di Carlo VIII. Nel viaggio di ritorno, trova anche il tempo di portare Cesare Borgia da Ostia a Marsiglia, in vista delle sue nozze con Charlotte d’Albret.

cesare borgia
Cesare Borgia, uno dei tanti personaggi storici incrociati da Pregianni.

L’ultimo anno del secolo, il 1499, inizia la sua opera di contrasto della marina ottomana. Si unisce con 4 galee e 2 brigantini alla flotta veneziano-gerosolimitana comandata da Guy de Blanchefort, futuro Gran Maestro degli Ospitalieri.

Pregianni si distingue per l’enorme numero di azioni portate a termine con successo. Nell’estate dello stesso anno riesce a impadronirsi di dieci imbarcazioni ottomane in un sol colpo, e nella primavera successiva riesce a distruggere l’arsenale di Volo, dove sono stoccati 9.000 remi, dopo essere sbarcato con 600 soldati greci e albanesi.

Continua a catturare o distruggere imbarcazioni militari e commerciali ottomane per tutto l’anno 1500, che conclude con una sua partecipazione attiva all’Assedio di Cefalonia.

Fra 1501 e 1502 prende parte sia al fallito tentativo di strappare Militene al dominio turco (operato dal Gran Maestro Pierre d’Aubusson, che aveva difeso Rodi nell’Assedio del 1480) sia a quello, coronato dal successo, di conquistare l’isola di Santa Maura (Leucade).

I veneziani rimangono talmente impressionati dalle sue capacità da offrirgli il comando di una squadra navale e un ricchissimo stipendio, che Pregianni rifiuta.  Nei due anni successivi, di nuovo al servizio della Francia, mette a dura prova le forze navali spagnole che incrociano nel sud Italia. Riporta la sua prima ferita durante un abbordaggio: un chiodo gli trapassa un piede quando salta sul ponte di una nave mercantile.

Continua a concedere i suoi servizi alla Francia e, sporadicamente, ai Cavalieri Ospitalieri, di cui è membro.

La considerazione che Luigi XII ha nei suoi confronti lo porta a ricevere, nel 1507, l’importante incarico di fare in  modo che Luciano Grimaldi riconsegni alla Francia il Principato di Monaco. Pregianni ha poco tempo a disposizione (e riesce a ottenere solo una generica promessa di restituzione), poiché deve portarsi a Savona per essere maestro delle cerimonie durante l’incontro fra Luigi XII e Ferdinando II.

Dopo aver servito ancora la Francia contro Venezia, a Pregianni viene richiesto di spostarsi sulla costa atlantica francese (passa quindi dalla flotta di Levante a quella di Ponente), dove incrociano le navi dell’ammiraglio inglese Edward Howard.

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La Cordelière (francese) e la Regent (inglese) bruciano durante la Battaglia di Saint-Mathieu, nell’agosto del 1512.

Nell’aprile 1513, dopo una serie di operazioni navali davanti alla cittadina di Brest, Edward Horward punta dritto alla nave “La Générale” di Pregianni con 6 delle sue imbarcazioni. Il francese però colpisce duro, distruggendo a colpi di cannone due vascelli nemici. Gli inglesi riescono comunque ad abbordare l’ammiraglia di Pregianni, ma vengono massacrati ed i loro corpi gettati in mare.

Edward Howard muore nello scontro, ma Pregianni si rifiuta di consegnare il cadavere agli inglesi. Preferisce infatti farlo imbalsamare (!) e tenerlo per sé come grottesco ricordo della sua vittoria.

Nel 1514, divenuto il terrore delle città costiere inglesi, tenta uno spericolato raid su Brighton. Dopo essere riuscito ad incendiare un bastione, Pregianni viene ferito gravemente a un occhio da una freccia nemica. Riesce comunque a riparare a Boulogne, dove ringrazia la Madonna (in senso letterale, presso la locale chiesa di Notre-Dame) per aver perso solo un occhio.

