MINOLTA DIGITAL CAMERA

Ecco a voi la seconda parte dell’articolo scritto da Gabriele Cerone. Pensare e costruire articoli divulgativi è molto complicato, e mi prendo la colpa di avergli chiesto di essere così succinto nonostante le tonnellate di materiale e le ore di studio dedicate all’argomento. Se ci sarà tempo e modo, vorrei dedicare ad alcune armi inastate delle monografie analoghe a quelle scritte per spade, mazze e asce.

Nella battaglia di Hastings (1066 d.C.) il muro di scudi e lance sassone resse per 9 ore contro gli assalti della cavalleria normanna, che scagliava le proprie lance come giavellotti mentre gli arcieri tentavano di decimare il nemico. Anche se la spontanea rottura dei ranghi della formazione sassone fu decisiva per la vittoria normanna, si assistette ad un anticipo di ciò che avrebbe caratterizzato buona parte del Medio Evo: il cavaliere che cerca di caricare la fanteria dotata di armi inastate senza venirne trafitto.

Durante il Medio Evo si cercò di applicare la lancia alla cavalleria, comprendendo il potenziale decisivo che tale arma avrebbe potuto avere in battaglia. La lunghezza di una lancia da cavaliere si aggirava intorno i 4 m, ma divenne sempre più robusta e pesante. Durante la carica, l’asta tendeva spezzarsi se penetrava troppo in profondità nel corpo del nemico e quindi, dietro la punta, furono introdotti dei bracci d’arresto. In questo modo, la lancia avrebbe potuto resistere a più a lungo.

Armi inastate - lancia, picca e giavellotto

Cavaliere Normanno (in alto a destra, si nota una punta di lancia con bracci d’arresto)

Tuttavia, l’introduzione della resta - un gancio a forma di uncino fissato all’armatura sotto la spalla destra che permetteva di fissare la lancia al cavaliere – fece sì che l’intera forza d’urto dell’uomo e del cavallo fosse concentrato sulla punta dell’arma. Il cavaliere inoltre, era solito puntare i piedi sulle staffe e protendere il corpo in avanti appena prima dell’urto al fine di aumentarne la potenza. Se da un lato ciò permise aumentare l’efficacia della carica di cavalleria (anche contro guerrieri pesantemente armati, come altri cavalieri), dall’altro rese l’impatto talmente devastante da poter disarcionare il cavaliere. Di conseguenza, le lance erano fatte in modo tale da spezzarsi dopo l’impatto.

Armi inastate - lancia, picca e giavellotto2

Cavaliere con lancia (si noti la forma del paramano ideale per bloccare l’arma sotto l’ascella)

Mentre la cavalleria era solita caricare lancia in resta e si dotava di armature sempre più robuste, la fanteria  iniziò ad usare armi inastate derivate da utensili - forche da guerra, falcioni e ronconi, che potevano avere una lunghezza di 5 m- il cui raggio d’azione era spesso inferiore a quello delle lance dei cavalieri, poiché dovevano essere sufficientemente maneggevoli per il combattimento contro altri fanti.

Un giorno tuttavia, successe qualcosa che avrebbe stravolto le tattiche militari in uso fino ad allora. Nel 1302 d.C., a Courtrai, nei Paesi Bassi, una milizia ribelle di Fiamminghi, composta quasi esclusivamente da fanteria, sconfisse un’armata francese in leggera inferiorità numerica, ma che annoverava ben 2.500 cavalieri, tra cui molti membri della nobiltà. I ribelli oltre ad armi derivate da comuni utensili, brandivano picche dette geldon, lunghe 6-7 m e formarono una linea compatta che la cavalleria francese non riuscì a sfondare. Furono sterminati così tanti cavalieri francesi che i ribelli tolsero gli speroni dai cadaveri e appesero questi in chiesa per celebrare la vittoria (per tale motivo fu chiamata “Battaglia degli Speroni d’Oro”).

E il giavellotto?
Ebbe un periodo di buona diffusione in Spagna nella fase finale della Reconquista , soprattutto grazie agli almogavri (o a come volete tradurlo in italiano). Questi erano soldati professionisti il cui equipaggiamento era formato da due giavellotti pesanti e una spada corta e vennero impiegati anche in altri teatri bellici del Mediterraneo (Grecia, Sicilia, Sardegna, Medio-oriente, ecc.)

Qualche anno dopo, nel 1314 d.C., a Bannockburn, in Scozia, un’armata scozzese sconfisse forze inglesi numericamente superiori e meglio equipaggiate. Gli scozzesi usarono delle picche miste ad altre armi inastate ma non disposero la propria fanteria in linea, per evitare di offrire il fianco alla cavalleria nemica. Manipoli di circa un centinaio di uomini si disponevano in cerchi concentrici, puntando le proprie armi verso l’esterno. Tale formazione, dall’aspetto simile ad un porcospino, era detta schiltron e, fino ad allora era stata usata solo a scopo difensivo. Gli Scozzesi si erano esercitati in segreto per riuscire a muovere lo schiltron in modo ordinato, per chiudere la distanza con il fronte nemico nel minor tempo possibile, poiché erano un facile bersaglio per gli arcieri inglesi.

Armi inastate - lancia, picca e giavellotto3

I cavalieri inglesi caricano invano lo shiltron scozzese

La picca, era impugnata a due mani. La prima fila la utilizzava in modo statico, piantando il piede dell’arma nel terreno, rivolgendo la punta verso il ventre del cavallo e restando quasi accucciati a terra. Le file successive, invece vibravano pesanti affondi mentre la cavalleria nemica si girava per preparare una nuova carica. Un affondo di una picca non garantisce certo di poter sfondare l’armatura di un cavaliere, né di trovare un punto meno protetto, poiché la punta è molto distante da colui che impugna l’arma. Tuttavia era frequente vedere i cavalieri, disarcionati dalle proprie cavalcature, rimanere a terra inermi contro i fanti nemici.

