Un Mosaico Svelato. Giuliano e gli Ebrei

huqoq mosaicUn Mosaico Svelato. Giuliano e gli Ebrei, è un articolo che ho scritto per il think-tank Progetto Dreyfus pochi giorni fa. Visto che si tratta di un argomento di particolare interesse, ve lo propongo anche qui.

Pochi giorni fa sono divenute di pubblico dominio le scoperte archeologiche fatte, negli ultimi anni, presso Huqoq, un villaggio della Bassa Galilea. La più interessante riguarda senza dubbio il mosaico ritrovato fra i resti di una sinagoga del V secolo.

Ad effettuare gli scavi è stato il team della Professoressa Jodi Magness, della University of North Carolina, la quale ha rilasciato le seguenti dichiarazioni:

“[il mosaico] è composto da tre differenti strisce che contengono figure umane e animali, compresi degli elefanti. Quella più in altro, la più grande, mostra l’incontro fra due uomini, che forse rappresentano Alessandro Magno e un alto religioso Ebreo.” 

Per la prima volta, dunque, troviamo all’interno di una sinagoga una scena tratta dalla storia e non dal Vecchio Testamento.

Pur apprezzando lo sforzo interpretativo della Prof.ssa Magness, non appena ho visto le foto del mosaico ho pensato che l’uomo raffigurato non fosse Alessandro Magno, ma un grande imperatore romano che, però, regnò solo per tre anni (360-363): Flavio Claudio Giuliano.

Per le sue credenze pagane, egli fu soprannominato l’Apostata.

Per quale motivo ritengo che il mosaico ritragga Giuliano e non Alessandro? Ve lo spiego subito.

mosaico sinagoga

Giuliano mostrò sempre grande amicizia nei confronti del popolo ebraico, tanto che le fonti riferiscono unanimemente che egli aveva intenzione di ricostruire il Tempio.

Al giorno d’oggi potremmo considerarlo un conservatore (con tutte le cautele necessarie all’applicazione di categorie moderne all’evo antico), ma in realtà Giuliano apprezzava i popoli che rimanevano fedeli alle proprie tradizioni. Questo lo portò a lanciare ai cristiani accuse del genere: “Perché voi Galilei avete dimenticato l’antico credo degli Ebrei, assieme a tutti i suoi insegnamenti e le sue cerimonie?”

Egli sosteneva la superiorità del paganesimo rispetto alle altre religioni, ma ciò non gli impedì di dire, sempre ai cristiani: “considerata nel suo complesso, è preferibile  la religione di Israele al vostro credo appena creato.”

Probabilmente Giuliano aveva un’ottima conoscenza del Vecchio Testamento o, meglio, della sua traduzione in greco.

Nella sua famosa lettera agli Ebrei, egli definisce “fratello” il Patriarca Hillel II (“Iulon”) Nasi del Sinedrio per quasi 65 anni (320-385). Nella stessa missiva, Giuliano sancisce l’abolizione delle imposte speciali chieste agli ebrei ed esprime la volontà di “vederli prosperare ancora di più”. Sottovalutata è invece una richiesta fatta dall’Imperatore agli ebrei, quella di “pregare il Creatore (“demiurgo”)” per lui.

Nell’estate del 362, Giuliano (oltre a essere un filosofo si dimostrò un eccellente generale e guerriero) era ad Antiochia, pronto a lanciare una violenta campagna militare contro i sasanidi. Si mosse alla testa dell’esercito quasi un anno dopo, nella primavera del 363.

È questo il periodo, durato meno di un anno, cui si riferiscono i mosaici di Huqoq?

Dalla testimonianza di un monaco di Edessa del VI secolo, pubblicata nel 1880 a Leiden con il titolo Julianos der Abtruennige e riportata da The Jewish Quarterly Review, Vol.5, No.4 (Jul.,1893) a pagina 620 , sappiamo che Giuliano, all’inizio della sua spedizione contro i Sasanidi, fu raggiunto a Tarso da una processione di ebrei provenienti da Tiberiade. Costoro gli chiesero umilmente di poter ricostruire il Tempio, e Giuliano diede loro il permesso di iniziare a gettare le fondamenta (visto che avrebbe ricostruito il Tempio al ritorno dalla spedizione militare). È proprio questo, penso, l’episodio rappresentato nei mosaici scoperti a Huqoq. L’antico insediamento ebraico era infatti a 10 km da Tiberiade e quest’ultima era stata completamente distrutta dai romani solo nove anni prima durante la Rivolta contro Gallo.

