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La Rivolta degli Zanj (869-883): Parte 1

Questo articolo traduce, sintetizza ed integra un eccellente studio sulla Rivolta degli Zanj pubblicato in tedesco dal Prof. Theodor Noldeke e tradotto in inglese da John Sutherland Black per il volume Sketches From Eastern History nel 1892.

  UN INVITO ALL’APPROFONDIMENTO
Oltre a narrare le straordinarie (e sconosciute ai più) vicende della ribellione di schiavi neri (“Zanj” sta per “negro” in persiano. “Zanzibar” infatti si traduce come “Terra dei Negri”) più rilevante di sempre, il testo tocca, in via incidentale, degli argomenti che non mancheranno di suscitare la vostra curiosità: le correnti interne all’Islam, la presenza degli “Zutt”, ovvero degli zingari, nell’Iraq meridionale del IX secolo, l’intolleranza del Califfo Mutawakkil nei confronti degli altri culti, l’abbattimento dell’albero sacro degli Zoroastriani e molto altro.

Quando il Califfo Mutawakkil venne assassinato, per ordine di suo figlio, l’11 o il 12 Dicembre 861, la struttura dell’Impero Abbaside iniziò a collassare. Le truppe, sia quelle Turche che le altre, insorsero e deposero i Califfi; i generali, molti dei quali un tempo erano stati schiavi come quelli che ora comandavano, lottavano per un potere che spesso dipendeva dall’umore dell’esercito. Nelle province nacquero nuovi governatori che, nella maggior parte dei casi, pensavano non fosse necessario riconoscere il Califfo come loro signore, anche solo dal punto di vista formale. Nelle grandi città della regione del Tigri ci furono gravi tumulti popolari. La pace e la sicurezza erano garantite solo dove il governatore, in pratica indipendente, esercitava il potere in modo ferreo.

 I DHIMMI SOTTO Al-MUTAWALKKIL

Al-Mutawakkil non ebbe mai grande apprezzamento per le altre fedi presenti nell’Impero. Nell’850 emanò un decreto che costringeva i Dhimmi (in maggioranza Ebrei e Cristiani) a vestire abiti che li distinguessero dai Musulmani. Inoltre i loro luoghi di culto furono distrutti  e furono estromessi dalle cariche pubbliche.

Quelli cui andò peggio furono i Zoroastriani, poiché Mutawakkil ordinò di abbattere il loro albero sacro, il Cipresso di Kashmar, per utilizzarlo nella costruzione del suo nuovo palazzo. Per sua sfortuna, fu assassinato prima dell’arrivo dell’albero.

Questa situazione interna ci aiuta a comprendere come, un avventuriero intelligente e senza scrupoli possa essere stato in grado di creare, non lontano dal cuore dell’Impero, un dominio che per lungo tempo divenne il terrore delle regioni confinanti. Egli riuscì inoltre ad accaparrandosi il supporto delle classi più disprezzate della popolazione. Il suo regno si piegò solo dopo 14 anni di attacchi da parte del Califfato, che nel frattempo era riuscito a recuperare parte della sua antica forza.

Alì inb Muhammad, proveniente da un villaggio non lontano dall’odierna Teheran, si proclamò discendente di Alì ibn Abi Talib e di sua moglie Fatima, la figlia del Profeta. Visto che nel IX secolo i discendenti di Alì (non tutti persone di buona nomea) erano ormai migliaia, la sua affermazione poteva essere vera così come poteva essere una semplice invenzione.

A detta di alcune autorità la sua famiglia proveniva dal Bahrein, una regione dell’Arabia nord-orientale, ed apparteneva ad un ramo della tribù di Abdalkais, che risiedeva lì. Ad ogni modo, egli passò per essere un uomo di sangue Arabo.

Prima di rivelarsi al mondo, si narra che Alì rimase per qualche tempo, assieme ad altri avventurieri , in Bahrein, cercando di farsi un seguito lì. Questa notizia sembra essere confermata dal fatto che diversi dei suoi seguaci più importanti provenivano da quella regione.

Fra questi c’era lo schiavo liberato nero noto con il nome di Sulaiman, figlio di Jami, uno dei suoi generali più capaci. L’ambizioso Alì, sfruttando una situazione di prevalente anarchia, cercò di assicurarsi una base a Basra. Questa grande città commerciale, dopo Bagdad il luogo più importante delle province centrali, era in grave sofferenza a causa del conflitto tra due fazioni, con ogni probabilità rappresentate dagli abitanti di due differenti quartieri della città. Qui Alì non ebbe grande fortuna; alcuni dei suoi seguaci, e anche i membri della sua famiglia, furono imprigionati, una sorte che evitò fuggendo a Bagdad. Poco dopo però, in seguito a un cambio di governatore, a Basra ci furono nuovi scontri, le prigioni furono aperte, e Alì si recò nuovamente in loco.

african slaves iraq
studio monografico sulla rivolta degli Zanj (per chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente)

Egli aveva già esaminato in modo accurato il terreno adatto ai suoi piani.

Conosciamo solo marginalmente il luogo degli accadimenti relativi all’ascesa di Alì. Sappiamo che, in quel tempo, l’Eufrate, si immetteva in una regione di laghi e acquitrini, connessi al mare da canali di marea.

