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Le Notizie Archeologiche Più Interessanti del 2014 (febbraio)

Il secondo appuntamento con le news archeologiche del 2014. Per febbraio ho selezionato le tre riportate qui sotto (per andare all’articolo originario basta cliccare sui titoli):

1. Una Basilica Bizantina Sommersa

Divers, accompanied by the  archaeologists of the<br /><br /><br /><br /><br /><br /> İznik Museum Directorate,  remained under water for  some 2,5 hours. AA Photos

Immagino la sorpresa degli archeologi turchi dopo aver visionato alcune foto aeree del lago di Iznik (la città di Iznik corrisponde, per intenderci, alla famosa Nicea). Queste hanno mostrato la presenza di una bellissima basilica cristiana del IV-V secolo circa. Dedicata a S. Neophytos, un adolescente cristiano giustiziato dai romani una decina di anni prima dell’Editto di Costantino, gli studiosi ritengono sia crollata nel 740 in seguito ad un violentissimo terremoto che scosse la regione e provocò gravissimi danni anche a Costantinopoli.

Una delle “chiese sommerse” più famose del mondo è italiana. Si trova nel lago di Resia, a un paio di chilometri dal confine con l’Austria. Il suo campanile quattrocentesco continua ad emergere dall’acqua nonostante il resto del paese, Curon Venosta, sia finito sott’acqua alla fine degli anni’40.

2. Il cacciatore di tesori tedesco

tesoro_romanoA volte gli archeologi amatoriali o i cacciatori di tesori si imbattono in ritrovamenti straordinari. E’ questo il caso del tedesco che ha scoperto un enorme quantitativo di decorazioni romane in oro (incluse molte spille come quella nella foto qui accanto) datate fine del V secolo. Parliamo di un tesoro valutato oltre un milione di euro. L’uomo, di cui non sappiamo il nome, ha consegnato tutto alle autorità quando ormai si sentiva braccato, ma non è escluso che sia riuscito a vendere parte del bottino al mercato nero.

Il ritrovamento è avvenuto, grazie a un metal-detector, in un’area boschiva nel sud della Renania-Palatinato. Il tesoro doveva appartenere ad un militare romano di alto livello, visto che, oltre alle spille decorative, ne fa parte anche una sedia pieghevole da campo interamente in argento. A causa della poca esperienza dello scopritore/razziatore, quest’ultima ha subito gravi danni durante l’estrazione dal terreno.

3. Fort Caroline 

fort_caroline

Gli archeologi USA sono sempre stati affascinati dai miti e dalle storie relative ai primi insediamenti europei nel nuovo continente. Pur risalendo alla fine del XVI secolo, quindi a un periodo abbastanza recente, molti di essi sono andati perduti. Una delle ricerche più lunghe ha riguardato Fort Caroline, avamposto francese nell’odierna Florida costruito nel 1564.

L’antico sito sembra essere stato identificato alla foce del fiume Altamaha, in Georgia, da Fletcher Crowe ed Anita Spring, ma nei mesi successivi altri studiosi hanno messo in discussione la loro tesi. Ad oggi, rimaniamo in attesa degli scavi per comprendere chi abbia ragione.

La (presunta) scoperta arriva a meno di un anno dall’altrettanto importante ritrovamento di Forte San Juan, il più antico forte europeo nell’entroterra nordamericano. Costruito dagli uomini del capitano Juan Pardo ai piedi degli Appalachi nel 1567, ben quaranta anni prima dell’insediamento inglese di Jamestown.

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Gladiatores e Agone Sportivo: Armi e Armature dell’Impero Romano

gladiatores_e_agone_sportivo_stadiodomiziano_mattesiniDopo il Colosseo, la collezione dell’Ass. Culturale Archeos conquista anche lo Stadio di Domiziano. Collaboro con Silvano Mattesini da quasi una decade, e dopo tanti libri scritti, nonché sangue versato nell’arena, il suo lavoro sta dando i frutti sperati.

Il libro Gladiators (di cui ho scritto alcune parti sugli armamenti oltre ad aver fatto da modello per le foto) sta avendo un discreto successo in formato kindle, e nuove opere sono in arrivo.

Invito tutti gli utenti di Roma a visitare la mostra, perché ne vale davvero la pena: le ricostruzioni sono eccellenti ed il setting ricco di atmosfera.