“L’alto religioso Ebreo” menzionato dalla Prof.ssa Magness potrebbe essere il capo della delegazione inviata da Tiberiade all’Imperatore romano, ma, visto che la città non era stata ancora del tutto ricostruita, è anche possibile che diversi religiosi si fossero spostati nei centri vicini com’era, appunto, Huqoq.

giuliano mosaico
Comparazione fra la figura trovata ad Huqoq e alcune rappresentazioni di Giuliano l’Apostata.

Un altro particolare che mi fa propendere per questa interpretazione è che tutte rappresentazioni artistiche di Giuliano sono estremamente simili al ritratto contenuto nel mosaico di Huqoq. Al contrario, quelle di Alessandro non hanno né la barba, né la sottile fascia per i capelli, che invece sono sempre presenti in quelle di Giuliano.

Comparazione fra le rappresentazioni artistiche di Giuliano. In alto a sinistra il particolare del mosaico di Huqoq.

Anzi, durante la sua permanenza in Oriente, la satira degli abitanti di Antiochia su Giuliano riguardava spesso la sua barba, cosa che lo spinse a scrivere un libello satirico di risposta intitolato Mispogon (“il nemico della barba”).

Inoltre, la vicinanza cronologica fra la sinagoga in cui sono stati trovati i mosaici (V secolo) e la permanenza di Giuliano in quei territori (fine IV secolo) lascia presupporre una connessione molto più stretta con l’Imperatore che non con Alessandro Magno.  È anche molto probabile che il mosaico sia stato posato qualche anno prima dell’abbandono della sinagoga in questione, portandoci quindi a una sovrapposizione cronologica perfetta con l’episodio narrato dal monaco di Edessa.

Quanto gli elefanti, che, temo, siano stati il motivo che ha spinto la Prof.ssa Magness a dare una didascalia frettolosa dei mosaici, bisogna sottolineare che furono utilizzati spessissimo dai sasanidi, specie contro i Romani.

A questo punto però, assodato che gli elefanti del mosaico non rappresentano quelli incontrati da Alessandro Magno, è necessario fornire due interpretazioni alternative circa la loro presenza nella sinagoga di Huqoq.

Sappiamo infatti che, nella decisiva Battaglia di Maranga, il 22 giugno 363, Giuliano sconfisse l’esercito sasanide, il cui centro era formato da elefanti da guerra. Tuttavia, l’Imperatore morì pochi giorni dopo per le ferite causate da un giavellotto (che alcune fonti dicono scagliato da un legionario cristiano).

Il mosaico potrebbe essere quindi antecedente alla morte di Giuliano, e quindi darci un’istantanea dell’incontro fra Giuliano e gli ebrei nell’imminenza della campagna contro i sasanidi, oppure essere successivo.

In questo caso sarebbe una straordinaria testimonianza di quella pace fra romani ed ebrei che, sembrata impossibile per secoli, era stata sancita in modo inequivocabile dal potere imperiale per finire in frantumi poco dopo a causa della guerra con i sasanidi (rappresentati per mezzo della loro unità militare più rappresentativa, gli elefanti).

Resta da chiedersi, ed è uno scenario ucronico di eccezionale interesse, cosa sarebbe accaduto al popolo ebraico se Giuliano, tornato dalla guerra, avesse lavorato per farlo prosperare nella sua terra dopo avergli restituito il Tempio.

Figli di Puttana nella Storia: Pregeant de Bidoux

Pregeant de Bidoux è uno dei tanti personaggi straordinari finiti del dimenticatoio della storiografia italiana.

Qualche anno fa lo citai nell’articolo sull’Assedio di Rodi del 1522, suscitando grande curiosità sulla sua figura (tanto che, nel 2013, fu oggetto di un meme di Feudalesimo e Libertà che riportava un passo del mio articolo). Prima di inziare a parlarvi di Pregeant de Bidoux, italianizzato Pregianni, vorrei ringraziare lo staff del sito www.corsaridelmediterraneo.it, da cui ho attinto una parte sostanziosa delle informazioni necessarie alla stesura del pezzo. Oltre a spulciare le monografie dei vari corsari, vi consiglio di consultare anche la ricchissima bibliografia presente nel menzionato sito. Il lavoro che hanno fatto sulle fonti è impagabile e degno della migliore storiografia.