Dal Rinascimento, con l’introduzione della polvere da sparo, dalla guerra di movimento, si passò alla guerra di posizione e la fanteria armata di  picca difendeva l’artiglieria che bersagliava il nemico, supportata dagli archibugieri. Quando i due fronti di picchieri giungevano a contatto, la prima fila rimaneva rannicchiata come descritto sopra, reggendo la picca solo con la mano sinistra (in caso di picchieri destrorsi), mentre la destra era già sulla spada, poiché si scivolava sotto le picche per raggiungere il diretto avversario. Il corpo simbolo di questa tecnica è, probabilmente, il Tercio spagnolo La picca venne rinforzata con guance che correvano lungo l’asta di legno, vulnerabile alle lame nemiche.

picchieri

Formazione di picchieri (notare la mano destra pronta ad estrarre la spada)

Tuttavia, gli Svizzeri prima e i Lanzichenecchi poi, utilizzarono la picca anche per attaccare. Gli Svizzeri, quasi del tutto privi di cavalleria e artiglieria da campo, erano costretti a raggiungere rapidamente il fronte nemico e ad usare le armi a propria disposizione. Essi caricavano letteralmente il nemico facendo della picca il proprio simbolo. Si sviluppò una vera e propria “scherma” basata sulla picca con diverse scuole. Infatti, gli Svizzeri impugnavano il piede dell’arma con la mano dominante, aumentando lo spazio tra le due mani e, dunque, la maneggevolezza della picca. I Tedeschi, invece, impugnavano l’asta in un punto leggermente più avanzato rispetto al piede dell’asta, mantenendo una presa più salda al fine di vibrare colpi più potenti.

picca_impugnatura_tedesca

impugnatura tedesca

picca_impugnatura_svizzera

impugnatura svizzera

Progressivamente, la picca venne sostituita dall’alabarda, che offriva maggior versatilità nelle tecniche, sacrificando parte della gittata, per poi sparire del tutto con l’introduzione della baionetta e lo sviluppo di reggimenti di cavalleria che bersagliavano i picchieri con armi da fuoco, (come accade nella battaglia di Rocroi, nel 1643).

Le cavallerie europee, mantennero corpi di lancieri a cavallo fino al XIX secolo, che avevano il compito di gettare scompiglio tra i ranghi nemici con rapide cariche portate ai fianchi dello schieramento.

lancieri napoleonici

lancieri napoleonici

In conclusione, con alterne fortune, la lancia, nelle sue varie forme, ha accompagnato buona parte della storia  dei nostri antenati, prima come strumento da caccia e poi come arma. Va segnalato, a mio parere, il carattere di arma “da truppa” della lancia, poiché rendeva al meglio in una formazione compatta e con un adeguato supporto, non avendo le caratteristiche proprie della spada, che offre maggior versatilità, ma richiede maggiore spazio di manovra e una minore distanza dall’avversario.

Gli ultimi picchieri
L’impiego tardivo più efficace di armi inastate ebbe luogo nel 1794, durante la Battaglia di Racławice. In questa battaglia la “Piccola Polonia” fornì a Tadeusz Kościuszko 2.000 contadini armati di falci da guerra e picche. Detti poveracci fecero a pezzi gli artiglieri russi e furono fondamentali per la vittoria. La falce da guerra, arma povera per eccellenza, fu utilizzata in varie rivolte dell’est europeo fino al 1921 (Rivolta della Slesia)!

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +24 (from 24 votes)

S.Amore_La carezza del destinoE’ passato qualche tempo dalla mia ultima recensione fantatrash. Non che siano mancate le occasioni – il mercato della monnezza letteraria è sempre ben saturo – ma la voglia di perdere parte del mio prezioserrimo tempo a scudisciare infanti amanti dell’inchiostro scema ogni anno di più. Inoltre, devo dire che autori esordienti e meno esordienti non sono mai riusciti a trattenersi  - il loro modus agendi è quello dei romeni fuori dalla stazione Termini che, a furia di peroni da 66cl, alla fine esplodono urina contro muretti e compari dormienti – dall’inviarmi  di continuo meravigliosi manoscritti.

Fra un epub e una sbirciata in libreria, ho comunque mantenuto un superficiale monitoraggio della situazione, fino a quando… qualcuno (non ricordo chi, dovrei trovare l’email/sms) mi ha segnalato l’opera di Elisa Amore. Trattasi di Touched – La Carezza del Destino, opera paranormal romance all’amatriciana della siciliana Elisa S. Amore. A quanto ne so, la simpatica puella ha pubblicato prima a proprie spese, salvo poi trovare l’interesse dell’Editrice Nord. Tutti, dalle Alpi alle Ande, ci stiamo chiedendo il perché di questo mefitico sodalizio artistico.

Avendo a disposizione il primo libro della Saga, ho valutato a lungo l’idea di una recensione. E’ stata la lettura dei primi capitoli ad obbligarmi a una semplice preview.