Forse, e dico forse, a dicembre potrei organizzare una visita guidata dal sottoscritto (ovviamente non percepirò una lira per questo), magari in concomitanza con PiùLibriPiùLiberi.

Se qualcuno di voi ha voglia di provare l’ebrezza di una Reunion mi faccia sapere.

Vi terrò informati.

Dal 25 Settembre 2014 al 30 Marzo 2015

ROMA

LUOGO: Stadio di Domiziano

ENTI PROMOTORI:

  • Stadio di Domiziano
  • Roma Capitale

COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 5, ridotto € 3,50; gratuito per bambini fino ai 12 anni, portatori di handicap con accompagnatore

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 06 45686101 / 06 45686100

SITO UFFICIALE: http://www.stadiodomiziano.com

COMUNICATO STAMPA: Promossa  ed organizzata dallo Stadio di Domiziano, l’esposizione  si pone come un ‘viaggio’ emozionante ed avvincente nella gladiatura, una delle più caratteristiche e affermate espressioni della cultura di Roma antica.

La collezione ricostruita dall’Arch. Silvano Mattesini (Associazione Archeos) è ora integrata nel sistema espositivo dell’area archeologica.
Unica nel suo genere, la raccolta comprende corazze, elmi, spade, scudi, schinieri, cinture, cingula e maniche di protezione: circa 350 esemplari.
Ordinata in sei diverse sezioni, l’esposizione che sviluppa il filone dell’archeologia sperimentale ripercorre la storia dell’armamento gladiatorio dal IV secolo a.C. fino all’inizio del II secolo d.C., illustrandone le diverse tipologie e seguendone l’evoluzione.
Accanto alle armi e alle armature anche tutti gli accessori utilizzati nell’agone sportivo: dai guantoni alle lance, dalle loriche da auriga ai dischi da lancio, dagli strumenti musicali dell’epoca alle maschere tragiche.
Da non perdere lungo il percorso l’armamento da parata di un personaggio della gens Flavia; gli  elmi da cerimonia della caserma gladiatoria di Pompei; gli elmi da Mirmillone e da Hoplomachus e la tipologia di armamento dell’esercito romano, tanto influenzato proprio dalle esperienze gladiatorie.
Al centro della scena, chiaramente, il gladiatore la cui figura subì nei secoli un grande cambiamento: da semplice guerriero catturato dai soldati romani in battaglia a vero e proprio professionista, famoso come una ‘celeb’ di oggi.
I giochi gladiatori divennero, infatti, un fenomeno così popolare e remunerativo che attrassero non solo uomini liberi ma anche donne, nobili romani, senatori e, anche, imperatori.
L’esposizione permette di scoprire, inoltre, le varie classi di gladiatori: dai Thraeces riconoscibili dalla loro spada ricurva agli Hoplomachi provvisti di alti schinieri; dai Sagittarii equipaggiati di archi e frecce agli  Equites  con lancia e spade; dai Retiarii muniti di rete e tridente ai Venatores in lotta contro le fiere; dai  Provocatores armati alla maniera militare ai  Mirmillones, la classe più comune di gladiatori.
E per dare ai visitatori un’idea precisa di come si svolgevano gli scontri reali, in grandi vetrine  saranno  rappresentate  le “coppie” di combattimento, quelle che, secondo regole ben precise,  si affrontavano tra  di loro nell’arena: Thraex contro Mirmillone, Mirmillone contro Hoplomachus, Provocator contro Provocator…
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L’Assedio di Famagosta ed il Martirio di Marcantonio Bragadin (1571)

Uno dei fatti che ben possono farci comprendere come il rapporto alla base della dicotomia Europei-Arabi sia sempre stato quello fra Assediati e Assedianti è l’Assedio di Famagosta (1570-71).

A guidare l’attacco fu Lala Mustafa Pasha, generale settantenne che pochi anni prima aveva condotto l’infruttuoso Assedio di Malta (1565). Ancora una volta, la sua strategia fu quella di sfruttare una enorme superiorità numerica di uomini ed artiglieria. E ancora una volta, le cose non andarono come previsto. 

Sbarcò a Cipro con quasi 100.000 uomini e prese Nicosia senza troppi problemi. La città si era arresa in cambio di un salvacondotto per gli abitanti, ma Mustafa Pasha fece comunque massacrare l’intera popolazione (tranne 2.000 giovincelli venduti come schiavi sessuali a Costantinopoli).