Il buon Pregianni nasce in Guascogna attorno al 1468 in una famiglia nobile. Tuttavia, fin da giovane mostra un’eccezionale propensione per l’avventura e la guerra per mare. La sua presenza è segnalata a Marsiglia nel penultimo decennio del XV secolo e a vent’anni circa gli viene dato il comando di una galea alle dipendenze dei Cavalieri di Rodi. La guerra di corsa diventa la sua vita.

  La Guerra di Corsa
Azione bellica esercitata da privati, con l’autorizzazione dello stato, a danno del naviglio mercantile nemico; si differenzia dalla pirateria che ha come unico scopo quello di depredare le navi assalite, a prescindere dalla nazione a cui appartengono. La guerra di corsa ebbe inizio nel Medio Evo e rappresentò la difesa privata contro la pirateria.

Nel marzo 1495 prende parte al fallito tentativo francese di conquistare Ischia ed è costretto a riparare a Genova. Sull’isola si è rifugiato Ferdinando II, Re di Napoli, il giorno successivo all’arrivo di Carlo VIII a Napoli. L’azione si inserisce nel teatro bellico della Prima Guerra Italiana (1494-1495), che vede una proliferazione di scontri e scaramucce lungo tutta la penisola e si conclude con la studiatissima (visto che ancora oggi gli storici si accapigliano su chi ne sia uscito vincitore e chi sconfitto) Battaglia di Fornovo.

Nelle mani dei francesi rimane infine solo Gaeta, sottoposta a un blocco navale da parte di Federico I, succeduto al nipote Ferdinando II (cui prende parte anche il famoso Ettore Fieramosca). Pregianni, che comanda 3 galee, 2 galeoni e le galeazze Notre-Dame-Sainte-Marie e La Louise, prende il mare nell’estate del 1496 e raggiunge l’isola per portare viveri e soccorsi ai difensori.

Il blocco navale dell’isola è diretto da Domenico Malipiero, quasi settantenne provveditore della flotta veneziana (autore de Annali veneti dall’anno 1457 al 1500, stampato a Firenze nel 1843). Pregianni non si fa intimorire. Dopo essersi aperto un varco a colpi di cannone, fa sbarcare gli aiuti e poi torna a Marsiglia.

Un paio di mesi dopo l’impresa di Gaeta, Pregianni si trova di nuovo di fronte Domenico Malipiero. Questa volta la città da rifornire è Livorno, assediata da Massimiliano d’Austria e dai Veneziani.

Pregianni riesce ad aggirare le 27 navi di Malipiero. Sfruttando il vento, i suoi 26 vascelli sono fuori dalla portata dell’artiglieria veneziana. A Livorno arrivano quindi viveri e soldati.

Pregianni riprende il mare immediatamente e punta ancora su Gaeta, ma questa volta la spedizione non ha successo, e nel novembre 1496 la città finisce per capitolare. Nei due anni successivi, Pregianni si guadagna sempre più la fiducia di Carlo VIII. Nel 1497 salva Marsiglia dalla carestia sequestrando una nave genovese carica di grano, mentre l’anno successivo viene spedito dal nuovo Re di Francia (Luigi XII) a Roma, per ottenere una dispensa papale che gli permetta di sposare Anna di Bretagna, già moglie di Carlo VIII. Nel viaggio di ritorno, trova anche il tempo di portare Cesare Borgia da Ostia a Marsiglia, in vista delle sue nozze con Charlotte d’Albret.

cesare borgia
Cesare Borgia, uno dei tanti personaggi storici incrociati da Pregianni.

L’ultimo anno del secolo, il 1499, inizia la sua opera di contrasto della marina ottomana. Si unisce con 4 galee e 2 brigantini alla flotta veneziano-gerosolimitana comandata da Guy de Blanchefort, futuro Gran Maestro degli Ospitalieri.

