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Le Prime 750 Parole di un Fantasy

L’incipit di un romanzo fantasy giuntomi tempo addietro. L’autore è convinto che sia scritto benissimo e mi ha dato il permesso di pubblicare alcune righe.

Voi cosa ne pensate?

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incipit fantasyTrasportato dalle stelle della notte, il limpido trillare dei grilli giungeva dal bosco di pini attorno alla radura. Chiudendo gli occhi era facile immaginare le loro ali sfregarsi per produrre quella splendida melodia.

Un vento caldo e tenue sospirava fra i rami, alimentando le fiamme che crepitavano nei falò disposti dai soldati intorno alle tende di cuoio, ove erano già alloggiati per passare la notte.

Intorno al campo l’aria rossastra si fondeva con le tenebre, appena rischiarate dalla luce lunare, in modo da creare un’atmosfera irreale.

Leuner si alzò facendo forza sulle ginocchia e gettò un altro ceppo di legno secco nel fuoco, che in un istante lo divorò con una vampata.

Il bagliore illuminò il suo viso d’acciaio, incorniciato da un elmetto di capelli neri più corti di mezzo pollice e rasati sulle tempie. Coperti dall’ombra delle sopracciglia, si intuivano due occhi pece profondi come un abisso marino.

Il colore bronzeo della pelle trasgrediva le sue origini noridoni ma, inevitabilmente, la vita militare aveva stemperato per sempre il pallore originario.

Le spalle larghe e il petto imponente tendevano il tessuto su di loro e  contrastavano con una vita alquanto stretta, mentre grandi braccia straripavano dalle maniche orlate della tunica.

Con un sospiro alzò gli occhi al cielo per ammirare il fantastico spettacolo offerto dalla volta celeste, abbassando lo sguardo notò l’imponente massa scura del Monte Klastos che con i suoi quattro picchi spettrali perennemente innevati si ergeva ad est,a circa un giorno di cammino.

Sapendo che l’insonnia non gli avrebbe permesso di dormire per le prime ore della notte, si era messo a parlare con una sentinella intenta a controllare il perimetro del campo ma, dopo qualche chiacchiera su argomenti futili, la pesantezza del giorno di marcia e il  vino stavano avendo la meglio su di lui.

Batté una pacca sulla spalla del suo interlocutore, strappandogli un colpo di tosse, e si diresse senza fretta verso la sua tenda, leggermente più grande delle altre e montata al centro dell’accampamento.

Scostò a fatica i pesanti drappi neri dell’entrata e, sebbene l’oscurità riducesse quasi a zero il suo campo visivo, fu veloce nel trovare il giaciglio senza inciampare sull’armatura che aveva adagiato su un sostegno prima di cena. Si spogliò con pigrizia della tunica di cotone e appena si distese sentì la testa che palpitava, quasi assecondando i battiti del cuore nel loro ritmo costante.

Si sforzò di non fissarsi su quel tum-tum fastidioso e di pensare ad altro. Nel frattempo, uno sfrigolio proveniente dall’esterno gli fece pensare che probabilmente le fiamme stavano tentando invano di attecchire ad un ramo troppo fresco per cedere subito alla loro morsa.

Poi la sua mente cadde nel vuoto.

Iniziò a vagare per un’immensa pianura nera, sovrastata da due crinali paralleli. Leuner sentì il bisogno irrimandabile di inerpicarsi su uno di quelli. Annaspò a fatica per il sentiero sterrato che saliva verso l’alto, gravato dal peso del suo armamento. Il sudore gli bruciava gli occhi e i muscoli, gonfi di fatica, si contraevano a scatti, rifiutando altro lavoro.

