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Gli Arabi in Israele: un Documento del 1952 (parte IV)

Dopo aver trattato il background storico di Israele, la guerra del 1948 e l’esodo arabo, il documento Israeliano del 1952 narra la difficile questione della ricostruzione. Ricchissima di dati sull’evoluzione di agricoltura, sistema scolastico e strutture mediche, questa quarta (e penultima) parte è fondamentale per chiunque voglia comprendere a fondo Israele nel periodo 1948-1951.

RICOSTRUZIONE

L’attuale popolazione Israeliana di non-ebrei è di circa 170.000 individui. Di questi, 119.000 sono musulmani, 35.000 cristiani e 15.000 drusi. In base alla loro distribuzione regionale, si tratta di 32.000 abitanti di città, 120.000 abitanti delle campagne e 18.000 nomadi.

VITA RURALE

Sin dall’inizio, il Governo (Israeliano) ha posto in essere degli sforzi particolari per promuovere le attività contadine degli Arabi e ricostruire l’economia dei fellahin, che avevano sofferto in modo acuto la devastazione portata dalla guerra. A parte l’assistenza generale concessa dal Governo a tutti i contadini israeliani  tramite l’assegnazione di sussidi, la distribuzione di semi, il prestito dei trattori, l’estensione dei canali d’irrigazione e l’istruzione in materia agricola, il Ministero dell’Agricoltura ha garantito prestiti speciali ai coltivatori Arabi, senza garanzia, per permettere loro di ripristinare le scorte e accelerare la transizione verso un tipo di agricoltura più intensivo. Con questo fine, durante i primi due anni dello Stato è stato assegnato ai contadini un totale di IL. 183.000 (lira israeliana). Le stime per il 1951/1952 prevedono per questo tipo di prestiti un totale di IL. 200.000.

Il risultato di queste misure è stato quello di ampliare le aree coltivate e irrigate, migliorare le tecniche agricole e introdurre nuove colture nel settore agricolo Arabo. L’area Araba dedicata all’agricoltura secca è passata dai 143.000 dunams del 1948/49 ai 453.000 dunams nel 1949/50, quella dedicata ai vegetali dai 18.000 d. del 1948/49 ai 39.000 del 1949/50 e ai 45.000 d. del 1950/51, quella dedicata al tabacco dai 6.400 d del 1948/49 ai 26.000 del 1949/50 e ai 48.000 del 1950/51. Incrementi simili si sono avuti nelle aree dove si coltivano meloni.

KIBBUTZ URIM, Palestina Mandataria (1 luglio 1947). Un pioniere israeliano si cimenta con le durissime condizioni climatiche della zona. (Photo by Zoltan Kluger/GPO via Getty Images)
KIBBUTZ URIM, Palestina Mandataria (1 luglio 1947). Un pioniere israeliano si cimenta con le durissime condizioni climatiche della zona. (Photo by Zoltan Kluger/GPO via Getty Images)

La crescita di vegetali nei terreni irrigati è salita da 2.500d nel 1948/49 a 6.800 nel 1950/51. Nell’area occupata dalle tribù beduine del Negev, gli aiuti di Stato sono arrivati in modo massiccio nella forma di prestiti all’agricoltura e la fornitura di impiego nei lavori pubblici. Durante la grave siccità del 1950/51, è stata concessa assistenza finanziaria a varie tribù per diminuire le loro difficoltà.

Si sono fatti grandi sforzi anche per incoraggiare la formazione di associazioni cooperative. Fino all’estate del 1951, sono state create 85 cooperative Arabe.

Questo numero include 21 cooperative agricole, con una media di 75 membri ciascuna; 13 cooperative dei consumatori, con una media di 55-60 membri; 8 cooperative per la coltura del tabacco e altre associazioni più piccole. La Federazione Ebraica del Lavoro ha speso delle somme considerevoli per incoraggiare la crescita di un movimento cooperativo arabo, e su questa linea direttiva ha creato il “Fondo per i Lavoratori e i Contadini” (“Sanduq al-Ummal wal-Fallahin”), con un capitale pari a IL. 100.000, per promuovere l’impresa, in particolare quella cooperativa, fra i contadini Arabi. Le cooperative fondate con questo aiuto economico ammontavano a 23, con un totale di 900 membri.

CONDIZIONI CITTADINE

Nelle città i problemi erano ben più difficili da risolvere. Gli Arabi rimasti che erano operai qualificati, artigiani, lavoratori portuali e ferroviari, conducenti, ecc., ebbero in relazione meno difficoltà ad adattarsi alle nuove condizioni. Le page di tali lavoratori sono cresciute in modo progressivo e, ad oggi, sono più alte che in ogni altro paese del Medio Oriente. Per i lavoratori qualificati e molti non qualificati si è raggiunta una parificazione degli stipendi a quelli dei lavoratori ebrei. Nei casi in cui i lavoratori Arabi sono ancora sottopagati – in particolare quelli impiegati presso aziende Arabe – il Governo e la Federazione Ebraica del Lavoro stanno lavorando per arrivare alla piena eguaglianza e i passi in questa direzione sono inequivocabili. D’altro canto però, quegli strati della popolazione Araba cittadina il cui sostentamento economico era basato sulla presenza di una enorme comunità Araba , dovevano cercare altri tipi d’impiego. Le autorità Israeliane hanno fatto ogni sforzo per trovare un lavoro per gli impiegati del precedente governo. Anche gli insegnanti e i religiosi sono stati perlopiù reintegrati nei loro posti di lavoro precedenti.