Pregianni si distingue per l’enorme numero di azioni portate a termine con successo. Nell’estate dello stesso anno riesce a impadronirsi di dieci imbarcazioni ottomane in un sol colpo, e nella primavera successiva riesce a distruggere l’arsenale di Volo, dove sono stoccati 9.000 remi, dopo essere sbarcato con 600 soldati greci e albanesi.

Continua a catturare o distruggere imbarcazioni militari e commerciali ottomane per tutto l’anno 1500, che conclude con una sua partecipazione attiva all’Assedio di Cefalonia.

Fra 1501 e 1502 prende parte sia al fallito tentativo di strappare Militene al dominio turco (operato dal Gran Maestro Pierre d’Aubusson, che aveva difeso Rodi nell’Assedio del 1480) sia a quello, coronato dal successo, di conquistare l’isola di Santa Maura (Leucade).

I veneziani rimangono talmente impressionati dalle sue capacità da offrirgli il comando di una squadra navale e un ricchissimo stipendio, che Pregianni rifiuta.  Nei due anni successivi, di nuovo al servizio della Francia, mette a dura prova le forze navali spagnole che incrociano nel sud Italia. Riporta la sua prima ferita durante un abbordaggio: un chiodo gli trapassa un piede quando salta sul ponte di una nave mercantile.

Continua a concedere i suoi servizi alla Francia e, sporadicamente, ai Cavalieri Ospitalieri, di cui è membro.

La considerazione che Luigi XII ha nei suoi confronti lo porta a ricevere, nel 1507, l’importante incarico di fare in  modo che Luciano Grimaldi riconsegni alla Francia il Principato di Monaco. Pregianni ha poco tempo a disposizione (e riesce a ottenere solo una generica promessa di restituzione), poiché deve portarsi a Savona per essere maestro delle cerimonie durante l’incontro fra Luigi XII e Ferdinando II.

Dopo aver servito ancora la Francia contro Venezia, a Pregianni viene richiesto di spostarsi sulla costa atlantica francese (passa quindi dalla flotta di Levante a quella di Ponente), dove incrociano le navi dell’ammiraglio inglese Edward Howard.

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La Cordelière (francese) e la Regent (inglese) bruciano durante la Battaglia di Saint-Mathieu, nell’agosto del 1512.

Nell’aprile 1513, dopo una serie di operazioni navali davanti alla cittadina di Brest, Edward Horward punta dritto alla nave “La Générale” di Pregianni con 6 delle sue imbarcazioni. Il francese però colpisce duro, distruggendo a colpi di cannone due vascelli nemici. Gli inglesi riescono comunque ad abbordare l’ammiraglia di Pregianni, ma vengono massacrati ed i loro corpi gettati in mare.

Edward Howard muore nello scontro, ma Pregianni si rifiuta di consegnare il cadavere agli inglesi. Preferisce infatti farlo imbalsamare (!) e tenerlo per sé come grottesco ricordo della sua vittoria.

Nel 1514, divenuto il terrore delle città costiere inglesi, tenta uno spericolato raid su Brighton. Dopo essere riuscito ad incendiare un bastione, Pregianni viene ferito gravemente a un occhio da una freccia nemica. Riesce comunque a riparare a Boulogne, dove ringrazia la Madonna (in senso letterale, presso la locale chiesa di Notre-Dame) per aver perso solo un occhio.

Pochi mesi dopo, Pregianni torna a operare sulle coste mediterranee. Il suo nemico questa volta è Andrea Doria, il famoso ammiraglio genovese suo coetaneo.

Durante il loro primo scontro, davanti alle isole di Hyeres, Doria è costretto a battere in ritirata. A meno di due anni di distanza, Pregianni si trova invece al fianco di Andrea Doria e dello Stato Pontificio nella lotta al corsaro Curtogoli, che infesta il Tirreno.

Non riuscendolo a scovare, la flotta cristiana prende di mira le basi di ques’utlimo, situate presso Biserta, sulla costa tunisina. I cristiani però finiscono massacrati quando Curtogoli li coglie di sorpresa mentre sono a terra alla ricerca di bottino. I genovesi subiscono perdite pesantissime, mentre Pregianni riesce a mettere in salvo i suoi e a continuare le sue scorrerie sulla costa nordafricana.

