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Le Notizie Archeologiche Più Interessanti del 2014 (gennaio)

1. La Più Antica “Tavola Pitagorica” a base 10

I cinesi hanno tuttora una supremazia quasi assoluta alle olimpiadi di matematica e questo ritrovamento, risalente a 2.300 anni fa, sembra confermare il loro rapporto privilegiato con i numeri. Il merito della scoperta va alla Tsinghua University di Pechino, che dopo anni di lavoro è riuscita a ripulire e ricostruire duemilacinquecento strisce di bambù arrivate in donazione. 21 di queste contengono solo numeri, si tratta in pratica di una tavola pitagorica molto simile a quelle moderne. La riga più in alto e quella più a destra contengono gli stessi numeri: 0,5; i numeri da 1 a 9; i multipli di 10 fino a 90.

Benché sia giunta ai giorni nostri un’ analoga tavola babilonese di 2.000 anni più vecchia, quella cinese è la più risalente per quelle a base 10. 

L'errore di un copista
In realtà, la definizione esatta sarebbe “tavola di moltiplicazione”, poiché il nome “tavola pitagorica” è dovuto a un banalissimo errore di trascrizione. Come spiega bene Luca Nicotra della Bocconi: “Nel riprodurre successivamente il manoscritto dell’Ars Geometrica di Boezio, il copista, per errore, sostituì l’abaco neopitagorico con la comune tavola di moltiplicazione, di aspetto assai simile, conservando però per quest’ultima il nome di Tavola Pitagorica, che invece designava l’abaco neopitagorico. Dunque, la tavola di moltiplicazione che tutti noi conosciamo come Tavola Pitagorica non deve il suo nome né a Pitagora né ad aluno dei suoi seguaci, bensì soltanto a un errore di trascrizione. Il primo a rilevare l’errore è stato Mannert nel 1801 (“De numerorum, quos Arabicos vocant, vera origine pythagorica”, Norimberga, 1801)”

2. Tagliatori di Teste Romani

Quando, trenta anni fa, vennero scoperti presso le Mura di Londra 39 teschi e una gamba risalenti al periodo romano. Nonostante i legionari fossero particolarmente avvezzi a fare gran mostra di capocce nemiche (vedi particolare della Colonna di Traiano qui a sinistra), gli archeologi pensavano si trattasse di reperti spostati lì da un’alluvione. Le moderne tecniche di indagine hanno però confermato che, in linea con le odierne pratiche dei cugini musulmani, i Romani non disdegnavano mozzare capi qua e là per mostrarli come trofei di guerra. In Britannia, la pratica era abbastanza comune sopratutto vicino al Vallo di Adriano e a quello di Antonino Pio. Nell’intervista, la ricercatrice Rebecca Redfern pone l’accento per ben due volte sul “livello della violenza” fatta a quelle ossa. A uno dei poveri barbari, forse per la foga del legionario, venne amputata anche buona parte della mascella. Hardcore

Piovono Teste
Oltre alle testimonianze, artistiche e letterarie, di decapitazioni di nemici e prigionieri, bisogna ricordare che i Romani usarono spesso la decapitazione come pena capitale per i cittadini (specie nelle guerre civili del I sec. a.C.). A Marco Mario Gratidiano, nipote di Mario, furono rotte le gambe e cavati gli occhi prima della decapitazione sul Gianicolo (avvenuta per mano di Catilina, almeno secondo Cicerone). Sempre su ordine di Silla, Gaio Marcio Censorino fu decapitato e la sua testa recapitata a Gaio Mario il Giovane e alle sue truppe presso Palestrina (atto che portò a una diserzione in massa). Non parliamo poi del buon Cicerone, cui furono tagliate testa e mani dai sicari di Antonio. Cassio Dione riporta un particolare ancora più macabro: Fulvia, la moglie di Antonio, prese la testa di Cicerone, gli tirò fuori la lingua (il mezzo della sua eloquenza) e iniziò a pugnalarla con il fermacapelli.

3. I Cartaginesi Sacrificavano i Figli 

In guerra la propaganda è importante. Il nemico deve sempre passare per mostruoso ed inumano, a prescindere dal fatto che lo sia davvero. I giapponesi-scimmia dei manifesti americani della Seconda Guerra Mondiale e gli ebrei nasuti e deformi rappresentati dai nazisti sono solo casi recenti, visto che anche in epoca romana le cose andavano allo stesso modo. I Cartaginesi furono spesso accusati di offrire i propri figli in sacrificio alle divinità… beh, oggi sappiamo che era vero. Josephin Quinn, studiosa di Oxford, non ha dubbi: “Quando si mettono insieme tutte le prove -archeologiche, epigrafiche e letterarie – le conclusioni sono schiaccianti e, noi crediamo, definitive : i Cartaginesi uccidevano i propri figli, e basandosi sulla prova delle iscrizioni, non solo come offerta per favori futuri, ma anche per adempiere ad un voto già fatto“. Lo studio, incentrato sui Tofet (santuari a cielo aperto ove si facevano sacrifici umani e animali), sembra sorpassare definitivamente la storiografia degli anni ’70, tesa a dimostrare che tutte le testimonianze sui sacrifici fenicio-cartaginesi fossero falsi o manipolazioni voluti dai porci imperialisti romani. Per chi fosse interessato a una linea storiografica più moderata, segnalo questo articolo del 2010.

Una Testimonianza
Le deduzioni del gruppo di lavoro di Oxford sembrano quindi confermare quanto riportato da Erodoto e da altri storici. Diodoro Siculo nel I secolo a.C. precisava: “(a Cartagine) C’era una statua di Cronos in bronzo, dalle mani stese con le palme in alto e inclinate verso il suolo, in modo che il bambino posto su esse rotolava e cadeva in una fossa piena di fuoco”.

 4. Il Sangue dei Neanderthal

Forse la scoperta più interessanti e meno politicamente corretta degli ultimi tempi. Lo studio, condotto da Benjamin Vernot e Joshua Akey dell’Università di Washington, dimostra che europei e, in minor misura, asiatici hanno preservato il 2-4% del DNA neanderthaliano. Homo sapiens e neanderthalensis non ebbero infatti problemi ad accoppiarsi fra di loro e a fare quindi in modo che quest’ultimo ci lasciasse parte del suo codice genetico. Ad oggi, gli studiosi hanno scoperto che il materiale genetico dei Neanderthal ha prodotto profonde modifiche all’originale sapiens sapiens, a partire dal colore della pelle e per finire con la resistenza o predisposizione a talune malattie. La ricerca sta andando avanti. Io scommetto che ci saranno enormi polemiche. 