SALUTE

Ospedali, cliniche e ambulatori, così come i trattamenti medici, sono disponibili per tutti gli abitanti di Israele senza alcuna distinzione. Non ci sono servizi medici separati per gli Arabi, ma il Ministero della Salute dedica una particolare cura ai bisogni della comunità Araba. Nel 1951, ha mantenuto ventinove cliniche nelle aree Arabe, quattro delle quali mobili e due a disposizione, in particolare, delle tribù Beduine del Negev. Gli ospedali nelle aree Arabe contano 365 posti letto, ma gli Arabi sono ammessi, ovviamente, anche negli  altri ospedali. A parte le strutture mediche disposte dal Governo, gli ampi servizi del “Kupat Holim“, il Fondo per i Malati della Federazione Ebraica del Lavoro, sono disponibili a tutti gli Arabi membri della Federazione (circa 11.000) e alle loro famiglie.

SOCIAL WELFARE

Poco dopo la conclusione delle ostilità, nelle aree Arabe sono partite le attività di welfare sociale. Gli uffici, ora arrivati a dodici, sono stati costituiti a Nazareth, Acri, Jaffa, Lydda, Ramle e nei villaggi Arabi in Galilea orientale e occidentale. Visto che erano disponibili pochi impiegati Arabi qualificati per lavorare in questi uffici, sono stati organizzati dei corsi per formare personale Arabo. Tutti i diplomati di questi corsi sono ora impiegati presso il Ministero dei Servizi Sociali. L’assistenza prestata include la distribuzione di cibo, vestiti e scarpe, nonché la cura di bambini, adolescenti, anziani, malati e disabili. Nei villaggi Arabi operano venti centri per la distribuzione del cibo del Ministero, in cui ricevono un pasto 3.000 bambini. In molti luoghi si sono stati organizzati corsi di maglia, elaborazione di cesti e lavorazione della rafia. Presso Acri è stata istituita una pensione per anziani. Dal dicembre 1948 al marzo 1951 il Ministero ha speso IL. 66.863 in servizi sociali per gli Arabi.

EDUCAZIONE

La somma spesa dal Governo di Israele per l’educazione dei bambini Arabi ammontava, per gli anni fiscali 1948-49 e 1949-50, a IL. 200.000 per ciascun anno; nell’anno fiscale 1951-52 a IL. 266.000. Mentre la popolazione Ebraica, durante il Mandato, aveva mantenuto il suo sistema scolastico quasi esclusivamente a proprie spese, quello della comunità Araba dipendeva principalmente dal Governo e dalle missioni straniere. Per le autorità Israeliane era difficile svezzare la popolazione Araba dalle vecchie abitudini. Sotto il “Compulsory Education Act, 1949” di Israele, alle autorità locali era richiesto di sopportare una parte dei costi per l’educazione, per la maggior parte il costo dei viveri e della manutenzione degli edifici scolastici. I villagi Arabi e le municipalità all’inizio ottemperarono a questo requisito di legge in modo del tutto inadeguato, e il Governo di Israele è stato costretto a spendere delle somme importanti per l’educazione primaria degli Arabi, con una spesa per bambino considerevolmente più alta rispetto a quella sostenuta per le scuole Ebraiche. Ad ogni modo, relativamente a questo punto c’è stato un netto miglioramento nel corso degli ultimi due anni.

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Un estratto del Compulsory Act del 1949. In evidenza l’estensione dell’istruzione obbligatoria dai 5 ai 13 anni, da raggiungersi nell’arco di tre anni.

Nonostante talune difficoltà iniziali, l’educazione primaria Araba in Israele ha fatto notevoli progressi. Mentre il numero delle scuole Arabe era, nel Dicembre 1948, pari a 46, con 186 insegnanti e 7.147 alunni, i numeri corrispondenti per l’anno 1950-51 erano 102 scuole, 628 insegnanti e 26.000 alunni. Fra questi ultimi, si contavano circa 8.700 bambine. Sono numeri, questi, riferiti alle sole scuole pubbliche. Oltre a queste, c’erano circa 40 scuole private, più che altro mantenute da missioni straniere e istituzioni ecclesiastiche, con circa 4.500 alunni. Il totale quindi ammonta a 140 scuole e 30.000 alunni. L’aumento di scuole pubbliche Arabe dalla fine del 1948 all’estate del 1951 è del 122%, quello degli insegnanti è pari al 238%, mentre quello degli alunni è del 240%. Mentre sotto il Mandato c’era solo un alunno per ogni quindici abitanti Arabi, il rapporto in Israele è ora pari a uno ogni sei e mezzo. Sarà ricordato che la percentuale di bambini in età scolastica che ricevevano effettivamente un’educazione era del 48% alla fine del periodo Mandatario. Ora invece è del 71%, se si considera la sola popolazione Araba stanziale, e del 67% se si include la popolazione Beduina. Il Governo di Israele ha ora aperto scuole in 35 villaggi Arabi che non avevano alcuna scuola durante il precedente governo.

Un ulteriore passo in avanti nella sfera dell’educazione è stata l’introduzione di moderni metodi di insegnamento al posto del vecchio e rigido sistema che prima governava l’educazione Araba. Altra innovazione è l’introduzione degli asili, prima quasi sconosciuti alla maggioranza della popolazione Araba. Ad oggi, 4.253 bambini Arabi frequentano asili pubblici. Il periodo dell’educazione primaria, che prima andava dai sei ai dodici anni, è stato esteso dai cinque ai tredici anni. E’ stato attuato un grande cambiamento nell’ambito dell’educazione femminile. Prima, le bambine costituivano solo il 20% degli alunni Arabi; la proporzione è ora salita al 34%. Il Ministero dell’Educazione sta continuando i suoi sforzi per indurre i genitori Arabi a mandare le loro bambine a scuola.

Uno dei cambiamenti più rivoluzionari è stata l’introduzione della co-educazione. Contrariamente alle aspettative, questo ha provocato poca opposizione da parte dei genitori Arabi. Un’altra importante riforma è stata quella che ha abolito le punizioni corporali nelle scuole.