Ritornato a Marsiglia, Pregianni sembra perdere parte del suo furore. Il nuovo sovrano francese, Francesco I, l’anno precedente lo aveva declassato a luogotenente (mentre prima era Generale delle galee del Levante) e sembra, in generale, apprezzarlo di meno rispetto ai suoi predecessori.

Decide quindi di ritirarsi a Sant-Gilles, capitolo degli Ospitalieri di cui è priore, e chiede a Francesco I il permesso di trasferirsi nell’isola governata dall’Ordine: Rodi. Il beneplacito del sovrano arriva nel 1517 e, nel 1518, Pregianni arriva a Rodi, dove viene preposto alla difesa dell’isola di Kos, di Calino e di Saria.

Gravure de la forteresse de Neratzia à Kos vers 1522
Fortezza di Neratzia a Kos nel 1522 (da http://dominicus.malleotus.free.fr/)

Pregianni non rimane in difesa statica delle isole, ma continua la sua attività di corsaro degli Ospitalieri, incrociando spesso nelle acque di Cipro. Come detto dal De Caro nel passo riportato qui sotto, Pregianni “amava la guerra e odiava i turchi”, ed è forse per questo che, richiamato in patria da Francesco I, preferisce rimanere a Rodi.

Qui, nel 1522, Solimano il Magnifico è pronto a far sbarcare 100.000 uomini e migliaia di operai per distruggere, una volta per tutte, gli Ospitalieri.

In uno degli assedi più incredibili del XVI secolo, Pregianni svolge un ruolo da protagonista.

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La descrizione di Pregianni fatta da Luigi De Caro in “Storia dei gran Maestri e cavalieri di Malta: volume II” (1853).

L’enorme flotta turca arriva il 26 giugno 1522, ma Pregianni riesce comunque a raggiungere Rodi e a entrare nella fortezza.

L’assedio si trasforma ben presto in un bagno di sangue. Decine di migliaia di turchi vengono massacrati sotto le mura, e Pregianni è sempre in prima fila. Assieme all’artigliere veneziano Gabriele Tadino di Martinengo, difende il baluardo di Sant’Atanasio.

La guerra di mina e contromina è devastante. Per 32 volte Gabriele di Martinengo riesce a piazzare bene la contromina e a far saltare il tunnel nemico, ma il 4 settembre i turchi riescono ad aggirare le difese sotterranee dei Cavalieri e fanno saltare in aria un bastione.

La battaglia che segue dura tutta la giornata. I Cavalieri si piazzano sulle mura diroccate e suoi bastioni caduti respingendo ondate di turchi.

Pregianni combatte con tanta furia da spezzare la lama del suo spadone. Continua a colpire prima usando il pomo come un martello da guerra, poi utilizza le pietre staccatesi dalle mura. Alla fine, un colpo di archibugio gli passa il collo da parte a parte. Pregianni stramazza sui cadaveri dei nemici uccisi.

pregianni

Incredibilmente, Pregianni è ancora vivo. Il colpo non ha toccato la giugulare e la carotide. In pochi giorni si ristabilisce e cerca di sopperire all’assenza di Gabriele di Martinengo, ferito all’occhio e costretto a letto.

Pregianni, considerato quasi immortale dai suoi uomini, sovraintende alla riparazione delle mura utilizzando i consigli di Martinengo.

Il 12 ottobre i turchi tentano una scalata notturna del bastione inglese. Pregianni e i suoi uomini li scoprono e li massacrano. Il giorno successivo Pregianni fronteggia un nuovo assalto in massa e infligge tali perdite ai nemici da convincerli a sospendere gli attacchi per qualche tempo.

Diventa però sempre più chiaro che i Cavalieri non possono resistere per sempre.

Dopo aver resistito ad altri assalti, all’inizio di dicembre il Gran Maestro decide di chiedere proprio a Pregianni e Martinengo, i due che si erano più distinti durante l’assedio, se sia il caso di trattare la resa.

Storia dei gran maestri e Cavalieri di Malta   L de Caro   Google Libri

Sia i Cavalieri favorevoli alla resa, sia parte della cittadinanza temono che Pregianni e Martinengo siano pronti a consigliare al Gran Maestro L’Isle-Adam una strenua difesa, ma si sbagliano. I due infatti, dati alla mano, gli fanno capire che ci sono le condizioni per resistere al massimo a un solo assalto. Mancano munizioni, viveri e, soprattutto, mancano anche gli uomini per manovrare l’artiglieria.