Per intimorire il governatore Bragadin, Mustafa gli fece recapitare una graziosa cesta con la testa del governatore di Nicosia, Niccolò Dandolo, ma la cosa fece solo incazzare ancora di più Bragadin e Astorre Baglioni, capitano di ventura, comandante militare e letterato.

La fortezza di Famagosta
Ne “Gli assedi e le loro monete (491-1861)”, pubblicato a Bologna nel 1975, M.Traina descrive così le mura di Famagosta: “Le fortificazioni, opera del celebre architetto Sammicheli, sono frutto delle più avanzate concezioni belliche: la cinta rettangolare delle mura, lunga quasi quattro chilometri e rafforzata ai vertici da possenti baluardi, e’ intervallata da dieci torrioni e coronata da terrapieni larghi fino a trenta metri. Alle spalle le mura sono sovrastate da una decina di forti, detti “cavalieri”, che dominano il mare e tutta la campagna circostante, mentre all’esterno sono circondate da un profondo fossato. La principale direttrice d’attacco e’ difesa dall’imponente massiccio del forte Andruzzi, davanti al quale si protende, piu’ basso il forte del Rivellino”.

Per i primi mesi, Mustafa si limitò a lasciare qualche decina di navi ad incrociare nelle acque circostanti Famagosta (per tagliare i rifornimenti alla città), ma questo permise a Bragadin e Baglioni di consolidare le difese e ricevere l’aiuto di Marcantonio Querini da Creta (1.600 soldati) e della madrepatria Venezia (800 soldati). Purtroppo per Famagosta, gli aiuti in arrivo per Mustafa erano di tutt’altra consistenza. Il suo buon Sultano gli inviò altri 100.000 soldati e altrettanti operai (scavatori di trincee, portatori, ecc.).

Nel febbraio 1571, i difensori di Famagosta erano 8.000 in tutto, in un rapporto di 1:25-30 con gli assedianti ottomani.

Ai 113 cannoni di Mustafa rispondevano i 90 di Bragadin.

Il primo assalto generale musulmano (marzo) durò quasi 10 giorni e lasciò sul campo 30.000 turchi. Nei successivi quattro, avvenuti fra giugno e luglio, caddero altri 20.000 turchi e la maggior parte dei difensori. Durante questo periodo, piovvero su Famagosta (non diversamente da quanto accadde a Malta sei anni prima) oltre 150.000 proiettili. Le mura erano ridotte a un colabrodo e gli abitanti chiedevano a gran voce una resa dei governatori veneziani (già offerta da Mustafa in più di una occasione).

La mappa della città (http://roth37.it/)

Nei mesi successivi si susseguirono altri quattro attacchi, che portarono a settemila i morti degli assediati e a ottantamila quelli degli assedianti. Astorre Baglioni si dimostrò geniale nel piazzare mine per i tunnel turchi e guidare sortite di alleggerimento che facevano centinaia di morti. Inoltre, come spiega Gigi Monello nel saggio “Accadde a Famagosta”  (Scepsi & Mattana editori, 2006), mentre i turchi passavano intere giornate a riempire di terra il fossato antistante le mura, i veneziani la toglievano durante la notte.

Le cifre riportate, confermate da tutte le fonti, sono spaventose. Probabilmente si tratta delle più gravi perdite (almeno in relazione alle truppe complessive a disposizione) mai sopportate da un esercito assediante. Rupert Gunnis ne parla in questi termini “… 80 mila morti tra i turchi, circa 6 mila tra i veneziani … Con una linea di combattimento non piu’ lunga di due chilometri, l’assedio di Famagosta supera le famose stragi di Londonderry e di Verdun.”

Alla fine del luglio 1571, a difendere Famagosta erano rimaste poche centinaia di soldati italiani; i generi alimentari scarseggiavano. Oltre a questo, i rinforzi promessi dai regnanti europei tardavano ad arrivare (tanto che le navi iniziarono a riunirsi a Messina solo a fine agosto 1571). Sebbene Bragadin e Astorre fossero contrari alla resa (memori forse del massacro di Nicosia), alla fine i nobili ciprioti gli imposero di accettarla. Il primo agosto 1571, i due consegnarono a Mustafà le chiavi della città e ottennero un salvacondotto per i soldati fino a Creta.

