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Gli Arabi in Israele: un Documento del 1952 (parte I)

arabs_israelQuesta è la prima parte di un documento, The Arabs in Israel, pubblicato dall’Ufficio Israeliano per l’Informazione nel gennaio 1952.

Ne sto curando una traduzione italiana, arricchita di altri link e commenti, che metterò a disposizione in modo gratuito e in un pdf unico dopo l’estate.

Penso possa essere un’iniziativa molto interessante per chi desidera conoscere un periodo storico di cui molte persone si presumono esperte.

Mi riservo di trattare l’argomento “studi storici” in un prossimo articolo, sottolineando come la storiografia odierna si stia adagiando su una sequela di copia e incolla da libri recenti (un eccesso del famoso adagio “dai libri si fanno altri libri). L’interesse verso le fonti sembra scemare proprio nel momento in cui gli archivi di tutto il mondo stanno digitalizzando testi che per generazioni sono stati accessibili solo a pochi fortunati. Gli storici moderni devono imparare a gestire questi nuovi strumenti e a processare quantità di informazioni che i loro colleghi del passato non potevano immaginare.

GLI ARABI IN ISRAELE

1. Background Storico

Gli Arabi di Palestina censiti alla fine del 1947 erano circa 1.300.000, di cui 1.170.000 Musulmani e 130.000 Cristiani. Di questo totale circa 700.000 vivevano nel territorio che ora costituisce lo Stato di Israele. I cristiani erano suddivisi in numerose comunità – Greco-ortodossi, Cattolici di Rito Greco, Latini, Maroniti e diverse denominazioni Protestanti. C’erano, in aggiunta agli arabi, piccoli gruppi di religiosi e minoranze nazionali, come i Drusi, i Circassi, gli Armeni, ecc.

La massiccia immigrazione ebraica fra fine XIX secolo e primi decenni del XX ebbe il suo apice nel corso degli anni’30. Già nel 1932, gli ebrei costituivano il 20% della popolazione palestinese.

In base al loro status sociale e alla collocazione, circa 850.000 Arabi di Palestina abitavano nei villaggi, 400.000 abitanti nelle città e 50.000 – 60.000 erano nomadi e semi-nomadi (beduini).

Il tenore di vita medio degli Arabi Palestinesi era piuttosto elevato rispetto a quello dei vicini paesi Arabi. I loro villaggi prosperavano. I loro agrumeti e gli altri frutteti crescevano di anno in anno. Anche l’economia del comune fellah aveva raggiunto un certo grado di modernizzazione. Il commercio Arabo era ramificato e ben sviluppato. Era servito da due banche nazionali Arabe e dalle banche internazionali che lavorano nel paese. Anche l’industria stava mostrando progressi significativi. Oltre alle antiche arti e mestieri, erano riconoscibili i primi accenni di un moderno sviluppo industriale, soprattutto nel ramo tessile, in quello del tabacco e dei materiali da costruzione.

Le condizioni di salute stavano migliorando costantemente. La mortalità infantile era scesa dal 186 per mille del 1922 al 90 per mille del 1946. Il tasso di mortalità generale era diminuito in maniera analoga, e l’aspettativa di vita alla nascita era più alta fra gli Arabi palestinesi rispetto a tutte le altre comunità Arabe in Medio Oriente. I Servizi sanitari statali erano più avanzati rispetto agli adiacenti paesi Arabi, sebbene gli Arabi stessi avessero fatto un piccolo sforzo indipendente in questo settore. Il progresso generale si rifletteva anche in ambito educativo. L’analfabetismo era sceso di anno in anno. La percentuale di bambini che frequentavano le scuole elementari era stato stimato dall’ Autorità Mandataria al 48 per cento per entrambi i sessi e al 70 per cento per i maschi – una percentuale sostanzialmente superiore a quella dei paesi Arabi vicini.

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Da un sito di propaganda palestinese. Nel periodo in cui Gaza fu governata da Israele, l’aspettativa di vita media degli arabi palestinesi passò da circa 50 a 70 anni

Le scuole secondarie erano relativamente ben frequentate, e anno dopo anno centinaia di giovani Arabi hanno lasciato la Palestina continuare gli studi universitari all’estero.