Quando fu in cima, rimase ad osservare un cielo irreale, gonfio di cumuli scuri percorsi da lampi scarlatti. Poi un frastuono. E un caos di eruzioni vulcaniche insensate, che dal cielo cadevano sulla terra versando cascate di lava incandescente. Scendeva densa e vischiosa come un fiume di resina lungo la corteccia di un albero. Fu allora che Leuner vide un uomo arrampicarsi lungo l’altro crinale, portandosi dietro una spada grande come la suo e un’armatura colossale che lo faceva sprofondare ad ogni passo. Eppure saliva con facilità, con una forza bruta inconcepibile, preferendo il nudo pendio di roccia e fango alla comodità del sentiero.

Anche l’altro guerriero arrivò in cima, il suo mantello si gonfiava per i refoli di vento infernale che provenivano dal magma.

Leuner rimase ad osservarlo, rimanendo anche lui immobile.

Ma non riusciva a vedere i suoi lineamenti, celati dall’oscurità dell’elmo.

Poi il guerriero estrasse la spada da dietro la schiena e due occhi infuocati si accesero sotto la celata. Leuner sussultò, accorgendosi che puntava l’arma dritto verso di lui.

 Il guerriero nero non disse una parola, ma un suo pensiero attraversò l’aria come un dardo dorato e trapassò la mente di Leuner.

Non puoi sfuggirmi per sempre.

La collina di Leuner si sgretolò sotto i suoi piedi all’istante, come una casa colpita da un terremoto.

Si svegliò.

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Dalla Battaglia di Ostia alla caduta dell’Emirato di Bari (849-871)

saraceniLa sconfitta dell’849 non aveva fiaccato il vigore arabo, ed il controllo completo del mar Mediterraneo (e di numerose isole, Sicilia compresa) dava loro la possibilità di agire indisturbati sulle coste.

Lo stesso 849 fu ricco di scorrerie musulmane sulle coste europee. La sfortunata città di Luni fu saccheggiata dai saraceni, tanto che, a detta del Muratori «non risorse mai più»

In realtà, la distruzione definitiva della città avvenne un decennio più tardi a causa di una scorreria normanna. Per quanto sia difficile crederlo, detti normanni la scambiarono per Roma, il loro vero obbiettivo!

Arrecando un grave smacco alla capacità edili dei governi moderni, Leone IV fu in grado di inaugurare le Mura Leonine il 28 giugno dell’852, a quattro anni circa dall’avvio dei lavori. Oltre alle torri presso il porto di Ostia, il pontefice manifestò l’intenzione di ricostruire la stessa città di Ostia, in modo da renderla il baluardo romano nella lotta ai saraceni. 

Proprio nell’852, sempre per sfuggire ai saraceni, giunsero a Roma numerosi abitanti della Corsica. Leone IV li accolse e assegnò loro terre e proprietà a patto che si dichiarassero fedeli al pontefice e al popolo romano.

D’altronde era necessaria nuova forza lavoro nel contado romano, scosso dalle incursioni saracene, e una delle tante testimonianze della situazione riguarda la città di Centocelle.

Nel IX secolo Centocelle (Civitavecchia) era una cittadina alle porte di Roma. Stando a quanto riportato dal Muratori, nell’’anno 854 le mura non esistevano più da quaranta anni e la città era ormai un deserto.

Correvano già quarant’anni che la città di Centocelle, colle mura per terra, e dagli abitanti fuggiti, per timore de’ Saraceni, abbandonata, era divenuta un deserto

Terrorizzati dai Saraceni, che l’avevano saccheggiata nell’814, gli abitanti vivevano nelle campagne e nei boschi limitrofi. Leone IV volle ovviare a questa situazione fondando una nuova città, Leopoli, a quindici chilometri dal vecchio sito, in un luogo ricco di acqua corrente e adatto alla costruzione di mulini. La nuova città venne abbandonata dopo soli 36 anni, poiché il popolo voleva tornare più vicino al mare, alla sua «città vecchia», da cui l’odierna Civitavecchia.