La trama
Uno sguardo, e Gemma Bloom capisce di essere perduta. Non ha idea di chi sia quel ragazzo, ma da quando l’ha incontrato non fa che pensare a lui, al suo sorriso enigmatico e ai suoi occhi impetuosi come il mare in tempesta. E anche Evan è rimasto stregato da lei e dalla forza del legame che si è subito creato tra loro. Potrebbe essere l’inizio di una storia d’amore perfetta, eppure Gemma è divorata dai dubbi. C’è qualcosa di oscuro in Evan, qualcosa che la spaventa. Forse perché, a volte, Gemma è l’unica a notare la presenza di Evan, mentre per tutti gli altri sembra invisibile? O perché alcune persone sono state trovate morte poco dopo essere state viste con lui? Una sola cosa è certa: in fondo al cuore, Gemma sa che la sua vita dipende da Evan. 

Dico subito che avrei preferito avere una action figure di Sgarbi e liquidare l’autrice (nonché l’editor) con una sequela di “Capra!Capra!Capra!”, perché di sicuro avrei perso meno tempo, ma ormai ho voluto la bicicletta e me tocca da pedalà!

Leggiamo (e dipartiamo) assieme:

L’ombra del destino lo attendeva nascondendosi nella notte, avvolta dalle sue spire talvolta protettive, talvolta minacciose. Gelide, come il cuore di chi la dominava.

Avrebbe continuato ad attendere, perché lui sarebbe arrivato.

Un vento gelido soffiava da nord, camuffando i suoni che si diffondevano per le strade in un rantolo lugubre e inquietante; trascinando con sé l’odore acre del vizio che sfuggiva dagli spifferi delle finestre, superando la coltre spessa dei tendaggi tirati per celarne i segreti: un paradiso perduto velato da un cocktail letale di polvere bianca e desideri concessi.

Come citato nel manuale “Non so scrivere però me piace na cifra e dicono tutti che sò uno profondo!”, l’autrice inizia con il POV sfanculato e frasi da noir caprino. L’aggettivazione parte subito forte e manifesta una tendenza al ridondante che stufa già dopo poche righe. Altro problema è la costruzione della frase; l’autrice spesso si perde il soggetto e quindi il lettore non sa a cosa collegare interi periodi. 

touchdown

Forse Touched non è il titolo più adatto…

Si parte con “Un vento gelido”, ma già al “superando” non si capisce se il gerundio è riferito al vento (visto che c’è una virgola e non punto e virgola) o a “odore acre”. Inoltre, quel “celarne i segreti”  non è agganciato a nulla e quel “desideri concessi” ha lo stesso senso di un subsahariano a un torneo di scacchi.

Continuiamo:

Il rombo di un’auto si frapponeva al ritmo frenetico che proveniva dall’interno man mano che si avvicinava alla struttura, fino a fermarsi davanti al suo imponente ingresso, spezzando i toni scuri della notte con il suo rosso Ferrari.

Anche qui il soggetto (“il rombo”) è diverso da quello che dovrebbe essere (“l’auto”). Per l’autrice, è il rombo a fermarsi davanti all’ingresso. Badate bene, qui non vi parlo da grammar nazi (né penso di esserlo mai stato), ma da scolaretto con tanto di grembiulino blu. Manca proprio la concezione di soggetto-verbo-complemento oggetto. Sono cose che provocherebbero giuste bacchettate sulle natiche anche in prima o seconda elementare. 

Non ha molto senso, ma vado avanti:

Come argento liquido, occhi di ghiaccio brillarono nell’oscurità, affilati come la lama di un coltello, come quelli di un felino che ha avvistato la sua preda.

Quadrupla metafora in una riga e mezza, e già questo dovrebbe bastare, ma che la seconda – quella del felino – sia agganciata ad “affilati” è terrificante. Una frase del genere impedisce al lettore di visualizzare la scena. Prima immagino gli occhi come argento liquido, poi come ghiaccio, e ancora affilati come una lama, nonché affilati (in seconda battuta) come quelli di un felino.

Un consiglio, cara Elisa S. Amore?

Occhi di ghiaccio brillarono nell’oscurità [PUNTO]

Con il cervello ormai devastato e le gambe molli, mi trascino verso un altro passo:

Il vento soffiò più forte, mentre un sorriso scaltro si nascondeva nella penombra…

«Prenditi cura della mia signora», gli ordinò l’uomo senza preoccuparsi di ricambiare la cortesia, facendo scorrere un dito sulla carrozzeria lucente. Poi un sorriso beffardo gli illuminò il volto. «Sono sicuro che stasera ne avrò fin troppe cui concedere le mie attenzioni.» Aprì la portiera del passeggero con un sorriso sornione.

Ridi, ridi, MA CHE CAZZO TE RIDI? Quale editor lascerebbe uno scempio del genere in un libro che deve andare in stampa?

Il primo sorriso dovrebbe essere del tizio misterioso (si nasconde nella penombra dopo aver mostrato i suoi occhioni luccicosi nell’ombra), che conosciamo grazie alla narrazione in terza onnisciente, mentre il beffardo guascone sornione è Jasper.

Delle lunghe gambe nude si affacciarono oltre la portiera rossa e una donna, avvolta in un succinto abito nero, uscì dalla vettura ignorando la mano che l’uomo le offriva. Lo oltrepassò con grazia, lasciandolo con la mano sospesa a mezz’aria, per rifarsi del torto subito.

Jasper fa uscire la misteriosa compagna dalla macchina, ma non si capisce per quale motivo questa debba “rifarsi del torto subito”. In realtà, il torto viene spiegato una pagina dopo, ed è riferito alla frase che Jasper ha detto al parcheggiatore sorridendo beffardamente. In pratica, l’autrice deve essersi resa conto che non si capiva un cazzo e si è vista costretta a spiegare il siparietto. Tristezza a badilate.

normal_sparta_paint_n

Non c’entra un cazzo, ma la trovo meravigliosa

I suoi occhi corsero oltre il marciapiede vuoto all’altro lato della strada, seminascosto da un’oscurità arcana.