Questo notevole progresso è dovuto in misura significativa ai grandi progressi compiuti dal paese sotto la spinta dello sforzo Ebraico di ricostruzione. Per più di sei decenni gli Ebrei hanno riversato le loro energie, abilità e risorse nella reclamazione della loro antica terra. L’effetto è stato una trasformazione che non ha paragoni nel Medio Oriente. Il reinsediamento ebraico ha prodotto un crescente mercato interno per i prodotti arabi e ha portato prosperità ai fellahin, che ha rappresentavano la maggioranza della popolazione. L’esempio dato dai coloni Ebrei e dai loro metodi scientifici hanno avuto un effetto stimolante sull’agricoltura araba. Il lavoro degli istituti di ricerca Ebrei nel campo delle malattie del mondo animale e vegetale, la scoperta di usi industriali per eccedenza agricola e l’apertura di nuove fonti idriche grazie agli sforzi Ebraici ha dato un forte impulso al progresso rurale Arabo. Alla stesso tempo la coltivazione di agrumi, l’industria, l’edilizia e le importazioni degli Ebrei avevano dato impieghi ben remunerati al alla forza lavoro Araba nonché alzato gli standard della sua popolazione lavoratrice.

I notevoli risultati del Movimento operaio ebraico agirono anche come un incentivo per il organizzazione sindacale del commercio Arabo. Il grande contributo ebraico alle entrate finanziarie consentì al Governo di concedere un importante sgravio fiscale per la popolazione rurale Araba e di migliorare la salute del paese, l’educazione ed i servizi sociali. Il grande lavoro degli Ebrei in funzione antimalarica e di bonifica ha portato grandi benefici alla popolazione Araba, che è stata anche servita in tutto il paese dalle Istituzioni Ebraiche di salute pubblica e del walfare. Il risultato più sorprendente di questi sviluppi è stata la costante la crescita della popolazione Araba: durante i 30 anni di Mandato è aumentata di oltre il cento per cento.

“Il generale effetto benefico dell’immigrazione Ebraica sul benessere della popolazione Araba“, scriveva la Commissione Reale per la Palestina nel 1937, “è illustrato dal fatto che l’aumento della popolazione Araba è più marcato nelle aree urbane interessate dallo sviluppo ebraico.

Il numero dell’Aprile 1960 di Scientific American riporta alcuni dati di fine anni ’50 che testimoniano l’enorme sforzo fatto da Israele in quella che una volta era una florida provincia romana:

La terra di Israele aveva condiviso il destino di tutte le terre in Medio Oriente. Con il venir meno dell’Impero Bizantino, circa 1.300 anni fa, si era avuto un calo della produttività, della popolazione e della cultura[...] rovine di dighe, acquedotti e colture a terrazza, di città, ponti e pavimentato strade testimoniano quella terra una volta aveva sostenuto una grande civiltà con una popolazione molto più grande e in uno stato di benessere superiore.

Israele ha prosciugato 18.000 ettari di paludi ed ha esteso l’irrigazione a 132.000 ettari; ha incrementato in maniera esponenziale fornitura di acqua sotterranea dai pozzi ed è a buon punto nel lavoro di deviazione e uso delle scarse acque superficiali. [...] ha piantato 37 milioni di alberi [...]

Il notevole progresso economico e culturale così realizzato dagli Arabi di Palestina durante il Mandato fallì, tuttavia, nel mitigare anche solo in minima parte la loro ostilità verso l’immigrazione Ebraica e le attività sviluppate, cui questi progressi erano dovuti in larga misura. Questa ostilità, che ha trovato espressione in violente agitazioni, in campagne di boicottaggio e ripetuti attacchi omicidi contro la popolazione Ebraica, è diventato la caratteristica dominante della vita politica del paese ed ha monopolizzato le forze pubbliche e sociali nella comunità Araba. Gli Arabi che aspiravano ad un pacifico accordo tra i due popoli erano pochi e mancavano della forza necessaria a rendere i loro sforzi efficaci. Anzi, l’atmosfera generale di ostilità era così intensa che anche quelli ricerca di una soluzione pacifica potevano esprimere le proprie opinioni solo in privato, mentre in pubblico approvavano il programma nazionalista.