Le rovine di Leopoli oggi
Le rovine di Leopoli oggi

Vale la pena ribadire che nazioni cristiane e nazioni islamiche non erano blocchi monolitici che si scontravano senza sosta. Anzi, molti prinicipi italiani non si fecero problemi ad assoldare milizie musulmane per muovere guerra ai propri vicini. Un caso esemplificativo è quello riportato dal Muratori e attribuito a Leone Ostiense, il quale ci dice che, nell’847, Radelchi di Benevento si fece aiutare ancora una volta da Massar, duca dei Saraceni, per saccheggiare e conquistare monasteri e città:

In questi tempi ancora Radelgiso principe di Benevento [Leo Ostiensis, lib. I, cap. 28.] trasse in aiuto suo Massar duca de’ Saraceni con alcune masnade di quegl’infedeli. Costui neppure portava rispetto agli stessi Beneventani; diede il guasto al monistero di santa Maria in Cinghia; prese il castello di san Vito; forzò alla resa la città di Telese, e saccheggiò tutti i suoi contorni. Fu creduto miracolo ch’egli non molestasse il monistero di Monte Cassino, quantunque vi arrivasse fino alla porte.

Nell’852, questa volta nelle vesti di Imperatore, Lodovico II scese verso il Ducato di Benevento alla testa di un esercito e puntò verso la città di Bari. I saraceni avevano preso città e territori limitrofi nell’847, proclamando un emirato che resterà nella storia come il governo arabo più longevo nella penisola italica.

L’assalto di Lodovico, che aveva portato con sé un buon numero di macchine d’assedio, fu piuttosto veemente. Riuscì ad aprire una breccia nelle mura, ma perse tempo a causa di alcuni suoi consiglieri. Questi erano convinti che le molte ricchezze della città sarebbero andate distrutte in un attacco violento, e che conveniva prendere la città per fame. Mentre l’esercito imperiale temporeggiava, gli arabi riuscirono a riparare la breccia. Lodovico II non aveva alcuna intenzione di tenere l’esercito bloccato a così grande distanza dai centri del potere imperiale, quindi se ne tornò in Lombardia infuriato.

Scampato il pericolo, l’Emirato di Bari tornò ad essere un avamposto straordinario per le scorrerie arabe nel sud italia. I Ducati di Benevento e Salerno soffrivano più di tutti questa situazione. 

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Nell’856 Adelgisio di Benevento e Pietro di Salerno misero da parte qualsiasi acredine fra i due regni e si unirono per attaccare di nuovo Bari. Le truppe però non riuscirono ad iniziare l’assedio, poiché si fece loro incontro un contingente saraceno. I longobardi li sconfissero in modo netto e li misero in fuga, ma un secondo contingente arabo era sulla strada per intercettarli, e questa volta l’armata cristiana non ebbe scampo.  La sconfitta fu talmente pesante da permettere ai saraceni una violenta incursione nel sud italia:

Molti restarono nel campo estinti; gli altri, e parte d’essi feriti, si diedero alle gambe. Orgogliosi per questa vittoria i Saraceni, scorsero dipoi per gli principati di Benevento e di Salerno, uccisero non poche persone, menarono in ischiavitù le lor mogli e figliuoli; e carichi in fine d’immenso bottino, se ne ritornarono a Bari.

A fasi alterne, l’Emirato di Bari continuò ad essere una spina nel fianco dei regni longobardi del sub.

Seodan, o Saugdam, che governava Bari in quel periodo, mandava spesso i suoi soldati a saccheggiare le campagne italiane, tanto che buona parte di esse rimase disabitata. Chiamate di continuo dai governanti locali, le forze imperiali non sembravano avere intenzione di scontrarsi in modo definitivo con con gli arabi di Bari, tanto che a volte si limitavano a presentarsi nel sud italia e a tornare verso nord senza aver risolto nulla.

D’altronde, il Sacro Romano Impero non era un locus amenus, quindi Imperatori e principi preferivano mantenere le proprie truppe nelle vicinanze, piuttosto che mandarle a mille chilometri di distanza.