Nell’ambito dell’educazione secondaria, i progressi sono stati più difficili. L’Israel Education Act non si applica alle scuole secondarie. L’obbiettivo della Stato è, per ora, quello di fornire a tutti i bambini, Ebrei e Arabi, una solida educazione primaria. Le scuole secondarie sono lasciate a imprese private o municipali o allo sforzo collettivo dei genitori interessati. La creazione di scuole Arabe secondarie dipende, quindi, sull’iniziativa della stessa popolazione Araba. Le scuole secondarie Ebraiche sono aperte agli alunni Arabi che abbiano una conoscenza sufficiente della lingua Ebraica, e un certo numero di ragazzi Arabi hanno usufruito di questa opportunità. Il Governo sta favorendo la creazione di di scuole secondarie Arabe aprendo classi ulteriori collegate alle scuole primarie. Ha anche istituito uno speciale esame di ammissione per gli studenti Arabi con lingua e letteratura Araba come materie d’esame principali. Circa dieci studenti Arabi si sono immatricolati presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Il Governo ha inoltre aperto classe serali per i ragazzi Arabi lavoratori. Nel 1951 queste classi erano collegate a otto scuole primarie ed erano frequentate da circa 400 studenti.

Il progresso dell’educazione Araba è pesantemente intralciato dalla mancanza di insegnanti qualificati. Nelle more dell’istituzione di un Seminario per Insegnanti Arabi, i cui piani sono già pronti, sono stati organizzati dei corsi preparatori per l’addestramento degli insegnanti Arabi. In questi corsi, fino ad oggi, hanno ricevuto un addestramento base 107 insegnanti, uomini e donne. Quasi tutti i diplomati in questi corsi insegnano ora nelle scuole primarie Arabe.

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Zweilawyer Historica: Primo Volume Online

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Come promesso, il primo volume della Zweilawyer Historica è pronto. Storia di Salamina Presa e di Marcantonio Bragadin Comandante, scritto in latino nel XVI secolo da Antonio Riccoboni, è disponibile in ebook.

Qui a sinistra ho inserito la copertina definitiva, con tanto di logo nuovo di zecca. Ho cercato di mantenermi il più possibile vicino all’enfasi dell’autore cinquecentesco, aiutandomi anche con la traduzione del 1842 (che contiene diversi errori e omissioni).

Di seguito il Capitolo II (in tutto sono 11) così come lo troverete nell’ebook, con link e box per rendere la lettura più agevole e interessante.

Fatemi sapere cosa ne pensare. Buona Lettura.

Nel capitolo precedente abbiamo ricordato di come tutto il regno di Cipro fosse sotto il controllo dei turchi a eccezione della sola Salamina; e fu lì che si portò Astorre Baglioni, supremo comandante della milizia, poiché temeva che i nemici l’avrebbero assediata prima di Leucosia, ora detta Nicosia, cosa che però non accadde.

Astorre Baglioni: un comandante poco conosciuto
Oggi quasi sconosciuto, Astorre Baglioni ebbe grande fama nei secoli scorsi. Uno studioso del XVI secolo, Bernardino Tomitano, impiegò gli ultimi anni della sua vita (1572-1576) a redigere la colossale opera Vita e fatti di Astorre Baglioni, in otto libri. Viste le dimensioni e l’argomento di nicchia, nessun editore si è mai preso la briga di curarne un’edizione stampata. Ad oggi, i tre manoscritti sono conservati presso Perugia (Archivio dell’Abbazia di S.Pietro), Roma (Bibl. Naz. Vittorio Emanuele), Vaticano (Bibl. Vaticana). Come riportato da GIRARDI M.T., Il sapere e le lettere in Bernardino Tomitano, Vita e Pensiero, 1994, le tre copie sono state segnalate in KRISTELLER P.O., Iter Italicum, volume II, Londra, The Warburg Institute, 1967.
Astorre Baglioni era stato assoldato da Venezia a trent’anni, nel 1556, quando aveva già sulle spalle quasi quindici anni di esperienze militari. Dagli scontri con i turchi in Ungheria alle incursioni contro i corsari nordafricani, il Baglioni si era sempre distinto per valore e disciplina. A dimostrazione della sua indole battagliera, vale la pena ricordare che, in VERMIGLIOLI G.B., Biografia degli scrittori perugini e notizie delle opere loro, Volume I, Perugia, 1829, viene citato un opuscolo riassuntivo della sua contesa cavalleresca con il Conte Giulio Landi, composta nel 1546 (quando il Baglioni aveva 20 anni) dal Consiglio di Giustizia di Parma. Nello stesso testo si fa anche riferimento a un apprezzamento personale di Torquato Tasso nei confronti dell’Astorre Baglioni poeta e letterato.

Il governo civile di Salamina era affidato a Marcantonio, nato dalla famiglia Bragadin, la quale – se proprio non vogliamo credere che abbia preso il nome dal celeberrimo fiume africano che lambiva la città di Utica, chiamato Bragada, nelle cui vicinanze Attilio Regolo si dice abbia ucciso un enorme serpente lungo centoventi piedi (e infatti si congettura che le origini della famiglia risalgano proprio a Regolo) – è comunque una delle famiglie più nobili di Venezia.

Dotato di un grande intelletto, egli dimostrò di avere grande forza fisica e d’animo e di essere un uomo ingegnoso, pronto, buono e probo. Ma egli era soprattutto devoto a Dio e attaccato alla sua patria a tal punto che, qualora ce ne fosse stato bisogno, sarebbe morto mille volte per la difesa del culto di Dio, della religione cristiana e della patria. Perspicace nel prevedere, pronto a eseguire, indefesso nel vigilare, Marcantonio era davvero nato per governare le cose della Repubblica Veneziana.