Tutti abbiamo un po' di sangue Neanderthal... o quasi
Parlando di polemiche, mi sento di citare Svante Pääbo, direttore del dipartimento sull’evoluzione del Max Planck Institute for Evolutionary Antropology di Lipsia e responsabile di uno studio analogo del 2010: «Questo significa che ognuno di noi, se non è africano, porta un po’ di Dna di Neanderthal. E che neanderthaliani e uomini di tipo moderno s’incrociarono in Medio Oriente fra 100 mila e 50 mila anni fa, prima cioè che questi ultimi si diffondessero in Asia e Melanesia». Ebbene sì. 

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Gli Arabi in Israele: un Documento del 1952 (parte III)

Le direttrici dell’offensiva araba e della controffensiva israeliana nel 1948

Terza parte (Prima Parte; Seconda Parte) del documento che narra i fatti successivi al Piano di Partizione della Palestina elaborato dall’ONU nel 1947. Ritengo che la lettura di questo testo sia fondamentale per chiunque voglia approfondire l’argomento:

L’ESODO ARABO

Il primo e più importante risultato dell’isteria di massa che colpì la popolazione Araba quando divenne evidente il collasso e la disintegrazione della loro forze armate e la fuga della loro leadership, fu un flusso di profughi che lasciavano il paese. Circa 30.000, principalmente delle classi benestanti, ma anche abitanti dei villaggi dello Sharon, avevano lasciato il paese durante la prima fase del conflitto per aspettare al sicuro che passasse la tempesta, come avevano fatto nei difficili anni fra 1936 e 1939. All’inizio dell’Aprile 1948, l’esodo aveva assunto proporzioni di massa, con il numero degli emigrati stimato in oltre 130.000 persone. Nel mese di maggio, Faris al-Khoury, il delegato siriano presso le Nazioni Unite, stava già parlando  di 250.000. 

L’esodo fu innanzitutto il risultato della paura e della disperazione causata dalla debacle. Gli Arabi avevano sperato non solo di infliggere una sconfitta schiacciante agli ebrei, ma anche di liquidarli in modo definitivo e di saccheggiare i loro beni. È comprensibile che l’Arabo medio, pensando a quello che avrebbe voluto fare al suo vicino Ebreo, si aspettasse che l’Ebreo vittorioso gli avrebbe inflitto un destino simile. A parte questa paura generale, c’era stata l’apprensione, affatto innaturale, di rappresaglie individuali. Erano state fatte cose così terribili che non pochi si sentivano in ansia al pensiero di un’imminente vendetta. La sola e unica occasione di atrocità Ebraica, la distruzione del villaggio arabo di Deir Yassin da parte di un gruppo di Ebrei estremisti operanti in spregio alle autorità nazionali e militari Ebraiche, e severamente rinnegato dalla comunità Ebraica organizzata, gettò benzina sul fuoco – anche perché l’episodio fu sfruttato senza pietà dalla stampa e dalle trasmissioni Arabe – un tragico esempio dell’effetto boomerang della propaganda Araba sul suo stesso popolo.

Un massacro ingiustificato
L’ammissione e la non giustificazione del massacro di Deir Yassin è una prova ulteriore della maggiore imparzialità di questo documento rispetto agli usuali testi pro-Palestina, che non addebitano mai alcuna colpa alle popolazioni arabe.

La seconda causa furono gli ordini diretti alla popolazione emessi dal Supremo Comitato Arabo e dai comandanti militari di lasciare il paese in previsione dell’invasione degli eserciti Arabi. Erano stati avvertiti di tenersi fuori dai guai con la promessa che sarebbero tornati entro breve tempo a seguito della forze Arabe vittoriose, si sarebbero riappropriati dei loro averi e avrebbero ottenuto in aggiunta un bella quota del previsto bottino di guerra. Allo stesso tempo, la popolazione fu avvertita che chiunque fosse rimasto indietro e si fosse sottomesso al dominio Ebraico sarebbe stato considerato come un traditore e adeguatamente punito una volta ottenuta la vittoria.

La maggior parte dei fuggitivi erano fermamente convinti che sarebbero ritornati entro un breve periodo. Questo è confermato da innumerevoli commenti della stampa delle trasmissioni radiofoniche Arabe. Un’intervista, concessa dall’Arcivescovo greco-cattolico di Galilea, l’Arabo mons. George Hakim al giornale Libanese “Sada al-Janub” il 16 agosto 1948, può essere citata come un esempio. “I rifugiati,” disse l’Arcivescovo “erano fiduciosi che la loro assenza dalla Palestina non si sarebbe protratta a lungo, che sarebbero tornati nel giro di pochi giorni – entro una settimana o due. I loro capi avevano promesso che gli eserciti Arabi avrebbe schiacciato le “bande Sioniste” molto rapidamente e che non c’era motivo di andare nel panico o di temere un lungo esilio.

Più o meno allo stesso modo Emil Ghoury, il segretario del Supremo Comitato Arabo, scrivendo per il “Telegraph” di Beirut il 6 agosto 1948, addossava in modo netto ai governi Arabi la responsabilità per l’esodo di massa Arabo. “Il fatto,” egli scrisse, “che ci siano questi profughi è la conseguenza diretta dell’opposizione degli Stati Arabi al piano di Partizione delle Nazioni Unite e allo Stato di Israele, e quindi sono loro a dover condividere la soluzione di questo problema. E’ inconcepibile che i rifugiati possano essere rimandati alle loro case mentre sono occupate dagli Ebrei… La stessa proposta è un rifiuto di responsabilità da parte dei responsabili. Servirebbe come primo passo verso il riconoscimento Arabo dello Stato di Israele e della Partizione. Infatti, molte persone considerano questo come prova dell’intenzione, da parte dei responsabili, di non voler portare avanti le azioni necessarie al salvataggio della Palestina.