Alla fine il controllo politico si concentrò nelle mani del Supremo Comitato Arabo (Arab Higher Commitee), che godeva di indiscussa autorità tra gli Arabi in Palestina ed il sostegno esterno della Lega Araba. La presidenza del Comitato fu riservata all’assente “Leader”, l’ex Mufti di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini. Dopo essere stato uno stretto collaboratore di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale, Haj Amin riuscì, nel 1946, a trovare riparo e stabilire la sua sede al Cairo. I membri più importanti del Supremo Comitato Arabo erano Jamal al-Husseini, il dottor Hussein al-Khaldi, Ahmed Hilmi Pasha e Emil Ghoury. Il Comitato riuscì, durante la fase finale, a unire le due formazioni para-militari, Al-Futuwa e An-Najjada, nella militante “Organizzazione della Gioventù Araba” che costituì la punta di diamante della successiva attacco Arabo agli Ebrei.

Amin al-Husseini saluta a braccio teso le SS bosniache musulmane

Era questa, in breve, la posizione degli Arabi di Palestina quando l’Assemblea Generale della Nazioni Unite, con la risoluzione del 29 Novembre 1947, aveva stabilito la costituzione di due Stati indipendenti, uno Ebraico e uno Arabo, in Palestina. Se gli Arabi avessero accettato e dato seguito alla decisione, si sarebbero assicurati il controllo sovrano su metà del paese, sarebbero potuti rimanere tutti nelle loro case e  avrebbero ottenuto i maggiori benefici materiali derivanti dall’Unione Economica proposta dallo Stato di Israele.

Tutto questo non accadde. Non appena venne annunciata la decisione dell’Assemblea Generale, gli Arabi la rifiutarono e presero le armi contro i loro vicini Ebrei. Il Supremo Comitato Arabo guidò la campagna con il supporto attivo e passivo della maggior parte della popolazione Araba. I membri del Comitato residenti al Cairo e a Damasco si presero in carico il finanziamento, i rifornimenti e l’equipaggiamento, nonché le relazioni con la Lega Araba e diversi Stati Arabi. Quelli che rimasero a Gerusalemme assunsero la direzione tattica e strategica delle operazioni, la distribuzione dell’equipaggiamento e dei fondi ricevuti dai paesi Arabi, lo spiegamento delle forze e l’esecuzione delle direttive ricevute dal Cairo e da Damasco. I comandanti supremi in sul campo erano: Abd al-Kader al-Husseini nel distretto di Gerusalemme e Hassan Salama della regione di Jaffa-Ramle. Al nord, dove non c’erano leader locali, il comando fu preso dal siriano Fawzi al-Qawuqji, che si mise alla testa del cosiddetto “Esercito di Liberazione” costituito da volontari provenienti da Palestina, Siria e Libano.

Map/Still:UN partition plan for Palestine adopted in 1947.
La spartizione rifiutata dagli arabi alla fine del 1947

Prossimo (interessantissimo) capitolo: 2. La Guerra contro Israele.

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Pallywood: la Fabbrica dei Falsi

La foto qui sotto gira da qualche giorno tramite la condivisione su facebook e sui blog.

Si tratta di falsi conclamati messi in giro da Hamas e dai movimenti pro-Palestina, i quali speculano in modo indegno (e ottengono i fondi necessari a proseguire la guerra) mostrando i cadaveri di bambini uccisi in altre regioni del mondo islamico.

pw1 - Copia - Copia

Per quanto riguarda il bambino coperto di sangue accanto alla madre morta, posso assicurarvi che entrambi sono palestinesi vivi e vegeti. Se la ridono alla grande pensando a quanti soldi hanno procurato ad Hamas.

Pw2 - Copia

I due poveri bambini in alto a destra sono stati vittime di un attacco di Hassad contro i ribelli siriani. La propaganda palestinesi li ha rivenduti vittime dei nasuti sionisti.

In basso a sinistra, i bambini massacrati in Siria il 6 agosto 2013, questa volta dai ribelli siriani, vengono fatti passare per vittime palestinesi.

Anche le altre tre foto rimanenti provengono dalla Siria. Ridicola in particolare quella del bambino con tre ak-47 puntati contro, visto che si tratta di un’arma non in dotazione all’IDF. Molte di queste foto sono state messe in giro da un seguitissimo profilo twitter.

Collegamento permanente dell'immagine integrata

D’altronde, nella nostra cultura dell’immagine (non che questo fatto sia necessariamente negativo) l’importante è dare un qualcosa di forte e immediato, che possa accendere gli animi senza necessità di informarsi. 