Quando, il primo giorno di maggio dell’anno 1149 dopo la fondazione di Venezia, ovvero il 1570 dopo Cristo, fu annunciata in tutta Cipro l’imminente guerra fra turchi e veneziani, il Bragadin era privo di denaro, senza il quale i saggi reputavano impossibile porre in essere tutti gli adempimenti necessari alla difesa, e anche a corto di oro ed argento, già utilizzati per pagare fanteria e cavalleria.

A causa della distanza dagli altri possedimenti veneziani, non poteva neanche sperare in un opportuno aiuto finanziario, e quindi rinnovò l’antico uso di battere moneta con quello che aveva a disposizione.

Sappiamo infatti che Domenico Michiel principe e ventiseiesimo doge di Venezia, nella spedizione asiatica fatta contro i turchi in Siria per salvaguardare gli interessi cristiani, si ritrovò sprovvisto di denaro. Per pagare marinai e soldati, ordinò che fosse istituita una moneta in pelle, e la distribuì al posto di oro e argento a tutti gli stipendiati con la promessa che, una volta tornati in città, avrebbero potuto cambiarla con del zdenaro vero.

Così Bragadin per prima cosa volle costituire una tesoreria, e ordinò di battere giorno e notte monete di rame, alcune da dodici assi, altre da quattro quadranti, con cui pagò la fanteria italiana, greca, la cavalleria e tutti quelli che facevano parte del presidio. Emanò quindi un’ordinanza che prevedeva la pena di morte per coloro che si fossero rifiutati di ricevere quel tipo di moneta in pagamento.

La monetazione ossidionale
Per indicare la monetazione d’emergenza in caso di assedio, in numismatica si usa il termine «moneta ossidionale». A partire dal XVI secolo, questo tipo di monetazione venne utilizzata da molti governanti europei che si trovavano rinchiusi in fortezze poste sotto assedio. Mancando sia il denaro che materiale per coniarlo, si procedeva a utilizzare ciò che era a disposizione degli assediati, dalle forniture d’argento a tutti i tipi di metallo. In Italia la monetazione ossidionale fu decretata in diversi casi, come quello di Crema nel 1514, di Pavia nel 1524, di Cremona nel 1526. Lo stesso Clemente VII emise monete ossidionali durante l’assedio dei lanzichenecchi nel 1527. In TRAINA M., Gli assedi e le loro monete (491-1861), Bologna, R. Giannantoni Editore, 1975, si legge
«I Bisanti, battuti durante l’assedio di Famagosta, tutti in rame e con la data 1570, recano al dritto l’impronta del leone di San Marco con la leggenda PRO / REGNI / CYPRI / PRAESIDIO a spiegazione dello speciale carattere della emissione; sotto la data. Al rovescio, in quattro righe, VENETORV // FIDES/INVI // OLABILIS; sopra un amorino (che accenna alle tradizioni mitologiche dell’isola cara a Venere), che implora il cielo per vendicare la perfidia dei turchi e sotto l’indicazione del valore BISANTE…»
Fra i molti altri esempi europei, vale la pena ricordare quelli risalenti alla Guerra civile inglese. In BEYNON ‎V.B.C., Siege Money of the Civil War, British Archaeological Association1935, viene ricordato che diverse fortezze realiste – Carlisle (1645), Scarborough (1645), Newark (1646), and Pontefract (1648) – coniarono monete ossidionali. Della monetazione ossidionale di Carlisle abbiamo anche una testimonianza diretta, ricavata dal diario di una diciassettenne, Leslie Tullie, che si trovava nella fortezza durante l’assedio: «fu pubblicato un editto che ordinava a tutti i cittadini di portare i loro piatti d’argento perché fossero marcati, cosa che fecero in modo diligente».

In questo modo riuscì a risolvere lo stato di grave necessità come se avesse avuto a disposizione vere monete d’oro e d’argento.

Inoltre il giorno 4 giugno spedì per tutto il contado di Salamina delle persone che, in modo veloce e ordinato, raccogliessero e riportassero in città qualsiasi cosa necessaria a sopravvivere in condizioni di assedio: frumento, vino, olio, formaggio, legna, carbone, pecore e altro. Inoltre, per non lasciare nulla al nemico, Bragadin ordinò di mettere a ferro e fuoco tutto ciò che non poteva essere riportato in città. E il suo ordine fu subito eseguito.

All’interno della città, ordinò alla popolazione di porre in essere tutto il necessario alla difesa di Salamina, cioè aumentare, diminuire, dilatare, distruggere, abbattere, restringere, appianare i luoghi a seconda della necessità, restaurare gli antichi baluardi, erigerne di nuovi nei punti più deboli, e provvedere alle altre cose che un preside dotato di grandi capacità riteneva necessarie.

Si occupò di spronare i lavoratori a compiere le operazioni, promettendo con grande eloquenza non solo lodi e premi dalla Repubblica Veneta, ma anche una ricompensa divina.

Di certo l’eloquenza era propria del genere e del sangue veneti, tanto che sia i fanciulli e gli adulti senza esperienza, sia gli uomini e i vecchi avvezzi alle discussioni nel foro e nel senato, erano eloquenti in modo mirabile. E tuttavia non si può sottolineare abbastanza quanto in quella fosse eccellente il Bragadin, cui la stessa necessità suggeriva le parole. La veemenza della sua orazione proveniva infatti solo dalla forza della sua esposizione, e non dal suo ingegno o da una capacità tecnica acquisita.