La più importante di queste acque era vicino a Basra, che si trovava più a ovest rispetto alla moderna, e molto più piccola, città con lo stesso nome (Bussorah). Questo luogo e le sue vicinanze erano attraversati da moltissimi canali (si dice più di 120.000). Sempre in quel periodo, il ramo principale del Tigri era quello a sud, ora chiamato Shatt al Hai, su cui sorgeva la città di Wàsit.

C’erano quindi alcune differenze geografiche rispetto a oggi, anche perché allagamenti e argini rotti avevano trasformato molte terre fertili in paludi; mentre, all’opposto, il prosciugamento e la costruzione di argini ne avevano bonificato molte altre.

In linea di massima, quella che era una terra ridente era divenuta selvaggia a causa dell’espansione degli acquitrini e dal riempimento di limo e ostruzione dei canali di drenaggio. Erano cambiati anche i letti dei fiumi. In considerazione di quanto detto, possiamo seguire solo in modo vago i riferimenti topografici molto precisi dettagliati dalle fonti nel descrivere le campagne contro Alì ed i suoi uomini.

A poca distanza a est di Basra c’erano ampi piani, attraversati da fossi, in cui  un gran numero di schiavi neri, la maggior parte provenienti dalla costa orientale africana, la terra degli Zanj, erano impiegati per scavare via la superficie nitrosa del suolo e mettere a nudo il fertile terreno sottostante. Al tempo stesso, questi venivano utilizzati anche per raccogliere il salnitro presente nello strato superiore del terreno.

Il lavoro degli schiavi era massacrante e la supervisione molto stretta. Il sentimento di affetto che, in Oriente, legava lo schiavo alla famiglia in cui viveva ed era cresciuto, era qui del tutto assente.

D’altro canto però, in simili masse di schiavi che lavorano insieme nasce facilmente una comunione di sentimenti, un comune senso di rabbia verso i padroni, e, sotto determinate condizioni favorevoli, la presa di coscienza della propria forza; queste, opportunamente combinate, sono le condizioni di un’insurrezione su larga scala. Avvenne questo durante le guerre combattute contro gli schiavi nell’ultimo secolo della Repubblica Romana, e la stessa cosa accadde qui.

  ISLAM E SCHIAVISMO

[Per approfondire, vedi Islam e Schiavismo: Una Storia Dimenticata]

I procacciatori di schiavi catturavano gli schiavi direttamente (specie le tribù nomadi), o tramite compravendite con i regni locali, come ad esempio quello del Ghana, l’Impero Gao o, in seguito, l’Impero del Mali. In questo caso, tutto quello che i musulmani dovevano fare era recarsi presso i vari mercati regionali (Gao, Aghordat, o altri locali) ed acquistare i prigionieri catturati nelle guerre interne.

Oltre a questo, i regni vassalli venivano spesso costretti a pagare un tributo in schiavi. Il primo fu istituito nel 652 a carico del regno di Nubia, e prevedeva l’invio di 360 schiavi l’anno (un numero che probabilmente fu aumentato nel tempo), oltre a elefanti e altri animali selvatici. Il regno di Nubia continuò a pagare ininterrottamente per circa cinquecento anni.

Musa bin Nusair, uno dei più grandi generali arabi di tutti i tempi, ridusse in schiavitù 300.000 Berberi infedeli, di cui 30.000 divennero schiavi-soldato. Successivamente, durante la campagna che lo portò a disintegrare il regno Visigoto (711–15), Musa riuscì a riportare in nord-Africa 30.000 vergini gote.

Alì comprese la forza latente di quegli schiavi neri. Il fatto che egli fu in grado di mettere in moto questa forza, e di svilupparla in una potenza che richiese molto tempo ed enormi sforzi per essere stroncata, dimostra che egli fu un uomo di grande acume. Il “capo degli Zenj”, “Alid” o il “falso Alid” gioca un ruolo molto importante negli annali dei suoi tempi, tanto che è facile comprendere perché la nostra fonte principale, Tabarì, preferisse chiamarlo “l’abominevole”, “il malvagio” o “il traditore”.

A Babilonia già una volta uno Arabo di talento e senza scrupoli aveva sfruttato un periodo di confusione istituzionale per far nascere un regno basato su pretesti religiosi con l’aiuto delle classi più disagiate. Lo scaltro Mokhtàr aveva fatto appello alla popolazione Persiana e ai mezzo-sangue Persiani delle grandi città, in particolare Cufa, cui i dominatori Arabi, in quei primi anni dell’Islam, guardavano con grande disprezzo (685-687). Ma Alì andò molto più a fondo, e rimase al potere molto di più di Mokhtàr.

Prima di rivelarsi apertamente, Alì aveva cercato fra gli strati più derelitti della popolazione (in particolare fra gli schiavi liberati) gli strumenti adeguati all’esecuzione dei suoi piani.

All’inizio del settembre 869 si recò presso il distretto del salnitro sotto le mentite spoglie dell’uomo d’affari di una ricca famiglia, e iniziò a provocare gli schiavi. Secondo le fonti, egli si rivelò definitivamente il 10 settembre 869.