Al contrario, l’Isle-Adam è deciso a far compiere a tutti i Cavalieri e all’intera città l’estremo sacrificio. Prevalendo il partito della resa, l’11 dicembre si aprono le trattative con i turchi e si scambiano gli ostaggi.

La tregua però viene interrotta dall’idiozia di un Cavaliere, de Fournon, che scarica un cannone su un gruppo di turchi inermi nei pressi delle mura.

Solimano risponde con l’ennesimo cannoneggiamento della città e un nuovo assalto generale, ma alla fine entrambi le parti decidono di porre fine al massacro e firmano le condizioni di resa concordate l’11 dicembre. Pregianni è fra gli ostaggi consegnati a Solimano.

Il primo giorno del 1523 i Cavalieri e i cittadini sopravvissuti, circa 5.000, prendono il mare alla volta di Candia, abbandonando per sempre Rodi. A guidare la nave del Gran Maestro c’è, ovviamente, Pregianni.

Nel 1524, il corsaro francese torna nella sua Marsiglia, e negli anni successivi lo troviamo a capo di un’ambasceria in Inghilterra presso Enrico VIII e a svolgere altri compiti militari e diplomatici.

La guerra ai turchi però rimane nel suo cuore, tanto che, nell’agosto 1528, decide di mettersi all’inseguimento di una galea ottomana avvistata nei pressi di Marsiglia. Nonostante i 50 anni, Pregianni guida l’abbordaggio, ma viene ferito gravemente.

I suoi lo portano a Nizza, dove muore.

La sua storia finisce qui. E inizia la sua leggenda.

Pregianni ha servito tre re francesi, due Gran Maestri degli Ospitalieri, e ha incontrato (il più delle volte “scontrato”) un numero impressionante di famosi personaggi storici. Da Ettore Fieramosca ad Andrea Doria, da Cesare Borgia a Enrico VIII, dal corsaro Curtugoli a Luciano Grimaldi, tutti hanno avuto modo di apprezzare le sua qualità diplomatiche e militari.

La storiografia italiana, Luigi De Caro a parte, non gli ha mai prestato grande attenzione, ma quella francese ha speso per lui grandi elogi.

Louis Nicolas, nella sua Histoire de la marine française (Parigi, 1961) lo definisce, a ragione, “Le plus grand marin du siècle”, “il più grande marinaio del secolo”.

strumenti chirurgici greco romani

Strumenti Chirurgici Greco-Romani

Un Antico Testo sugli Strumenti Chirurgici
Qui sotto troverete parte del primo capitolo (relativo alle fonti) di Surgical Instruments in Greek and Roman Times (“Gli Strumenti Chirurgici del periodo Greco-Romano”), scritto da John Stewart Milne nel 1907. È uno dei tre testi su cui sto lavorando e vorrei sapere se l’argomento solletica la vostra curiosità.

Come si evince dal titolo, il volume è completamente dedicato agli strumenti chirurgici, ed è stato scopiazzato in maniera più o meno evidente da decine di storici moderni.

Il primo scrittore classico su argomenti medici fu Ippocrate, che nacque nel 460 a. C. e praticò ad Atene e in altri luoghi della Grecia. E’ noto che le opere contenute nel Corpus Hippocraticum non siano tutte attribuibili ad Ippocrate, ma visto che tutte le opere pseudo-Ippocratiche appartengono al periodo classico, sono tutte ammissibili come prove per il nostro scopo, e per essere più conciso, mi riferirò a queste ultime come fossero tutte di Ippocrate. Molti strumenti interessanti sono nominati nella piccola collezione di trattati che compongono l’elenco ritenuto genuino delle opere di Ippocrate, ma, prendendoli in considerazione assieme ai lavori pseudo-Ippocratici, il numero di strumenti citati in tutta la collezione è sorprendentemente grande e comprende trapani, trapani per ossa, sonde, aghi, pinze per denti, pinze per l’ugola, ascensori ossa, sonde uterine, dilatatori graduati, cranioclast, e altri. Dopo Ippocrate c’è una rottura nella continuità della letteratura medica, e per alcune centinaia di anni la medicina greca è rappresentata quasi interamente dalle scuole Alessandrine.

cranioclast
Per quanto orribile a vedersi, il cranioclast fu utilizzato largamente fino al secolo scorso. In caso di aborto o morte del feto, permetteva di, ehm, rompere il cranio del feto per facilitarne l’estrazione.