Habib Issa, direttore di “Al-Huda”, il principale quotidiano Libanese negli Stati Uniti, scrivendo l’8 giugno 1951 sul tema “La Lega Araba e profughi Palestinesi”, dichiarava:” Il Segretario generale della Lega Araba, Abd ar-Rahman Azzam Pasha, rilasciò numerose dichiarazioni rassicurando i popoli Arabi e tutti gli altri che per gli eserciti Arabi l’occupazione della Palestina e di Tel Aviv sarebbe stata semplice come una parata militare . Dichiarazioni di Azzam Pasha sottolinearono che gli eserciti erano già sulle frontiere e che tutti i milioni che gli ebrei avevano speso per i terreni e per lo sviluppo economico sarebbero stati di certo un facile bottino per gli Arabi, dal momento che si sarebbe trattato semplicemente di gettare gli ebrei in fondo al Mar Mediterraneo. Quando il momento del ritiro Britannico si fece più vicino, lo zelo della Lega Araba raddoppiò… Agli Arabi di Palestina fu dato un consiglio fraterno, l’esortazione a lasciare le loro terre, case e proprietà e andare a stare temporaneamente nei vicini Stati fraterni, per timore che i cannoni delle eserciti Arabi invasori massacrassero anche loro. Gli Arabi Palestinesi non avevano altra scelta che obbedire al “consiglio” della Lega e credere a quello che Azzam Pasha e altri responsabili della Lega avevano detto loro, che l’allontanamento dalle loro terre e dal loro paese era solo temporaneo e si sarebbe concluso in pochi giorni con il successo dell’ “azione ‘punitiva contro Israele” da parte Araba.

Azzam Pasha si mostrò sempre contrario a qualsiasi piano di partizione.

Invano le autorità Ebraiche, civili e militari, avevano supplicato la popolazione Araba di fermare la loro fuga nel panico. Infatti, fin dall’inizio dei disordini gli enti pubblici Ebraici, nazionali e locali, avevano fatto ogni sforzo per mantenere rapporti pacifici con gli Arabi. Dall’inizio di dicembre 1947 nei villaggi e nelle città Arabe erano stati distribuiti volantini che esortavano la popolazione a mantenere la pace e non lasciarsi influenzare dai guerrafondai a porre in essere atti ostili contro i loro vicini Ebrei. Da parte delle stazioni radio Ebree furono trasmesse quasi tutti i giorni, in Arabo, esortazioni dello stesso tenore. La stampa Araba di quei giorni testimonia il fatto che quelle trasmissioni furono ascoltate da molte migliaia di Arabi palestinesi. In quasi ogni risoluzione adottata dalll’Agenzia Ebraica in quei mesi critici, il “Vaad Leumi” (Consiglio Generale degli Ebrei di Palestina) e le municipalità Ebraiche e i consigli locali,  vi erano richieste urgenti agli arabi di ripristinare la pace e rimanere nelle loro case in condizioni di buon vicinato. Quando iniziò l’esodo, i consigli della comunità ebraiche di Tiberiade, Haifa, Safed e di altri luoghi colpiti indirizzarono appelli urgenti alla popolazione in preda al panico dove chiedevano agli Arabi di non fuggire.

Un rapporto un alto ufficiale di polizia britannico a Haifa, diretto alla Questura dell’Amministrazione Mandataria di Gerusalemme del 26 Aprile 1948 afferma:
“Ogni sforzo è stato fatto dagli Ebrei per convincere la popolazione Araba a rimanere ed a andare avanti normalmente con le loro vite, a tenere aperti i loro negozi e le loro imprese, ad essere certi che le loro vite ed i loro interessi sarebbero stati salvaguardati.” Due giorni dopo, la stessa fonte riferisce: “Gli ebrei stanno ancora facendo ogni sforzo per convincere la popolazione Araba a rimanere e a condurre la vita di tutti i giorni in città.” (da L’esercito di Israele di Moshe Pearlman, Philosophical Library, New York, 1950, p. 116).

Tutti questi appelli si rivelarono inefficaci in quanto la stampa Araba e le stazioni di radiodiffusione avevano avvertito la popolazione Araba di non credere alle rassicurazioni delle autorità Ebraiche e di non dare retta ai loro appelli a rimanere nel paese. Forse l’esempio più lampante di evacuazione Araba dovuta a un comando perentorio fu l’esodo Arabo da Haifa. Il 21 aprile 1948, i leader Arabi locali di Haifa stipularono una tregua con le autorità e le forze di difesa Ebraiche. I suoi termini prevedevano che la popolazione Araba dovesse continuare la sua vita in città. Il Supremo Comitato Arabo, tuttavia, non permise l’attuazione di questa tregua, in quanto implicava il riconoscimento, da parte Araba, di un’autorità Ebraica, e sotto la sua pressione i leader Arabi di Haifa furono costretti a cambiare la loro decisione, rinnegare le loro firme e ad ordinare l’immediata evacuazione da Haifa di tutti i suoi abitanti Arabi.

Sulla conquista ebraica di Haifa l’Alto Commissario Britannico inviava la seguente dichiarazione al Segretario Coloniale: “L’attacco ebraica di Haifa è stato una diretta conseguenza di continui attacchi da parte degli Arabi contro gli Ebrei nel corso dei quattro giorni precedenti. L’attacco è stato condotto da dall’Hagana e non c’è stato alcun massacro.” (“Palestina Post”, 25 aprile 1948). Una dichiarazione in termini analoghi è stata fatta da Sir Alexander Cadogan al Consiglio di Sicurezza il 23 aprile 1948 (Consiglio di Sicurezza, Documenti ufficiali, n ° 62, p. 9.)

“L’Economist” di Londra, il 2 ottobre 1948, citando un testimone oculare britannico, descrisse così quanto accadde ad Haifa in quei giorni fatidici: “Durante i giorni successivi le autorità Ebraiche, che erano ormai in completo controllo di Haifa (salvo limitati distretti ancora amministrati dalle truppe britanniche), hanno esortato tutti gli Arabi a rimanere presso Haifa e hanno garantito la loro protezione e sicurezza. Per quanto ne so, la maggior parte dei i civili britannici lì residenti, interpellati da amici amici arabi per un consiglio, avevano risposto a  questi ultimi che sarebbe saggio rimanere. Tuttavia, dei 62.000 arabi che già vivevano in Haifa, non ne rimasero più di 5.000 o 6.000. Diversi fattori hanno influenzato la loro decisione di cercare la sicurezza nella fuga. C’è poco dubbio che il più potente di questi fattori furono gli annunci radiofonici del Supremo Comitato Arabo che esortavano tutti gli Arabi di Haifa ad abbandonare la città. La motivazione data per questa richiesta era che, dopo il ritiro definitivo degli inglesi, gli eserciti congiunti degli stati Arabi avrebbero invaso la Palestina e “gettato gli Ebrei in mare”, ed era stato detto in modo chiaro che gli Arabi rimasti ad Haifa sotto la protezione Ebraica sarebbero stati considerati come rinnegati.”