Aizzò gli schiavi neri sottolineando quanto fossero infime le loro condizioni d vita e promise loro che, se lo avessero seguito, avrebbero ottenuto libertà, benessere e… schiavi. Avete capito bene, Alì non aveva alcun interesse a predicare la necessità l’uguaglianza universale o un generale benessere, ma cercava di convincere gli schiavi neri che dovevano essere loro a primeggiare.

mercato degli schiavi arabo
mercato degli schiavi arabo

Ovviamente, Alì non si fece problemi a mascherare il suo piano da questione religiosa. Davanti ai suoi seguaci, egli proclamava la restaurazione della vera giustizia e che nessuno, a parte loro, erano veri credenti o destinati a rivendicare i diritti terreni e divine del vero Musulmano.

In un tempo di superstizioni e feroce utilizzo delle posizioni religiose, Alì riuscì a fare presa sia sui sentimenti più nobili che su più bassi delle masse disagiate. Il suo fu un successo completo.

In pratica si fece passare per un messaggero divino, e ai neri sembrò effettivamente esserlo, ma che ne fosse davvero convinto è difficile a credersi. Da quello che sappiamo di lui, sembra che Alì fosse un freddo calcolatore, anche se in realtà conosciamo meglio le sue gesta militari che non la sua vera personalità.

Alì affermò dunque di essere un discendente di Alì, il genero di Maometto, e quindi ci si poteva aspettare che, come avevano fatto altri, iniziasse a sbandierare la natura divina della sua famiglia e fondasse una setta Sciita.  Al contrario, egli si dichiarò a favore della dottrina dei nemici più decisi della legittimità di quella Sciita. Questi erano i Khargiti, i quali sostenevano che solo i primi due Califfi erano stati legittimi, mentre ripudiavano Othmàn e Alī ibn Abī Ṭālib, perché avevano fatto proprie idee secolari. Sostenevano anche che avrebbe dovuto regnare solo “l’uomo migliore”, anche se fosse stato uno “Schiavo Abissino”. Visto che si consideravano gli unici veri musulmani, non si facevano problemi a uccidere e schiavizzare i loro nemici musulmani e le loro famiglie.

Alì portava la scritta “Alì, figlio di Maometto” sul suo stendardo, ma gli schiavi non lo avrebbero seguito basandosi solo sulla sua presunta discendenza. Il passo decisivo fu proprio far credere loro di essere gli unici veri Musulmani e legittimi massacratori o padroni di tutti gli altri.

Nello scegliere la dottrina adatta ad infiammare gli animi degli Zanj, Alì, quasi sicuramente, tenne anche in considerazione la scarsa popolarità della dottrina sciita a Basra. E questa sua scelta ebbe una ripercussione rilevante, visto che probabilmente spiega il motivo per cui Qarmat, fondatore dei Carmati (setta ismaelita, a sua volte corrente sciita), non abbia mai voluto supportarlo.

Tornando ad Alì, bisogna notare che la conformazione territoriale (cui abbiamo accennato) favoriva il buon esito di una rivolta. Una quarantina di anni prima, nelle paludi fra Wàsit e Basra, si erano stabiliti degli Zingari (in arabo “Zutt”) le cui file si erano ingrossate grazie all’arrivo di emarginati e ribelli. Nonostante il Califfato fosse allora in pieno vigore, era stato difficile farli capitolare, quindi gli schiavi neri, più forti fisicamente (nell’articolo originale si legge “più coraggiosi”) e più numerosi, avevano buone possibilità di avere successo.

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I luoghi della ribellione [immagine presa dalla pagina inglese di wikipedia]

Dell’inizio della rivolta degli Zanj abbiamo diverse testimonianze dirette. Un gruppo di schiavi dopo l’altro iniziò a seguire il nuovo messia, e il numero dei ribelli arrivò prima a cinquanta, poi a cinquecento e così via. La loro furia si abbatté sui loro guardiani, perlopiù essi stessi schiavi o schiavi liberati, ma Alì , dopo averli fatti pestare, scelse di risparmiare le loro vite.

I proprietari degli schiavi supplicarono Alì di riconsegnarglieli e gli offrirono cinque pezzi d’oro per ciascuno schiavo oltre all’amnistia per le sue azioni. Egli rifiutò sempre queste offerte e giurò ai suoi seguaci (infastiditi da questo tipo di negoziazioni) che non li avrebbe mai traditi.

L’etnia di africani più rappresentativa fra gli schiavi era quella degli Zanj, che in pratica non parlavano neanche arabo, tanto che Alì fu costretto ad usare un interprete per comunicare con loro. I Nubiani invece, e gli altri africani del nord, già parlavano arabo. Agli operai delle cave di salnitro si unirono anche schiavi fuggiti da città e villaggi e uomini bianchi, mentre invece ci fu poca adesione da parte del proletariato urbano. Di sicuro un buon incremento del potere dei rivoltosi fu dovuto all’ammutinamento di soldati neri del Califfato, specie dopo che le truppe di quest’ultimo venivano sconfitte da Alì. Ad esempio, proprio all’inizio della rivolta un contingente dell’esercito fu sconfitto dagli schiavi (quasi disarmati), e più di trecento soldati neri si unirono a loro.