Come aveva dimostrato altre volte questa grande eloquenza, così il 14 luglio quell’eccezionale comandante, nella piazza dove il religiosissimo vescovo di Salamina, Girolamo Ragazzoni, aveva celebrato la messa, dopo la consacrazione ricevuta dallo stesso vescovo, e dopo una breve esortazione fatta da quest’ultimo al popolo perché si adoperasse fortemente, con coraggio e fedeltà per Gesù Cristo e per il suo principe, quel comandante, dicevo, giurò solennemente di affrontare ogni pericolo per la difesa della religione cristiana e per la conservazione della Repubblica, di dare la vita, se ce ne fosse stato il bisogno, e di difendere fino alla fine un popolo tanto fedele e onorevole.

Ragazzoni e Giordano Bruno
Ragazzoni divenne poi Vescovo di Bergamo nel 1577 ed ebbe un contatto con Giordano Bruno del quale, forse, avrebbe potuto salvare la vita. Fu proprio a Ragazzoni, nel 1583 nunzio apostolico a Parigi, che Giordano Bruno chiese il permesso di rientrare nell’ordine domenicano («de ritornar nella religione cattolica»). Il vescovo disse che non poteva fare nulla, ma lo indirizzò verso un gesuita in grado di aiutarlo. L’episodio viene commentato in luce negativa da VERRECCHIA A., Giordano Bruno. La falena dello spirito, Roma, Donzelli, 2002.

«Giuro» disse «per la Santissima Trinità, Dio padre, Dio figlio, Dio Spirito santo, giuro sul sacrosanto Vangelo dei quattro Evangelisti Marco, Matteo, Luca, Giovanni, giuro per la santissima croce di Cristo, sotto il cui vessillo militiamo, che disprezzerò e non avrò considerazione per i pericoli che dovessero presentarsi, non tralascerò alcun adempimento che possa sostenere o migliorare le possibilità della causa cristiana, e che morirò io piuttosto che il mio popolo, il quale in nome di Cristo affronta ogni pericolo e serve la Repubblica in modo così pronto e fedele. Allo stesso modo giurano insieme a me l’inestimabile Lorenzo Tiepolo, prefetto di Pafo, e l’eccellentissimo Astorre Baglioni, comandante in capo di tutta la milizia, e tutti gli altri virtuosi comandanti dei quali non solo potete vedere i volti, ma anche udire le voci.

Lodo voi, abitanti di Salamina, e con gratitudine continuerò a chiamarvi uomini forti e di grande animo; vi esorto con ogni mio potere affinchè rimaniate saldi nelle convinzioni che avete ora: difendere i vostri padri, le mogli, i figli, le case, la patria vostra, spargere il vostro sangue, qualora occorresse, per la difesa della patria, dimostrarvi attaccati al vostro principe nel proteggere con tutte le forze voi stessi e le vostre cose, reprimere l’impeto e il furore dei feroci nemici che pensano solo alla crudeltà, alla strage e a godersi la distruzione dei Cristiani; e infine conservare alla Repubblica Veneta quella fedeltà che portate sempre con voi.

Per queste ragioni, mentre ora si è celebrato il sacrificio di Gesù Cristo, e abbiamo preso la Sacra Eucarestia, a voi tutti prometto che non ometterò alcuna cura, fatica, vigilanza, autorità e consiglio che possa servire alla vostra sicurezza. E testimonierò la vostra fedeltà al Senato Veneto, affinché questi possa ricompensarvi con grandi lodi e premi

Grazie a questo discorso emozionante fu acclamato in modo vigoroso e, innalzate le mani, subito tutti giurarono fedeltà: uomini, donne, fanciulli, fanciulle, cavalieri, fanti, cittadini ed anche forestieri. Una gran moltitudine non solo nelle strade, nei portici e nelle piazze, ma anche alle finestre.

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incipit fantasy

Le Prime 750 Parole di un Fantasy

L’incipit di un romanzo fantasy giuntomi tempo addietro. L’autore è convinto che sia scritto benissimo e mi ha dato il permesso di pubblicare alcune righe.

Voi cosa ne pensate?

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incipit fantasyTrasportato dalle stelle della notte, il limpido trillare dei grilli giungeva dal bosco di pini attorno alla radura. Chiudendo gli occhi era facile immaginare le loro ali sfregarsi per produrre quella splendida melodia.

Un vento caldo e tenue sospirava fra i rami, alimentando le fiamme che crepitavano nei falò disposti dai soldati intorno alle tende di cuoio, ove erano già alloggiati per passare la notte.

Intorno al campo l’aria rossastra si fondeva con le tenebre, appena rischiarate dalla luce lunare, in modo da creare un’atmosfera irreale.

Leuner si alzò facendo forza sulle ginocchia e gettò un altro ceppo di legno secco nel fuoco, che in un istante lo divorò con una vampata.

Il bagliore illuminò il suo viso d’acciaio, incorniciato da un elmetto di capelli neri più corti di mezzo pollice e rasati sulle tempie. Coperti dall’ombra delle sopracciglia, si intuivano due occhi pece profondi come un abisso marino.

Il colore bronzeo della pelle trasgrediva le sue origini noridoni ma, inevitabilmente, la vita militare aveva stemperato per sempre il pallore originario.

Le spalle larghe e il petto imponente tendevano il tessuto su di loro e  contrastavano con una vita alquanto stretta, mentre grandi braccia straripavano dalle maniche orlate della tunica.

Con un sospiro alzò gli occhi al cielo per ammirare il fantastico spettacolo offerto dalla volta celeste, abbassando lo sguardo notò l’imponente massa scura del Monte Klastos che con i suoi quattro picchi spettrali perennemente innevati si ergeva ad est,a circa un giorno di cammino.

Sapendo che l’insonnia non gli avrebbe permesso di dormire per le prime ore della notte, si era messo a parlare con una sentinella intenta a controllare il perimetro del campo ma, dopo qualche chiacchiera su argomenti futili, la pesantezza del giorno di marcia e il  vino stavano avendo la meglio su di lui.