Soldati inglesi pronti a lasciare Haifa

Non tutti i gruppi della popolazione Araba agirono sulle basi della fuorviante esortazione del Supremo Comitato Arabo e dei suoi comandanti. Un certo numero di villaggi Arabi e tribù semi-nomadi che avevano fatto la loro pace con le autorità e le forze di difesa Israeliane rimasero nei loro insediamenti. Uno di questi gruppi, la tribù di al-Heib nel nord-est Galilea, si unirono alle forze Israeliane e costituirono un’unità di cavalleria che si oppose all’ “Esercito di Liberazione” invasore. Anche un altro gruppo musulmano, appartenente alla comunità Ahmadiya (Qadhiani), si astenne dal prendere parte alle ostilità contro Israele, rimanendo nel paese e continuando le proprie attività religiose e culturali sotto le nuove condizioni. Della comunità drusa, di circa 15.000 anime, non una solo lasciò il paese. Mantennero tutte relazioni amichevoli con i loro vicini Ebrei e accettarono da subito lo Stato di Israele. Anche loro misero insieme delle unità per aiutare le forze militari Ebraiche contro quelle di Qawuqjfs. Dei cristiani Arabi – anche se erano per la maggior parte abitanti delle città ed i cittadini di solito erano i primi a fuggire – emigrò una percentuale molto più bassa rispetto ai Musulmani. Mentre dei circa 630.000 Musulmani che vivevano, nel 1947, all’interno della zona che ora costituisce il territorio di Israele, circa 500.000 (cioè l’80 per cento) abbandonarono le loro case, solo circa 35.000-40.000 cristiani (cioè la metà dei 70.000 residenti nella zona) divennero rifugiati. Gli altri rimasero come cittadini di Israele.

CONSEGUENZE

Quando le nubi della guerra si sollevarono, il nuovo Governo di Israele, nell’affrontare il problema presentato dalla minoranza Araba nel suo territorio, si trovò di fronte ad una situazione di sconcertante complessità. Gli Arabi rimasti nel paese avevano subito una profondo sconvolgimento psicologico così come uno scompiglio completo della loro vita sociale ed economica. Molti villaggi erano stati gravemente danneggiati durante i combattimenti. Attrezzi agricoli e macchinari, magazzini, semi, ecc. erano stata distrutti. Quasi tutte le grandi proprietari terrieri e la maggior parte dei contadini ricchi, i capi di stampo semi-feudale e le famiglie influenti nelle quali il contadino medio aveva cercato supporto e guida nella sua vita sociale ed economica di tutti i giorni, erano fuggiti. I vecchi mercati e le usanze commerciali erano svaniti. La campagna Araba si era ridotta ed il suo rapporto con i centri della vita urbana era stato completamente trasformato. La situazione nelle città era ancora più disastrosa. Mentre l’abitante del villaggio che era rimasto aveva almeno mantenuto la sua terra e avrebbe potuto ricominciare, il cittadino rimasto dietro  si trovò privati delle intere basi della sua esistenza materiale. I proprietari terrieri avevano perso i loro coloni; banchieri, uomini d’affari e avvocati la loro clientela; impiegati e funzionari di Governo il loro lavoro.

Una situazione difficile
Trovo interessante che una fonte ufficiale israeliana non cerchi di indorare la pillola, magari dicendo che gli Arabi residenti erano usciti indenni dal conflitto. Dal documento emerge con chiarezza che le autorità Israeliane erano pienamente a conoscenza della difficile situazione degli Arabi israeliani, e che avrebbero cercato di affrontarla dopo la messa in sicurezza del territorio.

Ma il crollo fu limitato solo alle basi economiche della società Araba. L’intero tessuto sociale della vita Araba era andato in pezzi. I vecchi partiti, associazioni, club e giornali erano scomparsi dal giorno alla notte. I leader politici e comunali erano fuggiti e nessuno avevano preso il loro posto. Ancor più fondamentale, lo shock di trovarsi sconfitti in modo incondizionato e ridotti alla posizione di minoranza difficile aveva completamente destabilizzato la mentalità Araba. Il collasso militare aveva anche prodotto una crisi morale acuta. Aveva dimostrato alla popolazione Araba che era stata ingannata dai suoi capi e abbandonata nel momento del bisogno più disperato. Il risultato fu un’amara delusione ed una generale apatia qualsiasi cosa relativa alla politica. Tuttavia, il risentimento contro i loro ex leader non rese la popolazione Araba più ben disposta nei confronti di Israele. Il nuovo Stato veniva guardato con profondo sospetto, non di rado con odio violento. Non avrebbe potuto essere altrimenti. L’odio per tutto quello che era Ebraico veniva predicato da così tanto tempo da non poter essere eliminato con un colpo solo.

Astiosa e amareggiata, la rimanente popolazione Araba affrontò la nuova situazione. Nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto nel prossimo futuro. Inoltre, molti ancora si rifiutavano di credere che il nuovo Stato di Israele fosse un qualcosa di stabile. Le minacce di un “secondo round” ascoltate giorno dopo giorno nelle trasmissioni provenienti dai paesi limitrofi non erano certo dirette a favorire la riconciliazione con il nuovo stato. Fintanto come gli Stati Arabi si rifiutavano di riconoscere Israele e proclamavano apertamente di essere ancora in guerra con quest’ultimo, non ci si poteva aspettare l’Arabo medio potesse adeguarsi alle nuove condizioni, poiché un simile comportamento lo avrebbe esposto all’accusa di tradimento una volta che eserciti Arabi fossero tornati per riconquistare il paese.

Una pagina del New York Times del 1948

Il dilemma era tanto più acuto in quanto queste minacce provenivano dai più autorevoli leaders degli Stati Arabi, membri del governo ed alti ufficiali dell’esercito. Per esempio, Mohammed Salah ad-Din Pascià, attuale Ministro Egiziano degli Affari Esteri, in un articolo di “al-Misri,” principale quotidiano egiziano, del 11 ottobre 1949, dichiarava che la Risoluzione delle Nazioni Unite allora adottata relativa al ritorno dei profughi era in conflitto con la precedente Risoluzione delle Nazioni Unite sulla partizione della Palestina e sulla creazione dello Stato d’Israele. Un prerequisito per il ritorno dei profughi, disse, è “la completa espulsione di Israele dalla Palestina.” 

E aggiungeva: 

“Mettiamo in chiaro che, nel chiedere la sistemazione dei profughi in Palestina, gli Arabi intendono che essi dovranno ritornare come padroni della loro terra e non come schiavi. Più esplicitamente: essi intendono annientare lo Stato di Israele.”