Sì, parliamo ancora del tizio misterioso, che stavolta è proprio dal lato opposto della strada e ha la decenza di non mostrare denti sbiancati o sclere luminescenti. Il merito dev’essere dell’oscurità arcana, che ha sostituito la semplice “oscurità” e la successiva “penombra” di cui sopra.

Il ritmo frenetico e assordante della musica li investì con tutta la sua forza, provocando una scarica di adrenalina nelle loro vene.

Il ritmo può essere frenetico, ma non assordante. Quella è la musica, che invece viene relegata a complemento di specificazione…

Io mi fermo qui. Se proprio volete una recensione completa potete anche provare a convincermi, ma non vi assicuro nulla.  

Molti amanti del libro, poveri loro, mi diranno che dopo due pagine non si può giudicare un libro. Beh, purtroppo sono andato avanti fino a pagina 50 e la situazione è solo peggiorata a causa del sovrapporsi di retard sostanziale (trama, personaggi, ecc.) al sopra descritto retard formale (grammatica, costruzione, ecc.).

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: -9 (from 35 votes)

hamasUna paio di perle scientifiche provenienti dal vicino Oriente (le prime due segnalate sul blogdibarbara), ove non è raro trovare illustri scienziati e ricercatori di fede islamica che rigettano qualsivoglia principio scientifico non contenuto nel Corano (ricordo “guidare danneggia il sistema riproduttivo femminile”, “l’urina di cammella la bevo a garganella” e così via).

La quantità di ritardo mentale che scaturisce dai filmati potrebbe dimezzare le facoltà cerebrali di un consesso formato da Platone, Aristotele, Leonardo e Einstein.

1. Il Sole gira intorno alla Terra 

A parlare è Al-Fawzan, membro del Council of Senior Scholars dell’Arabia Saudita. In una discussione all’insegna della profondità scientifica, un giovane babbione gli chiede se il Sole giri intorno alla Terra. Lui risponde senza esitazione che lo dice il Corano ed è dunque una verità inoppugnabile. C’è da immaginare che il vecchio babbione abbia aggiunto “Allah akbar, morte a chi sostiene in contrario”. In un certo senso, questa affermazione mi ricorda alcune gemme di Khomeini, quale ad esempio l’annosa questione di come fare a riconoscere l’acqua pura da quella inquinata (per Khomeini è sufficiente che due musulmani affermino che è pura perché lo sia effettivamente, anche se ci sono due stronzi di cammello ben visibili sulla superficie).

2. La Terra è piatta, il Sole è la metà della Terra e ci gira intorno come un allegro furetto

In questo caso, a parlare è un astronomo iraniano, il guitto Shaykh. Basandosi sulla “scienza coranica”, egli rigetta le nuove tesi (che in realtà risalgono al periodo ellenistico) che vogliono, blasfemia, la terra sferica. Tutto questo nell’Anno Domini 2014. Consiglio di guardare il video per intero, perché anche la questione dell”0cchio (“nessun medico ne conosce il funzionamento”) e del diametro di Sole e Luna meritano una menzione speciale.

3. Gli attacchi di squalo a Sharm sono colpa degli Ebrei

A parlare è un istruttore di diving egiziano. Con il piglio di un vero scienziato e di chi la sa lunga, riesce a spiegare gli attacchi di Sharm del 2010. Altro non sono, secondo lui, di una macchinazione israeliana.

4. Il partito nazista egiziano e la superiorità della razza egiziana

La parte migliore è quando uno dei membri ritiene di avere qualcosa in comune con gli antichi Egizi (“noi abbiamo insegnato al mondo…”), quando la popolazione egiziana, greca e romana fu spazzata via dagli arabi, che con gli antichi abitanti di quelle terre condividono più o meno la stessa quantità di materiale genetico che il sottoscritto condivide con Muzio Scevola.

5. Le armi superiori  di Allah (FAIL musulmani con le armi)

Questo video non c’entra un cazzo, ma è semplicemente meraviglioso. Si parte con esercizi fisici da parte di reclute scoordinate e si arriva a bazookate sparate contro un muro a due metri, mortai che scoppiano in faccia ai simpatizzanti di Hamas (youtube ci risparmia, grazie a Dio, un after fatto di frattaglie e arti volanti), raffinati cecchinaggi contro carri armati pronti a rispondere con un 88mm.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +10 (from 20 votes)

phalanxAmmetto che non sono solito pubblicare articoli di altri studiosi., ma quello quello inviatomi da Gabriele Cerone mi è sembrato subito molto buono quanto a semplicità e capacità divulgativa. Lo riporto integralmente, con le immagini scelte da lui. Questa è solo la prima parte, la seconda (relativa al periodo VI-XIX secolo) seguirà a breve .

Le uniche aggiunte fatte dal sottoscritto sono i box con le curiosità. Buona lettura.

Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? Da quel momento furono stragi, guerre. Si aprì la via più breve alla crudele morte. Tuttavia il misero non ne ha colpa. Siamo noi che usiamo malamente quel che egli  ci diede per difenderci dalle feroci belve.”

Tibullo, Condanna della guerra ed elogio della pace I, 10, vv. 1-24

Queste parole mi sembrano calzare a pennello per introdurre una delle armi, a mio parere, più sottovalutate dalla maggior parte degli appassionate: la lancia.