Batté una pacca sulla spalla del suo interlocutore, strappandogli un colpo di tosse, e si diresse senza fretta verso la sua tenda, leggermente più grande delle altre e montata al centro dell’accampamento.

Scostò a fatica i pesanti drappi neri dell’entrata e, sebbene l’oscurità riducesse quasi a zero il suo campo visivo, fu veloce nel trovare il giaciglio senza inciampare sull’armatura che aveva adagiato su un sostegno prima di cena. Si spogliò con pigrizia della tunica di cotone e appena si distese sentì la testa che palpitava, quasi assecondando i battiti del cuore nel loro ritmo costante.

Si sforzò di non fissarsi su quel tum-tum fastidioso e di pensare ad altro. Nel frattempo, uno sfrigolio proveniente dall’esterno gli fece pensare che probabilmente le fiamme stavano tentando invano di attecchire ad un ramo troppo fresco per cedere subito alla loro morsa.

Poi la sua mente cadde nel vuoto.

Iniziò a vagare per un’immensa pianura nera, sovrastata da due crinali paralleli. Leuner sentì il bisogno irrimandabile di inerpicarsi su uno di quelli. Annaspò a fatica per il sentiero sterrato che saliva verso l’alto, gravato dal peso del suo armamento. Il sudore gli bruciava gli occhi e i muscoli, gonfi di fatica, si contraevano a scatti, rifiutando altro lavoro.

Quando fu in cima, rimase ad osservare un cielo irreale, gonfio di cumuli scuri percorsi da lampi scarlatti. Poi un frastuono. E un caos di eruzioni vulcaniche insensate, che dal cielo cadevano sulla terra versando cascate di lava incandescente. Scendeva densa e vischiosa come un fiume di resina lungo la corteccia di un albero. Fu allora che Leuner vide un uomo arrampicarsi lungo l’altro crinale, portandosi dietro una spada grande come la suo e un’armatura colossale che lo faceva sprofondare ad ogni passo. Eppure saliva con facilità, con una forza bruta inconcepibile, preferendo il nudo pendio di roccia e fango alla comodità del sentiero.

Anche l’altro guerriero arrivò in cima, il suo mantello si gonfiava per i refoli di vento infernale che provenivano dal magma.

Leuner rimase ad osservarlo, rimanendo anche lui immobile.

Ma non riusciva a vedere i suoi lineamenti, celati dall’oscurità dell’elmo.

Poi il guerriero estrasse la spada da dietro la schiena e due occhi infuocati si accesero sotto la celata. Leuner sussultò, accorgendosi che puntava l’arma dritto verso di lui.

 Il guerriero nero non disse una parola, ma un suo pensiero attraversò l’aria come un dardo dorato e trapassò la mente di Leuner.

Non puoi sfuggirmi per sempre.

La collina di Leuner si sgretolò sotto i suoi piedi all’istante, come una casa colpita da un terremoto.

Si svegliò.

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Caduta_Emirato_Bari_Zweilawyer

Dalla Battaglia di Ostia alla caduta dell’Emirato di Bari (849-871)

saraceniLa sconfitta dell’849 non aveva fiaccato il vigore arabo, ed il controllo completo del mar Mediterraneo (e di numerose isole, Sicilia compresa) dava loro la possibilità di agire indisturbati sulle coste.

Lo stesso 849 fu ricco di scorrerie musulmane sulle coste europee. La sfortunata città di Luni fu saccheggiata dai saraceni, tanto che, a detta del Muratori «non risorse mai più»

In realtà, la distruzione definitiva della città avvenne un decennio più tardi a causa di una scorreria normanna. Per quanto sia difficile crederlo, detti normanni la scambiarono per Roma, il loro vero obbiettivo!

Arrecando un grave smacco alla capacità edili dei governi moderni, Leone IV fu in grado di inaugurare le Mura Leonine il 28 giugno dell’852, a quattro anni circa dall’avvio dei lavori. Oltre alle torri presso il porto di Ostia, il pontefice manifestò l’intenzione di ricostruire la stessa città di Ostia, in modo da renderla il baluardo romano nella lotta ai saraceni. 

Proprio nell’852, sempre per sfuggire ai saraceni, giunsero a Roma numerosi abitanti della Corsica. Leone IV li accolse e assegnò loro terre e proprietà a patto che si dichiarassero fedeli al pontefice e al popolo romano.

D’altronde era necessaria nuova forza lavoro nel contado romano, scosso dalle incursioni saracene, e una delle tante testimonianze della situazione riguarda la città di Centocelle.

Nel IX secolo Centocelle (Civitavecchia) era una cittadina alle porte di Roma. Stando a quanto riportato dal Muratori, nell’’anno 854 le mura non esistevano più da quaranta anni e la città era ormai un deserto.

Correvano già quarant’anni che la città di Centocelle, colle mura per terra, e dagli abitanti fuggiti, per timore de’ Saraceni, abbandonata, era divenuta un deserto

Terrorizzati dai Saraceni, che l’avevano saccheggiata nell’814, gli abitanti vivevano nelle campagne e nei boschi limitrofi. Leone IV volle ovviare a questa situazione fondando una nuova città, Leopoli, a quindici chilometri dal vecchio sito, in un luogo ricco di acqua corrente e adatto alla costruzione di mulini. La nuova città venne abbandonata dopo soli 36 anni, poiché il popolo voleva tornare più vicino al mare, alla sua «città vecchia», da cui l’odierna Civitavecchia.