Qui sotto riporto gli eventi successivi alla resa di Bragadin, come riportati in “Storia di Salamina presa e di Marc’ Antonio Bragadino comandante”, un testo redatto da Antonio Riccoboni pochi anni dopo i fatti raccontati e stampato a Venezia nel 1843. L’originale, in latino, fu tradotto in volgare:

Arrivati appena il Bragadino con gli altri, come abbiamo detto, alla tenda di Mustafà, si ordinò loro che deponessero le armi, e con lieta e benigna maniera lo stesso Mustafà salutò tutti, e con la stessa sua mano li introdusse nella sua tenda, e volle sedere con loro, cominciando un piacevole e grato discorso, laudando la loro industria e fortezza nel difendere la città.

Qualche tempo dopo, tutto convertito in furore, e con tuono imperioso, si rivolse al Bragadino, e gli disse:

“Che cosa hai fatto de’ miei prigionieri che tenevi nella fortezza?”

ll Bragadino rispose: “Parte nella fortezza si custodiscono, parte a Venezia furono mandati.”

Mustafà divenendo rosso con li occhi fattisi truci e con la schiuma alla bocca e con voce assai torbida disse:

“Così ancora ardisci mentire quando li hai tutti trucidati?”

[...Mustafà, infuriato, e tempesta Bragadin di domande analoghe a quest'ultima. Alla fine ordina alle guardie di prenderli prigionieri..]

Questo gli fu facile [prenderli prigionieri], poiché, come dicemmo, a quelli non fu permesso di entrare nella tenda con le armi, ed erano tutti inermi. Allora quel furibondo comandante, di sua mano cominciando la carnificina, tagliò al Bragadino con la sciabola la destra orecchia, ed ordinò ad uno dei suoi satelliti che gli tagliasse la sinistra; quindi preso dall’ira, comandò che quanti cristiani si trovassero nell’esercito, tutti fossero trucidati.

Così ha egli dato ansa al furore de’ Turchi, che immediatamente trecento cristiani furono tagliati a pezzi. Volle poscia, con ogni perfidia, acciocchè apportasse maggior dolore al Bragadino, che subito fuori della tenda, ed alla presenza di questi fosse tagliata la testa ad Astorre Baglioni, a Luigi Martinengo, ed obbligato egli stesso per tre volte a porgere ii collo, come si fosse per tagliargli la testa, lo insultarono quei scelleratissimi, calpestandolo con li piedi, trascinandolo per terra, sputandogli in faccia, gridando quell’empio Mustafà:

“Dov’è il tuo Cristo, che ti liberi dalle mie mani?”

I cristiani perdono la testa davanti a Mustafa

[...] tutto l’esercito cominciò a dirigersi alla città per trucidare i cristiani, e distruggere tutte le abitazioni. Questa cosa, quantunque subito la si sia proibita con pubblico editto, pure molti contro il comando sono entrati in quel la città, e sparsi per le strade, tutti quelli che incontravano, senza distinzione di alcun ordine, di sesso e di età, battevano, spogliavano, maltrattavano, e ne uccisero molti, affliggendo così crudelmente tutti quegli abitanti. Passati poscia al porto, tutti‘ quelli cristiani che erano entrati nei navigli legarono con le catene ai banchi delle galee, rapito loro prima tutto quello che avevano, e percuotendo pur anche col bastone quegli infelici.

Comandò quel crudelissimo comandante che si portassero alla tenda tutte le teste di quelli decapitati, fra i quali fu riconosciuta quella di Andrea Bragadino castellano e di Gio. Antonio Quirini patrizio veneto, e vennero queste unite a quelle di Astorre Baglioni e di Luigi Martinengo.

Nestore Martinengo, essendo per alcuni giorni riuscito a nascondersi da alcuni che godevano la grazia di Mustafà, venne fatto prigioniero. Entrato poi il giorno 4 settembre 1571 nella città, esercitò un comando crudelissimo contro di Lorenzo Tiepolo e di uno de’capitani Manolio Spilotto, albanese. Condotti per la città, colpiti da pugni e da calci, fattosi di loro ogni scherno, e dopo di averli percossi con sassi, vennero impic cati, squartati, tagliati a pezzi, e gettati ai cani. Nel giorno otto dello stesso mese venne condotto il costantissimo Bragadino a tutti i luoghi adoperati al supplizio, soffrendo grande infermità, colla testa mezzo putrefatta per le orecchie che gli si erano tagliate, e che non si erano medicate, forzato in tutti i luoghi innanzi e indietro a portare smisurati sassi, gettato a terra, ed ivi delle cose più turpi interrogato, presente sempre il perfido Mustafà.