Nell’862 sempre Adelgiso di Benevento decise di risolvere la questione con un buon quantitativo di moneta sonante. Iniziò quindi a pagare un tributo annuo all’Emirato di Bari e diede ai saraceni degli ostaggi, fra cui la figlia, a garanzia di un corretto pagamento.

Nell’865 i governatori delle città di Telese e Boiano riuscirono a convincere Lamberto, duca di Spoleto e Gherardo, conte di Marsi, ad attaccare i saraceni che funestavano il loro territorio. L’idea era quella di sorprendere sulla strada le squadre arabe che tornavano a Bari con il solito bottino di schiavi e oro, ma le cose non andarono come previsto.

Il sultano era pronto a riceverli e li fece a pezzi, mentre i sopravvissuti si diedero alla fuga o furono ridotti in schiavitù. La vittoria diede grande fiducia ai saraceni, che ne approfittarono per mettere a ferro e fuoco il ducato di Benevento. Città fortificate a parte, non si salvò nessun luogo. Furono distrutte Telese e Boiano, ma anche Isernia, Alife e Supino.

Non c’era modo di fermarli, tanto che arrivarono fino al monastero di San Vincenzo di Volturno, uno dei più ricchi del sud italia, e lo depredarono. I monaci furono anche costretti a pagare tremila scudi d’oro per evitare che il monastero fosse dato alle fiamme.

San Vincenzo al Volturno
San Vincenzo al Volturno

Ancora più ricco era il monastero di Montecassino, guidato dall’abate Bertario. Famoso per essere un fine letterato, per fortuna dei suoi sottoposti aveva anche una certa lungimiranza. Conoscendo il pericolo saraceno, aveva fatto fortificare il monastero e, soprattutto, aveva subito spedito una delegazione a Teano, dove ormai erano giunti i razziatori, per convincere questi ultimi a non assediare il monastero. Al costo, ovviamente, di tremila scudi d’oro.

Per quanto occupato dalle vicende imperiali (dai rapporti con Bisanzio a quelli con il Papa e con tutti i governatori dei città e contrade italiane), nella primavera dell’867 l’Imperatore Lodovico era intenzionato a distruggere l’Emirato di Bari. Ammassò i suoi soldati nei pressi di Nocera e si scontrò con i saraceni, uscendone con le ossa rotte.

Lodovico tornò sotto le mura di Bari l’anno successivo. Distrusse i campi dei dintorni e poi attaccò Matera, da qualche tempo altro baluardo saraceno. Dopo aver preso la città la rase al suolo e passò a Venosa, dove lasciò una guarnigione di una certa consistenza. In questo modo, Bari rimase sempre più isolata.

In Memorie storiche di Matera (1818), di Francesco Paolo Volpe, viene citato un passo dell’Archivio Cassinese in cui si dice che i saraceni reputavano Matera: “una Città ove essi riponevano tutta la loro gloria”.

Visto come un corpo estraneo dai governanti locali, da Lodovico e anche dall’Imperatore Basilio, il destino dell’Emirato di Bari era ormai segnato.

I due imperatori strinsero un’alleanza. A suggellarla fu la promessa di matrimonio fra la figlia di Lodovico ed il primogenito di Basilio. Arrivarono, stando ad alcune fonti, addirittura 400 navi bizantine guidate da Niceta, che aveva anche l’incarico di prendere la figlia di Lodovico e portarla a Costantinopoli. Sembra che i bizantini però, sferrati senza successo un paio di attacchi, se ne fossero andati a Corinto.

Ritirandosi dall’assedio di Bari nell’inverno fra 869 e 870, la coda dell’esercito di Lodovico fu assalita dai saraceni, che riuscirono a sottrargli duemila cavalli e ad utilizzarli per precipitarsi a saccheggiare la chiesa di San Michele sul Gargano, dove fecero prigionieri anche parecchi religiosi.