Purtroppo non disponiamo di informazioni dettagliate sull’organizzazione interna dello stato di Alì, ma la storia delle sue battaglie e della sua resistenza al Califfato ci è nota, e l’affronteremo la settimana prossima, nella seconda parte dell’articolo.

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complottismo-tunisia

Ipotesi di Complotto: Terrorismo in Tunisia

L’attacco di ieri a un museo tunisino, rivendicato dai soliti estremisti islamici, ha causato una ventina di morti, di cui quattro italiani. In calce all’articolo de Il Fatto Quotidiano relativo a questo avvenimento, i commenti retard di matrice complottista sono stati ottimi e abbondanti. Passiamo in rassegna i loro autori onde magnificare l’ignoranza in secula seculorum.

1. IL BENALTRISTA

Tunisia  attacco al museo   19 morti . Premier Essid   antoniodemaioSti cazzi dell’attentato. Non bastano decine di articoli e migliaia di commenti sulla politica interna. Anche quando si parla di politica estera o di terrorismo islamico, l’ossessione di soggetti come quello che ha scritto il commento qui sopra rimane inalterata. Cosa c’entrino LUPI e INCALZA mi sfu/11gge, ma forse può aiutarci un suo compare:

2. IL VEGGENTE

Tunisia  attacco al museo   19 morti . Premier Essid   marcorsogiannini

Ahò scusate, ma la connessione fra attentato in Tunisia e Lupi proprio non l’avevo colta. Fortunatamente Marco Orso l’ha intuita, collegandola alla questione Kyenge e, manco a dirlo, al 9/11. Ora, io mi aspettavo anche un accenno al Mossad, che fa sempre figo, ma in questo caso ci facciamo bastare la CIA.

3. IL SEGUACE

Tunisia  attacco al museo   19 morti . Premier Essid   Ci sono anche italiani  otello2

Tirare fuori torri gemelle e CIA attrae, di solito, frotte di seguaci del complottismo più spinto.  Otello infatti coglie la palla al balzo per alcune puntualizzazioni sulle assicurazioni del WTC e su l”acciaio speciale”.

4. IL SECONDO SEGUACE

Tunisia  attacco al museo   19 morti . Premier Essid   mencarelli2

Per un Otello che riprende l’argomento 9/11, abbiamo anche l’immancabile Mencarelli, che invece calca la mano sulla profonda connessione fra Lupi e attentato. Non contento però, rincara la dose:

Tunisia  attacco al museo   19 morti . Premier Essid   mencarelli4

Per quanto possa essere vera la mafiomassonità dei politici italiani, il richiamo, in questo caso, è davvero privo di fondamento.

A questo punto, dai commenti emerge con chiarezza questa situazione:

- La CIA ha convinto alcuni terroristi islamici ad ammazzare venti turisti a Tunisi per sviare l’attenzione dalle beghe penali di Lupi.

Leggo ancora, e la mia delusione sale. Nessuno ha ancora citato Israele, Isra-Hell, i nazisionisti o qualcosa del genere. In cuor mio, so che questo accadrà… è solo questione di tempo. Un’ora dopo le mie preghiere vengono esaudite. Un onesto commentatore del sito fa notare che l’unica democrazia in medio oriente è Israele, e questo per Seguace 2 è inaccettabile!

Tunisia  attacco al museo   19 morti . Premier Essid  menacerll3

Ecco, una bomba atomica su Gaza non sarebbe una grande idea. Anche un ordigno tattico creerebbe problemi enormi, almeno in termini di radiazioni, dal Cairo a Beirut. E dubito che Israele abbia voglia di ridurre a una landa contaminata la sua già microscopica estensione territoriale.

Dalla bomba atomica su Gaza all’ipotesi di complotto Israele-ISIS il passo è breve. Il Mossad non viene ancora menzionato, ma…

Tunisia  attacco al museo   19 morti . Premier Essid  mencarelli

A questo punto sono confuso, ci vorrebbe qualcuno che ne sa di più.

5. L’ESPERTO

Tunisia  attacco a museo   Oltre 20 morti . daniele rossi

Meno male che qualcuno parla chiaro e dà il giusto nome alle cose. “False Flag”, mie cari, Flase Flag CIA. Per ogni esperto però c’è un disilluso.

6. IL DISILLUSO

Tunisia  attacco al museo   19 morti . Premier Essid   chinasky74

Qui lo sconforto e l’impotenza prendono il sopravvento sulla vena complottista. Nulla è come sembra.

7. “E’ SEMPRE COLPA DI QUALCUN ALTRO”

Disqus Profile   Anti west

Qui siamo ai limiti della denuncia penale. Il commentatore si è distinto parecchie volte per insulti antisemiti e qui non dà il meglio. Ma verranno tempi migliori anche per lui.

Alla prossima.

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Arabi_israele_1ebook

Gli Arabi in Israele: Ebook Gratuito

Come ho già anticipato via Facebook, ho appena pubblicato il secondo volume della Zhistorica (Zweilawyer Historica). A differenza del primo (Storia della Presa di Salamina), acquistabile al ridicolo prezzo di € 1,99, sarà disponibile per il download GRATUITO su Smashwords in formato .epub, e a € 0,99 su Amazon (ma a brevissimo dovrebbe divenire gratuito anche lì).