Le rovine di Leopoli oggi
Le rovine di Leopoli oggi

Vale la pena ribadire che nazioni cristiane e nazioni islamiche non erano blocchi monolitici che si scontravano senza sosta. Anzi, molti prinicipi italiani non si fecero problemi ad assoldare milizie musulmane per muovere guerra ai propri vicini. Un caso esemplificativo è quello riportato dal Muratori e attribuito a Leone Ostiense, il quale ci dice che, nell’847, Radelchi di Benevento si fece aiutare ancora una volta da Massar, duca dei Saraceni, per saccheggiare e conquistare monasteri e città:

In questi tempi ancora Radelgiso principe di Benevento [Leo Ostiensis, lib. I, cap. 28.] trasse in aiuto suo Massar duca de’ Saraceni con alcune masnade di quegl’infedeli. Costui neppure portava rispetto agli stessi Beneventani; diede il guasto al monistero di santa Maria in Cinghia; prese il castello di san Vito; forzò alla resa la città di Telese, e saccheggiò tutti i suoi contorni. Fu creduto miracolo ch’egli non molestasse il monistero di Monte Cassino, quantunque vi arrivasse fino alla porte.

Nell’852, questa volta nelle vesti di Imperatore, Lodovico II scese verso il Ducato di Benevento alla testa di un esercito e puntò verso la città di Bari. I saraceni avevano preso città e territori limitrofi nell’847, proclamando un emirato che resterà nella storia come il governo arabo più longevo nella penisola italica.

L’assalto di Lodovico, che aveva portato con sé un buon numero di macchine d’assedio, fu piuttosto veemente. Riuscì ad aprire una breccia nelle mura, ma perse tempo a causa di alcuni suoi consiglieri. Questi erano convinti che le molte ricchezze della città sarebbero andate distrutte in un attacco violento, e che conveniva prendere la città per fame. Mentre l’esercito imperiale temporeggiava, gli arabi riuscirono a riparare la breccia. Lodovico II non aveva alcuna intenzione di tenere l’esercito bloccato a così grande distanza dai centri del potere imperiale, quindi se ne tornò in Lombardia infuriato.

Scampato il pericolo, l’Emirato di Bari tornò ad essere un avamposto straordinario per le scorrerie arabe nel sud italia. I Ducati di Benevento e Salerno soffrivano più di tutti questa situazione. 

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Nell’856 Adelgisio di Benevento e Pietro di Salerno misero da parte qualsiasi acredine fra i due regni e si unirono per attaccare di nuovo Bari. Le truppe però non riuscirono ad iniziare l’assedio, poiché si fece loro incontro un contingente saraceno. I longobardi li sconfissero in modo netto e li misero in fuga, ma un secondo contingente arabo era sulla strada per intercettarli, e questa volta l’armata cristiana non ebbe scampo.  La sconfitta fu talmente pesante da permettere ai saraceni una violenta incursione nel sud italia:

Molti restarono nel campo estinti; gli altri, e parte d’essi feriti, si diedero alle gambe. Orgogliosi per questa vittoria i Saraceni, scorsero dipoi per gli principati di Benevento e di Salerno, uccisero non poche persone, menarono in ischiavitù le lor mogli e figliuoli; e carichi in fine d’immenso bottino, se ne ritornarono a Bari.

A fasi alterne, l’Emirato di Bari continuò ad essere una spina nel fianco dei regni longobardi del sub.

Seodan, o Saugdam, che governava Bari in quel periodo, mandava spesso i suoi soldati a saccheggiare le campagne italiane, tanto che buona parte di esse rimase disabitata. Chiamate di continuo dai governanti locali, le forze imperiali non sembravano avere intenzione di scontrarsi in modo definitivo con con gli arabi di Bari, tanto che a volte si limitavano a presentarsi nel sud italia e a tornare verso nord senza aver risolto nulla.

D’altronde, il Sacro Romano Impero non era un locus amenus, quindi Imperatori e principi preferivano mantenere le proprie truppe nelle vicinanze, piuttosto che mandarle a mille chilometri di distanza.

Nell’862 sempre Adelgiso di Benevento decise di risolvere la questione con un buon quantitativo di moneta sonante. Iniziò quindi a pagare un tributo annuo all’Emirato di Bari e diede ai saraceni degli ostaggi, fra cui la figlia, a garanzia di un corretto pagamento.

Nell’865 i governatori delle città di Telese e Boiano riuscirono a convincere Lamberto, duca di Spoleto e Gherardo, conte di Marsi, ad attaccare i saraceni che funestavano il loro territorio. L’idea era quella di sorprendere sulla strada le squadre arabe che tornavano a Bari con il solito bottino di schiavi e oro, ma le cose non andarono come previsto.

Il sultano era pronto a riceverli e li fece a pezzi, mentre i sopravvissuti si diedero alla fuga o furono ridotti in schiavitù. La vittoria diede grande fiducia ai saraceni, che ne approfittarono per mettere a ferro e fuoco il ducato di Benevento. Città fortificate a parte, non si salvò nessun luogo. Furono distrutte Telese e Boiano, ma anche Isernia, Alife e Supino.

Non c’era modo di fermarli, tanto che arrivarono fino al monastero di San Vincenzo di Volturno, uno dei più ricchi del sud italia, e lo depredarono. I monaci furono anche costretti a pagare tremila scudi d’oro per evitare che il monastero fosse dato alle fiamme.

San Vincenzo al Volturno
San Vincenzo al Volturno

Ancora più ricco era il monastero di Montecassino, guidato dall’abate Bertario. Famoso per essere un fine letterato, per fortuna dei suoi sottoposti aveva anche una certa lungimiranza. Conoscendo il pericolo saraceno, aveva fatto fortificare il monastero e, soprattutto, aveva subito spedito una delegazione a Teano, dove ormai erano giunti i razziatori, per convincere questi ultimi a non assediare il monastero. Al costo, ovviamente, di tremila scudi d’oro.