Fra l’altro, l’improvvisa morte del nipote di Lodovico, Lotario II, aveva portato ai soliti problemi di successione. Carlo il Calvo infatti approfittò della lontananza di Lodovico per assorbire i domini del defunto nipote.

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La spartizione che fra Lodovico II il Germanico e Carlo il Calvo non teneva in alcun conto l’Imperatore Lodovico II

Insomma, l’870 non era iniziato sotto i migliori auspici, anche perché molti uomini inviati da Lotario prima della sua morte erano morti o tornati indietro a causa delle condizioni atmosferiche intollerabili (grande caldo alternato a piogge). Tuttavia, sul finire dell’anno Lotario riuscì nella stretta finale su Bari.

Davvero interessante la curiosità storica riportata dal Muratori, che parlando dell’esercito cristiano dice che molti furono uccisi dai morsi di tarantola: “Plurimi etiam aranearum morsibus extinti sunt: cioè dalle tarantole, velenosi animaletti, anche oggidì sussistenti e famosi pel danno che recano in quelle contrade”

Con l’emiro Mofareg barricato in città, Lodovico mandò le truppe di Ottone, conte di Bergamo, ad aiutare la popolazione calabrese, in difficoltà per le scorrerie di altri comandanti musulmani. La notizia delle vittorie cristiane in calabria raggiunse Cincimo, luogotenente saraceno di Amantea, che fu sconfitto e messo in fuga. Cincimo aveva però messo insieme un piccolo esercito per andare a soccorrere Bari, ed aveva intenzione di attaccare i cristiani (accampati fuori le mura di Amantea?) il 25 dicembre, sicuro di coglierli di sorpresa durante le celebrazioni del Natale. I cristiani erano però venuti a conoscenza del piano e, officiata la messa prima dell’alba, si fecero trovare pronti. Cincimo ed i suoi vennero macellati.

Senza più speranze, Bari cadde il 2 febbraio 871. Non ci fu alcuna resa, ma un assalto violento ed un massacro di saraceni. Mofareg si salvò grazie all’intervento di Adalgisio di Benevento. L’emiro si era infatti rifugiato in una torre della città, chiedendo di potersi arrendere direttamente a quest’ultimo (di cui, se ben ricordate, aveva in ostaggio la figlia).

Lodovico permise l’accordo, ma ebbe a pentirsene poco dopo…

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Zweilawyer Historica

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Ho iniziato ad elaborare questo progetto pochi mesi dopo l’apertura del blog, ma penso che solo ora i tempi siano maturi per fare il prossimo passo. 

In questi anni ho collaborato con diversi storici, aiutandoli nelle tesi di laurea o di dottorato, e ho ricevuto delle proposte interessanti per la stesura di saggi e libri storici.

Tuttavia, penso che il mercato sia saturo di libri e trattati che si rivelano essere collage meccanici di altri libri senza alcun valore storiografico. Il mio interesse è sempre stato un altro: recuperare testi antichi, quasi sempre abbandonati nelle biblioteche fisiche o digitali, e proporli in un nuovo formato.

L’idea alla base si Zweilawyer Historica è proprio questa:

prendere i testi più interessanti dei secoli scorsi, tradurli o riportarli ad un livello adeguato di fruibilità, ed arricchirli con link ipertestuali e box di commento.

Si tratterà di pubblicazioni a metà fra la divulgazione e la ricerca storica e saranno curate interamente da me. Ovviamente, il formato ebook e la presenza dei link le renderanno particolarmente adatte alla lettura tramite dispositivi connessi ad internet.

Il primo volume “Storia della Presa di Salamina e del Comandante Marc’Antonio Bragadino“, sarà disponibile a fine novembre in tutti i negozi digitali, da Amazon a IBS, al prezzo di € 0,99.

copertina 4.2

Sia il logo qui sopra che la copertina in basso sono solo in versione beta. Fatemi sapere cosa ne pensate.