Altri fake che girano da anni (compresa la cartina geografica che mostra l’espansione di Israele, di cui parlerò in apposito articolo) o da pochi giorni li trovate qui sotto.

Il famoso caso del bambino calpestato dal soldato israeliano (l’ak-47 come al solito passa inosservato):

Le macerie Siriane che diventano le macerie di un centro commerciale a Gaza:

pw3 - Copia

Il redivivo:

L’omissione di aggressione:

Ci sono decine, forse centinaia di altri fake che girano per la rete. Spesso, per colpevole superficialità o altro, vengono riportati anche dai media.

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Dal Passato: Donna e Potere Politico (Popular Science, maggio 1872)

beat_wifeUno dei motivi per cui ritengo la cultura storica (assieme a delle basi scientifiche) come la pietra angolare nella formazione dell’individuo è questo: i fatti che accadono oggi probabilmente sono già avvenuti in passato, i pensieri elaborati oggi molto probabilmente sono già stati elaborati, in passato, da un vecchio egiziano, da un retore romano o da un filosofo tedesco.

Il testo che riporto qui sotto ha quasi 150 anni alterna in modo sapiente pensiero razionale e castronerie e, per quanto sia pieno di (divertenti) cliché, ci mostra un momento storico molto interessante. 

Il movimento delle Suffragette inglesi aveva conosciuto un punto di svolta con l’elezione al Parlamento di John Stuart Mill nel 1865. Questi sosteneva, fra le altre cose, il diritto al suffragio femminile, ma le sue posizioni suscitarono l’opposizione soprattutto degli scienziati inglesi, comprese quelle di Luke Owen Pike, membro della Anthropological Society of London.

Estratti dal suo articolo (traduzione mia):

Non è improbabile che l’attuale, importante fase nella storia della donna sia nata, almeno in parte, come reazione all’opinione comune che ritiene superiore il sesso maschile. Questa idea, offensiva com’è nei confronti del sentire femminile, riceve la sua spiegazione migliore nella vecchia favola in base alla quale varie parti del corpo, ognuna necessaria al resto, rivendicano, ciascuna, la propria superiorità. La verità è che fra i sessi, come fra le parti del corpo, non esiste superiorità o inferiorità; ma da questo non segue, come è stato dedotto in modo affrettato, che ci sia eguaglianza. In nessun caso due cose non possono essere definite uguali o diseguali, superiori o inferiori, a meno che non ci sia uno standard comune attraverso cui possano essere misurate. Il colore blu non è uguale né inferiore al giallo; e il verde, prodotto dalla fusione dei due, non deve a l’uno più che all’altro. Allo stesso modo, l’umanità è perpetuata dalla coesistenza di uomo e donna; e, se le funzioni di un sesso o dell’altro fossero cambiate o invertite, l’umanità stessa cesserebbe di esistere [...]

L’argomento [ciò che emerge dall'osservazione o è dedotto dalle correlazioni della struttura fisica] considerato sufficiente dalla maggior parte degli uomini di scienza è dibattuto da chi pensa che la legge umana sia stata superiore a quella di natura. E’ stato sostenuto che l’uomo abbia oppresso la donna grazie al sua maggior forza muscolare e che abbia impedito il naturale sviluppo del suo intelletto. Se questo fosse vero, e se la mera forza fisica possa quindi avere la meglio sulla mente, è di certo strano che i cavalli e gli elefanti non siano diventati i padroni dell’uomo; e è altrettanto strano che un negro fedele sia stato così a lungo schiavo del più intelligente, ma non più forte, uomo bianco. Ma, se è inutile provare le relazioni che sono esistite, a quelli che sostengono che relazioni dovrebbero esistere, fra i due sessi, è necessario investigare l’argomento dal punto di vista della struttura fisica e delle funzioni ad essa correlate.

Fra le altre e più conosciute caratteristiche che distinguono il sesso femminile da quello maschile ci sono una scatola cranica più piccola, la larghezza del bacino e la tendenza ad accumulare tessuto adiposo invece di massa muscolare. A questa regola ci sono, ovviamente, delle eccezioni; ci sono donne mascoline così come ci sono uomini effeminati, e mi ripropongo di parlare di queste eccezioni prima di concludere, ma le stesse non dovrebbero influenzare il discorso generale sull’argomento.