Semplificando al massimo, possiamo dire che i nostri villosi antenati, per cacciare, pensarono di prendere dei bastoni di legno, solitamente rami più o meno dritti, e appuntirli. Successivamente, attraverso la lavorazione della pietra, i nostri predecessori capirono che, innestando punte di pietra sull’asta di legno, spesso attraverso resine e cordame, aumentava la capacità di penetrazione dello strumento (poiché ancora non possiamo parlare di “arma”) ed il peso. Qualcuno si starà dicendo che aumentare il peso non è cosa buona, soprattutto quando esso è concentrato piuttosto lontano dal corpo (stiamo comunque parlando di aste lunghe fino a 2,5 m). Tuttavia, la lancia non era usata solo per difendersi da animali in carica, come un cinghiale, ma anche a distanza, per pescare e cacciare animali la cui principale difesa era la fuga, come lepri e cervi. In quest’ultimo caso il peso concentrato nella punta, aveva un’utilità evidente poiché oltre ad aumentare il danno inferto, anche la gittata migliorava.

lancia-primitiva

i villosi antenati di cui sopra, intenti a fabbricare lance

La lancia, con il passare dei secoli e l’evoluzione della società, si trasformò in una vera e propria arma e rimase in uso fino al XIX secolo. Le aste erano di legno robusto ma flessibile, solitamente di olmo, frassino o quercia e le punte divennero di metallo, ma tale arma godette sempre di una certa considerazione.

La lancia più antica
La più antica lancia di legno fu trovata una ventina di anni fa in Germania, in una miniera presso Schöningen, dal Dr. Hartmut ThiemeLa datazione ufficiale parla di oltre 400.000 anni (il che rende impressionante lo stato di conservazione). Sul sito, la squadra di Thieme ha rinvenuto otto lance in tutto, oltre alle ossa di quindici cavalli e molti utensili di pietra.

La lunghezza delle lance varia dai 180 ai 250cm e fra i 3 e i 5 cm di diametro. Seguendo le distinzioni riportate nel prosieguo dell’articolo, sarebbe meglio definirle giavellotti, poiché sono lavorate con un doppio “tapering” e quindi adatte al lancio più che al corpo a corpo.

Infatti, come afferma Oakeshott:

A spear is a spear whether it is of the middle Bronze Age or the nineteenth century; there is little room for variation and the same shapes of spearhead crop up in every age and in every land.

E qui sorge il primo problema. Infatti il termine “lancia”, indica vari tipi di arma, seppur molto simili tra loro. A me pare utile utilizzare la terminologia inglese per fare un po’ di ordine:

  • Spear: la lancia da corpo a corpo, piuttosto robusta e di lunghezza variabile fino ad un massimo di 3 m, poiché spesso era maneggiata ad una sola mano, venendo accompagnata da uno scudo;
  • Pike: una lancia (noi la chiamiamo “picca”) più lunga e robusta rispetto alla precedente, poteva anche superare i 7 m di lunghezza, quindi veniva usata a due mani, dato che poteva pesare fino a 10 kg;
  • Javelin: arma da lancio che noi chiamiamo “giavellotto”, più sottile rispetto alla spear e di lunghezza variabile tra 1 e 2 m;
  • Lance: la lancia da cavalleria, derivata dalla spear e simile ad essa sia per peso, sia per dimensioni, doveva essere impugnata ad una sola mano, poiché con l’altra si doveva condurre il cavallo.

Sperando di aver fatto un po’ di chiarezza sui termini, facciamo un balzo in avanti dalla preistoria e passiamo ad una delle età d’oro della lancia: l’età ellenistica.

Il guerriero che, secondo me, era “una cosa sola” con la sua lancia, era l’oplita (da hoplon, il grande scudo rotondo che proteggeva il fianco). Gli opliti erano uomini liberi, non soldati di professione, ma che avevano un addestramento militare di base, che faceva parte del proprio status e veniva tramandato di padre in figlio.

Facevano eccezione gli Spartani, fra cui vi era un vero e proprio ceto, gli Spartiati, che si dedicavano solo  all’addestramento. Gli opliti provvedevano da soli al proprio equipaggiamento e quando la propria città-stato scendeva in guerra, avevano il dovere di parteciparvi. Essi costituivano il nucleo degli eserciti ellenici, si disponevano nella caratteristica formazione a falange, trattenendo e rallentando l’avanzata nemica, mentre i peltasti (da peltarion, lo scudo leggero di cui erano dotati), gli arcieri e i frombolieri, bersagliavano gli sventurati avversari.

opliti

opliti in combattimento

La falange era una formazione compatta, un blocco che agli avversari doveva sembrare impenetrabile. Gli opliti combattevano fianco a fianco e non c’era molto spazio di manovra. Tuttavia, la lancia era usata quasi esclusivamente per gli affondi, quindi era l’arma ideale per combattere con questa tattica. La lancia era impugnata (specie dalla prima fila) sia sotto la spalla, stringendo l’asta tra gomito e fianco, per dare maggior stabilità senza compromettere la possibilità di affondare, sia sopra la spalla (dalle file successive), con il pollice rivolto verso il piede dell’arma, per vibrare un colpo dall’alto verso il basso. La lancia era l’arma preferita dai Greci, non solo perché consentiva di mantenere il nemico a distanza, rimanendo comunque protetti dallo scudo, ma era anche un’arma “onorevole”, poiché la cultura greca riteneva importante il coraggio e quindi incoraggiava il corpo a corpo.

La lancia, secondo Hanson, aveva un diametro di circa 3 cm. ed era piuttosto robusta, ma tendeva comunque a spezzarsi quando le armate si scontravano, per questo, dalla parte opposta rispetto alla punta, il piede era dotato di puntale, così che anche un semplice troncone di lancia, poteva essere brandito prima di estrarre la spada. Il puntale veniva usato anche per finire i nemici feriti quando il fronte avversario cedeva. Il puntale obbligava la fila successiva a mantenere una certa distanza dalla precedente sia per evitare di compromettere l’uso dell’arma, sia per evitare di essere feriti.