Non di rado questi articoli e trasmissioni di incitazione erano diretti in modo specifico agli Arabi in Israele, cui era stato assegnato il compito di quinta colonna nell’imminente guerra di vendetta. Così, per esempio, il Libanese “As-Sayyad” del 6 aprile 1950, nel sostenere, come un primo stratagemma, il riconoscimento Arabo dello Stato di Israele, dichiarava che con tale riconoscimento

“il ritorno di tutti i profughi alle loro case sarebbe stato assicurato. In tal modo dovremmo, da un lato, di eliminare il problema dei rifugiati e, dall’altro, creare una vasta maggioranza araba. Questa sarebbe il mezzo migliore per restaurare il carattere Arabo della Palestina nelle more della formazione di un potente quinta colonna per il giorno della vendetta e della resa dei conti.”

Era in tali condizioni che lo Stato di Israele ha dovuto trovare modi e mezzi per integrare la sua popolazione Araba. Doveva farlo in un momento in cui la guerra contro Israele ancora infuriava o era semplicemente sospesa sine die. E dopo, una volta cessate le ostilità con la conclusione degli accordi di armistizio, il rifiuto ostinato degli Stati Arabi di entrare in qualsiasi negoziato di pace aveva lasciato un inquietante peso sulle minacce di un secondo round. In tali condizioni, le considerazioni relative alla sicurezza e all’autoconservazione inevitabilmente dominarono l’approccio di Israele al problema Arabo. Ovviamente non era sicuro eliminare le restrizioni di sicurezza sui movimenti Arabi nelle aree di confine o potenziare i servizi per il ritorno degli emigrati Arabi mentre il rischio della ripresa del conflitto era sempre presente e reale: era difficile trovare il modo di ricostituire la vita economica Araba dal momento la stessa popolazione Araba non era ancora disposta ad accettare la nuovo ordine.

La complessità del problema fu ulteriormente aggravata dal grave problema rappresentato dai predoni Arabi e dalle bande di rapinatori che attraversavano di continuo le frontiere di Israele. Per molto tempo gruppi di infiltrati sono entrati in territorio Israeliano quasi ogni notte. Molti di loro erano armati, e alcuni chiaramente agli ordini da agenzie esterne. Lasciarono una scia di sangue e saccheggi in quasi tutte le regioni di frontiera. Secondo le statistiche ufficiali, fino al giugno 1951 ottantasei abitanti di Israele – senza contare il personale militare di Israele – furono assassinati da queste bande, ai quali bisogna aggiungere un gran numero di feriti. Proprietà per un valore stimato mezzo milione di sterline furono rubate o distrutte. Fino al marzo 1951, la polizia di Israele arrestò 1.369 immigrati clandestini, ma questi rappresentavano solo una piccola frazione del totale. È chiaro che queste gravi e continue incursioni non potevano essere effettuate senza l’aiuto attivo degli Arabi in Israele.

Il famosissimo (anche per la caratteristica benda sull’occhio) Moshe Dyan nel 1951

Non tutti gli infiltrati venivano con intenzioni criminali. Molti entrarono nel paese al fine di stabilirvisi. Quasi 24.000 arabi che passarono in territorio israeliano furono autorizzati a rimanere e legalizzati come cittadini di Israele. Altri 18.000 risiedono illegalmente nel paese. Ci sono inoltre circa 20.000 arabi che durante le ostilità si spostarono in aree che erano allora al di fuori del controllo di Israele, ma che furono prese dall’avanzata di Israele. Alla maggior parte di questi rifugiati fu offerta una sistemazione da parte del governo di Israele coadiuvato dalle agenzie di soccorso delle Nazioni Unite, anche se non si è sempre potuto insediarli nuovamente negli stessi luoghi in cui vivevano in precedenza.  Sono in procinto di essere adottati dei provvedimenti per regolarizzare i diritti di proprietà di quegli arabi che, a causa delle vicissitudini della guerra, si trasferirono dai loro ex villaggi ad altri luoghi di Israele.

Ma non erano solo le considerazioni politiche e di sicurezza ad ostacolare il reinserimento della popolazione Araba nella nuova struttura economica e sociale. Il compito era ulteriormente complicato dalla quasi completa scomparsa di qualsiasi leadership Araba effettiva. Quando le autorità Israeliane iniziarono a riorganizzare l’educazione Araba, i servizi sanitari e sociali, e per dare soddisfazione ai bisogni religiosi della popolazione Musulmana, si trovarono a dover fronteggiare una grave carenza di personale Arabo competente. La posizione era tanto più difficile dal momento che, in passato, gli Arabi di Palestina non avevano mai mostrato molta iniziativa nell’organizzazione dei loro servizi sociali, ed aveva fatto affidamento sul Autorità Mandataria per vedere soddisfatte le loro esigenze.

In base alle nuove condizioni, qualsiasi ritorno a modelli di amministrazione coloniale era chiaramente escluso. Nonostante il limitato personale, le autorità Israeliane dovevano necessariamente poggiarsi su una cooperazione Araba per resuscitare la vita sociale, economica ed educativa degli Arabi. Ed è in base  a questo complesso background che gli sforzi di Israele in questa sfera difficilissima e delicata devono essere valutati.

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Gli Arabi in Israele: un Documento del 1952 (parte II)

Continua la traduzione del documento Arabs in Israel del 1952. Nella prima parte abbiamo visto la situazione socio-economica di Israele dopo la Seconda Guerra Mondiale ed il rifiuto, da parte degli Arabi, del piano di partizione previsto dall’ONU nel 1947. In tutto questo, l’Autorità Mandataria inglese iniziò a sequestrare le armi degli ebrei e a rifornire le milizie arabe (come dimostrato anche da un articolo de L’Unità riportato qui sotto). 

2. LA GUERRA CONTRO ISRAELE

Nella Guerra Arabo-Israeliana, vanno distinte quattro fasi principali. In tutte, ad eccezione dell’ultima, quella dell’invasione della Palestina da parte degli eserciti degli Stati confinanti, gli Arabi di Palestina guidarono le operazioni.