Poscia tradotto nella galera di Rapamato, fu l gato ad una tavola, ed innalzato per obbrobrio ed ingiuria sino la cima di un’antenna, dicendo Rapamato, mentre s’innalzava: 

“Osserva, comandante, se la tua armata arriva? Guarda, o capitano, se sopravviene l’aiuto? Non vedi le tue galere?”

A questo (mentre rideva Mustafà) come ha potuto con moribonda voce il Bragadino rispose:

“Perfido Turco, queste sono quelle promesse che sul tuo capo mi hai giurato, che segnasti nelle capitolazioni, scritte e segnate coll’imperiale suggello del tuo signore, e che hai confermato chiamando lddio in testimonio della tua fede? Qual lode e gloria porterai al tuo signore per una città priva di ogni aiuto, che con tante forze, con immensi soldati, coll’eccellente tuo valore non hai potuto espugnare, ma, ricevuta per dedizione, le hai praticate tutte le perfidie possibili? lddio voglia che questa voce possa risonare per l’universo tutto, e si faccia nota a tutti la perfidia de’Turchi. Pure ciò che non posso far palese, lo farà la fama, che renderà pubblico l’esempio a tutti gli uomini della mia morte e di quella crudelissima di tanti innocenti gravati di obbrobrio e d’ingiurie, acciò sia certo documento non doversi prestar fede a quelli che non ne hanno alcuna, e che solo eccedono in crudeltà.”

Dopo di averlo così trattenuto sospeso per  lo spazio di mezz’ora,  Rapamato ordinò che si abbassasse, e quan tunque fosse tanto debilitato che poteva appena reggersi in piedi, pure si maltrattava, si spingeva, si bastonava-Mentre tanto crudelmente si trattava fra i comandanti, diceva egli:

“Straziate il mio corpo, ma il mio coraggio non minorate. ll corpo lo potete lacerare, ma non toglierete alcuna forza al mio spirito.”

Finalmente tradotto nella principale piazza di Salamina destinata al supplizio dei rei, e spogliato dei vestiti, venne legato alla colonna della bandiera, e dal carnefice (o indegna azione!) fu incominciato a scorticare, cominciando dalla schiena e le spalle, quindi passando alle braccia ed al collo, esclamando per facezia quel perfido tiranno: “Fatti turco, se vuoi esser salvo”.

Il martirio di Marcantonio Bragadin

Quel pazientissimo martire niente rispondeva, ma innalzato il capo al cielo, diceva:

“Gesù Cristo mio Signore, abbi misericordia di me. Nelle tue mani raccomando il mio spirito. Ricevi, mio Dio, questa mia misera anima, e perdona a quelli che non sanno ciò che si facciano”.

Compita a levarsi la di lui pelle dal capo e dal petto, ed arrivato all’ombellico, quell’ uomo tollerantissimo e costante, perseverante nella fede di Gesù Cristo, volò a quello, la cui divinità aveva testificata col suo santissimo martirio, a quello cui aveva dato il più insigne testimonio col suo sangue, uscendo finalmente da questi terreni legami, da questa carcere mortale, e da quel corpo, nel quale tanto con gloria era stato il suo spirito custodito, e ciò per ’’la scelleraggine esecranda di Mustafà, per l’aperta violazione dei giuramenti e per accuse falsamente inventate.

Il suo capo fu appeso ad una forca nella gran piazza, ed il suo corpo diviso in quattro parti, fu esposto in quattro principali luoghi della città. ll cuore e le viscere in un quinto luogo furono poste. La pelle, di paglia ripiena ed adorna de’ suoi usitati vestimenti, e col cappello rosso coperta in parte la testa ottimamente adattata come se fosse un corpo vivo, fu tradotta per la città e per tutte le strade sopra di un bove, ovvero vacca, con due Turchi che l’ accompagnavano , che sembravano servirlo, uno de’quali teneva l’ombrella alla faccia, e seguitata dallo strepito di molti tamburi e trombe, acciò s’imprimesse maggior terrore nel popolo, spaventato, recitando per editto con grave voce le seguenti parole:

“Ecco il vostro signore: venite ad osservarlo, salutatelo, veneratelo, acciò ripetiate da lui il premio di tante vostre fatiche e della vostra fedeltà”.

Fu essa pelle con le insegne e con le teste di Astorre Baglioni, di Luigi Martinengo e di Andrea Bragadino tradotta in una galera, e per comando del feroce Mustafà, come se fosse glorioso spettacolo, o memorabile trofeo, fatta vedere a tutti i popoli della Siria, Cilicia ed altre marittime genti e nazioni.