A queste e altre differenze strutturali corrispondono numerose differenze funzionali. Sia la capacità che il desiderio di esercizio muscolare sono inferiori nella donna rispetto all’uomo; la forza del sistema si sviluppa in un’altra direzione. Così anche il desiderio, se non la capacità, per lo studio prolungato di argomenti astrusi è minore nella donna che nell’uomo; e l’attività intellettuale prende dunque un’altra strada. Non è consequenziale che, siccome un uomo può sollevare in media un peso maggiore rispetto a una donna, allora le è superiore, e allo stesso modo non si può dire che l’uomo è inferiore alla donna perché lei può portare in grembo un figlio e l’uomo no [...]

Si è detto molto in relazione alla differenza di peso fra il cervello maschile e quello femminile; e si è sostenuto che l’intelletto femminile debba essere, per questa ragione, inferiore a quello maschile. Ma, a parte la difficoltà di trovare un comune metro di misura per i due, c’è grande incertezza relativamente al legame fra attività mentale e contenuto della scatola cranica [...]

Penso si considerino le Donne di tutte le nazioni come aventi un’indole più emozionale, ma anche maggiori capacità di osservazione rispetto agli uomini. Se questo è vero ne consegue, io penso, che i loro sensi devono essere più sviluppati di quelli degli uomini, e le loro memorie devono essere pari se non più capaci di ricordare. E importa relativamente che gli oggetti presi in considerazione dalle donne non siano gli stessi degli uomini. E uno sforzo di eguale misura, per gli occhi e per la mente, guardare e ricordare tutti i colori e tutte le forme in una stanza piena di persone, o definire la posizione degli strati della terra, o assegnare ogni fossile alla sua era. Ma le donne, in media, preferiscono i cappellini alla geologia e gli uomini, in media, plaudono a questa preferenza. Le materie che occupano maggiormente l’attenzione devono dipendere, in massima parte, dalle capacità fisiche di ogni individuo. L’uomo che ha perso gli arti non può scalare le montagne e il cieco non può dipingere, ma le energie di entrambi possono fluire in una direzione adatta alle circostanze e ognuno potrebbe distinguersi in un campo del pensiero.

E così, sebbene la donna potrebbe trovarsi più a casa, in salone o nella camera dei bambini, che sul campo di battaglia o nel settimo cielo della metafisica, il suo cammino nella vita potrebbe mostrare delle qualità così alte e delle energie così ben dirette come lo sono quelle del chimico, dell’ingegnere, del filologo o anche del filosofo. Nulla può essere così poco generoso come sbeffeggiarla per le cure domestiche o disprezzare i suoi sforzi per farci piacere. Se la sua forma è più suscettibile di ornamenti rispetto a quella dell’uomo, è naturale che debba essere più ansiosa di adornarla. Se è un privilegio della sua struttura che possa diventare madre, il desiderio di privarla di questo non è coerente con gli insegnamenti della scienza, con la virilità del carattere o con il buon senso [...]

Gli elementi della mente femminile (in questo caso parlo della sola mente) sono probabilmente, come asseriscono i fautori dei diritti delle donne, identici a quelli dell’uomo [...] Ad ogni modo non è necessario avere conoscenze di chimica per capire che la combinazione degli stessi elementi, in proporzioni differenti, produrrà composti dalle qualità differenti. [...]

Mentre nelle donne i sensi e la memoria sono forti come, se non di più, quelli degli uomini, può essere difficilmente negato che in tutte le epoche e a tutte le latitudini le donne sono state più propense a mostrare l’emozione piuttosto che la pura ragione [...] Non è attraverso queste qualità che si sviluppa l’arte di governare o la scienza; ma la scienza e l’arte di governare non sono le uniche cose buone al mondo, ed il mondo può averne abbastanza di entrambe senza dover chiamare in aiuto le donne.