Gli abitanti della Palestina quasi due anni prima del Piano di Partizione ONU

Dal Dicembre 1947 al Gennaio 1948 la campagna Araba fu sotto forma di attività sporadiche di guerriglia analoghe a quelle degli scontri del 1936-1939. Ci furono attacchi a sorpresa nei confronti di colonie ebraiche isolate, quartieri ebraici e convogli ebraici. Ci furono anche saccheggi ed incendi di proprietà ebraiche, negozi e magazzini situati nei quartieri Arabi. Questa fase fu portata avanti esclusivamente dagli Arabi Palestinesi, sebbene parte delle risorse economiche e degli equipaggiamenti militari provenissero dai vicini paesi Arabi. Anche la popolazione Araba diede rifugio, armi e cibo ai combattenti. Gradualmente, lo scontro crebbe in termini di obbiettivi ed intensità. Divenne pericoloso per qualsiasi Ebreo allontanarsi dalle aree ebraiche. In tutto il paese gli attacchi ai trasporti ebraici, ai villaggi e ai quartieri cittadini divennero all’ordine del giorno. La strada Gerusalemme – Tel Aviv, la zona di confine fra Jaffa e Tel Aviv, i settori ebraici di Haifa e le colonie agricole nel Negev divennero gli obbiettivi principali. Il trasporto su strada ebraico subì imboscate con gravi perdite in termini di vite umane.

L’accesso al Quartiere Ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, all’Università e all’Ospedale Hadassah sul Monte Scopus non erano più sicuri. Le sparatorie ai confini degli insediamenti Ebraici divennero continui e provocarono perdite pesanti. Ben presto lo scontro iniziò ad interessare anche la Valle di Jesreel ed i settori Ebraici di Galilea e nelle Valle del Giordano. Nel giro di poche settimane tutto il paese di trovò in stato di guerra.

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volontari arabi raggiungono la Palestina

La campagna fu contraddistinta sin dall’inizio da un’intensità e una violenza senza precedenti. Il fine ultimo non era quello di una vittoria militare e politica sugli Ebrei, ma il loro completo annientamento o cacciata. Era una guerra ad oltranza a cui presero parte tutti i segmenti della comunità Araba. Un’affermazione, fatta da Azzam Pasha, Segretario Generale della Lega Araba, il 15 Maggio 1948, all’inizio dell’invasione generale, rende bene lo scopo finale dell’offensiva Araba:

Questa sarà una guerra di sterminio ed un massacro memorabile, di cui si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate.

BBC news broadcast

Affermazioni simili abbondavano nella stampa Araba e nelle trasmissioni provenienti dai paesi Arabi. Le forze della guerriglia Araba mostrarono sin dall’inizio una crudeltà barbara e un completo disprezzo per le regole di guerra. Non prendevano prigionieri. Se una forza ebraica veniva circondata, la massacravano fino all’ultimo uomo. I feriti venivano mutilati e lasciati a morire sul campo di battaglia. I morti erano mutilati nei modi più ributtanti. Le fotografie dei corpi mutilati venivano stampate in appositi album e vendute per le strade di Gerusalemme. In una intervista di Fawzi al-Qawuqji al rappresentante del giornale parigino “Le Monde”, egli ammise chiaramente che gli Arabi non avevano nessuna considerazione per le regole di guerra. “Gli Ebrei non possono essere considerati una nazione come Americani o Cinesi; loro sono solo predoni cui non si applicano le regole di legge” (citato in “as-Sarih”, 16 Febbraio 1948). Qualsiasi villaggio o quartiere cittadino ebraico che fu occupato dalle forze Arabe nel corso della guerra, come il Quartiere Ebraico nella Città Vecchia di Gerusalemme, i villaggi del settore di Kfar Etzion a sud e di Ataroth e Neve Yaacov a nord di Gerusalemme, l’insediamento di Beit Haarava nella porzione più a nord del Mar Morto, venne spazzato via.

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Un articolo, apparso su L’Unità il 28 febbraio 1948, dove si conferma che gli Inglesi sequestrarono le armi agli ebrei mentre continuarono a fornirle agli arabi. Incredibilmente, proprio l’Unità si auspica un intervento degli USA! Se solo i nostri giornalisti studiassero di più!

La Risoluzione dell’Assemblea Generale del 29 Novembre 1947 aveva avvisato che, dopo la divisione della Palestina, ci sarebbero stati Arabi in Israele ed Ebrei nello Stato Arabo. Ad oggi in Israele vivono 170.000 Arabi. Nelle parti della Palestina finite sotto il controllo Arabo non è rimasto un solo Ebreo.

La seconda fase dell’attacco Arabo contro gli Ebrei iniziò nel Febbraio 1948, quando “l’Esercito di Liberazione” Arabo invase la Palestina da nord. Questa forza constava in buona parte di Arabi Palestinesi immigrati in Siria e Libano per ricevere un addestramento militare. Né questo “Esercito di Liberazione” poteva operare nella vasta area fra il confine Libanese e Nablus, ove esercitava il controllo, senza la cooperazione attiva ed il supporto della popolazione Araba. La guerriglia locale, comandata da ufficiali Siriani, attaccò costantemente gli insediamenti Ebraici in Galilea e nelle aree di Sharon e Gerusalemme, alcuni di questi attacchi assunsero la forma di vere e proprie operazioni militari in cui l’artiglieria venne usata per la prima volta contro gli Ebrei.

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Altro articolo dell’Unità. Il titolo dice tutto, ma il contenuto oggi verrebbe censurato in base allo strumento di autodistruzione della nostra società: il politicamente corretto.

La terza fase, dalla fine di Marzo al 15 Maggio 1948 – giorno in cui terminò il Mandato Britannico e fu proclamato lo Stato di Israele – vide il violento combattimento su larga scala fra Arabi di Palestina ed Ebrei.  In questo sono inclusi lo scontro per l’autostrada di Gerusalemme, culminato nella conquista, da parte degli Ebrei, di Castel Hill (9 Aprile), le battaglie di Mishmar Haemek (7 Aprile) e Ramat Yohanan (12 Aprile), l’occupazione da parte delle forze Ebraiche di Tiberias (18 Aprile), Haifa (22 Aprile), Safed (10 Maggio), Jaffa (13 Maggio) e Acri (18 Maggio). Fu questa fase a segnare la fine dello sforzo bellico Arabo Palestinese e a creare la situazione trovata dagli eserciti Arabi invasori. Entrando nel paese, queste forze non trovarono una cittadinanza Araba combattente, ma – con l’eccezione del “Esercito di Liberazione” – i resti sparpagliati di un gregge abbandonato. Il fatto che i leader civili e militari fossero stati i primi ad abbandonare la popolazione al suo destino giocò un ruolo fondamentale nella sconfitta Araba.

Nella terza parte… L’Esodo degli Arabi…

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Gli Arabi in Israele: un Documento del 1952 (parte I)

arabs_israelQuesta è la prima parte di un documento, The Arabs in Israel, pubblicato dall’Ufficio Israeliano per l’Informazione nel gennaio 1952.

Ne sto curando una traduzione italiana, arricchita di altri link e commenti, che metterò a disposizione in modo gratuito e in un pdf unico dopo l’estate.