Cliccando sulle copertine qui sotto potrete procedere direttamente al download dai siti menzionati:

gli arabi in israelegli arabi in israele

Questo volume contiene la traduzione del documento “The Arabs in Israel“, redatto dal Governo Israeliano, più precisamente dall’Israel Office for Information, nel 1952. Le pagine che lo compongono sono ricche di informazioni statistiche relative al periodo Mandatario e a quello che va dalla dichiarazione di indipendenza di Israele al 1951.

Come nel primo volume della Zweilawyer Historica, anche in questo caso il documento è stato arricchito con decine di link ipertestuali a wikipedia e con tabelle di approfondimento. La maggior parte di queste ultime hanno ad oggetto articoli tratti dagli archivi storici del quotidiano “l’Unità”.


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caccia alle streghe 1649

Streghe a Newcastle: Un Documento del 1649

I processi alle Streghe ebbero massima diffusione dopo il periodo della Riforma Protestante e della Controriforma.

  UN FENOMENO DELL’ERA MODERNA
La c.d. “Caccia alle streghe” è dunque un fenomeno da riportare cronologicamente all’interno dell’Evo Moderno. Il periodo di massima ferocia nei confronti delle presunte streghe fu infatti quello compreso fra la metà del XVII e la metà del XVIII secolo. In Italia i roghi di streghe furono piuttosto rari, anche perché i tribunali inquisitoriali avevano una certa complessità processuale, procedevano alla tortura solo in casi eccezionali (ed era regolamentata in modo ferreo) ed erano poco propensi ai processi sommari e popolari che avvennero nel nord europa.

Al contrario di quel che si potrebbe pensare, molti protestanti non apprezzavano l’atteggiamento processuale cattolico nei confronti delle presunte streghe, di solito molto lasso. Di conseguenza, i loro processi nei confronti di queste furono spesso feroci e insensati (basti pensare al famoso episodio di Salem).

Ho tradotto l’episodio riportato qui sotto (che rientra nella “Grande Caccia alle Streghe Scozzese del 1649-1650) dal libro “10.000 Wonderful Things, comprising whatever is marvellous and rare, curious, eccentric and extraordinary in all ages and nations” pubblicato a Londra nel 1894. In base alle ricerche che ho fatto (ringrazio il Dr.Roy e il suo blog per l’aiuto), il primo testo a riportare questi fatti è “Englands grievance discovered, in relation to the coal-trade” (1655), di Ralph Gardiner.


Il 26 marzo 1649 è menzionata, nei common council books di Newcastle, una petizione, firmata senza dubbio dagli abitanti, relativa alle streghe, che ha il proposito, a giudicare da quanto segue, di far arrestare tutte le persone sospettate del crimine di stregoneria e portarle a processo.

Per rispondere alla richiesta, i magistrati inviarono due dei loro sergenti, Thomas Shevill e Cuthbert Nicholson, in Scozia, per convincere uno scozzese, che fingeva di saper riconoscere le streghe pungendole con delle spille, a recarsi a Newcastle, dove avrebbe dovuto usare il suo test sulle persone che gli venivano condotte innanzi. In base all’accordo, avrebbe ricevuto 20 scellini per ogni donna da lui identificata come strega, e un passaggio gratuito da e per la Scozia.

caccia streghe scozia 1650
Le streghe finiscono con una corda la collo, e il buon “witch-finder” prende i suoi bei soldini.

Quando i due sergenti riportarono il trova-streghe in città a dorso di cavallo, i magistrati mandarono il loro banditore (“bell-man”) per la città, il quale suonava la sua campana e strillava che chiunque poteva presentare denuncia contro una donna che riteneva essere una strega, e che questa sarebbe stata “testata” dalla persona preposta a questo compito.

Nel municipio furono portate trenta donne. Furono spogliate e delle spille furono infilate nel loro corpo; molte di loro furono dichiarate colpevoli.

  L’ORIGINE DELLA LEGGENDA NERA
Alcuni miti sulla caccia alle streghe, sebbene destituiti di qualsiasi fondamento o insensatamente falsi, sono duri a morire. Nel 1784 Gottfried Christian Voigt diede vita a uno dei miti più famosi, quello relativo ai 9 milioni di donne bruciate sul rogo nel corso di 300 anni. In pieno Illuminismo, un articolo del genere poteva anche avere senso, visto che si cercava un affrancamento definitivo da qualsiasi tipo di superstizione ed elemento magico in nome della ragione. Il mito però rimase in vita, perpetuato dalla storiografia anticlericale ottocentesca, ed ebbe nuova fortuna negli ambienti femministi del secolo scorso (anche grazie a documentari ridicoli come Burning Times). Lasciando perdere il mito e l’insulsa ideologia femminista, oggi sappiamo che il quadro fu molto diverso. Le stime più accurate parlano di 40.000 esecuzioni complessive, effettuate in massima parte nei paesi protestanti da tribunali “laici” (vedi tabella precedente), mentre per l’Italia si parla di circa 500 roghi.