La prima edizione a stampa delle opere di Ippocrate fu una traduzione latina stampata a Roma nel 1525, seguita dall’edizione Aldina del testo greco stampato a Venezia l’anno successivo. Altre edizioni sono quelle di Foes (1595), Van der Linden (1665), Kuhn (Lipsia, 1821). Edizioni più tarde sono il testo con una traduzione francese di Littré (10 volumi, 1849-61), un’edizione erudita curata da Ermerins con testo latino a fronte (1859-1864) e un’ottima traduzione delle opere originali di Ippocrate del famoso dottor Adams di Banchory (Soc. Sydenham. Trans., 1849). La migliore edizione, tuttavia, è quella di Kuehlewein, iniziata nel 1894 e attualmente in corso di pubblicazione da Teubner, Lipsia. I volumi successivi non sono ancora apparsi.

Per la parte del testo che non è contenuta nei primi due volumi di Kuehlewein mi sono basato sull’edizione di Kuhn per la maggior parte delle letture, anche se a volte sono da preferirsi quelle di Van der Linden o Foes. I riferimenti indicati sono i volumi e le pagine dell’edizione di Kuhn, ma in questa edizione sono date le indicazioni delle corrispondenti frazioni nelle altre edizioni in modo che possano essere fatti facilmente riferimenti incrociati a queste ultime. Sembra che ci sia una diversa disposizione in diverse edizioni di Foes, visto che Liddell e Scott dicono che i riferimenti nei loro Lexicon alle pagine contenute nell’edizione di Foes, ma non corrispondono in alcun modo all’impaginazione dell’edizione davanti a me (Francoforte, 1595) .

Come scrittore successivo abbiamo Aulo Cornelio Celso. Il suo sistema di medicina in otto libri è una meraviglia di lucido ordine, e il suo buono stile rende piacevo le leggere una qualsiasi delle sue opere. Il settimo libro dà un giudizio molto interessante sulla chirurgia della Scuola Alessandrina. Egli descrive molti strumenti in dettaglio, anche se cita un numero minore di strumenti speciali rispetto ad alcuni scrittori Greci, visto che la lingua latina si presta meno bene alla formazione di parole composte rispetto a quella greca. Per fare un solo esempio, Celso ha praticamente una parola per tutte le varietà di pinze, vulsella, mentre i greci usano parole composte come pinze per capelli (tricho-labìs), pinze per carne (sarcho-làbos), pinze per dente (òdontàgra), pinze per mozzare (rizàgra). Infatti, nel caso di queste ultime due parole Celso si esprime in greco. Celso è stato pubblicato per la prima volta nel 1478. Un’altra edizione è quello della Targa, 1769. Le edizioni davanti a me sono quelle di Daremberg, pubblicata a Lipsia nel 1859, e Vedrenes (Parigi, 1876). Quest’ultimo contiene le illustrazioni di un numero considerevole di esemplari provenienti da musei italiani e francesi.

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Rufo di Efeso (98-117 d.C.) ha lasciato poche cose interessanti relative all’oggetto della presente trattazione, visto che egli si limita a menzionare, senza descriverli, pochi strumenti, tutti già a noi noti da altre fonti. La migliore edizione è quella di Daremberg, Parigi, 1879. Una traduzione latina delle sue opere si trova in Medicae Artis Principes (Stephanus).

Areteo di Cappadocia ci ha lasciato un lavoro sulle malattie croniche e acute. Egli fa pochi riferimenti agli strumenti, ma quelli che fa sono interessanti, poiché ne nomina alcuni che non sono riportati da nessun altro autore. Fa anche u allettante riferimento a un suo lavoro sulla chirurgia che purtroppo è andato perduto. Esiste una bella edizione del testo, con una traduzione in inglese di Adams di Banchory, nelle Transactions of Sydenham Society.