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Le Notizie Archeologiche Più Interessanti del 2014 (febbraio)

Il secondo appuntamento con le news archeologiche del 2014. Per febbraio ho selezionato le tre riportate qui sotto (per andare all’articolo originario basta cliccare sui titoli):

1. Una Basilica Bizantina Sommersa

Divers, accompanied by the  archaeologists of the<br /><br /><br /><br /><br /><br /> İznik Museum Directorate,  remained under water for  some 2,5 hours. AA Photos

Immagino la sorpresa degli archeologi turchi dopo aver visionato alcune foto aeree del lago di Iznik (la città di Iznik corrisponde, per intenderci, alla famosa Nicea). Queste hanno mostrato la presenza di una bellissima basilica cristiana del IV-V secolo circa. Dedicata a S. Neophytos, un adolescente cristiano giustiziato dai romani una decina di anni prima dell’Editto di Costantino, gli studiosi ritengono sia crollata nel 740 in seguito ad un violentissimo terremoto che scosse la regione e provocò gravissimi danni anche a Costantinopoli.

Una delle “chiese sommerse” più famose del mondo è italiana. Si trova nel lago di Resia, a un paio di chilometri dal confine con l’Austria. Il suo campanile quattrocentesco continua ad emergere dall’acqua nonostante il resto del paese, Curon Venosta, sia finito sott’acqua alla fine degli anni’40.

2. Il cacciatore di tesori tedesco

tesoro_romanoA volte gli archeologi amatoriali o i cacciatori di tesori si imbattono in ritrovamenti straordinari. E’ questo il caso del tedesco che ha scoperto un enorme quantitativo di decorazioni romane in oro (incluse molte spille come quella nella foto qui accanto) datate fine del V secolo. Parliamo di un tesoro valutato oltre un milione di euro. L’uomo, di cui non sappiamo il nome, ha consegnato tutto alle autorità quando ormai si sentiva braccato, ma non è escluso che sia riuscito a vendere parte del bottino al mercato nero.

Il ritrovamento è avvenuto, grazie a un metal-detector, in un’area boschiva nel sud della Renania-Palatinato. Il tesoro doveva appartenere ad un militare romano di alto livello, visto che, oltre alle spille decorative, ne fa parte anche una sedia pieghevole da campo interamente in argento. A causa della poca esperienza dello scopritore/razziatore, quest’ultima ha subito gravi danni durante l’estrazione dal terreno.

3. Fort Caroline 

fort_caroline

Gli archeologi USA sono sempre stati affascinati dai miti e dalle storie relative ai primi insediamenti europei nel nuovo continente. Pur risalendo alla fine del XVI secolo, quindi a un periodo abbastanza recente, molti di essi sono andati perduti. Una delle ricerche più lunghe ha riguardato Fort Caroline, avamposto francese nell’odierna Florida costruito nel 1564.

L’antico sito sembra essere stato identificato alla foce del fiume Altamaha, in Georgia, da Fletcher Crowe ed Anita Spring, ma nei mesi successivi altri studiosi hanno messo in discussione la loro tesi. Ad oggi, rimaniamo in attesa degli scavi per comprendere chi abbia ragione.

La (presunta) scoperta arriva a meno di un anno dall’altrettanto importante ritrovamento di Forte San Juan, il più antico forte europeo nell’entroterra nordamericano. Costruito dagli uomini del capitano Juan Pardo ai piedi degli Appalachi nel 1567, ben quaranta anni prima dell’insediamento inglese di Jamestown.

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Gladiatores e Agone Sportivo: Armi e Armature dell’Impero Romano

gladiatores_e_agone_sportivo_stadiodomiziano_mattesiniDopo il Colosseo, la collezione dell’Ass. Culturale Archeos conquista anche lo Stadio di Domiziano. Collaboro con Silvano Mattesini da quasi una decade, e dopo tanti libri scritti, nonché sangue versato nell’arena, il suo lavoro sta dando i frutti sperati.