Il supposto trova-streghe aveva convinto il Tenente Colonnello Paul Hobson, governatore di Newcastle, che era in grado di capire se una donna fosse o meno una strega dal semplice aspetto; e mentre il trova-streghe stava ispezionando una donna gradevole e in apparenza buona, il Colonnello disse che di certo quella donna non era una strega e quindi non c’era bisogno di procedere. Lo scozzese (il trova-streghe) disse invece che lo era e che avrebbe condotto il suo test anche su di lei. In breve, alla vista di tutti, la spogliò fino alla vita, tirandole i vestiti sopra la testa. Per la grande paura e la vergogna tutto il suo sangue affluì in una parte del corpo, e subito lui le infilò una spilla nella coscia e lasciò ricadere i vestiti, e dopo le chiese perché lei non sanguinava anche se aveva nel corpo qualcosa di suo. Ma lei era sbalordita e a malapena rispose. Dopo il trova-streghe le mise la mano sotto i vestiti e tirò fuori la spilla, poi mandò la donna fra i colpevoli.

  I TROVA-STREGHE: SPILLE, IMBROGLI E REPRESSIONE SESSUALE

La tecnica descritta veniva definita come pricking. Il trova-streghe pungeva la persona sospettata con una spilla e, quando non sanguinava o sentiva dolore, voleva dire che era stata punta sul “marchio della strega” e che quindi era colpevole.

Non deve meravigliare la presenza, in quei tempi, di soggetti subdoli come il “trova-streghe” scozzese. Oggi un’analisi approfondita dei loro tratti psicologici porterebbe a considerare alcuni di loro come psicopatici amanti della tortura. Ritenendosi dalla parte della ragione, e quasi sempre in possesso di poteri soprannaturali, potevano dare libero sfogo alle loro pulsioni ispezionando e violando corpi femminili. La bassezza intellettuale e morale di questa procedura trovava poi riscontro negli accordi presi con i governanti della varie città, che prevedevano il pagamento per ogni strega individuata. Ciò conduceva sempre a un eccesso di condanne rispetto al numero di sospetti.

I trova-streghe, pur di guadagnare di più, utilizzavano diversi trucchetti (fregandosene del fatto che ogni soldo guadagnato equivaleva a un omicidio), fra cui quello dello spillo appuntito a un’estremità e senza punta all’altra.

Il Tenente Colonello Hobson, comprendendo lo stato di terrore della donna, essendosi nuovamente assestato il sangue nelle parti giuste, fece in modo che donna fosse riportata al suo cospetto, e, quando le ebbero tirato su i vestiti fino alla coscia, e chiese allo scozzese di infilare una spilla nello stesso punto, e il sangue questa volta uscì. Il trova-streghe così diede la sua approvazione e disse che lei non era una figlia del demonio. Alla fine il trova-streghe mise nel gruppo delle streghe ventisette persone sospette su trenta, e, di conseguenza, quattordici streghe e un mago, cittadini di Newcastle, furono giustiziati nella brughiera della città.


Ancora dal sito del Dr.Roy veniamo a sapere che il losco figuro scozzese, ricevuta la paga, si spostò in Northumberland per ispezionare altre donne, e sembra che questa volta gli furono date tre sterline per ciascuna strega identificata.

A questo punto, un membro del Parlamento inglese (sospettoso per le molte condanne) chiamò lo scozzese a comparire davanti all’assemblea, ma questi fuggì in Scozia.

Qui fu arrestato per aver provocato la morte di donne innocenti e fu condannato all’impiccagione. Una volta arrivato sul patibolo, confessò di aver mandato a morire 220 donne innocenti, e che lo aveva fatto solo per soldi.

Ebbe anche l’ardire di chiedere pietà, ma fu giustiziato dopo pochi secondi.

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amputazioni 1899 documento 1

Amputazioni: Un Documento del 1899

amputationHo già trattato le Amputazioni dal mondo antico all’evo moderno, ma è nel XIX secolo che si fece un grande salto di qualità nell’esecuzione di questa procedura. Da un lato l’introduzione degli anestetici, dall’altro (e soprattutto) quella degli antisettici, portarono i chirurghi a potersi dedicare con più calma all’operazione vera e propria e al decorso post-operatorio.

La documentazione medica del periodo menzionato è abbondante, e ogni mese università ed enti privati rendono disponibili online nuovi testi.

Solo una decina di anni fa uno storico sarebbe stato costretto a girovagare i campus americani, canadesi e inglesi solo per trovare un decimo del materiale oggi disponibile online, quindi è doveroso ringraziare Archive (il più grande archivio online di testi antichi e non) e la libreria della University of Glasgow, che ha scansionato questo documento del 1899, redatto da William James Fleming, chirurgo e poi manager della Royal Infirmary di Glasgow.

Qui sotto la traduzione commentata.


Amputations   by William James FlemingLe Amputazioni sono sempre stati considerate come in grado di offrire probabilmente la base migliore su cui fondare una comparazione del lavoro chirurgico. Questo a causa della loro uniformità, quando prese in gran numero, e poiché comportano, in ogni caso, quasi la stessa procedura operativa e ferite di dimensioni analoghe.