Per quanto occupato dalle vicende imperiali (dai rapporti con Bisanzio a quelli con il Papa e con tutti i governatori dei città e contrade italiane), nella primavera dell’867 l’Imperatore Lodovico era intenzionato a distruggere l’Emirato di Bari. Ammassò i suoi soldati nei pressi di Nocera e si scontrò con i saraceni, uscendone con le ossa rotte.

Lodovico tornò sotto le mura di Bari l’anno successivo. Distrusse i campi dei dintorni e poi attaccò Matera, da qualche tempo altro baluardo saraceno. Dopo aver preso la città la rase al suolo e passò a Venosa, dove lasciò una guarnigione di una certa consistenza. In questo modo, Bari rimase sempre più isolata.

In Memorie storiche di Matera (1818), di Francesco Paolo Volpe, viene citato un passo dell’Archivio Cassinese in cui si dice che i saraceni reputavano Matera: “una Città ove essi riponevano tutta la loro gloria”.

Visto come un corpo estraneo dai governanti locali, da Lodovico e anche dall’Imperatore Basilio, il destino dell’Emirato di Bari era ormai segnato.

I due imperatori strinsero un’alleanza. A suggellarla fu la promessa di matrimonio fra la figlia di Lodovico ed il primogenito di Basilio. Arrivarono, stando ad alcune fonti, addirittura 400 navi bizantine guidate da Niceta, che aveva anche l’incarico di prendere la figlia di Lodovico e portarla a Costantinopoli. Sembra che i bizantini però, sferrati senza successo un paio di attacchi, se ne fossero andati a Corinto.

Ritirandosi dall’assedio di Bari nell’inverno fra 869 e 870, la coda dell’esercito di Lodovico fu assalita dai saraceni, che riuscirono a sottrargli duemila cavalli e ad utilizzarli per precipitarsi a saccheggiare la chiesa di San Michele sul Gargano, dove fecero prigionieri anche parecchi religiosi.

Fra l’altro, l’improvvisa morte del nipote di Lodovico, Lotario II, aveva portato ai soliti problemi di successione. Carlo il Calvo infatti approfittò della lontananza di Lodovico per assorbire i domini del defunto nipote.

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La spartizione che fra Lodovico II il Germanico e Carlo il Calvo non teneva in alcun conto l’Imperatore Lodovico II

Insomma, l’870 non era iniziato sotto i migliori auspici, anche perché molti uomini inviati da Lotario prima della sua morte erano morti o tornati indietro a causa delle condizioni atmosferiche intollerabili (grande caldo alternato a piogge). Tuttavia, sul finire dell’anno Lotario riuscì nella stretta finale su Bari.

Davvero interessante la curiosità storica riportata dal Muratori, che parlando dell’esercito cristiano dice che molti furono uccisi dai morsi di tarantola: “Plurimi etiam aranearum morsibus extinti sunt: cioè dalle tarantole, velenosi animaletti, anche oggidì sussistenti e famosi pel danno che recano in quelle contrade”

Con l’emiro Mofareg barricato in città, Lodovico mandò le truppe di Ottone, conte di Bergamo, ad aiutare la popolazione calabrese, in difficoltà per le scorrerie di altri comandanti musulmani. La notizia delle vittorie cristiane in calabria raggiunse Cincimo, luogotenente saraceno di Amantea, che fu sconfitto e messo in fuga. Cincimo aveva però messo insieme un piccolo esercito per andare a soccorrere Bari, ed aveva intenzione di attaccare i cristiani (accampati fuori le mura di Amantea?) il 25 dicembre, sicuro di coglierli di sorpresa durante le celebrazioni del Natale. I cristiani erano però venuti a conoscenza del piano e, officiata la messa prima dell’alba, si fecero trovare pronti. Cincimo ed i suoi vennero macellati.

Senza più speranze, Bari cadde il 2 febbraio 871. Non ci fu alcuna resa, ma un assalto violento ed un massacro di saraceni. Mofareg si salvò grazie all’intervento di Adalgisio di Benevento. L’emiro si era infatti rifugiato in una torre della città, chiedendo di potersi arrendere direttamente a quest’ultimo (di cui, se ben ricordate, aveva in ostaggio la figlia).

Lodovico permise l’accordo, ma ebbe a pentirsene poco dopo…

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Zweilawyer Historica

zh2.1

Ho iniziato ad elaborare questo progetto pochi mesi dopo l’apertura del blog, ma penso che solo ora i tempi siano maturi per fare il prossimo passo. 

In questi anni ho collaborato con diversi storici, aiutandoli nelle tesi di laurea o di dottorato, e ho ricevuto delle proposte interessanti per la stesura di saggi e libri storici.

Tuttavia, penso che il mercato sia saturo di libri e trattati che si rivelano essere collage meccanici di altri libri senza alcun valore storiografico. Il mio interesse è sempre stato un altro: recuperare testi antichi, quasi sempre abbandonati nelle biblioteche fisiche o digitali, e proporli in un nuovo formato.

L’idea alla base si Zweilawyer Historica è proprio questa:

prendere i testi più interessanti dei secoli scorsi, tradurli o riportarli ad un livello adeguato di fruibilità, ed arricchirli con link ipertestuali e box di commento.

Si tratterà di pubblicazioni a metà fra la divulgazione e la ricerca storica e saranno curate interamente da me. Ovviamente, il formato ebook e la presenza dei link le renderanno particolarmente adatte alla lettura tramite dispositivi connessi ad internet.

Il primo volume “Storia della Presa di Salamina e del Comandante Marc’Antonio Bragadino“, sarà disponibile a fine novembre in tutti i negozi digitali, da Amazon a IBS, al prezzo di € 0,99.

copertina 4.2

Sia il logo qui sopra che la copertina in basso sono solo in versione beta. Fatemi sapere cosa ne pensate.

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