Il libro Gladiators (di cui ho scritto alcune parti sugli armamenti oltre ad aver fatto da modello per le foto) sta avendo un discreto successo in formato kindle, e nuove opere sono in arrivo.

Invito tutti gli utenti di Roma a visitare la mostra, perché ne vale davvero la pena: le ricostruzioni sono eccellenti ed il setting ricco di atmosfera.

Forse, e dico forse, a dicembre potrei organizzare una visita guidata dal sottoscritto (ovviamente non percepirò una lira per questo), magari in concomitanza con PiùLibriPiùLiberi.

Se qualcuno di voi ha voglia di provare l’ebrezza di una Reunion mi faccia sapere.

Vi terrò informati.

Dal 25 Settembre 2014 al 30 Marzo 2015

ROMA

LUOGO: Stadio di Domiziano

ENTI PROMOTORI:

  • Stadio di Domiziano
  • Roma Capitale

COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 5, ridotto € 3,50; gratuito per bambini fino ai 12 anni, portatori di handicap con accompagnatore

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 06 45686101 / 06 45686100

SITO UFFICIALE: http://www.stadiodomiziano.com

COMUNICATO STAMPA: Promossa  ed organizzata dallo Stadio di Domiziano, l’esposizione  si pone come un ‘viaggio’ emozionante ed avvincente nella gladiatura, una delle più caratteristiche e affermate espressioni della cultura di Roma antica.

La collezione ricostruita dall’Arch. Silvano Mattesini (Associazione Archeos) è ora integrata nel sistema espositivo dell’area archeologica.
Unica nel suo genere, la raccolta comprende corazze, elmi, spade, scudi, schinieri, cinture, cingula e maniche di protezione: circa 350 esemplari.
Ordinata in sei diverse sezioni, l’esposizione che sviluppa il filone dell’archeologia sperimentale ripercorre la storia dell’armamento gladiatorio dal IV secolo a.C. fino all’inizio del II secolo d.C., illustrandone le diverse tipologie e seguendone l’evoluzione.
Accanto alle armi e alle armature anche tutti gli accessori utilizzati nell’agone sportivo: dai guantoni alle lance, dalle loriche da auriga ai dischi da lancio, dagli strumenti musicali dell’epoca alle maschere tragiche.
Da non perdere lungo il percorso l’armamento da parata di un personaggio della gens Flavia; gli  elmi da cerimonia della caserma gladiatoria di Pompei; gli elmi da Mirmillone e da Hoplomachus e la tipologia di armamento dell’esercito romano, tanto influenzato proprio dalle esperienze gladiatorie.
Al centro della scena, chiaramente, il gladiatore la cui figura subì nei secoli un grande cambiamento: da semplice guerriero catturato dai soldati romani in battaglia a vero e proprio professionista, famoso come una ‘celeb’ di oggi.
I giochi gladiatori divennero, infatti, un fenomeno così popolare e remunerativo che attrassero non solo uomini liberi ma anche donne, nobili romani, senatori e, anche, imperatori.
L’esposizione permette di scoprire, inoltre, le varie classi di gladiatori: dai Thraeces riconoscibili dalla loro spada ricurva agli Hoplomachi provvisti di alti schinieri; dai Sagittarii equipaggiati di archi e frecce agli  Equites  con lancia e spade; dai Retiarii muniti di rete e tridente ai Venatores in lotta contro le fiere; dai  Provocatores armati alla maniera militare ai  Mirmillones, la classe più comune di gladiatori.
E per dare ai visitatori un’idea precisa di come si svolgevano gli scontri reali, in grandi vetrine  saranno  rappresentate  le “coppie” di combattimento, quelle che, secondo regole ben precise,  si affrontavano tra  di loro nell’arena: Thraex contro Mirmillone, Mirmillone contro Hoplomachus, Provocator contro Provocator…
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