Se la più alta prerogativa dell’uomo è pensare, la funzione più nobile della donna è amare; e questa affermazione non è un dogma metafisico, né una generalizzazione della storia dell’umanità, ma una deduzione dalla relativa posizione dei sessi in tutta la classe di animali cui l’umanità appartiene. L’istinto materno, come viene comunemente chiamato, è condiviso dalle femmine di tutti i mammiferi, dalla tigre al gorilla, e non è, come vorrebbero farci credere alcuni insegnamenti, la triste conseguenza di una legislazione iniqua. Il cranio di una femmina di gorilla è differente da quello di un maschio allo stesso modo in cui il cranio di una donna è differente da quello dell’uomo. E questa differenza non è causata da secoli di oppressione; dà solo l’evidenza del giusto operare di quella legge naturale in base a cui la struttura corrisponde più o meno la funzione.[...]

Considerato che, eccezioni individuali a parte, le differenze fra uomo e donna possono essere viste come dovute all’ampia azione delle leggi naturali, queste non saranno eliminate da un semplice decreto umano. Non è colpa dell’uomo se egli possiede, più della donna, quella combattività che è necessaria non solo nella vita politica, ma anche nell’ordinaria lotta per l’esistenza. Proteggere è un privilegio dell’uomo, l’essere protetta della donna.

Potrebbe sospettarsi che gli avvocati della rivoluzione sessuale siano stati sfortunati nella loto esperienza con il sesso opposto. Non c’è dubbio che, secolo dopo secolo, le donne abbiano mostrato una preferenza per gli uomini in possesso di qualità spiccatamente mascoline, e che gli uomini abbiano desiderato donne con virtù spiccatamente femminili.

In altre parole, l’intelletto di entrambi i sessi ha trovato piacere in associazione con qualcosa di dissimile da sé, non perché uno sia migliore o peggiore dell’altro, ma semplicemente perché sono diversi[...]

La miglior critica non viene sempre da un buon autore o compositore; dei suggerimenti eccellenti sono fatti spesso da chi non è costruito, per Natura, a trasformare in azione le proprie idee. Questo è proprio il caso delle donne, che, se dedicassero tutte le loro energie alla scienza o alla politica, farebbero una violenza alla loro organizzazione fisica. Lo sforzo prolungato necessario a comprendere un grande schema, fare una grande scoperta, collegare una enorme massa di materiali attraverso una grande generalizzazione, è una fatica più grande di qualsiasi mero esercizio fisico. Come il servizio militare, non è coerente con la costituzione fisica che è strutturata per la maternità e tutto ciò che quest’ultima implica; né sembra possibile che questa difficoltà possa essere superata da qualsivoglia processo di selezione, naturale o umano che sia [...]

Il tentativo moderno di privare la donna della sua femminilità appartiene alla scuola di pensiero metafisica, così come qualsiasi dogma da scolaro medievale. Loro partono dall’assunto che le donne viventi dovrebbero conformarsi, o essere forzate a farlo, a una certa definizione a priori della donna, evoluta dalla coscienza interiore di un essere umano. Loro ignorano tutti le verità scientifiche relative all’anatomia e alla fisiologia. Loro non sono interessati alla perfezione della femminilità, ma alla trasformazione della donna in qualcosa di differente. Loro suggeriscono non lo studio delle leggi naturali, né l’osservazione della Natura, ma l’irrilevanza di tali fatti e di tutte le leggi di natura rispetto al dictum uscito dagli studi [...]

Dal tempo di Platone fino ad oggi, i filosofi si sono sempre immischiati nelle questioni domestiche per dettare le relazioni fra marito e moglie; tutti quelli che hanno confidenza i primi libri di penitenza ricorderanno che il prete si era preso lo stesso diritto di decidere tali relazione nei minimi dettagli [...]

Si potrebbe pensare che l’Antropologo, il quale si incarica di assegnare alla donna la corretta posizione in base alle leggi di Natura, in pratica non è meno tirannico nei sui confronti rispetto al riformatore che la vorrebbe modellata in base alle sue regole. Ci sono, invero, due importanti argomenti da tenere a mente: In primo luogo, l’uomo di scienza conosce attraverso l’osservazione e l’esperienza che quando una struttura è sviluppata in modo corretto, e la funzione di ogni tipo non è impedita, lì ci si avvicina in modo più importante alla felicità di cui un individuo può essere capace. Ma l’Utopico della scuola a priori non dà garanzia per la felicità ad eccezione di una generica proposizione, o una serie di proposizioni generiche che andavano bene ai tempi di Platone, ma che sono senza valore in quelli di Darwin. In secondo luogo, i fautori dei nuovi schemi non tengono conto delle eccezioni, ma vorrebbero ridurre tutta l’umanità a un morto piattume, mentre la variazione è ammessa, e gli sforzi di uomini eccezionali sono studiati con interesse dagli osservatori della Natura [...]