The Academy of European Swordsmanship, v. 3, 2, a. 2007
L’arma primaria dell’oplita era la dory, una lancia lunga 210-280 cm e pesante 1-2 kg. Aveva un’impugnatura di circa 5 cm ed aveva una punta di ferro su un lato e un tallone, sempre di ferro, sull’altro. La punta era spesso a forma di foglia, mentre il tallone  (“sauroter”, ovvero “ammazzalucertole”) aveva sezione quadrata…

Mentre le prime file combattevano, quelle successive mantenevano le lance verticali, così da deviare le frecce nemiche e da essere pronti a dare il cambio ai compagni stanchi o feriti. La lancia veniva utilizzata solo in linea retta, ciò permetteva alla prima linea di essere molto compatta, i guerrieri combattevano spalla a spalla, proteggendo anche il compagno d’armi con parte del proprio scudo. Ciò aveva un effetto positivo sul morale degli uomini, che si sentivano parte di un unica unità e non vedevano mai mancare il supporto dei propri concittadini.

Omero, nell’Iliade attribuisce un ruolo fondamentale alla lancia, intendendola come una sorta di ibrido tra l’arma dell’oplita ed il giavellotto del peltasta. Per il poeta, gli eroi erano esseri dotati di forza sovrumana. Il celebre duello tra Achille ed Ettore inizia con i due campioni che scagliano reciprocamente le proprie lance contro l’avversario. Dalla descrizione dell’autore queste armi dovevano essere pesantissime, in grado di sfondare scudi e armature. Tale approccio non è sicuramente realistico, ma la descrizione del duello da parte di Omero è, a mio parere, affascinante.

duello-achille-ettore
Achille ed Ettore in duello

Filippo II di Macedonia e suo figlio Alessandro Magno, oltre alla lancia impugnata dagli opliti, cercarono di implementare la possibilità di colpire il nemico mantenendolo a distanza e, così, introdussero la sarissa, una robusta picca lunga tra 6 e 7 m, derivata da un’arma usata dagli Egizi. Tale arma doveva essere impugnata a due mani, da fanti dotati di un piccolo scudo assicurato da cinghie al braccio sinistro. Una tale arma, permetteva di aumentare la profondità della falange che, in seguito a questi cambiamenti, fu detta “macedone”. I guerrieri erano disposti su molte file che erano ad una distanza di circa 50-60 cm l’una dall’altra. La lunghezza della sarissa permetteva alle prime 5 file di combattere contemporaneamente, puntando le armi contro il nemico e creando un mortale sbarramento davanti allo schieramento. Nemmeno i carri falcati persiani riuscivano a sfondare frontalmente questa formazione, che però risultava vulnerabile sui fianchi, che venivano protetti da opliti più tradizionali. Nel caso in cui la formazione si fosse trovata a fronteggiare un fitto lancio di frecce, le file posteriori avrebbero alzato le sarisse riuscendo, così, a deviarle proteggendo anche la prima linea, che era impegnata nel combattimento diretto.

la falange macedone
la falange macedone

Mentre la fanteria faceva della lancia la sua arma primaria, la cavalleria non stava di certo a guardare. Anche i cavalieri, infatti, utilizzavano lance che, tuttavia, non poteva raggiungere le dimensioni di una picca. Ciò rendeva un suicidio caricare frontalmente una formazione di picchieri. Va anche considerato che la staffa non era ancora stata introdotta, quindi combattere a cavallo era molto difficile, mentre era molto facile essere disarcionati o perdere l’equilibrio. In epoca classica e per buona parte del dominio romano, la cavalleria svolse un ruolo marginale.

Per una grande falange ci vuole una grande picca
Oltre alla lunghezza, la sarissa aveva un peso fuori dal comune. Circa 5 metri di legno pieno sfioravano i 6 kg, mentre 6 metri arrivavo a pesare anche 7 kg. La sarissa aveva due punte di metallo ad entrambe le estremità. Ovviamente quella principale veniva rivolta al nemico ma, in caso di rottura della sarissa (cosa che doveva accadere spesso), il fante poteva utilizzare l’altro lato e rimanere comunque utile all’interno della formazione, magari spostandosi sui fianchi o nelle linee più arretrate.

La cavalleria macedone cercò, tuttavia, di applicare l’idea di superare la gittata delle armi avversarie ed iniziò ad utilizzare lance lunghe 3-4 m (tale arma era chiamata xyston).

alessandro-magno
Alessandro Magno nel famoso mosaico del I secolo a.C. ritrovato a Pompei (Battaglia di Isso).

Nonostante le vittorie di Alessandro Magno, la sarissa era un’arma che richiedeva truppe molto organizzate e disciplinate, perciò venne presto abbandonata. I Romani inizialmente usarono la lancia come gli opliti greci ma, dopo la grande riforma di Gaio Mario (107 a.C.), essa venne abbandonata in favore del pilum, un giavellotto che si spezzava al momento dell’impatto e che non poteva essere riutilizzato. Dobbiamo pensare che tutti i legionari erano dotati di un pilum leggero e di uno più pesante, quindi il lancio di giavellotti aveva un impatto considerevole sul nemico. Come narra Polibio, “… e poiché incastrano la parte di ferro del pilum fino a metà dell’asta [di legno] stessa, fissandolo poi con numerosi ribattini, la congiunzione risulta così ferma e la sua funzionalità è assicurata, che usandolo, prima che si allenti l’incastro, si spezza il ferro, malgrado nel punto di congiunzione con l’asta di legno abbia una grandezza di un dito e mezzo. Tale e tanta è la cura con cui i Romani mettono insieme i due pezzi”.