Pochi mesi dopo, Pregianni torna a operare sulle coste mediterranee. Il suo nemico questa volta è Andrea Doria, il famoso ammiraglio genovese suo coetaneo.

Durante il loro primo scontro, davanti alle isole di Hyeres, Doria è costretto a battere in ritirata. A meno di due anni di distanza, Pregianni si trova invece al fianco di Andrea Doria e dello Stato Pontificio nella lotta al corsaro Curtogoli, che infesta il Tirreno.

Non riuscendolo a scovare, la flotta cristiana prende di mira le basi di ques’utlimo, situate presso Biserta, sulla costa tunisina. I cristiani però finiscono massacrati quando Curtogoli li coglie di sorpresa mentre sono a terra alla ricerca di bottino. I genovesi subiscono perdite pesantissime, mentre Pregianni riesce a mettere in salvo i suoi e a continuare le sue scorrerie sulla costa nordafricana.

Ritornato a Marsiglia, Pregianni sembra perdere parte del suo furore. Il nuovo sovrano francese, Francesco I, l’anno precedente lo aveva declassato a luogotenente (mentre prima era Generale delle galee del Levante) e sembra, in generale, apprezzarlo di meno rispetto ai suoi predecessori.

Decide quindi di ritirarsi a Sant-Gilles, capitolo degli Ospitalieri di cui è priore, e chiede a Francesco I il permesso di trasferirsi nell’isola governata dall’Ordine: Rodi. Il beneplacito del sovrano arriva nel 1517 e, nel 1518, Pregianni arriva a Rodi, dove viene preposto alla difesa dell’isola di Kos, di Calino e di Saria.

Gravure de la forteresse de Neratzia à Kos vers 1522
Fortezza di Neratzia a Kos nel 1522 (da http://dominicus.malleotus.free.fr/)

Pregianni non rimane in difesa statica delle isole, ma continua la sua attività di corsaro degli Ospitalieri, incrociando spesso nelle acque di Cipro. Come detto dal De Caro nel passo riportato qui sotto, Pregianni “amava la guerra e odiava i turchi”, ed è forse per questo che, richiamato in patria da Francesco I, preferisce rimanere a Rodi.

Qui, nel 1522, Solimano il Magnifico è pronto a far sbarcare 100.000 uomini e migliaia di operai per distruggere, una volta per tutte, gli Ospitalieri.

In uno degli assedi più incredibili del XVI secolo, Pregianni svolge un ruolo da protagonista.

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La descrizione di Pregianni fatta da Luigi De Caro in “Storia dei gran Maestri e cavalieri di Malta: volume II” (1853).

L’enorme flotta turca arriva il 26 giugno 1522, ma Pregianni riesce comunque a raggiungere Rodi e a entrare nella fortezza.

L’assedio si trasforma ben presto in un bagno di sangue. Decine di migliaia di turchi vengono massacrati sotto le mura, e Pregianni è sempre in prima fila. Assieme all’artigliere veneziano Gabriele Tadino di Martinengo, difende il baluardo di Sant’Atanasio.

La guerra di mina e contromina è devastante. Per 32 volte Gabriele di Martinengo riesce a piazzare bene la contromina e a far saltare il tunnel nemico, ma il 4 settembre i turchi riescono ad aggirare le difese sotterranee dei Cavalieri e fanno saltare in aria un bastione.

La battaglia che segue dura tutta la giornata. I Cavalieri si piazzano sulle mura diroccate e suoi bastioni caduti respingendo ondate di turchi.

Pregianni combatte con tanta furia da spezzare la lama del suo spadone. Continua a colpire prima usando il pomo come un martello da guerra, poi utilizza le pietre staccatesi dalle mura. Alla fine, un colpo di archibugio gli passa il collo da parte a parte. Pregianni stramazza sui cadaveri dei nemici uccisi.

pregianni

Incredibilmente, Pregianni è ancora vivo. Il colpo non ha toccato la giugulare e la carotide. In pochi giorni si ristabilisce e cerca di sopperire all’assenza di Gabriele di Martinengo, ferito all’occhio e costretto a letto.