In aggiunta a questo, le condizioni in cui è necessaria l’amputazione sono praticamente le stesse in molti casi. Per queste ragioni, stasera le ho scelte come base per sottoporvi alcune statistiche del Royal Infirmary, e alcune conclusioni cui mi hanno condotto gli ultimi dieci anni di pratica chirurgica.

Abbiamo a disposizione le registrazioni delle amputazioni avvenute nella Royal Infirmary per oltre cento anni. Questi sono stati raccolti dal Dr. Laurie dagli anni 1794-1838; dal dottor Steele, 1838-1848; e dal Dr. Thomas, dal 1849 al 1873. La grande omogeneità di risultati che ora si ottiene, e il consistente aumento del numero di amputazioni eseguite, ha reso inutile per me di tentare di completare il registro per gli anni che vanno dal 1873 ad oggi; ma ho estratto i dati delle amputazioni totali avvenute durante i dieci anni compresi fra 1885 e il 1895, e anche i miei risultati nello lo stesso periodo.

Si noterà che i vari registri si raggrupparsi naturalmente sotto tre grandi epoche chirurgiche. Le statistiche raccolte da Drs. Laurie e Steele 1794-1848 fanno parte dell’era precedente alla scoperta degli anestetici; le statistiche del Dr. Thomas, 1848-1873, coprono il periodo di anestesia senza antisettico; mentre durante i dieci anni dal 1885 al 1895, entrambe queste grandi scoperte chirurgiche sono state impiegate in modo uniforme.

  ANESTESIA E CLOROFORMIO
La suddivisione di cui sopra ci permette di capire che il tipo di anestesia cui Fleming si riferisce è quella tramite cloroformio. Prendere il 1848 come spartiacque ha infatti senso solo con riferimento alla scoperta fatta l’anno precedente da un suo collega scozzese, James Young Simpson, che per primo usò il cloroformio per un’anestesia generale. La scoperta di quest’ultimo iniziò ad essere utilizzata in modo sempre più assiduo negli ospedali di tutta Europa. Solo due anni prima però, c’era stata negli USA la prima, famosa, dimostrazione di anestesia totale tramite etere da parte di William T.G. Morton. Fra i due composti, alla fine prevalse quest’ultimo, soprattutto in ragione della tossicità epatica e cardiaca del cloroformio.

E’ vero che la procedura antisettica era stata introdotta nei nostri reparti diversi anni prima del 1873, ma quelli di voi che, come me, già praticavano in quei giorni, si ricorderanno che, sebbene già influenzasse ampiamente i nostri risultati, non era affatto utilizzata da tutti i chirurghi, anzi, alcuni di loro la rifiutavano del tutto e, di conseguenza, può avere avuto solo un’influenza trascurabile sulle statistiche del Dr. Thomas, che coprono un periodo di oltre venticinque anni.

amputation statistics 1900

La cosa che più colpisce in queste tabelle è il confronto delle recenti statistiche con quelle del passato – provenendo tutte dal medesimo ospedale, e da quella che potrei definire come la stessa scuola di chirurgia, possono essere messe a confronto fra di loro senza problemi.

Si noterà che la mortalità percentuale per tutte amputazioni sopra il polso e sopra la caviglia era maggiore nel secondo periodo, 1838-1848, che in quello 1794-1838. Non è facile capirne la causa, ma probabilmente è dovuta in gran parte alla crescente audacia dei chirurghi, giustificata dal considerevole miglioramento dei metodi per eseguire l’amputazione, e soprattutto di quelli volti ad arrestare l’emorragia,  portandoli ad operare casi che, nelle mani dei loro predecessori, sarebbero stati considerati senza speranza, e quindi non idonei a un intervento medico. Ad ogni modo, entrambe le statistiche mostrano una mortalità che per un medico di oggi sarebbe terribile.

  ALTRE STATISTICHE
Due medici scozzesi ottennero dei risultati eccezionali per quanto riguarda le amputazioni. Alexander Monro e suo figlio riuscirono infatti a mantenere, per buona parte del XVIII secolo, la percentuale di mortalità all’8% presso la Royal Infirmary di Edimburgo (a titolo di curiosità: Alexander Monro III, anche lui professore di medicina ad Edimburgo, ebbe fra i suoi allievi Charles Darwin). Nel 1837, Benjamin Phillips, chirurgo della Mary-le-Bone Infirmary, lesse un documento, intitolato Mortality of Amputation, davanti alla Royal Medical and Chirurgical Society.  In questo erano contenute le seguenti statistiche sulla mortalità dovuta ad amputazione in quattro paesi:Mortality of AmputationSi tratta  di percentuali inferiori a quelle riportare da Fleming per il periodo corrispondente, ma purtroppo l’esiguità del campione (solo 95 amputazioni negli USA in un periodo di circa 4 anni) non le rende del tutto affidabili.

Il terzo periodo, che può essere comparato in modo più ragionevole al secondo, è caratterizzato da una notevole diminuzione della mortalità, e da un grande aumento del numero di amputazioni. E ‘interessante notare che, nel corso degli anni compresi nel primo periodo, venivano eseguite solo 6.7 amputazioni all’anno; mentre nel corso del secondo periodo 28.4 l’anno; 38.8 l’anno durante il terzo e 77.4 nel quarto .