E’ solo in un’opera quale “La Repubblica di Platone” che noi troviamo la richiesta che sia impartito lo stesso allenamento fisico ad entrambi i sessi [...] Ad ogni modo, vale la pena ricordare che, sebbene Platone sarebbe stato felice nel vedere le donne convertite in lottatrici, pugili e soldati, e sebbene pensasse di condividere con loro il governo di uno stato, , egli le dichiarava comunque inferiori agli uomini in qualsiasi cosa. L’idea di un’uguaglianza assoluta è una creazione moderna, ed è stato probabilmente suggerita dall’innegabile successo dell’intelletto femminile in molti campi letterari.[...]

Donne con intelletti davvero mascolini sono, e sono sempre state, più rare delle donne con uno sviluppo muscolare maschile. Sono poche, se ci sono, le attività veramente maschili in cui le donne abbiano avuto successo; non c’è una legge di Natura, una grande invenzione meccanica, un grande codice giuridico né un grande sistema metafisico di cui una donna possa dire “Il mondo deve a me la conoscenza di questo.” Una motivazione di questo fatto va ricercata non nelle qualità inferiori dell’intelletto femminile, ma sul tipo di finalità cui l’organizzazione fisica della donna direziona naturalmente il suo interesse[...]

[Nella repubblica di Utopia] o in qualche altra futura repubblica, non solo le donne saranno differenti, ma anche gli uomini; i sessi perderanno le loro caratteristiche distintive non solo per la conversione della donna in uomo, ma anche per la parziale conversione dell’uomo in donna. Non appena il compromesso sessuale sarà effettivo, in che modo non è chiaramente descritto, il mondo vivrà quello che gli entusiasti pagani erano soliti chiamare Età dell’Oro, e che i moderni entusiasti di un’altra scuola ora chiamano Millennio.

J.S. Mill, fautore del suffragio femminile, in un disegno satirico di Vanity Fair

Invidia, Odio, malizia, e tutte le cose non caritatevoli spariranno, non ci saranno guerre né venti di guerra [...] l’Umanità sarà una specie di gigantesca unione commerciale in cui le donne e i loro complici saranno inevitabilmente “sabotate” nel caso creassero troppa competizione fra gli uomini. Uno stato della società in cui l’umanità non sarà più umana, in cui non solo il sesso, ma anche l’intelletto e le emozioni saranno rimodellati, e l’aspetto dell mondo sarà modificato da una nuova cosmogonia metafisica, è, come la dottrina dell”astratto, ben al di fuori della comprensione dell’Antropologo. La sua occupazione sarà estinta nel momento stesso in cui comincerà questa nuova era.[...]

 

E voi, cosa ne pensate di questo testo? Tutto il male possibile? Ci sono degli spunti interessanti?

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Pena di Morte in Ohio: una Nuova Modalità

Diciamoci la verità: le attuali modalità con cui si giustiziano i criminali sono inaccettabili. Sia l’iniezione letale che la camera a gas provocano spesso lunghe agonie, e per questo non si può che accogliere con grande giubilo la “death machine” americana.

Trovo sia un’ottima modalità di esecuzione. Basterà spingere un pulsante ed entreremo in una nuova era di umanità. La decapitazione torcente permette un rapido distaccamento delle vertebre cervicali e ampli getti arteriosi carotidei contro il vetro d’osservazione, in modo che la brama di sangue dei parenti delle vittime sia placata in modo veloce.

La morte sopravviene in modo istantaneo. Nei test effettuati sulle scimmie, le vertebre cervicali si sono distaccate in 0.05 secondi e l’attività cerebrale è cessata in 0.09 secondi. Pensiamo che i tempi saranno analoghi anche per gli uomini.

Dr. Greg Kcender

La testa viene poi posizionata da un braccio meccanico sull’apposito “tavolo di spremitura”, ove viene martellata come se non ci fosse un domani e ridotta a una poltiglia (viene quindi risolto l’annoso problema della possibile sopravvivenza della testa dopo la decapitazione).

Per rendere il tutto più asettico e pulito, alla constatazione della morte il computer procede a carbonizzare il corpo e a inserirlo in una bustina di plastica.