Penso possa essere un’iniziativa molto interessante per chi desidera conoscere un periodo storico di cui molte persone si presumono esperte.

Mi riservo di trattare l’argomento “studi storici” in un prossimo articolo, sottolineando come la storiografia odierna si stia adagiando su una sequela di copia e incolla da libri recenti (un eccesso del famoso adagio “dai libri si fanno altri libri). L’interesse verso le fonti sembra scemare proprio nel momento in cui gli archivi di tutto il mondo stanno digitalizzando testi che per generazioni sono stati accessibili solo a pochi fortunati. Gli storici moderni devono imparare a gestire questi nuovi strumenti e a processare quantità di informazioni che i loro colleghi del passato non potevano immaginare.

GLI ARABI IN ISRAELE

1. Background Storico

Gli Arabi di Palestina censiti alla fine del 1947 erano circa 1.300.000, di cui 1.170.000 Musulmani e 130.000 Cristiani. Di questo totale circa 700.000 vivevano nel territorio che ora costituisce lo Stato di Israele. I cristiani erano suddivisi in numerose comunità – Greco-ortodossi, Cattolici di Rito Greco, Latini, Maroniti e diverse denominazioni Protestanti. C’erano, in aggiunta agli arabi, piccoli gruppi di religiosi e minoranze nazionali, come i Drusi, i Circassi, gli Armeni, ecc.

La massiccia immigrazione ebraica fra fine XIX secolo e primi decenni del XX ebbe il suo apice nel corso degli anni’30. Già nel 1932, gli ebrei costituivano il 20% della popolazione palestinese.

In base al loro status sociale e alla collocazione, circa 850.000 Arabi di Palestina abitavano nei villaggi, 400.000 abitanti nelle città e 50.000 – 60.000 erano nomadi e semi-nomadi (beduini).

Il tenore di vita medio degli Arabi Palestinesi era piuttosto elevato rispetto a quello dei vicini paesi Arabi. I loro villaggi prosperavano. I loro agrumeti e gli altri frutteti crescevano di anno in anno. Anche l’economia del comune fellah aveva raggiunto un certo grado di modernizzazione. Il commercio Arabo era ramificato e ben sviluppato. Era servito da due banche nazionali Arabe e dalle banche internazionali che lavorano nel paese. Anche l’industria stava mostrando progressi significativi. Oltre alle antiche arti e mestieri, erano riconoscibili i primi accenni di un moderno sviluppo industriale, soprattutto nel ramo tessile, in quello del tabacco e dei materiali da costruzione.

Le condizioni di salute stavano migliorando costantemente. La mortalità infantile era scesa dal 186 per mille del 1922 al 90 per mille del 1946. Il tasso di mortalità generale era diminuito in maniera analoga, e l’aspettativa di vita alla nascita era più alta fra gli Arabi palestinesi rispetto a tutte le altre comunità Arabe in Medio Oriente. I Servizi sanitari statali erano più avanzati rispetto agli adiacenti paesi Arabi, sebbene gli Arabi stessi avessero fatto un piccolo sforzo indipendente in questo settore. Il progresso generale si rifletteva anche in ambito educativo. L’analfabetismo era sceso di anno in anno. La percentuale di bambini che frequentavano le scuole elementari era stato stimato dall’ Autorità Mandataria al 48 per cento per entrambi i sessi e al 70 per cento per i maschi – una percentuale sostanzialmente superiore a quella dei paesi Arabi vicini.

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Da un sito di propaganda palestinese. Nel periodo in cui Gaza fu governata da Israele, l’aspettativa di vita media degli arabi palestinesi passò da circa 50 a 70 anni

Le scuole secondarie erano relativamente ben frequentate, e anno dopo anno centinaia di giovani Arabi hanno lasciato la Palestina continuare gli studi universitari all’estero.

Questo notevole progresso è dovuto in misura significativa ai grandi progressi compiuti dal paese sotto la spinta dello sforzo Ebraico di ricostruzione. Per più di sei decenni gli Ebrei hanno riversato le loro energie, abilità e risorse nella reclamazione della loro antica terra. L’effetto è stato una trasformazione che non ha paragoni nel Medio Oriente. Il reinsediamento ebraico ha prodotto un crescente mercato interno per i prodotti arabi e ha portato prosperità ai fellahin, che ha rappresentavano la maggioranza della popolazione. L’esempio dato dai coloni Ebrei e dai loro metodi scientifici hanno avuto un effetto stimolante sull’agricoltura araba. Il lavoro degli istituti di ricerca Ebrei nel campo delle malattie del mondo animale e vegetale, la scoperta di usi industriali per eccedenza agricola e l’apertura di nuove fonti idriche grazie agli sforzi Ebraici ha dato un forte impulso al progresso rurale Arabo. Alla stesso tempo la coltivazione di agrumi, l’industria, l’edilizia e le importazioni degli Ebrei avevano dato impieghi ben remunerati al alla forza lavoro Araba nonché alzato gli standard della sua popolazione lavoratrice.

I notevoli risultati del Movimento operaio ebraico agirono anche come un incentivo per il organizzazione sindacale del commercio Arabo. Il grande contributo ebraico alle entrate finanziarie consentì al Governo di concedere un importante sgravio fiscale per la popolazione rurale Araba e di migliorare la salute del paese, l’educazione ed i servizi sociali. Il grande lavoro degli Ebrei in funzione antimalarica e di bonifica ha portato grandi benefici alla popolazione Araba, che è stata anche servita in tutto il paese dalle Istituzioni Ebraiche di salute pubblica e del walfare. Il risultato più sorprendente di questi sviluppi è stata la costante la crescita della popolazione Araba: durante i 30 anni di Mandato è aumentata di oltre il cento per cento.

“Il generale effetto benefico dell’immigrazione Ebraica sul benessere della popolazione Araba“, scriveva la Commissione Reale per la Palestina nel 1937, “è illustrato dal fatto che l’aumento della popolazione Araba è più marcato nelle aree urbane interessate dallo sviluppo ebraico.

Il numero dell’Aprile 1960 di Scientific American riporta alcuni dati di fine anni ’50 che testimoniano l’enorme sforzo fatto da Israele in quella che una volta era una florida provincia romana:

La terra di Israele aveva condiviso il destino di tutte le terre in Medio Oriente. Con il venir meno dell’Impero Bizantino, circa 1.300 anni fa, si era avuto un calo della produttività, della popolazione e della cultura[...] rovine di dighe, acquedotti e colture a terrazza, di città, ponti e pavimentato strade testimoniano quella terra una volta aveva sostenuto una grande civiltà con una popolazione molto più grande e in uno stato di benessere superiore.