È ovvio che l’aumento nel terzo periodo fu dovuto all’uso di anestetici e l’aumento del numero dei tavoli operatori. Il numero maggiore nel quarto periodo si spiega con la maggiore sicurezza data a tutte le procedure operative dalla chirurgia antisettica, e a un ulteriore aumento dei tavoli operatori.

Alla chirurgia antisettica è dovuta, io penso, l’eccezionale riduzione della mortalità. Per quel che ne so, queste statistiche includono tutte le amputazioni, anche quegli importanti casi in cui il paziente non sopravvive per 48 ore, che sono spesso escluse dalle statistiche sulla mortalità negli ospedali. Di certo, nell’ultimo periodo non si sono fatte eccezioni del genere.

ANESTESIA E MORTALITA’
L’intuizione di Fleming sulla correlazione fra drastica diminuzione della mortalità e chirurgia antisettica si è rivelata giusta. Al contrario, molte statistiche del XIX secolo mostrano che il tasso di mortalità in caso di amputazione aumentava nel caso di anestesia generale. In Health, Disease and Society in Europe, 1800-1930: A Source Book, si cita lo studio statistico del dr. FitzWilliam Sargent, relativo al periodo 1821-1850 (quindi solo 4 anni riguardano il periodo in cui fu introdotto l”etere”), in cui si dimostra un aumento della mortalità dal 26.7% al 32.3%. Nello stesso volume è presente anche un’altra statistica,proveniente da un report del 1864 ed elaborata da W. Rothstein, che mostra come il tasso di mortalità delle amputazioni presso il Massachussets General Hospital fosse salita dal 19 al 23% dopo l’introduzione dell’etere.

La rivoluzione portata a termine da Lord Lister si mostra in modo notevole; quando misurata in base a queste statistiche, si nota che nei casi di sola amputazione, in dieci anni sono state salvate centocinquantasei vite. Va anche tenuto a mente che la stessa causa che a ridotto la mortalità, probabilmente ha salvato in proporzione un numero ancora maggiore gli arti che nei periodi precedenti sarebbero stati amputati.

  LORD LISTER E L’INTRODUZIONE DEL FENOLO
Nel XVIII e XIX secolo diversi ospedali scozzesi videro all’opera ottimi chirurghi. Uno di questi era Joseph Lister, che nel 1865 (sempre a Glasgow) utilizzò il fenolo su una frattura esposta per eliminare i germi. Visto il successo ottenuto, per i successivi due anni continuò a trattare le fratture esposte tramite una procedura basata sul lavaggio delle ferita con acido fenico puro (poi iniziò a diluirlo) e all’applicazione di bende imbevute dello stesso composto. Nel 1867 rese pubblici i suoi studi durante una conferenza a Dublino, e il suo intervento fu pubblicato dopo pochi mesi sul British Medical Journal con il titolo Antiseptic principle in the practice of surgery. Nell’ultima parte, Lister afferma una cosa molto interessante:“since the antiseptic treatment has been brought into full operation, and wounds and abscesses no longer poison the atmosphere with putrid exhalations, my wards, though in other respects under precisely the same circumstances as before, have completely changed their character; so that during the last nine months not a single instance of pyaemia, hospital gangrene, or erysipelas has occurred in them.”In pratica, grazie all’uso dell’antisettico, erano scomparse cancrene e setticemie, causate dalle “esalazioni putride” di ferite e ascessi.

La tabella qui sotto mostra le statistiche delle amputazioni di dieci anni, incluse quelle al polso e alla caviglia, operate fra il 1885 e il 1895 – sia quelle fatte da tutti i chirurghi dell’ospedale, sia quelle fatte da me.

Amputations 2  by William James Fleming

Questa tabella è interessante soprattutto perché mi sembra dimostri in modo eccellente l’accuratezza delle cifre e come l’elemento soggettivo abbia un impatto marginale sui risultati.

In questi anni ho gestito quasi il 20% dei tavoli operatori e potete osservare che ho eseguito precisamente il 20% delle amputazioni complessive con una mortalità quasi identica.

Considerando poi la mortalità relativa delle amputazioni, classificate come primarie, secondarie e per malattia, e comparando le statistiche del Dr. Thomas con quelle totali dell’ospedale per i dieci anni selezionati, notiamo che la nelle amputazioni primarie c’è stata una diminuzione della mortalità del 17.4%; nelle secondarie del 31.5%; in quelle per malattia del 12.1%.

Queste differenze coincidono abbastanza bene con quello che ci aspettavamo sarebbe stato l’effetto prodotto dall’antisettico.

La differenza è più marcata nelle amputazioni secondarie perché è in questa classe che il danno settico è generalmente fatale.

Amputations  3  by William James Fleming
Per amputazione primaria si intende quella portata a termine nell’immediatezza del trauma, per amputazione secondaria quella eseguita dopo che gli effetti del trauma si sono stabilizzati (ad oggi, molti dizionari medici parlano di “amputazione secondaria” quando si procede a una seconda amputazione dopo che la prima non ha dato gli effetti sperati).

Per quanto riguarda la seconda parte del documento, che ha ad oggetto la procedura, le fasciature e altre tematiche più tecniche, la mia intenzione è quella di estrarne le parti più salienti, in modo da non appesantire troppo la lettura.

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