Galeno (130-200 d.C.) è stato uno scrittore molto produttivo, gran parte del suo lavoro è sopravvissuta fino a oggi e abbonda di argomenti che ci interessano. Molte informazioni sugli strumenti si possono acquisire anche solo dai suoi scritti anatomici. L’edizione più accessibile è quella di Kuhn (20 voll., Lipsia, 1821), ma è sciatta nel testo e ancor più nella traduzione, che è in latino.

Oribasio (325 d.C.) ha scritto un’enciclopedia della medicina, Collecta Medicinalia, in settanta libri, di cui ne rimangono un terzo. Dal nostro punto di vista questa è la più interessante delle sue opere, ma ha lasciato anche una sinossi dell’enciclopedia chiamata Synopsis ad Eustathium, e una specie di manuale di primo soccorso chiamato Libri ad Eunapium. Ho utilizzatol’edizione di Daremberg e Bussemaker (1851-1876).

Sorano di Efeso ci ha lasciato un preziosissimo trattato di ostetricia e ginecologia, che, sebbene scritto solo per le ostetriche, contiene molti riferimenti interessanti a strumenti come lo speculum, la sonda uterina, cephalotribe, il decapitator, ed il gancio per embrioni. Ha vissuto durante il regno di Traiano. Alcuni dei capitoli, di cui si è persa la versione greca, sono stati conservati a noi per mezzo del suo riassuntore Moschione. Ho usato l’edizione di Eose pubblicata a Lipsia nel 1882.

The Cephalotribe
Pubblicazione ottocentesca sul corretto uso del cephalotribe (un altro orrido, ma tecnicamente affascinante, strumento spaccacranio)

Muscio (V secolo), tradusse in latino la parte ginecologica e ostetrica delle opere di Sorano a beneficio delle ostetriche che non parlavano greco. Questa versione è ormai perduta, ma ci è giunta una traduzione in greco, fatta dopo la caduta dell’Impero d’Occidente e lo sviluppo dell’Impero di lingua greca a Costantinopoli nel VI secolo. Di questo lavoro esiste una edizione di Gesner (Basilea, 1566). Infine, questa versione greca di Muscio è stata tradotta nuovamente in latino volgare più di recente (il Barbour pensa sia stata opera di un membro della Scuola Salernitana). Quest’ultima versione è stato pubblicata a Venezia da Aldo nel XVI secolo, ed Eose l’ha inserita come prefazione alla sua edizione di Sorano. Questo lavoro di Muscio ci interessa per fatto che tramanda il contenuto di alcuni capitoli, di cui l’originale di Sorano è privo.

Celio Aureliano Siccensis, un africano del quarto o quinto secolo, tradusse le opere di Sorano, sia quelle in materia di ginecologia che quelle sulle malattie generali, e ci ha tramandato alcune parti di Sorano che altrimenti sarebbero andate perdute; egli però scrive in un latino volgarizzato che, come il latino di alcuni altri scrittori africani su temi medici, causa molti problemi a chi non ha familiarità con questo stile particolare.

Aezio di Amida visse nella prima metà del VI secolo, e compilò un voluminoso trattato sulla medicina in sedici libri. Lavorò interamente di forbici e colla (copia-incolla ante litteram), ma il risultato è aver tramandato fino a noi numerosi estratti di scrittori le cui opere sarebbero altrimenti scomparse del tutto, e la sua opera è di grande valore per lo studio degli strumenti. Un’edizione Aldina dei primi otto libri è stata pubblicata nel 1534 e, anche se la traduzione di tutto il lavoro è stata pubblicata da Cornarius nel 1533-1542 in Latino, sei degli ultimi otto libri non sono mai stati pubblicati nell’originale Greco. Un vero peccato, visto che, per l’argomento che vogliamo trattare, l’originale è l’unica cosa davvero importante, essendo il Greco, come ho già sottolineato, un linguaggio più ricco di parole composte rispetto al latino, e che meglio si presta alla coniazione di nomi più specifici per strumenti speciali. Non che il traduttore cinquecentesco sia da biasimarsi per essersi espresso in latino, ma ogni volta che usa una perifrasi latina noi avremmo avuto un equivalente molto preciso in lingua greca.