Israele ha prosciugato 18.000 ettari di paludi ed ha esteso l’irrigazione a 132.000 ettari; ha incrementato in maniera esponenziale fornitura di acqua sotterranea dai pozzi ed è a buon punto nel lavoro di deviazione e uso delle scarse acque superficiali. [...] ha piantato 37 milioni di alberi [...]

Il notevole progresso economico e culturale così realizzato dagli Arabi di Palestina durante il Mandato fallì, tuttavia, nel mitigare anche solo in minima parte la loro ostilità verso l’immigrazione Ebraica e le attività sviluppate, cui questi progressi erano dovuti in larga misura. Questa ostilità, che ha trovato espressione in violente agitazioni, in campagne di boicottaggio e ripetuti attacchi omicidi contro la popolazione Ebraica, è diventato la caratteristica dominante della vita politica del paese ed ha monopolizzato le forze pubbliche e sociali nella comunità Araba. Gli Arabi che aspiravano ad un pacifico accordo tra i due popoli erano pochi e mancavano della forza necessaria a rendere i loro sforzi efficaci. Anzi, l’atmosfera generale di ostilità era così intensa che anche quelli ricerca di una soluzione pacifica potevano esprimere le proprie opinioni solo in privato, mentre in pubblico approvavano il programma nazionalista.

Alla fine il controllo politico si concentrò nelle mani del Supremo Comitato Arabo (Arab Higher Commitee), che godeva di indiscussa autorità tra gli Arabi in Palestina ed il sostegno esterno della Lega Araba. La presidenza del Comitato fu riservata all’assente “Leader”, l’ex Mufti di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini. Dopo essere stato uno stretto collaboratore di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale, Haj Amin riuscì, nel 1946, a trovare riparo e stabilire la sua sede al Cairo. I membri più importanti del Supremo Comitato Arabo erano Jamal al-Husseini, il dottor Hussein al-Khaldi, Ahmed Hilmi Pasha e Emil Ghoury. Il Comitato riuscì, durante la fase finale, a unire le due formazioni para-militari, Al-Futuwa e An-Najjada, nella militante “Organizzazione della Gioventù Araba” che costituì la punta di diamante della successiva attacco Arabo agli Ebrei.

Amin al-Husseini saluta a braccio teso le SS bosniache musulmane

Era questa, in breve, la posizione degli Arabi di Palestina quando l’Assemblea Generale della Nazioni Unite, con la risoluzione del 29 Novembre 1947, aveva stabilito la costituzione di due Stati indipendenti, uno Ebraico e uno Arabo, in Palestina. Se gli Arabi avessero accettato e dato seguito alla decisione, si sarebbero assicurati il controllo sovrano su metà del paese, sarebbero potuti rimanere tutti nelle loro case e  avrebbero ottenuto i maggiori benefici materiali derivanti dall’Unione Economica proposta dallo Stato di Israele.

Tutto questo non accadde. Non appena venne annunciata la decisione dell’Assemblea Generale, gli Arabi la rifiutarono e presero le armi contro i loro vicini Ebrei. Il Supremo Comitato Arabo guidò la campagna con il supporto attivo e passivo della maggior parte della popolazione Araba. I membri del Comitato residenti al Cairo e a Damasco si presero in carico il finanziamento, i rifornimenti e l’equipaggiamento, nonché le relazioni con la Lega Araba e diversi Stati Arabi. Quelli che rimasero a Gerusalemme assunsero la direzione tattica e strategica delle operazioni, la distribuzione dell’equipaggiamento e dei fondi ricevuti dai paesi Arabi, lo spiegamento delle forze e l’esecuzione delle direttive ricevute dal Cairo e da Damasco. I comandanti supremi in sul campo erano: Abd al-Kader al-Husseini nel distretto di Gerusalemme e Hassan Salama della regione di Jaffa-Ramle. Al nord, dove non c’erano leader locali, il comando fu preso dal siriano Fawzi al-Qawuqji, che si mise alla testa del cosiddetto “Esercito di Liberazione” costituito da volontari provenienti da Palestina, Siria e Libano.

Map/Still:UN partition plan for Palestine adopted in 1947.
La spartizione rifiutata dagli arabi alla fine del 1947

Prossimo (interessantissimo) capitolo: 2. La Guerra contro Israele.

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Pallywood: la Fabbrica dei Falsi

La foto qui sotto gira da qualche giorno tramite la condivisione su facebook e sui blog.

Si tratta di falsi conclamati messi in giro da Hamas e dai movimenti pro-Palestina, i quali speculano in modo indegno (e ottengono i fondi necessari a proseguire la guerra) mostrando i cadaveri di bambini uccisi in altre regioni del mondo islamico.

pw1 - Copia - Copia

Per quanto riguarda il bambino coperto di sangue accanto alla madre morta, posso assicurarvi che entrambi sono palestinesi vivi e vegeti. Se la ridono alla grande pensando a quanti soldi hanno procurato ad Hamas.

Pw2 - Copia

I due poveri bambini in alto a destra sono stati vittime di un attacco di Hassad contro i ribelli siriani. La propaganda palestinesi li ha rivenduti vittime dei nasuti sionisti.

In basso a sinistra, i bambini massacrati in Siria il 6 agosto 2013, questa volta dai ribelli siriani, vengono fatti passare per vittime palestinesi.

Anche le altre tre foto rimanenti provengono dalla Siria. Ridicola in particolare quella del bambino con tre ak-47 puntati contro, visto che si tratta di un’arma non in dotazione all’IDF. Molte di queste foto sono state messe in giro da un seguitissimo profilo twitter.

Collegamento permanente dell'immagine integrata

D’altronde, nella nostra cultura dell’immagine (non che questo fatto sia necessariamente negativo) l’importante è dare un qualcosa di forte e immediato, che possa accendere gli animi senza necessità di informarsi. 

Altri fake che girano da anni (compresa la cartina geografica che mostra l’espansione di Israele, di cui parlerò in apposito articolo) o da pochi giorni li trovate qui sotto.

Il famoso caso del bambino calpestato dal soldato israeliano (l’ak-47 come al solito passa inosservato):

Le macerie Siriane che diventano le macerie di un centro commerciale a Gaza:

pw3 - Copia

Il redivivo:

L’omissione di aggressione:

Ci sono decine, forse centinaia di altri fake che girano per la rete. Spesso, per colpevole superficialità o altro, vengono riportati anche dai media.

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