Insomma, Marcantonio Bragadin e il quasi dimenticato Astorre Baglioni furono massacrati dopo aver scritto una delle pagine più memorabili della storia militare rinascimentale. Mi dispiace molto che la storiografia moderna li ricordi di rado, come fossero parte di un periodo che deve essere insabbiato in nome del politicamente corretto. 

L'ultima lettera alla moglie
In “Astorre II Baglioni. Guerriero e letterato (Volumnia Editrice, 2009)” Alessandra Oddi Baglioni riporta l’ultima lettera del comandante militare alla moglie: “Vedermi diviso da voi, mi par d’essere come giorno senza sole, anzi corpo senza anima, poiché voi e io insieme siamo la vita di casa nostra… Vi prego, mitigate il tedio del mio stare assente con l’acquisto dell’onore che spero di conseguire nella difesa di Famagosta.”

Un altro resoconto degli avvenimenti di Famagosta proviene da Angelo Gatto da Orvieto (riprodotto parzialmente in “L’ultima crociata. Quando gli ottomani arrivarono alle porte dell’Europa” di Arrigo Petacco), un capitano di ventura che combatté nell’assedio e passò duri mesi di prigionia a Costantinopoli. Visto che è quasi sovrapponibile a quello del Riccoboni, immagino che quest’ultimo lo abbia tratto integralmente da quello del testimone diretto. Ad ogni modo, Angelo Gatto aggiunge un episodio raccapricciante, il classico stupro di gruppo:

Il peggio era vedere le meschine zitelle che, in presenza del padre e della madre, facendole stare scoperte, hor dall’una et hor dall’altra parte, a guisa di uno specchio, con gran disonestà facevano dei fanciulli maschi, cosa vituperosa e brutta come è solito alla turchesca et che per honestà taccio..

Chiudo l’articolo con l’ultima parte del racconto di Riccoboni, sulla cui verità storica ho qualche leggero dubbio (anche se l’evento soprannaturale e/o il miracolo venivano inseriti spesso dagli storici del tempo):

Ricorderò una cosa certamente maravigliosa, ma da molti costantemente asserita, e scritta ancora da alcuni storici, e fra gli altri lasciata scritta da Pietro Giustiniani nelle sue memorie. Assicurano che la testa di Marc’ Antonio Bragadino, infissa in lunga asta, e sopra una forca, come dicemmo, collocata, sparse lucente fiamma, simile ai raggi del sole, per tre notti in che rimase esposta, e che da essa esalava un maraviglioso soave odore.

Incenso splatter ante litteram. 

Le loro morti furono vendicate un paio di mesi dopo con la famosa vittoria di Lepanto, che si concluse con la distruzione della flotta turca da parte della Lega Santa. Le divisioni fra stati europei (in pratica Venezia poteva fidarsi più degli ottomani che di francesi e austriaci) impedirono però che una vittoria del genere fosse pienamente sfruttata.

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ZODD: Sangue Chiama Sangue

zodd_zweiZodd: Sangue chiama Sangue è un dark/splatter fantasy con diversi POV.

I primi cinque capitoli (20.000 parole/50 pagine circa) pronti per il download gratuito.

A causa molte scene di sesso, violenza e tortura, Zodd non è un libro adatto a tutti. Ne sconsiglio pertanto la lettura alle persone più sensibili o facilmente impressionabili ed, in generale, ai minori di 16 anni.

Non vi dico nulla sulla trama, perché vi rovinerei buona parte della sorpresa. Vi lascio direttamente ai primi cinque capitoli. Buona lettura.

Zodd_G_Zweilawyer_pdf Zodd_G_Zweilawyer_epub

 

 

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Zodd: un Nuovo Disegno

Zodd - Sangue Chiama SangueIn attesa del 4° e 5° capitolo, che saranno disponibili online a breve e gratuitamente (portando a circa 45 pagine complessive la preview free di Zodd), voglio fare un plauso e un po’ di pubblicità alla bravissima artista di EMME’s Art. Anche lei si è cimentata con Zodd, disegnando (china su cartoncino) una scena dello scontro di Camledum (capitolo I).

Fra le immagini della sua pagina facebook potete ammirare le varie fasi del disegno. Qui sotto invece il risultato finale. Non male, vero?

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