Pregianni, considerato quasi immortale dai suoi uomini, sovraintende alla riparazione delle mura utilizzando i consigli di Martinengo.

Il 12 ottobre i turchi tentano una scalata notturna del bastione inglese. Pregianni e i suoi uomini li scoprono e li massacrano. Il giorno successivo Pregianni fronteggia un nuovo assalto in massa e infligge tali perdite ai nemici da convincerli a sospendere gli attacchi per qualche tempo.

Diventa però sempre più chiaro che i Cavalieri non possono resistere per sempre.

Dopo aver resistito ad altri assalti, all’inizio di dicembre il Gran Maestro decide di chiedere proprio a Pregianni e Martinengo, i due che si erano più distinti durante l’assedio, se sia il caso di trattare la resa.

Storia dei gran maestri e Cavalieri di Malta   L de Caro   Google Libri

Sia i Cavalieri favorevoli alla resa, sia parte della cittadinanza temono che Pregianni e Martinengo siano pronti a consigliare al Gran Maestro L’Isle-Adam una strenua difesa, ma si sbagliano. I due infatti, dati alla mano, gli fanno capire che ci sono le condizioni per resistere al massimo a un solo assalto. Mancano munizioni, viveri e, soprattutto, mancano anche gli uomini per manovrare l’artiglieria.

Al contrario, l’Isle-Adam è deciso a far compiere a tutti i Cavalieri e all’intera città l’estremo sacrificio. Prevalendo il partito della resa, l’11 dicembre si aprono le trattative con i turchi e si scambiano gli ostaggi.

La tregua però viene interrotta dall’idiozia di un Cavaliere, de Fournon, che scarica un cannone su un gruppo di turchi inermi nei pressi delle mura.

Solimano risponde con l’ennesimo cannoneggiamento della città e un nuovo assalto generale, ma alla fine entrambi le parti decidono di porre fine al massacro e firmano le condizioni di resa concordate l’11 dicembre. Pregianni è fra gli ostaggi consegnati a Solimano.

Il primo giorno del 1523 i Cavalieri e i cittadini sopravvissuti, circa 5.000, prendono il mare alla volta di Candia, abbandonando per sempre Rodi. A guidare la nave del Gran Maestro c’è, ovviamente, Pregianni.

Nel 1524, il corsaro francese torna nella sua Marsiglia, e negli anni successivi lo troviamo a capo di un’ambasceria in Inghilterra presso Enrico VIII e a svolgere altri compiti militari e diplomatici.

La guerra ai turchi però rimane nel suo cuore, tanto che, nell’agosto 1528, decide di mettersi all’inseguimento di una galea ottomana avvistata nei pressi di Marsiglia. Nonostante i 50 anni, Pregianni guida l’abbordaggio, ma viene ferito gravemente.

I suoi lo portano a Nizza, dove muore.

La sua storia finisce qui. E inizia la sua leggenda.

Pregianni ha servito tre re francesi, due Gran Maestri degli Ospitalieri, e ha incontrato (il più delle volte “scontrato”) un numero impressionante di famosi personaggi storici. Da Ettore Fieramosca ad Andrea Doria, da Cesare Borgia a Enrico VIII, dal corsaro Curtugoli a Luciano Grimaldi, tutti hanno avuto modo di apprezzare le sua qualità diplomatiche e militari.

La storiografia italiana, Luigi De Caro a parte, non gli ha mai prestato grande attenzione, ma quella francese ha speso per lui grandi elogi.

Louis Nicolas, nella sua Histoire de la marine française (Parigi, 1961) lo definisce, a ragione, “Le plus grand marin du siècle”, “il più grande marinaio del secolo”.