Il fitto lancio di giavellotti aveva una funzione tattica ben precisa, essa non solo disturbava la carica nemica, ma, specie contro avversari poco organizzati, causava numerose perdite e, talvolta, scompaginava la formazione opposta. Caio Giulio Cesare, descrive così un combattimento affrontato dai suoi uomini:

“I Romani, lanciando dall’alto i giavellotti, riuscirono facilmente a rompere la formazione nemica e quando l’ebbero scompigliata si gettarono impetuosamente con le spade in pugno contro i Galli; questi erano molto impacciati nel combattimento, perché molti dei loro scudi erano stati trafitti dal lancio dei giavellotti e, essendosi i ferri piegati, non riuscivano a svellerli, cosicché non potevano combattere agevolmente con la sinistra impedita; molti allora, dopo aver a lungo scosso il braccio, preferivano buttare via lo scudo e combattere a corpo scoperto”.

Giova precisare, che quando parliamo di legionari romani, stiamo prendendo in considerazione uomini molto vicini a dei militari di professione, che erano addestrati, disciplinati ed altamente specializzati nell’utilizzo dei loro strumenti di morte. Dopo la caduta dell’Impero Romano, la lancia ed il giavellotto rimasero presenti, con alterne fortune sul campo di battaglia. La cavalleria, in seguito all’introduzione della staffa, acquisì un ruolo sempre più rilevante, mentre la picca sembrò quasi scomparire del tutto…

FONTI
1 Illustrazione di Zdenek Burian, 1952, tratta da”Prehistoric Man” 1960;
2 Oakeshott, R. Ewart., The archaeology of weapons: Arms and armour from prehistory to the age of
chivalry;
3 Illustrazione tratta da www.archive.foolz.us;
4 Sul punto, Eschilo, I Persiani, 85-86; 147-149;
5 V. D. Hanson, L’Arte Occidentale della Guerra – Descrizione di una Battaglia nella Grecia Classica,
1989;
6 Omero, Iliade, Libro XXII, 280-320;
7 M. Andronikos, Sarissa, tratto da Bulletin de Correspondance Hellénique, a. 1970, n. 1, pp. 91-107;
8 S. McCulloch, Sarissa (Macedonian), Form, Function Origin, tratto da www.ancentl.com;
9 Polibio, Storie, VI, 23, 11;
10 Cesare, De bello Gallico, I, 25;
11 Si veda http://www.treccani.it/enciclopedia/lancia_(Enciclopedia-Italiana);
12 Illustrazione tratta da www.letstalkromance.wordpress.com;
13 Si veda http://www.military-history.org/articles/battle-maps/the-battle-of-courtrai-1302.htm;
14 Immagine tratta da www.directart.co.uk;
15 Immagine tratta da www.en.wikipedia.org;
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +19 (from 19 votes)

boudicas-armyA meritarsi il secondo articolo della categoria è Boudicca, una Badass che non si è mai arresa pur avendo di fronte un nemico terrificante come l’Impero Romano. All’inizio, la storia di Boudicca probabilmente è simile a quella di tante altre donne britanniche che si ritrovarono a passare sotto il giogo del dominio romano nel I secolo. In particolare, lei ebbe la sfortuna di nascere nel 33, appena dieci anni prima dell’inizio della conquista romana della Britannia.

Secondo la storiografia maggioritaria suo marito, Prasutago, fu messo a capo degli Iceni proprio dai Romani, attorno al 47, come re vassallo. Come accadeva spesso, ai Romani non dispiaceva lasciare sul trono i vecchi re o mettere dei “re fantoccio” che avessero un buon ascendente sulla popolazione. Come si suol dire, lo schiavo più felice è quello che non sa di esserlo, quindi una parvenza di libertà rendeva meno traumatica la fase di transizione verso la dominazione completa. In teoria, Prasutago avrebbe dovuto nominare l’Impero Romano come suo unico erede, ma lui ebbe l’eccellente idea di nominare co-eredi sua moglie e le due figlie.

I Romani la presero a male.

Alla sua morte infatti, occuparono il territorio degli Iceni disinteressandosi del suo volere. Boudicca si oppose. La risposta romana fu diplomatica:
1. Boudicca fu esposta nuda sulla pubblica piazza e frustata davanti al suo popolo;
2. Le figlie di Boudicca, probabilmente due bambine o preadolescenti, visto che Boudicca aveva 26-27 anni, furono stuprate (probabilmente in pubblico anch’esse come monito) dai soldati romani.

L’umiliazione subita dalla regina mandò in fiamme gli animi degli Iceni e quelli delle tribù vicine, fra cui i Trinovanti. Immagino ci fossero numerosi guerrieri e uomini rispettati in entrambe le tribù, ma per il comando militare fu scelta Boudicca, che sembra fosse dotata di grande carisma e intelligenza.

L’alleanza di tribù britanniche che si formò sotto Boudicca aveva una sola missione: spazzare via i Romani e i loro alleati dalla Britannia.

boudica-warrior-queen

Venite, o fedeli compari male armati, il nostro numero spazzerà via i romani!

L’esercito britannico (lo chiamerò così anche se dona troppa professionalità alle truppe di Boudicca) attaccò per prima Camulodunum, odierna Colchester. Si trattava della capitale amministrativa della regione, nonché di un ex castrum le cui mura erano state demolite o utilizzate come muri portanti di nuovi edifici. Senza mura e con una guarnigione di soli 200 soldati, cui vanno aggiunti forse un migliaio di veterani (quindi soldati in pensione), Camulodunum fu completamente rasa al suolo e bruciata.  Tutti i cittadini, molti dei quali si erano rifugiati nel tempio, furono seviziati e massacrati nei modi più atroci.