La bustina verrà poi consegnata non ai parenti del criminale, ma a quelli della vittima. L’idea è quella aumentare l’efficacia deterrente della pena attraverso l’idea che, una volta morti, i nostri resti potrebbero finire nel mangime del gatto o direttamente nel cesso.

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(S)consiglio II: Willow Creek

Ho sempre nutrito un amore smodato per i film su bestie e mostri immondi che stracciano le carni di grandi e piccini. Se parliamo di Bigfoot, i film horror (e non solo) ad averlo come protagonista iniziano ad essere davvero tanti e, cosa ben peggiore, penso di averli visti quasi tutti.

Ne ho apprezzati alcuni, come Abominable (2006), ho amato il trash-hardcore di altri, The Curse of Bigfoot (1976), e ho chiesto scusa a Cristo Nostro Signore, anche a nome di registi e attori, per roba come Bigfoot (2012) e Sasquatch Mountain (2006).

Willow Creek, scritto e diretto da Robert Francis “Bobcat” Goldthwait, ricade senza dubbio alcuno nella medesima categoria di questi ultimi. Bobcat è un comico apprezzato negli States e ha tentato già una volta la strada della regia, ma il suo nuovo tentativo è da considerarsi fallimentare.

Il film racconta la storia di una giovane coppia di fidanzati in cui il ragazzo ha come massima aspirazione quella di girare un documentario su Bigfoot. L’idea è quella di riuscire a riprenderlo nel suo habitat naturale, e più precisamente nei pressi del famoso footage del 1967. Sì esatto, quello con il mongolo con la tuta da scimmia che passeggia davanti alla videocamera.

Per un’ora buona non succede assolutamente nulla. In pratica questi due disgraziati intervistano redneck e venditori dell’area senza ottenere alcuna notizia rilevante. Forse c’è una cospirazione governativa per nascondere gli scimmioni o forse è un complotto dei rettiliani, ma l’unica cosa che lo spettatore riesce a pensare è: “quando cazzo arriva il Bigfoot e li stupra entrambi come se non ci fosse un domani?” 

Una prova inequivocabile dell’esistenza di Bigfoot

Un desiderio che sembra potersi realizzare quando la coppia si infila nella foresta e inizia a vagare senza una meta. Il posto scelto per montare la tenda, una radura microscopica ricca di sterpaglie, è da minorati psichici, quindi le possibilità del cliché “attacco notturno” aumentano a dismisura. L’attacco effettivamente avviene, ma è quanto di più demenziale si possa immaginare. Non so quanto dura, forse 10-15 minuti, ma si sostanzia nel Bigfoot che struscia il cazzo sulla tenda un paio di volte con gridolini del troione annessi. Un paio di volte, avete capito bene, mentre per il resto del tempo ci sono i fidanzatini in silenzio o che si scambiano due parole. Inoltre, invece di spegnere la luce della videocamera (che proietta le loro ombre al di fuori della tenda), continuano tenerla accesa …

La mattina dopo le cose, se possibile, peggiorano. Il regista va in completo raptus da copycat e ci propone il classico “stiamo girando in tondo, è lo stesso albero!” e, pensando di essere Spielberg in Jaws, non si sogna neanche di farci vedere il Bigfoot. Non che la cosa sia necessariamente negativa, ma vista la mancanza di sorprese, suspance o qualsivoglia altro sentimento che non sia la noia, almeno un poco di cattiva CGI avrebbe alzato l’asticella del trash.

E’ giusto dunque spoilerarvi che non vedrete alcun mostro e/o alcuna parte dello stesso. E neanche le tette della protagonista. In compenso potrete godervi un bel primo piano del culo del protagonista prima di un tuffo.

Si vede il marsupio?

Durante la visione del film ho avuto flussi di coscienza che partivano dall’ultima ripresa e arrivavano alla post-produzione di Willow Creek. Il mio cervello andava in automatico e immaginava il regista intento nel montaggio, i suoi collaboratori solerti nel consigliargli le scene da mantenere e quelle da tagliare. Ci sono persone che hanno speso energie vitali ed economiche per questa roba… Dio è morto.

Eppure una soluzione per salvare il salvabile era a portata di mano: tagliare un’ora e venti circa degli ottanta minuti complessivi del film.

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