Ebbene sì, più che come icona femminista e britannica fullblooded, Boudicca andrebbe ricordata come una delle donne più violente dell’evo antico. Il femminismo finisce poi sotto le scarpe se si pensa a ciò che Boudicca permise di fare alle nobili della città:

La crudeltà più atroce inflitta dai Britanni ai Romini fu questa. Spogliarono le nobildonne della città e le legarono, poi tagliarono loro i seni e li cucirono alle loro bocche, in modo sembrasse che li stessero mangiando. Poi impalarono le donne attraverso tutto il corpo…

(Cassio Dione; libro LXII)

Secondo Cassio Dione i morti romani (o, meglio, romano-britannici) causati dalla distruzione di Camulodunum, Londinium -bizzarro pensare che oggi ci sia una sua statua equestre proprio nella città che fece bruciare dalle fondamenta! - e Verulamium furono 80.000, mentre l’esercito ammassato da Boudicca, comprensivo delle famiglie dei guerrieri, poteva contare su 120.000 persone (è la cifra di Tacito, già poco attendibile, mentre Cassio Dione parla di 230.000, sob!).

entity_1447

in rosso il territorio occupato dagli Iceni

Ad intercettare le forze ribelli fu inviata una vessilazione (oggi diremmo un distaccamento) della IX Legione, forse 2.000 uomini o giù di lì, che furono annientati dalle soverchianti forze nemiche. Quinto Petilio Ceriale, comandante della Legione, riuscì  a mettersi in salvo con alcuni cavalieri.

La notizia del disastro giunse al governatore Gaio Svetonio Paolino, che era occupato a massacrare druidi sull’Isola di Anglesey, e lo costrinse a tornare sull’isola maggiore per fronteggiare la rivolta.

andiam, andiam, andiamo a massacrar!
Gaio Svetonio Paolino attraversò lo stretto di Menai nel 60 per porre fine all’esistenza dei druidi, molti dei quali si erano rifugiati lì trovando il supporto dei locali. I suoi legionari massacrarono tutto ciò che si muoveva e distrussero i luoghi di culto druidici. Di questi fatti rimane solo un breve resoconto di Tacito, un vero peccato!

A parte la sua legione, la X Gemina, Svetonio poteva contare su qualche altra vessillazione e su un pugno di ausiliari: in tutto le sue forze non superavano le 10.000 unità. Come potete ben capire, la dominazione romana sulla Britannia era appesa a un filo. 

Intanto, Boudicca continuava a fomentare i suoi. Cassio Dione riporta un suo lungo discorso, la cui veridicità mi sembra come minimo sospetta, in cui la condottiera dice:

Non dovete avere paura dei Romani. Non sono né più forti, né più numerosi di noi. Certo, sono coperti da elmi, corazze, schinieri e sono muniti di valli e fortificazioni perché nessuno possa invadere i loro territori, ma in realtà usano simili mezzi per paura e perché non vogliono attaccare direttamente il nemico. Noi invece abbiamo talmente tanta forza che le nostre tende sono più sicure delle loro mura e i nostri scudi sono migliori di qualsiasi armatura.

Forse Svetonio avrebbe voluto temporeggiare un po’, aspettare i rinforzi, ma alla fine decise per la battaglia campale.  Le fonti romane dicono che i legionari, anche se disposti in un’unica fila, non avrebbero eguagliato il fronte d’attacco nemico.

una curiosità...
A servire come ufficiale di Svetonio c’era già Giulio Agricola, uno dei condottieri più illuminati della storia di Roma. Tacito, suo genero, è nostra fonte principale per quanto riguarda storia della britannia romana.

Vista la differenza numerica fra i due eserciti, Svetonio piazzò i propri uomini in un canalone che terminava in una foresta; il suo primo interesse era evitare l’accerchiamento. Iniziava così la Battaglia di Watling Street.

Boudicca lanciò  i suoi in un attacco frontale scomposto, lasciando fra l’altro le famiglie dei soldati dietro un semicerchio di carri per assistere alla sfolgorante vittoria. I suoi soldati strepitavano e portavano grappoli di teste romane da sventolare davanti ai romani. Senza armatura, i britanni vennero prima investiti dai proiettili romani, poi da una tempesta di pila e infine vennero accolti da scudi e gladi. Come se non bastasse, le due ali di cavalleria romana attaccarono ai fianchi facendo una strage. 

Anche i carri dei britanni si erano dimostrati inutili, d’altronde i cavalli hanno un loro istinto di conservazione e lanciarli contro un muro di lame e scudi o farli galoppare con frecce e giavellotti infilati nel groppone risulta piuttosto difficile.

watlingstreet

combattere a torso nudo fa figo, ma fa anche male.

Ad ogni modo, la ritirata dei ribelli fu devastante. Incalzati dai romani, si trovarono bloccati dai loro cari (che invece di assistere a una vittoria si ritrovavano con il nemico a pochi metri) e cercarono di difenderli, ma ormai era troppo tardi. I romani gongolavano nell’ebrezza del massacro e non si fermarono fino a quando dell’esercito britannico non rimasero che corpi sventrati e migliaia di prigionieri.

Boudicca, per evitare un secondo round di fustigazioni e stupro, si avvelenò (secondo Tacito, mentre per Cassio Dione era già malata e morì poco dopo la battaglia). Non ci è dato sapere che fine fecero le figlie, ma possiamo immaginarlo… roman gangbang.

 

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +28 (from 30 votes)